Bellusci, Giuseppe Salvatore

Giuseppe Salvatore Bellusci [San Demetrio Corone (Cosenza), 31 maggio 1888 – Ferentino (Frosinone) 26 dicembre 1972]

Nato in una famiglia di vecchi umanisti di origine arbëreshë, frequentò l’antico collegio italo-albanese di Sant’Adriano del suo paese, fucina di patrioti risorgimentali. Conseguita la maturità classica, nel 1912 si laureò in Lettere e filosofia presso l‘Università di Napoli e nel 1915 dopo aver vinto un concorso a cattedra ottenne la cattedra per l’insegnamento di materie letterarie al Regio ginnasio «Martino Filetico» di Ferentino (allora in provincia di Roma). Qui conobbe e sposò Amalia Grazioli, che gli diede due figli: nel 1917 Giuseppe (futuro magistrato), e nel 1920 Ugo che per molti anni è stato primario di chirurgia presso l’ospedale di Ferentino e uomo politico.
Mazziniano fin da giovanissimo a quegli ideali restò sempre fedele. Svolse opera di educatore, trasmettendo il pensiero mazziniano alla popolazione di Ferentino e dei paesi vicini.
Candidato del Pri alla Camera nelle elezioni del 1919 e del 1921, fu in seguito perseguitato dal fascismo e subì diverse aggressioni da parte di squadristi. Con un chiaro atto punitivo, fu allontanato dal luogo di residenza e trasferito d’ufficio a Livorno al ginnasio Niccolini. Nel 1932 tutti i dipendenti dello Stato che ancora non l’avevano fatto, furono sollecitati a iscriversi al Partito Nazionale Fascista. Egli non volle aderire e questo suo rifiuto gli costò un altro trasferimento, questa volta nella sua Calabria, al ginnasio «Bernardino Telesio» di Cosenza. Qui rimase fino al 1936, quando finalmente riuscì a ottenere il trasferimento al liceo «Jacopo Sannazzaro» di Napoli, città dove i figli si erano iscritti all’Università.  Durante tutto il ventennio fu sottoposto a sorveglianza dalla polizia e dall’Ovra. Subì frequentemente fermi e ammonimenti. Nel luglio 1943, quando Napoli era obiettivo di incessanti bombardamenti aerei da parte degli anglo-americani, terminato l’anno scolastico decise di rientrare a Ferentino con tutta la famiglia. Qui riprese subito l’attività politica. Iniziò a ricostruire il partito repubblicano in Ciociaria e stabilì contatti con i gruppi antifascisti romani. Un lavoro politico significativo, il suo. Tanto che quando nel marzo 1946 si svolsero le prime elezioni amministrative del dopoguerra, il partito repubblicano a Ferentino conseguì una grande affermazione. Candidato nella lista del Pri del Lazio, sull’onda di questo successo il 2 giugno fu eletto deputato all’Assemblea Costituente. Partecipò attivamente alla elaborazione della nostra Carta Costituzionale. 
Dal 17 luglio 1946 al 28 giugno 1947 fu sottosegretario alla Pubblica Istruzione nel II governo De Gasperi, il primo governo costituitosi dopo la proclamazione della Repubblica, al quale partecipava ufficialmente il Pri. 
Durante il mandato parlamentare, fu notevole il suo impegno sui problemi della scuola, dall’estensione al settantesimo anno del limite d’età per il collocamento a riposo degli insegnanti nelle scuole medie, ai concorsi speciali per i maestri e per le direzioni didattiche, alla situazione delle Università italiane, all’assistenza agli studenti reduci di guerra nell’anno accademico 1946-1947.
