Tieri, Aroldo

Aroldo Tieri [Corigliano Calabro (Cosenza), 28 agosto 1917 – Roma, 28 dicembre 2006]

Nacque da Vincenzo, giornalista, commediografo e uomo politico, e Matilde Garofalo. Ebbe due fratelli, Gherardo e Marcello, quest’ultimo morto in Russia durante la seconda guerra mondiale. All’età di tre anni seguì la famiglia a Roma, destinazione scelta per favorire l’attività di suo padre.
Già studente universitario in giurisprudenza, ma intenzionato a intraprendere il mestiere dell’attore, nel 1935 si iscrisse all’Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma, dove studiò con Tatiana Pavlova, per diplomarsi nel 1937, sotto la supervisione della stessa Pavlova, con un saggio su L’imbecille, commedia pirandelliana in un atto ispirata all’omonima novella e rappresentata per la prima volta nel 1922 al Quirino di Roma. Nello stesso anno partecipò a Donna del Paradiso. Mistero della Natività. Passione e Resurrezione di Nostro Signore, una silloge di laudi del XIII e XIV secolo raccolte da Silvio D’Amico, con l’aiuto di Paolo Toschi, per la regia di un giovane Orazio Costa, primo allestitore diplomato all’Accademia.
L’anno successivo si fece notare nell’allestimento della dannunziana Francesca da Rimini di Renato Simoni, nella quale recitò la parte di Malatestino Dall’occhio che gli procurò, per il triennio successivo (1938-1941), la scrittura nella Compagnia semistabile del teatro Eliseo di Roma, per la quale debuttò nei panni della macchietta di Fabian de La dodicesima notte di Shakespeare, per la regia di Pietro Sharof. Nel 1939 esordì nel cinema in Mille chilometri al minuto, di Mario Mattioli, cui fecero seguito altri film appartenenti al genere dei cosiddetti «telefoni bianchi».
Nel dopoguerra si rivolse a un repertorio contemporaneo disimpegnato, sebbene non del tutto privo di interesse, interpretando ruoli di protagonista o co-protagonista. Il padre avrebbe voluto che entrasse nella compagnia del celebre attore Ruggero Ruggeri (tra gli interpreti più noti delle sue commedie), offerta che Aroldo rifiutò non sentendosi incline agli eccessi lirici del noto attore, prediligendo piuttosto la recitazione più asciutta di Lorenzo Cimara, col quale recitò in L’adolescente di Jacques Natanson nel 1947. In più di un’occasione si confrontò anche con testi pirandelliani, per la prima volta interpretando il nevrotico Dr. Hinkfuss (Questa sera si recita a soggetto, per la regia di Gherardo Gherardi nl 1948), e il pavido e bizzarro Paolino (L’uomo la bestia e la virtù, allestimento di Corrado Pavolini del 1949).
Provvisto di un tipo di recitazione tesa ed eccentrica che lo rese sempre capace di alternare disinvoltamente un repertorio brillante a quello drammatico rivolta, in un primo momento, all’interpretazione di testi inglesi (Svolta pericolosa di John Bointon Priestley, 1952, Profondo mare azzurro di Terence Rattigan, 1953-54; Il potere e la gloria di Graham Greene, 1955). Dal fisico asciutto e scattante, valorizzato da una voce bella e cupa allo stesso tempo, con una dizione mai ingessata e comune, precisa e mai condizionata dalle origini calabresi, dalle quali non si fece mai “tentare” non intraprendendo percorsi vernacolari. Non si considerò mai un attore, ma «un uomo che recita», sempre ben vestito, dal contegno discreto e composto e dalle maniere altoborghesi, nelle quali estrinsecava, per sua ammissione, le sue origini calabresi.
Facendo affidamento sulla sua vena brillante virata sul comico e il farsesco, nel dopoguerra si lasciò coinvolgere nelle riviste di Garinei e Giovannini, accanto a Walter Chiari, Gino Cervi, Totò e Anna Magnani, con la quale entrò in sodalizio artistico nel 1944 e si animò una reciproca attrazione quasi sfociata in unione sentimentale. Tra gli anni Cinquanta e i Sessanta fu attivo in televisione e radio. Accantonando per circa un decennio l’impegno nel teatro, insieme ad Alberto Lionello e Lauretta Masiero, con cui costituì un vivace trio, presentò l’edizione 1960-1961 di Canzonissima. Recitò in alcuni sceneggiati come MelissaLa foresta pietrificataLe avventure di Nicola Nickleby. In radio fu interprete di molti radiodrammi, come Racconti romani di Moravia; prese parte all’edizione del 1969 della trasmissione Gran Varietà insieme a Giuliana Lojodice, con la quale interpretò la coppia «Leonilda ed Esmeralda» e, nel 1976 il personaggio del «Divino Creaturo».
Prese parte a più di centodieci film, annoverato tra i maggiori interpreti della commedia all’italiana, tredici di essi come spalla di Totò (dei quali si ricorda particolarmente Totò sceiccoChi si ferma è perduto), nei quali proponeva il «cliché del fidanzato geloso, irritabile che strabuzza gli occhi, si agita, alza la voce». La sua ultima recitazione cinematografica risale al 1967, accanto a Rita Pavone, nel film di Steno La feldmarescialla – Rita fugge … lui corre … egli scappa. Nel 2002 Roberto Benigni avrebbe voluto affidargli la parte del giudice nel suo Pinocchio, ruolo che andò poi a Corrado Pani.
Fu partner di grandi attrici e grande seduttore, sino all’incontro, nel 1965, con l’attrice pugliese Giuliana Lojodice (Bari, 1940) precedentemente sposata con Mario Chiocco dal quale ebbe due figli, giunta a notorietà grazie a rotocalchi popolari e alla partecipazione a sceneggiati di successo per la televisione. La loro relazione, che corrispose col ritorno di Tieri al teatro, decretò la formazione di una compagnia orientata, in un primo momento su un repertorio leggero, poi progressivamente sempre più impegnato verso autori come Shakespeare, Molière, Wilde, Svevo, Pirandello e Shaw. Unione che si concretizzò nel 1966, sulle scene dell’Antigone al teatro greco di Siracusa, per la regia di Mario Ferroro, con Tieri nei panni di Creonte e la Lojodice di Ismene. Il loro legame creò scandalo e, per l’attrice, la traumatica separazione dai figli, tant’è che i due si sposarono soltanto a Roma il 28 luglio 1989 restando insieme per tutta la vita. Tuttavia, fu immediata un’affinità forte e una complicità sentimentale e professionale che gli procurò una fama crescente presso il pubblico, nel corso di una trentennale attività più di una volta premiata col «Biglietto d’oro del teatro» (Agis), anche azzardando repertori complessi e inusitati, scelti prevalentemente dalla Lojodice, spesso forzando, col suo temperamento, l’insicurezza del compagno.
Nel 1984 Tieri ricevette il Premio Armando Curcio per la messinscena di Un marito di Svevo, per la regia di Gianfranco De Bosio. La sua ultima rappresentazione risale al 29 gennaio 1999, con L’amante inglese di Marguerite Duras, al Piccolo Eliseo, per la regia di Giancarlo Sepe. A ottantanove anni decise, infine, di ritirarsi dalle scene, amareggiato dalla situazione del teatro, preda di logiche commerciali imposte dal nuovo sistema televisivo e dal decadimento valoriale della società italiana, oltre che debilitato dalla perdita della vista. Lo stesso Sepe lo avrebbe voluto nella sua messinscena di Finale di partita di Beckett, nei panni dell’anziano e cieco Hamm, ma Tieri rifiutò di prendervi parte.
Morì nella clinica San Valentino di Roma, nella notte del 28 dicembre 2006, all’età di ottantanove anni e fu sepolto nella tomba di famiglia, al cimitero Flaminio di Roma. La sua memoria resta viva nell’ambiente artistico italiano, ravvivato da una biografia pubblicata da Anna Testa nel 2010e dal «Premio Nazionale Aroldo Tieri» che dal 2015 si tiene annualmente a Corigliano Calabro. Cosenza gli ha dedicato un teatro. (Carlo Fanelli) © ICSAIC 2022 – 5 

Nota bibliografica essenziale

  • G. C. Castello, Aroldo Tieri, in Enciclopedia dello spettacolo, Casa Editrice Sadea “Le Maschere”, 1954;
  • Luciano Lucignani (a cura di), Aroldo Tieri, Curcio, Roma 1985;
  • Antonio Panzarella (a cura di),Aroldo Tieri, 50 anni di teatro, «il serratore», Corigliano Calabro 1989;
  • Rodolfo di Giammarco, Tieri, io un uomo che recita, «La Repubblica», 28 agosto 1997.
  • Antonio Panzarella (a cura di),Aroldo Tieri. Una vita per lo spettacolo, Bevivino Editore, Milano-Roma 2005;
  • Alessandro Canadè (a cura di),Aroldo Tieri e il cinema, Pellegrini, Cosenza 2007;
  • Anna Testa, Buonasera Aroldo, buonasera Giuliana. Aroldo Tieri e Giuliana Lojodice: vita, carriera e scene da un Matrimonio, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2010 (con dvd);
  • Emilia Costantini, Giuliana Lojodice: con Aroldo Tieri un grande amore, poi mi ha odiato,«Corriere della Sera»,8 febbraio 2018;
  • Paolo Puppa, Tieri, Aroldo, Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 95, Roma 2019.

Pepe, Marino Antonio 

Marino Antonio Pepe [Fiumefreddo Bruzio (Cosenza),19 giugno 1848 – San Lucido (Cosenza), ? novembre 1920]

Marino Antonio Raffaele, così allo Stato civile,nasce da Florestano e Innocenza Tero (o Toro). Già denunciato per oltraggio ad agenti della forza pubblica e più volte per vagabondaggio, il 21 febbraio 1870 viene accusato di «scritto di natura ad eccitare lo sprezzo ed il malcontento contro la Sacra Persona del Re e contro le istituzioni costituzionali».
Segnalato come anarchico, socialista e repubblicano, dopo essere stato ammonito una prima volta, subisce un nuovo arresto per ozio e vagabondaggio; interrogato al processo, il 21 febbraio 1871, dichiara: «Quantunque questa mattina mi manca la voce perché stanco a causa di aver parlato con le autorità superiori di Cosenza e propriamente con l’Ispettore del Re, pur nondimeno stropicciandomi ben bene le mani, debbo pronunciare due paroline anti la giustizia dei tempi nostri. Oggi è tempo di fare una lezione al Governo e propriamente agli uomini che lo rappresentano. È tempo che ogni abuso cessi, e che la libertà individuale è presa. Non sono un ozioso come tutt’ora mi vogliono rappresentare, ma sono un onesto basso ufficiale reduce dalle patrie battaglie». 
La sua difesa, però, non convince i magistrati e viene nuovamente sottoposto all’ammonizione con l’obbligo di non allontanarsi da Fiumefreddo senza l’autorizzazione delle autorità locali. Ciò però non gli impedisce di viaggiare quasi continuamente in Italia e all’estero.
Patrocinatore legale, qualche tempo dopo fonda nel suo paese una società operaia di tendenza repubblicana, mentre nel 1873 si mette in contatto con i gruppi internazionalisti che operavano nel meridione, in particolare con quelli napoletani e con la redazione del giornale socialista rivoluzionario «Il Povero» che si pubblicava a Palermo, mentre nel 1874 partecipa alla fondazione del giornale – che si definisce «democratico-sociale», «Il grido del popolo». Quando, allo scopo di far scoppiare la rivoluzione sociale, si costituisce il comitato rivoluzionario cosentino, è presente come rappresentante della componente repubblicana e nel luglio dello stesso anno, assieme ad altri compagni tra cui Giovanni Domanico e Pietro Renda, incontra Errico Malatesta, recatosi in Calabria proprio per coordinare l’azione dei vari comitati.
Nel corso di una perquisizione vengono rinvenuti in casa sua opuscoli repubblicani e internazionalisti e subisce una nuova denuncia di cospirazione. Quando il progetto calabrese non viene portato a termine essendone state informate le forze di polizia, partecipa al tentativo di rivoluzione sociale di Castel Del Monte (AQ), venendo imputato nel processo contro gli internazionalisti celebrato a Trani (BT) nel maggio 1875, venendo assolto per insufficienza di indizi in quanto dal reato di cospirazione diretta a distruggere e cambiare la forma di governo.
Nel 1876 viene nuovamente accusato di cospirazione contro i poteri dello Stato e di incitamento all’odio tra le classi sociali; nonostante ciò, nel luglio di quell’anno si accingeva a pubblicare un altro periodico democratico, «La Fiamma», anche se ormai la sua permanenza in Italia era divenuta praticamente impossibile.
Emigra in Svizzerae dopo aver risieduto a Lugano e a Chiasso in Svizzera, nel 1907 torna in patria e comincia a essere segnalato come anarchico pericoloso, oltre che come socialista e repubblicano. Nel gennaio 1909 viveva ad Ancona, dove faceva parte della redazione del giornale repubblicano «Lucifero». Due anni dopo si trasferisce con la famiglia a San Lucido (Cs), dove viene denunciato per avere pubblicato sul giornale «Apostolato Mazziniano» tre articoli offensivi nei riguardi della monarchia, a causa dei quali viene denunciato per vilipendio alle istituzioni, apologia di reato e offese alla monarchia. Il 18 maggio 1912, mentre si trova nella bottega di un sarto, conversando con alcuni conoscenti «criticava la guerra italo-turca e, all’osservazione di uno dei presenti che la Nazione acquistava un nuovo titolo di gloria e che Sua Maestà il Re sarebbe stato nominato Imperatore della Libia, rispondeva con parole offensive all’indirizzo del Sovrano», venendo quindi denunciato all’autorità giudiziaria.
Nel 1913, per sfuggire alla giustizia, emigra in Francia e si stabilisce a Marsiglia. Qui si mette subito in contatto con i sovversivi italiani che vivevano nella città e partecipa a diverse riunioni anarchiche, molte delle quali tenute nel ristorante di proprietà del noto libertario Raffaele Nerucci; inoltre, in occasione di un comizio promosso dal sindacato degli olieri, pronuncia un violentissimo discorso contro la casa Savoia e il governo italiano. Il 20 maggio dello stesso anno viene riconosciuto colpevole dalla Cassazione del reato di eccitamento all’odio fra le classi sociali a causa di alcuni articoli comparsi sull’«Apostolato Mazziniano», ma l’azione penale è dichiarata estinta per effetto dell’amnistia concessa nel 1912.
Nel gennaio 1914, alla testa di un gruppo di repubblicani, si reca di fronte a un monumento eretto ai volontari delle Bocche del Rodano caduti nelle giornate del 21, 23 e 25 gennaio 1871 durante la guerra franco-prussiana e, deposta una corona di garofani rossi, tiene una conferenza contro la monarchia italiana. Il 30 marzo 1914 il Consolato italiano a Marsiglia conferma alla Direzione generale di PS che, durante la sua permanenza in città, «ha sempre frequentato l’elemento sovversivo italiano e soprattutto gli anarchici, prendendo parte attivissima ad ogni manifestazione di carattere rivoluzionario». In quell’anno torna in Italia. 
Muore a San Lucido nel novembre 1920 all’età di 72 anni. (Oscar Greco) © ICSAIC 2022 – 5


Nota bibliografica

  • Enrico Esposito, Il movimento operaio in Calabria.L’egemonia borghese (1870-1892),Pellegrini, Cosenza 1977p. 15;
  • Pier CarloMasini, Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta (1862-1892), Rizzoli, Milano 1973, p. 95;
  • Katia Massara, L’emigrazione “sovversiva”. Storie di anarchici calabresi all’estero, Le Nuvole, Cosenza 2003, pp. 62-63 e 69;
  • Giovanni Sole,Le origini del socialismo a Cosenza, Brenner, Cosenza 1981, passim;
  • Katia Massara e Oscar Greco, Rivoluzionari e migranti. Dizionario biografico degli anarchici calabresi, BFS, Pisa 2010, ad nomen.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Divisione generale di pubblica sicurezza, Divisione affari generali e riservati, Casellario politico centrale, b. 3845, f. 108357, cc. 51, 1905-1914 e 1930.