In assemblea intervenne molte volte su argomenti riguardanti sempre il mondo della scuola, ma l’8 marzo del 1947 parlò in rappresentanza del Pri per celebrare la «Giornata della donna». «A nome del gruppo repubblicano – disse in quell’occasione – aderisco alla festa in onore della donna. In ogni tempo e presso ogni popolo la donna fu sempre, per i suoi pensieri e per la sua azione, degna di lode e di ammirazione. Ma la donna del nostro tragico tempo è meritevole di maggior lode, di maggiore ammirazione e di maggiore devozione. Quando la nefasta e funesta guerra, detestata dal popolo e dichiarata dalla monarchia tirannica, travolse nella catastrofe la nostra Nazione, le nostre donne, o madri, o spose, o sorelle, confortarono ogni nostro pensiero, rafforzarono ogni nostra azione e ci furono di aiuto nel supportare la sventura e nel superare quel pauroso e tremendo momento della nostra vita. E quando la furia devastatrice della guerra diroccò le nostre case, distrusse i nostri focolari, e fummo costretti a rifugiarci nelle campagne, fra i boschi e sui monti, nei momenti in cui era più barbara la distruzione della guerra e ci pareva che l’uomo si fosse allontanato dalle luci della civiltà e, indietreggiando nei secoli, fosse voluto rientrare nella primitiva caverna, la gentilezza delle donne, la loro squisita sensibilità, la loro fede, il loro sacrificio ci rassicurarono che l’umanità non era spenta e che l’uomo avrebbe ripreso il cammino della civiltà. E quando il nostro suolo fu invaso e le nostre città furono inondate dagli eserciti di tutti i colori, le donne italiane custodirono l’onore delle nostre famiglie e salvarono l’onore nazionale. Onorevoli colleghi, quando noi pronunciamo il nome di “mamma”, le nostre labbra si baciano due volte: in quel bacio c’è l’anima della famiglia e l’anima della umanità».
Nel 1952, quando fu avanzata la proposta di  modifica della legge elettorale che prevedeva l’introduzione di un premio di maggioranza alla coalizione di partiti che avesse ottenuto almeno il 50,1% dei suffragi, si aprì all’interno del partito repubblicano una lacerante discussione che vide da una parte quanti erano favorevoli alla proposta, sostenendo che in questo modo si sarebbe vincolata la Democrazia cristiana alla coalizione centrista, recidendo, di conseguenza, ogni sua possibilità di un accordo con le forze politiche di destra, dall’altra quanti sostenevano che l’alterazione del principio proporzionale fosse  una inaccettabile lesione dei valori fondanti  della democrazia rappresentativa. Bellusci si schierò con questi ultimi e insieme a Ferruccio Parri, Oliviero Zuccarini, Marcello Morante, Carlo Pergoli e la maggioranza delle sezioni romane del partito, diede vita alla Unione di Rinascita Repubblicana, che, subito dopo l’approvazione della legge, abbandonò il Pri per confluire insieme al Movimento di Autonomia Socialista, costituito per gli sgessi motivi dagli scissionisti  del Psdi, e a Giustizia e Libertà, una formazione di ex azionisti, nel Movimento di Unità Popolare, che si presentò alle elezioni politiche del ’53 con l’obiettivo  di non far raggiungere alla coalizione centrista il quorum richiesto dalla legge per ottenere il premio di maggioranza. Il Movimento ottenne 171.099 voti, pochi per poter portare in Parlamento suoi rappresentanti, ma sufficienti per far fallire la “legge truffa”.  Bellusci si candidò, ottenendo un buon risultato personale, ma non fu eletto.
Progressivamente, con l’avanzare degli anni si ritirò dalla vita politica, passò il testimone al figlio Ugo che ricoprì incarichi politici in ambito regionale.
Morì a Ferentino all’età di 84 anni. Per sua espressa volontà è sepolto nel cimitero della città che fin da giovane aveva scelto come sua patria di adozione. (Pantaleone Andria) © ICSAIC 2022 – 1

Nota bibliografica

  • Pietro Scerrato, Giuseppe Salvatore Bellusci, «Frintinu me», dicembre 2010;
  • Andrea Fontecchia, Ugo Bellusci. Figlio della Storia, fratello della Costituzione Italiana, Independently Published, s.l.  2020.
  • Renato Traquandi, C’eravamo anche noi. 1946-1948. Assemblea Costituente, Booksprint edizioni, Romagnano al Monte 2018.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, Bellusci Giuseppe, busta 471.