Lugarà, Salvatore Domenico

Salvatore Domenico Lugarà [Gioia Tauro (Reggio Calabria), 6 febbraio 1941 – Bari, 8 agosto 2000]

Primogenito di una famiglia composta da Vincenzo, macchinista dipendente delle Ferrovie Calabro-Lucane, e da madre, Caterina Mittica, casalinga; fratello di Pietro Mario (nato a Castrovillari nel luglio 1950), divenuto docente ordinario di Fisica applicata presso il Politecnico di Bari. 
Durante la fase finale della seconda guerra mondiale la sua famiglia soggiornò a Farneta, paese arbereshe. Frequentò il liceo classico «N. Pizi» a Palmi, dove conseguì la maturità nell’anno scolastico 1958-1959. In un suo breve romanzo di formazione scritto nella maturità (Tutto giusto, 1990) ha rievocato le numerose e turbolenti vicende adolescenziali e della formazione liceale in compagnia dei suoi amici locali, utilizzando per sé il soprannome di «Il corvo» e fornendo uno spaccato impietoso di un ambiente locale asfittico, salve sparute eccezioni, simbolicamente rappresentato dalla persistenza delle baracche del terremoto del 1908 (ivi, p. 12). Quegli anni furono segnati da tensioni con tutte le istituzioni (scolastiche, ecclesiastiche, ma anche malavitose) e da cattive condizioni di salute, in un contesto familiare molto rigido e poco empatico, nonostante i sacrifici fatti dai genitori per permettere gli studi a entrambi i figli. In una pagina del volume egli stesso offre un proprio ritratto giovanile: «una profonda timidezza di base, congiunta a scontrosità di carattere e a difficoltà di rapporti con la gente» (ivi, p. 8). 
Al termine del liceo la famiglia si trasferì a Bari, dove egli poté frequentare la facoltà di Lettere con indirizzo classico, laureandosi nel 1965con una tesi in Storia del cristianesimo dal titolo La polemica tra Enrico VIII e Lutero, relatore il noto studioso e dirigente del Pci Ambrogio Donini. Subito dopo iniziò l’insegnamento come supplente in alcuni licei pugliesi (Ostuni, Monopoli); in questa seconda sede conobbe la collega Teresa De Benedictis, destinata a divenire sua compagna di vita. 
A seguito dell’abilitazione in latino, greco e materie letterarie nei licei classici, il ruolo arrivò nel 1971 nelle sedi dei licei Sylos di Bitonto e poi Casardi di Barletta (qui per cinque anni). 
Il suo magistero più significativo si è svolto presso il liceo Socrate di Bari, dal 1976 al 1994: dell’istituto, secondo liceo classico della città in ordine cronologico, sorto appena due anni prima del suo trasferimento, egli va annoverato come uno dei fondatori per il suo impegno didattico e organizzativo: il suo insegnamento delle lingue classiche divenne ben presto prestigioso nel circondario e capace di formare una nutrita schiera di allievi che era solito seguire e sostenere anche nella prosecuzione degli studi; è stato anche collaboratore di presidi, anche in anni di tensioni studentesche.
Nel novembre 1986, durante l’orario di servizio, avvenne anche una prima grave crisi cardiaca, dovuta soprattutto all’intenso tabagismo.  
Una volta ristabilitosi, si ebbe una fase di notevole elaborazione culturale con la composizione di testi didattici, nati dalla stessa attività quotidiana che aveva il merito di aprirsi anche alla ricerca sia filologico-linguistica sia storico-letteraria. Nacquero allora i commenti alle orazioni di Lisia, pubblicati con l’editore napoletano Loffredo, Per l’uccisione di Eratostene (1992) e Per Mantiteo (1995)  e soprattutto la raccolta di versioni greche per il triennio liceale intitolata programmaticamente Βάδην («passo dopo passo») con l’editore Laterza (prima edizione 1993; seconda ampliata 1995). Sporadici, tuttavia, furono gli interventi editi di approfondimento storico-culturale: fra questi il breve articolo Un caso curioso (apparso su «Quaderni del liceo classico Socrate», 1, 1990-1991, pp. 47-49), in cui ritornava sui suoi studi di storia del cristianesimo in età moderna e commentava un punto della polemica fra Lutero e Enrico VII, sottolineando la dicacitas luterana e individuando un possibile riferimento classico a Seneca. 
Queste opere, nel testimoniare una notevole conoscenza delle lingue e letterature classiche e della ricerca specialistica in materia, evidenziano anche elementi di originalità di approccio. È in particolare il caso del volume di versioni greche dove sono richiamate e approfondite linee morfo-sintattiche per facilitare il ripasso grammaticale e il canone scolastico di opere da tradurre è integrato con un’ampia selezione di testi neotestamentari e autori di ambiente patristico e tardoantico fino a Giuliano, i padri cappadoci e Giovanni Crisostomo.
L’assenza di spubblicazioni su riviste specializzate è da ascriversi alla sua insofferenza verso il mondo accademico locale, alle cui opere, a lezione, non lesinava ora attestati di stima ora aspre critiche: a ogni modo assidua fu la sua partecipazione agli sviluppi della ricerca, come testimoniano le sue lezioni infarcite di riferimenti alla storiografia anche contemporanea. D’altra parte, dal 1975 è stato socio dell’Associazione Italiana di Cultura Classica, come riportato dalla rivista 1Atene e Roma», organo dell’associazione. È stato anche membro, nell’aprile 1997, della commissione giudicatrice del concorso per alunni nell’ambito del X Colloquium Tullianum svoltosi a Monte Sant’Angelo. Dopo trent’anni di soggiorno barese, la scrittura del romanzo Tutto giusto costituì non solo un modo per fare i conti con sé stesso ma anche un tramite per riprendere i contatti con gli amici di gioventù e la realtà natia.  
Accanto alla dimensione professionale e di produzione culturale Lugarà fu anche attivo nel mondo sindacale di base, partecipando alle mobilitazioni degli Ottanta, fino a contribuire alla fondazione in Puglia di un nuovo sindacato, la Gilda, per contestare l’operato dei sindacati confederali nella scuola. Tale impegno sarà mantenuto anche nel successivo decennio, quando diventerà critico dell’intero movimento sindacale e anticiperà lucidamente, in memorabili interventi, gli effetti delle prime riforme, agli esordi della «seconda Repubblica», sui docenti e sulla qualità dell’insegnamento nella scuola pubblica.   
A seguito di divergenze con alcuni settori dell’istituto in cui egli aveva profuso così tante energie, nell’aanno scolastico 1994-1995 ottenne il trasferimento nell’altro liceo classico barese, il Quinto Orazio Flacco, dove concluderà la carriera di docente. Qui ebbe, fra gli altri, come alunna Chiara Fumai, destinata a una notevole carriera artistica internazionale interrotta da una prematura morte nell’agosto 2017: l’acume empatico permise al docente di vedere al di là delle fragilità della studentessa una promessa della cultura, indirizzandola allo studio di autori consoni alla sua sensibilità (Saffo, Catullo, i decadentisti).
La salute del docente fu compromessa da ulteriori malori a partire dal 1999 che lo costrinsero ad abbandonare l’attività didattica: un improvviso peggioramento l’8 agosto del 2000 ne comportò la morte. Le sue spoglie sono conservate nel cimitero di Bari. 
La memoria del magistero lugariano oggi è trasmessa dalla gratitudine di numerosi allievi, molti dei quali divenuti docenti o studiosi, da una targa commemorativa di un’aula del liceo Orazio Flacco e soprattutto dal premio nazionale annuale a suo nome di traduzione AGON O ATTIKOS presso il liceo Socrate, che, giunto alla sua diciottesima edizione nel 2022, vede confrontarsi studenti nella traduzione e commento alternativamente di oratori o storici attici. Di recente il lascito librario con gli arredi dello studio è stato consegnato dagli eredi al liceo Socrate che ne ha curato la conservazione in un locale destinato al Dipartimento di Discipline letterarie, latino e greco intitolato allo stesso docente nel maggio 2022. (Gaetano Colantuono) © ICSAIC 2022 – 5 

Opere 

  • Introduzione e commento a Lisia, Per l’uccisione di Eratostene, Loffredo, Napoli 1992;
  • Introduzione e commento a Lisia, Per Mantiteo, Loffredo, Napoli 1995;
  • ΒάδηνVersioni greche per il triennio del Liceo classico con elementi di sintassi, Laterza, Bari 1993 (seconda edizione ampliata 1995);
  • [Tore de Vincenzo], Tutto giusto, Franco Milella editore, Bari 1990;
  • Imperfetto Perfetto PiuccheperfettoCorso graduale per l’avviamento alla comprensione e alla lettura dei testi greci, 3 volumi con Giovanni Leone, Giuseppe Micunco, Nicola Pice, Raffaele Porta, Cappelli, Bologna 2009.

Nota biografica 

  • Pasquale Martino, Salvatore Lugarà, filologo, intellettuale, maestro, disponibile in rete, https://liceosocratebari.edu.it/wp-content/uploads/2018/12/salvatore_lugara.pdf.

Note archivistiche

  • Università degli Studi di Bari, Archivio generale di Ateneo, fascicolo studenti Lettere, matr. 5061;
  • Liceo classico «Quinto Orazio Flacco» di Bari, Fascicolo personale docente Salvatore Domenico Lugarà.

Lovecchio, Antonino

Antonino Lovecchio [Palmi (Reggio Calabria), 6 novembre 1898 – 29 luglio 1976]

Nacque da Francesco e da Concettina Morello, nello stesso anno in cui Palmi diede pure i natali a Leonida Repaci del quale fu amico fin dall’infanzia. Compiuti gli studi inferiori nella sua città si trasferì a Napoli per continuare quelli superiori e universitari. Soldato nella prima guerra mondiale, fu tenuto prigioniero insieme a tanti altri suoi coetanei e soggetto a sopportare amarezze e dispiaceri indimenticabili.
Si laureò in medicina il 31 luglio 1923 e si trasferì subito dopo nella sua città per esercitare la professione di medico. Ritornato a Palmi, tuttavia, svolse una intensa attività culturale unitamente ad altri intellettuali del luogo come Felice Battaglia, Domenico Antonio Cardone, Luigi Lacquaniti e altri, partecipando nel 1920 alla fondazione la rivista «Ebe», periodico letterario quindicinale. Fece parte anche del «Fondaco di cultura», fondato dal Cardone nel 1923, dove si pubblicò il periodico «Rivista».
Nell’agosto 1925, assieme a Leonida Repaci e altri intellettuali antifascisti fu coinvolto nel cruento scontro con i fascisti locali e assieme ad altri compagni di lotta finì davanti al Tribunale speciale del regime.
Pur praticando per lunghi anni la specifica professione di medico con grande responsabilità e con indiscusso zelo, interrompendola solo per un breve periodo a causa dei problemi politici che gli fecero conoscere anche il carcere, si sentì attratto ben presto dalla passione filosofica che nel concittadino Domenico Cardone aveva trovato la più significativa espressione. Questa passione per la filosofia lo coinvolse cosi freneticamente al punto da farlo iscrivere nuovamente all’università e conseguire nel 1926 un’altra laurea in Filosofia.
Due anni dopo, il suo volume sulla Filosofia della prassi e filosofia dello spirito destò viva impressione tra i filosofi contemporanei che apprezzarono ancor dipiù le sue teorie quando, successivamente nel 1938, il medico-filosofo trattò «Le impostazioni nella logica». Il volume richiamò l’attenzione di Antonio Gramsci sul dibattito sulla filosofia della prassi che da Labriola, conduceva fino a Mondolfo, Adelchi Baratono e Alfredo Poggi, passando per Gentile e Croce.
Nel 1931 pubblicò un saggio Sugli orientamenti di estetica, in cui evidenziò i segni della sua esperienza intellettuale e umana e si fece maggiormente apprezzare per le sue interessanti teorie, frutto di una profonda preparazione e di una vasta conoscenza dei problemi filosofici.
Nello stesso anno, insieme a Cardone, fondò la rivista «Ricerche filosofiche» che fu in vita fino al 1967, in cui emersero preparazione e cultura tanto dell’uomo quanto del filosofo, e nella quale si evidenziarono i lunghi anni di lavoro e la costante passione per determinati studi.
Partecipò al secondo conflitto mondiale e combatté col grado di sottotenente prima e quello di tenente poi, prodigandosi con caloroso impegno verso chi aveva bisogno della sua opera. Finita la guerra si ritirò nella sua Palmi approfondendo gli studi filosofici e, nel 1948, insieme ad altri filosofi fondò «La società filosofica calabrese» che partecipò nello stesso anno alla fondazione della Féderation lnternational des Societés de Philosophie, di cui per qualche anno fu anche vice presidente.
Sposato con tre figli (due maschi ed una femmina) mori Palmi all’età di 78 anni.
Le sue principali opere, raccolte in un prezioso volume, furono pubblicate tre anni dopo la sua morte a cura dell’amministrazione comunale per l’impegno che la stessa aveva assunto il 15 gennaio 1978 nel corso della commemorazione dell’illustre cittadino.
Il volume, suddiviso in cinque importanti capitoli, tratta dei problemi dell’estetica e del linguaggio; dell’estetica contemporanea in Italia e quella del Dewey; della problematica estetica marxista e dei nuovi orientamenti per l’estetica. Fu tra i fondatori della Sezione calabrese della Società Filosofica Italiana assieme a Rodolfo De Stefano, Domenico Scoleri, e Cardone, sezione particolarmente attiva tra gli anni Cinquanta e Sessanta. 
Fu anche un uomo politico con una lunga militanza, come accennato, nel partito socialista. II saggio pubblicato nel 1952 «Il marxismo in Italia» è una conseguenza di ciò e contemporaneamente la conferma della passione per questo tipo di filosofia.
II prof. Sante Coppolino, che ha curato l’iter editoriale del volume «Orientamenti e problemi dell’estetica marxista», ha precisato che in esso si «troverà ripercorsa per sommi capi e ricondensata con una rinnovata prospettiva la storia del pensiero estetico dai presocratici ai più recenti filosofi contemporanei e ai movimenti culturali di avanguardia artistica non solo europei…».
A Palmi visse con la sua famiglia nel rispetto generale dato che, oltre a essere considerato un bravo medico, era pure apprezzato come scrittore e grande esperto di problemi filosofici. La città lo ricorda con una via intestata a suo nome. (biografia di Bruno Zappone, aggiornata e integrata dalla redazione) © ICSAIC 2022 – 5 

Opere

  • Filosofia della prassi e filosofia dello spirito, Zappone, Palmi 1928;
  • Orientamenti di Estetica, Zappone, Palmi 1931;
  • Le impostazioni della logica, Ricerche Filosofiche, Messina 1938;
  • Il Marxismo in Italia, Bocca, Milano 1952;
  • Orientamenti e problemi di estetica marxista, a cura di Santo Coppolino, Casa del Libro, Reggio Calabria 1979 (postumo).

Nota bibliografica essenziale

  • Antonio Gramsci, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 343;
  • Eugenio Garin, Cronache di filosofia italiana 1940-1973, vol. II, Laterza, Bari 1975, p. 468n;
  • Bruno Zappone, Uomini da ricordare. Vita e opere di palmesi illustri, Age, Ardore Marina 2000, pp. 132-134;
  • Santino Salerno, A Leonida Repaci. Dediche dal ’900, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, p. 82;
  • Domenico Gangemi, ’25 nero: liberamente tratto dai fatti di Palmi del ’25, Pellegrini, Cosenza 2004, p. 163.

Mazzario, Alessandro

Alessandro Mazzario [Roseto Capo Spulico (Cosenza), 20 gennaio 1806 – Napoli,1 agosto 1877]

Nacque dal chirurgo e possidente Nicola (sindaco di Roseto Capo Spulico nel 1811, nipote dell’omonimo uditore e vicario generale del duca di Lauria) e dalla nobildonna Maria Giuseppa Felicia Vittoria Chidichimo, dell’omonima famiglia arbëreshë dei latifondisti di Alessandria del Carretto e Albidona. Ebbe cinque fratelli: Giuseppe (barone e Cavaliere Ufficiale della Corona d’Italia al quale la nobile consorte Isabella Andreassi darà il più noto Francescantonio), Filippo (capitano della Guardia Nazionale), Francesco Antonio (“dottor di legge”, deceduto a soli 25 anni), una Mariangela deceduta da infante e altra Mariangela (andata in sposa al nobile Domenico Toscani di Canna e Nocara). Un ulteriore nascituro sarebbe perito poi nel 1808, al parto, assieme alla madre. Anche la famiglia Mazzario ha avuto origini albanesi.
Alessandro viene avviato agli studi ginnasiali a Chiaromonte (Potenza), ma già sedicenne si trasferisce a Napoli, probabilmente al seguito del fratello maggiore Giuseppe, il quale lì aveva già intrapreso quelli universitari. «Aetatis anno vigesimo primo, ex Roseto Oppido, provinciae Calabriae Citerioris», il 16 marzo 1826 consegue la laurea «jurisprudentiae quaestionibus», con atto rilasciato il primo aprile dello stesso anno e, il 21 aprile 1826, quella «utriusque iuris quaestionibus», con atto del 25 aprile.
A differenza del fratello maggiore, resta a Napoli dopo gli studi, prendendosi anche cura della vendita all’ingrosso dei cospicui prodotti agricoli che suo padre spedisce da Roseto. Quella di Alessandro è una preparazione culturale non comune, simile per molti versi a quella del poco più giovane Francesco De Sanctis. Il suo spirito è cosmopolita ed egli è un amante dell’arte, del teatro, del bel mondo, un poliglotta dai modi evidentemente cortesi, che non fa fatica a introdursi nei salotti più illustri d’Europa e a conversare con la migliore società d’Oltralpe. Tali peculiarità appaiono ben evidenti dalla lettura del suo diario manoscritto nel 1836 durante un viaggio di sei mesi in Europa, intrapreso – inizialmente assieme al futuro senatore Giuseppe Aurelio Lauria – sulle tracce del proprio figlioletto e della propria compagna, sedotta da uno dei figli dello storico e politico Carlo Botta, Scipione: raramente, infatti, i viaggiatori del Grand Tour hanno lasciato traccia di tanti incontri con personaggi dai più diversi ruoli e del più differente rilievo storico personale. Il viaggio di Mazzario è infatti ancora di genere aristocratico ed è considerabile come una coda del Grand Tour vero e proprio, ossia quello pre-napoleonico, non ancora meramente borghese come lo saranno diversi e più tardivi esempi, quando lentamente si sarebbe imposto il più popolare mezzo di trasporto del treno come pure le primissime guide a stampa. 
Certamente le mete di Mazzario non sono poi inconsuete: Roma, Firenze e poi Francia, Gran Bretagna, Belgio, Germania e Svizzera erano state già visitate da numerosi scrittori italiani. D’altro canto, otto anni prima della partenza di Alessandro, suo padre ospita nel palazzo di famiglia il venticinquenne Craufurd Tait Ramage, noto in Italia soprattutto per il suo Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, diario del suo soggiorno italiano del 1828, durante il quale attraversa il Mezzogiorno alla consueta ricerca dell’antico e rivolgendo il suo interesse alle consuetudini come alle descrizioni paesaggistiche: e forse da qui Alessandro avrà preso spunto per dirigersi in Europa.
Il suo soggiorno parigino sarà quotidianamente allietato dai pranzi a casa dell’anziana Marie Millet, fondatrice dei locali asili pubblici; e dalle passeggiate o feste in compagnia del coetaneo Guglielmo Faija, pittore presso le maggiori Case reali europee, e di quei giovani studenti di medicina che poi diventeranno celebri, quali Salvatore Furnari, Giuseppe Capuano e il sefardita Jacques de Castro; o, ancora dai numerosi inviti da parte della famiglia Granville al completo (tra cui la figlia Juliette – intima amica di Chopin – e il padre, il celeberrimo chirurgo Augustus Bozzi Granville, amico di Ugo Foscolo). È poi quindi soprattutto tra Parigi e Londra che Mazzario, dopo aver assistito alle sedute dei due parlamenti, annota nel diario le sue impressioni sui politici locali, sui vari attori e attrici teatrali, ballerini e ballerine ammirati nei teatri delle due capitali (Jules Perrot, Carlotta Grisi, Caroline Unger, m.lle Mars, m.lle Plessy, Pauline Déjazet, Julie Dorus-Gras, Fanny Elssler, Emilia de Meric Lablache, Giovanni Battista Rubini, Laura Assandri) nonché su altri più o meno celebri personaggi dell’epoca (ad esempio il generale Charles Antoine Manhès, il banchiere Eugène Fréville, l’archeologo Desiré-Raoul Rochette, la cartomante Marie-Anne Adélaïde Lenormand, i celebri ostetrici Paul Dubois e Madelaine Legrand, i quaccheri Barrett o il borgomastro Joseph Neuville), mentre ben più amaro appare il conclusivo confino nel lazzaretto di Forte dei Marmi, in occasione del colera che aveva appena incominciato a imperversare anche in Italia. È proprio qui che Mazzario deve infatti condividere la quarantena assieme allo scrittore Edward Leeves, inglese trapiantato a Venezia, e poi col cav. Mariano Carelli e la famiglia De Curtis.
Una nota a parte va posta in merito all’incontro di più o meno noti personaggi italiani: i marchesi bolognesi Giuseppe Rusconi e Giuseppe Borselli; il barone Gaetano Tschudy, Console Generale di Napoli e la marchesa Maria Remedi; a Parigi assiste ad una lezione universitaria del celebre conte Pellegrino Rossi e infine, a Londra, fa la conoscenza di Benedetto Pistrucci, insuperato incisore presso la Royal Mint; di Antonio Panizzi, direttore della Biblioteca del British Museum e padre della moderna biblioteconomia; e dei coniugi Cassella. Non pochi, inoltre, i riferimenti diretti o indiretti ad esponenti del milieu massonico europeo: di nuovo Granville, De Castro, Tschudy e Borselli ma anche Charle Auguste de Bériot, Francesco Lioy, Francesco Braida e Giovanni Belzoni.
Nel gennaio 1845 il padre di Alessandro muore e ovvie questioni in ordine alla divisione dell’eredità insorgono fra i fratelli e persisteranno per decenni. Resta tuttavia qualche traccia di riavvicinamento, come quando nel 1866 Alessandro difende suo fratello maggiore Giuseppe in Corte di Cassazione. «Valentissimo giureconsulto», restano infatti alcune autorevolissime testimonianze della sua attività forense, e si tratta più precisamente di alcune allegazioni difensive a stampa, ridotte oggi a esemplari unici. La prima e la seconda sono peraltro scritte a tre mani, assieme a Florindo e Beniamino Cannavina, altri illustri giuristi napoletani.
Alessandro sposò – ufficialmente in tarda età – la compagna di una vita: la francese Maria Elisa dei nobili Benchi, pugliesi trapiantati in Francia per questioni politiche, dalla quale aveva avuto due figli: Emilio Achille Enrico e Giulia Eleonora Clarice. Ne nasceranno cinque nipoti: Elisa, Ernesta, Emma, Ida e quell’Alessandro iuniore che darà lustro alla propria carriera forense in Napoli e in Roma e che, nel 1922, erediterà integralmente il cespite rosetano (castello, palazzo, latifondi e masserie). (Luca Irwin Fragale) © ICSAIC 2022 – 5 

Opere

  • Per D. Leonardo Rovitti ed altri proprietarî de’ Comuni di Cerchiara. S. Lorenzo Bellizzi, e Francavilla contro l’Orfanotrofio di Santa Maria delle Armi di Cerchiara, nonché i Comuni di Cerchiara e di Plataci, Duca di Cassano, Duca di Monteleone e Conte di Melissa, chiamati in garentia. Nella 1.a Camera della G. C. dei Conti. A rapporto dell’onorevolissimo sig. Consigliere Duca di Ventignano, Tipografia all’insegna del Diogene, Napoli 1857;
  • Per D. Leonardo Rovitti ed altri proprietarii de’ Comuni di Cerchiara. S. Lorenzo Bellizzi e Francavilla contro l’Orfanotrofio di S.a Maria delle Armi di Cerchiara. Presso la Consulta dei Realj Dominj al di qua del faro. A rapporto dell’onorevolissimo sig. Consultore cav. Gamboa, Tipografia all’insegna del Diogene, Napoli 1858;
  • Per D. Domenico De Callis contro D. Pietrantonio Rizzi. Della Corte Suprema di Giustizia. A rapporto dell’onorevolissimo sig. Vice-Presidente Costantini, Tipografia all’insegna del Diogene, Napoli 1859.

Nota bibliografica

  • Domenico Ludovico de Vincentiis, Storia di Taranto, tip. Latronico, Taranto 1878 (rist. A. Forni, Sala Bolognese 1978);
  • Craufurd Tait Ramage, Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, De Luca, Roma 1966;
  • Fedele Raguso e Marisa D’Agostino, In Gravina per le vie, Lito pubblicita & stampa, Bari 1984;
  • Salvatore Lizzano, Roseto nella storia, Kompos, Matera 1989;
  • Angelo Massafra (a cura di), Patrioti e insorgenti in provincia: il 1799 in Terra di Bari e Basilicata, Edipuglia, Bari 2002
  • Domenico Nardone, Notizie storiche sulla città di Gravina. Dalle sue origini all’unità italiana: 455-1870L. Macrì, Bari 1941 (poi Adda, Bari 2002);
  • Giosuè Sangiovanni, Diari (1800-1808), a cura di Vittorio Martucci, ISPF Lab Consiglio Nazionale delle Ricerche, Napoli 2014;
  • Luca Irwin Fragale, Il Granaio di Rocca Imperiale in un ignoto incartamento privato del secolo XIX, in «Rivista storica calabrese», n.s., XXXVII, nn. 1-2, 2016;
  • Luca Irwin Fragale, Lauria, Giuseppe Aurelio, scheda biografica per il Senato della Repubblica Italiana
  • Luca Irwin Fragale, Genealogia sociale e patrimonio tra Ionio e Mezzogiorno. I Mazzàrio a Roseto Capo Spùlico: ceti e reti dal XIV al XX secolo, in corso di pubblicazione.

Nota archivistica

  • Archivio di Stato di Cosenza, Atti notarili, Notaio Francesco Sarubbi di Francescantonio, Roseto Capo Spulico, atto del 5 novembre 1846, n. 90 del Repertorio, divisione di eredità tra Filippo e Giuseppe Mazzario;
  • Archivio di Stato di Napoli, Stato civile della Restaurazione, Quartiere S. Ferdinando, Nascite, 4 agosto 1818, 1° marzo 1836 e 4 giugno 1838; Morti, atti del 10 febbraio 1836, 5 ottobre 1838 e del 28 agosto 1854; Quartiere S. Giuseppe, Matrimoni, atto del 22 settembre 1864.
  • Viaggio intrapreso in Europa nel 1836, diario manoscritto da Alessandro Mazzario, archivio privato.
  • Pergamene di laurea di Alessandro Mazzario jr., archivio privato. 

Minnicelli, Luigi

Luigi Minnicelli [Rossano Calabro (Cosenza), 13 agosto 1827 –27 novembre 1903]

Appartenente a una famiglia di modeste condizioni sociali ed economiche nacque da Gennaro e Maria Giuseppa Pirillo, e trascorse la sua giovinezza a Rossano. Non era un notabile, quindi, né un intellettuale, né un politico, ma un popolano, un operaio (A. Minnicelli) «che trovatosi a combattere per la patria, fece egregiamente il suo dovere; poi, umile e rassegnato, rientrò nell’ombra da cui per poco era uscito» (Camardella).
Si conosce ben poco della sua istruzione e della sua formazione. Secondo Gradilone era quasi analfabeta. Notizia confermata poi dal periodico rossanese «Gioventù Calabrese», nel quale è riportato il ricordo fattone da Francesco Graziani in occasione della morte. Poco si conosce finanche dei suoi affetti familiari. Si sa che si sposò poco prima del suo imbarco nell’impresa dei Mille e che per farsi accreditare finse di essere celibe. Non si esclude tuttavia che in precedenza abbia avuto una prima moglie o una compagna anche a Rossano. Si sa, inoltre, che con la seconda moglie, una signora di Genova, della quale però non esiste traccia del nome e cognome, ebbe dei figli, i quali, secondo quanto riportato ancora da «Gioventù Calabrese», non parteciparono ai suoi funerali essendo allora lontani da Rossano, «a Genova, nella città Ligure, da cui il prode Luigi fremente di amor patrio si imbarcò nel ’60 per la gloriosa spedizione».    
Luigi iniziò a lavorare seguendo gli insegnamenti paterni come salariato alle dipendenze dei Toscano, una delle più importanti famiglie del patriziato rossanese, nella cui abitazione alitavano già da tempo idee illuministe e risorgimentali. Se ne ha prova dagli scritti di Gradilone che, al riguardo, scriveva: «Umilissima gente che, come avveniva allora per altra dello stesso ceto, vissuta all’ombra delle grandi casate per servizi resi e benefici ottenuti, lavorava alle dipendenze della famiglia Toscano. Luigi ne seguì la sorte, e dei due Toscano Saverio e Gaetano come del loro amico e parente, Domenico Palopoli, seguì parimenti la sorte, più da amico che da servitore, nelle vicissitudini politiche e militari del tempo».    
La presenza in casa Toscano contribuì a far maturare in lui sentimenti e convinzioni patriottiche, risorgimentali e illuministiche, tanto che nel 1848 seguì i fratelli Toscano, che si contrapponevano alle truppe borboniche, nei pressi di Campotenese dando il suo personale contributo alla causa risorgimentale affrontando il nemico con slancio e passione nei pressi di Mormanno, insieme a numerosi volontari capitanati dallo stesso Toscano. 
La rivoluzione lo coinvolse totalmente. Poco più che ventenne, prese parte, attivamente, alle diverse riunioni carbonare promosse dai Toscano e a quelle del Comitato Rivoluzionario Calabro-Siculo fondato da Saverio Toscano, nel quale si annoverano i nomi di Domenico Mauro, Francesco Crispi, del barone Marsico e di Francesco Sprovieri.
Fu esule insieme a Gaetano e Saverio Toscano, Antonio Morici e Domenico Palopoli impegnati negli ultimi e ormai irrilevanti e vani tentativi di resistenza, epilogo dell’avventura della rivoluzione calabrese del 1848 ispirata alle straordinarie esperienze e imprese che avevano animato in precedenza gli ideali della Repubblica Napoletana del 1799, i moti di indipendenza italiana del 1820-21 e i tentativi insurrezionali scoppiati a Cosenza nel 1844, circostanza nella quale poi nel Vallone di Rovito il 24 luglio persero la vita i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera. Episodio che esasperò gli animi dei Toscano e di molti altri patrioti compreso il Minnicelli ormai completamente votato alla ricerca della libertà e a sfidare il pericolo per conseguirla.  
Conclusasi amaramente l’esperienza rivoluzionaria calabrese, Luigi Minnicelli, ricercato dalle Guardie borboniche, cercò di sfuggire alla cattura seguendo i Fratelli Toscano a Firenze. In esilio, continuò a rimanere alle loro dipendenze fino al 1860. Frattanto, in Liguria erano frenetici i preparativi per la spedizione dei Mille alla quale aderirono Gaetano e Saverio Toscano considerato quanto si erano prodigati nei moti rivoluzionari del 1848. Purtroppo le precarie condizioni di salute di Saverio ne impedirono la partecipazione non solo a lui ma anche al fratello Gaetano costretto dalla circostanza a curarlo, per cui in rappresentanza e con il loro gradimento venne sollecitato a partecipare Luigi Minnicelli, che così si arruolò come volontario per prendere parte alla eroica impresa dei Mille di Garibaldi della quale fu protagonista negli anni del riscatto e dell’unità. Si imbarcò a Quarto il 5 maggio 1860 dopo che a Genova ebbe ad incontrare Domenico Mauro, al quale era stato affidato dagli stessi fratelli Toscano, ricevendone ogni forma di protezione e suggerimenti. Sbarcò insieme al generale Garibaldi in quel di Marsala l’11 maggio 1860. 
Fu presente, eroicamente, in tutte le operazioni belliche da Calatafimi al Volturno contro i borboni. A Calatafimi dove venne ferito, fatto prigioniero rischiando la fucilazione, si batté con valore insieme ad altri eroi come il generale Vincenzo Giordano Orsini, il colonnello Benedetto Cairoli, l’Anfossi, Giacinto Carini, Nino Bixio. Il 26 maggio, insieme a La Masa, si trovò ad affrontare il nemico sulle colline di Gibilrossa. Prese parte, con il comandante Missori, alla difficile iniziativa di Porta Termini a Palermo. In piena estate, nel mese di luglio, per le sue prodezze al comando di un gruppo di garibaldini si fece notare a Milazzo e poi nel Volturno nello scontro a fuoco di Villa Gualtieri. Azione nella quale venne ferito rischiando ancora una volta di essere catturato se non fosse intervenuta una squadra di supporto.
Il suo valore e le sue azioni indussero il generale Giuseppe Garibaldi, nonostante le sue scarne competenze culturali a nominarlo, per merito di guerra, prima sergente e successivamente Ufficiale de “I Mille”, con il grado di sottotenente in quanto, come riportato da Gioventù Calabrese fu una «Fulgida e splendida figura della gloriosa e fatidica schiera dei Mille… Prode soldato, avanzo della leggendaria schiera garibaldina…». 
Con la conclusione delle ostilità e l’avvenuta Unità d’Italia fece ritorno a Rossano dove imbracciando nuovamente le armi della Guardia Nazionale, e distinguendosi anche in questo caso, insieme a Saverio Toscano, cercò di reprimere ed estirpare le numerose bande armate di briganti che tenevano sotto scacco il territorio. Dopo questa ulteriore esperienza rimase nella sua Rossano a condurre vita da pensionato portandosi avanti con il vitalizio pensionistico toccato a coloro che avevano preso parte all’impresa dei Mille. Le sue vacillanti e cagionevoli condizioni di salute lo costrinsero a condurre una vita decisamente familiare insieme alla compagna di Rossano, ma circondato dall’ammirazione unanime della città che ne ha sempre apprezzato le gesta e i singolari pregi. 
Qualche anno dopo, per la precisione il 30 maggio 1864, ricevette l’autorizzazione di potersi fregiare della medaglia commemorativa dei Mille, istituita dal Comune di Palermo il 21 giugno 1860, su cui era scritto “Ai prodi cui fu duce Garibaldi”. 
All’età di 76 anni cessò di vivere nella sua Rossano, senza il conforto dei figli, ma compianto dai sui concittadini e dall’intera città presente ai funerali con le massime autorità civili, militari e religiose che partendo da Porta Cappuccini, dove si tenne il plauso funebre, lo accompagnarono in corteo tributandogli l’ultimo saluto. A perenne memoria, la Città di Rossano, il 20 settembre 1911, lo ricordò, insieme agli altri patrioti del 1848 Saverio e Gaetano Toscano, Domenico Palopoli e Antonio Morici, in una lapide di marmo posta sulla parete d’ingresso del vecchio Municipio di palazzo San Bernardino, e successivamente gli dedicò una via. (Franco Emilio Carlino) © ICSAIC 2022 – 5 

Nota bibliografica

  • Francesco Mordenti, Saverio dei Baroni Toscano-Mandatoriccio. Cenni storici e biografici, Tipografia della Camera dei Deputati, Roma 1883, p. 14;
  • Francesco Graziani, Luigi Minnicelli, «Gioventù calabrese» (Rossano), gennaio 1904 (http://anticabibliotecacoriglianorossano.it/wp-content/uploads/2021/02/);
  • Pietro Camardella, I Calabresi della spedizione dei Mille: monografia storica illustrata, Officine Grafiche, Ortona a Mare 1910 (poiAccademia Cosentina, Cosenza 1976):
  • Alfredo Gradilone Storia di Rossano, Editrice Mit, II ed., Cosenza 1967, pp. 794-795;
  • Francesco. Gallo, I grandi medici calabresi da Alcmeone a Dulbecco, Imprimitur, Padova 2013, p. 145;
  • Amerigo Minnicelli, La parte di Luigi Minnicelli nell’impresa dei Mille, Palazzo Rizzuti, Università Popolare, Rossano 11 ottobre 2003;
  • Franco Emilio Carlino, L’Università Popolare di Rossano – Le Opere e i Giorni (1979-2014), Università “Ida Montalti Sapia” Rossano febbraio 2015, p. 175;
  • Franco Emilio Carlino, Mandatoriccio Storia di un Feudo, Imago Artis, Rossano 2016, pp. 168, 236-237. 
  • Franco Emilio Carlino, I Toscano Patrizi Rossanesi – Storia, genealogia e feudalità, Pellegrini, Cosenza 2020, pp. 189, 208-210, 211n, 213. 

Nota

  • Si ringrazia l’Archivio Privato Minnicelli per la concessione della foto.

Greco, Giacomo

Giacomo Greco [Sant’Onofrio (Vibo Valentia), 2 gennaio 1894 – 31 gennaio 1985]

Nacque a Sant’Onofrio (a quel tempo in provincia di Catanzaro) in una famiglia benestante. Frequentò le elementari nel paese natale, quindi studiò nella vicina Monteleone (oggi ViboValentia). Conseguita la maturità classica al Liceo “Filangieri”, si iscrisse alla facoltà di Medicina all’Università di Roma, dove fu discepolo apprezzato del grande maestro pneumologo milanese Carlo Forlanini.
Interruppe gli studi universitari perché chiamato alle armi. Si laureò a Padova, dove il ministro della Guerra di concerto con quello della Pubblica Istruzione aveva istituito una seduta di laurea per i giovani che combattevano al fronte nella zona dell’Isonzo.
Partecipò così al primo conflitto mondiale quale ufficiale medico di battaglione, prima in fanteria e poi, per più di un anno, come tenente medico nel reparto speciale d’assalto degli Arditi volontari. Invalido di guerra, fu decorato «al valor militare» con due croci di bronzo.Fu Cavaliere di Vittorio Veneto, Nastro Azzurro (cioè, insignito della massima decorazione italiana al valor militare), rotariano e accademico tiberino.
Dal 1923 al 1928 fu medico condotto al suo paese. In seguito, venne nominato ufficiale sanitario del circondario di Vibo Valentia e direttore del Dispensario antitubercolare, sempre a Vibo.
Coniugato con Fortunata Marincola (deceduta nel 1970 a Sant’Onofrio), ebbe due figlie Gioconda (detta Dina) e Clara, farmacista e medico.
Esercitò per 50 anni la professione di medico con vivo e alto senso di responsabilità e dedizione assoluta. Assieme ai fratelli Raffaele e Luigi Teti, contribuì alla nascita della Clinica Santonoferse, pubblicando assieme a loro la «Rivista Clinico-Scientifica». 
Salvò molte vite umane dalla tubercolosi che, a quel tempo, era abbastanza diffusa,praticando la collassoterapia, tramite il pneumatorace artificiale, cioè iniettando aria nel cavo pleurico. Infatti, fu tra i primi a introdurre in Calabria il pneumatorace terapeutico.
Lasciò pubblicazioni d’argomento scientifico sul pneumatorace, sull’ulcera dello stomaco, sull’epidemia della scarlattina, su un caso atipico del tumore del mediastino (cioè, di quello spazio situato nella parte mediana della cavità toracica fra i due polmoni).
Ma, oltre che medico valido, capace, stimato ed altruista, fu anche un umanista dimostrando grande interesse per gli studi letterari. Fin da giovane si dedicò agli studi letterari, collaborando a giornali e riviste («Scena Illustrata», «Humanitas», «Uomini e cose» di Bari, «Il Pensiero» di Bergamo, «I Mediterranei» di Bologna ecc.). Ottimo poeta e organizzatore culturale (fu presidente del Circolo Ipponion di Vibo Valentia). La sua produzione è vasta. Si richiama ai lirici francesi, prediligendo quegli autori dell’800 che vanno dai romantici aisimbolisti, da Victor Hugo ad A. Lamartine a Charles Baudelaire, Paul Verlaine, ArthurRimbaud, sino ad arrivare ai più moderni Stéphane Mallarmé, Guillaume Apollinaire, PaulValery ed altri.
Nel 1958, seguendo questo filone francese, pubblicò Lirici di Francia e d’altrove, dove sonoinseriti traduzioni in versi dei più importanti simbolisti francesi e belgi.
Risentì anche l’influenza di Carducci, Pascoli e D’Annunzio, ma rimase sempre geniale e spontaneo.
In seguito si avvicinò alla poesia di Guido Gozzano, Aldo Palazzeschi, Corrado Govoni, Dino Campana, Sergio Corazzini e altri crepuscolari; però le sue liriche furono personali, ricche di umanità, suggestive ed intense.
Nel 1966 per le sue ottime traduzioni dal francese gli è stato assegnato a Villa San Giovanni il «Premio letterario Calabria». Raggiunse il massimo lirismo quando ormai era avanti neglianni e il pensiero della morte era diventato un punto costante di riferimento. Ma anche il sentimento religioso ebbe un posto fondamentale nel cuore e nelle liriche.
Ricordiamo altre liriche: Canti di EbeVerso la luce suprema; …I perduti giorniAmici Amleto in camice bianco. Dall’opera …I perduti giorni vale ricordare qualche poesia, comequella dedicata a Sabin, dal titolo: Saluto ad Albert B. Sabin. Il poeta dimostra riconoscenza allo scienziato statunitense, perché il vaccino Sabin ha reso felici tante «madri giovani / affrancate dall’incubo» della poliomelite. Il poeta continua col dire: «L’opera tua è sublime. Inesorabile / il tempo che va: distrugge e crea: ma il nome / tuo rimarrà immortale, Albert Sabin».
Grandiosa e solenne è la lirica Invocazione; bellissima è la chiusa: «Padre, e ch’io sia tra gli ultimi, tra i poveri / smarriti della vita, il figliuol prodigo / che ti chiede perdono e invocagrazia».
Vivace, svelta e simpatica è, invece, la poesia Casa mia, dove il poeta parla di una casa antica «quasi cadente: / arredata poveramente, / senza lusso, senza armonia».
Dalla raccolta Canti di Ebe vale ricordare Ombre. Egli esordisce dicendo: «Datemi la valigia, la mia vecchia valigia, la fedele / e servile compagna di viaggi. / Ora non ha più peso, / porta un carico d’ombre», e conclude col dire: «Mi faranno da scorta ad un’altra sponda, / tuttatremula d’ombre / su quella sponda vaga, che m’attende, / un’ombra solitaria, la più cara».
Ancora una volta il pensiero della morte domina il poeta che, ormai avanti negli anni, si avvia «Verso la Luce Suprema».
È deceduto a 91 anni nel compianto generale. Il suo paese lo ricorda con una via a suo nome. (Biografia di Carmela Galasso, aggiornata e integrata) © ICSAIC 2022 – 5 

Opere

  • Lirici di Francia e d’altrove, s. n., Bergamo 1958;
  • … I perduti giorni, Regione Letteraria, Bologna 1971;
  • Canti di Ebe. Verso la luce suprema, Club degli autori, Milano 1976.

Nota bibliografica

  • Peppino Rota, Dizionario degli scrittori italiani d’oggi, Pellegrini, Cosenza 1975, p. 107;
  • Franco Poerio, Giacomo Greco poeta calabrese, «Calabria Letteraria», XXX, 1-2-3, 1982, pp. 40-41;
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, pp. 227-228;
  • Mario Teti, Gente di Sant’Onofrio, Ticonzero, Sant’Onofrio 1997, pp. 314-315;
  • Pino Nano, Cara Sant’Onofrio, Bios Art Press, Cosenza 1988;  
  • Luigi Forgione, Giacomo Greco non è più, «Calabria Letteraria», 7-8-9, 1985;
  • José Rodolfo Maragò, La tierras de los padres. Historia de Sant’Onofrio. Un pueblo de Calabria, Artes graficas Rios, Buenos Aires 1998, pp. 122-123.

Nota

  • Si ringraziano la dottoressa Domenica Lopreiato e la professoressa Tina Pugliese per gli importanti contributi.

Bardari, Domenico

Domenico Bardari (Pizzo, 6 dicembre 1836 – Casamicciola, 28 luglio 1883)

Era figlio di Giuseppe e Carlotta Salomone. Il genitore, di sentimenti liberali, fu destituito dalla magistratura per la condotta tenuta durante il moto rivoluzionario calabrese del 1848. Domenico ebbe una sorella e tre fratelli: Renato Luciano, Leopoldo, Giovan Battista. Studiò a Monteleone nel Collegio Vibonese, poi giurisprudenza a Napoli, dove ebbe modo di frequentare gli ambienti liberali, i quali mantenevano contatti col marchese di Villamarina rappresentante diplomatico del regno di Sardegna.
Manifestò passione per la letteratura tanto da lasciare il romanzo storico Anton Centeglia, ambientato nella Catanzaro del XV secolo, di cui pubblicò alcune parti sul giornale «l’Indipendenza». Oltre che profondo conoscitore delle lingue classiche, ebbe passione anche per quelle moderne, in particolare il tedesco.
Intraprese la pratica legale nello studio dell’avvocato pugliese Liborio Romano e, a firma di entrambi, sono rimaste numerose memorie defensionali date alle stampe. Dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia,  Romano fu nominato ministro segretario di Stato dell’interno e polizia, Giuseppe – genitore del Nostro – prefetto di polizia, Domenico (che aveva solo 23 anni) sottintendente di Larino in Molise. Lì contrastò i “reazionari” filo-borbonici, secondando l’intendente Nicola De Luca illustre patriota. 
Consolidatasi la struttura unitaria, con l’amministrazione statale periferica articolata in prefetture e sottoprefetture, Bardari proseguì la carriera a Palmi, Castroreale, Lagonegro, Siracusa, Udine. Ebbe caro amico Giorgio Curcio e pubblicò alcuni studi giuridici sotto forma di lettere indirizzate allo stesso Curcio. 
Nel maggio 1876, a 40 anni e dopo solo sedici di servizio, fu nominato prefetto dal governo Depretis-Nicotera e destinato a Trapani. Vi rimase   sino al maggio 1877 quando passò a Belluno. Dopo sei mesi fu mandato a Benevento e, dopo un altro semestre, a Cosenza, dove rimase dalla fine di luglio del 1878 all’inizio di dicembre del 1880. 
L’invio in Calabria di Bardari rispondeva al desiderio del primo governo Cairoli di avere un uomo di assoluta fiducia a Cosenza, per rafforzare il “partito miceliano”, cioè il gruppo di potere che faceva capo a Luigi Miceli originario di Longobardi.
Aspetto peculiare di quel tempo era l’attenta vigilanza dell’autorità prefettizia nei confronti di clericali, anarchici, internazionalisti. In tal senso, Bardari incrociò Giovanni Domanico, una delle menti pensanti dell’anarchismo italiano. In una lettera riservatissima inviata il 27 aprile 1879 al prefetto di Napoli Eugenio Fasciotti, Bardari riferiva di avere fatto ammonire il giovane Domanico dal pretore di Rogliano, «poscia con diverse e continuate perquisizioni nel di lui domicilio lo ridussi in tale condizione, fino a tanto che il medesimo visto che non lo si lasciava un momento quieto, anche per la rigorosa ed energica sorveglianza che si esercitava di ogni minimo suo atto, abbandonò i seguaci sconfessando le sue predilezioni al culto dell’anarchia, e dichiarò essere pronto a fornire elementi e notizie sulla setta internazionalista».
L’opera di Bardari fu apprezzata a Roma, tanto che da Cosenza passò a Cagliari, già sede di viceré. I contemporanei, pur riconoscendo le sue doti intellettuali e la competenza amministrativa, criticavano il carattere rude e la ritrosia a fare vita sociale, in un tempo nel quale proprio i salotti prefettizi svolgevano un ruolo fondamentale. Ciò pure dopo il matrimonio con la partenopea Almerinda Di Napoli, di venti anni più giovane. Nicola Misasi scrisse che Bardari «aveva pochi amici che lo amassero».
Trascorse nell’isola un periodo travagliato, coinvolto nella lotta politica tra due notabili locali, i deputati Francesco Salaris e Francesco Cocco-Ortu. Recriminazioni e polemiche iniziarono il giorno stesso dell’arrivo di Bardari al porto di Cagliari. In quella circostanza, i notabili presentatisi per ossequiarlo, rimasero sconcertati e irritati nell’apprendere che Salaris, anticipando tutti, aveva già accompagnato Bardari al domicilio. Da allora, la stampa che fiancheggiava l’onorevole Cocco-Ortu non mancò di attaccare Bardari, accusandolo di partigianeria e di decisioni non equanimi. Ci furono denunzie e petizioni indirizzate a Roma contro il prefetto.
Il periodo cagliaritano fu anche turbato dai gravissimi fatti di Sanluri (7 agosto 1881). Durante tumulti causati dalla questione fiscale, avvennero atti di violenza duramente repressi dalle forze dell’ordine, col bilancio finale di sette morti, decine di feriti e centinaia di arresti. L’anno dopo, la morte di Giuseppe Garibaldi a Caprera coinvolse a vario titolo tutte le autorità della Sardegna.
Bardari, che aveva manifestato a Roma il desiderio di cambiare sede, nell’estate 1883 si concesse un periodo di villeggiatura nell’isola d’Ischia, come faceva da qualche anno. Il 28 luglio, unitamente alla moglie, rimase vittima, a 47 anni, del terremoto che devastò soprattutto il comune di Casamicciola, dove i coniugi Bardari avevano preso alloggio, causando oltre 2300 morti. L’anno successivo la salma fu traslata a Napoli con una nave militare e ricevette onori solenni. (Donato D’Urso) © ICSAIC 2022 – 5 

Opere

  • Sulle riforme amministrative in Italia: lettere scritte da Domenico Bardari all’avv. Giorgio Curcio, Tip. Norcia, Siracusa 1868;
  • Sul riordinamento finanziario dei Comuni in Italia: lettere scritte da Domenico Bardari all’avv. Giorgio Curcio, Tip. Norcia, Siracusa 1869.

Nota bibliografica

  • Memorie politiche di Liborio Romano pubblicate per cura di Giuseppe Romano suo fratello con note e documenti, Giuseppe Marghieri editore, Napoli 1873;
  • «Il Corriere del Mattino», 30 luglio 1883;
  • «L’Avvenire di Sardegna», 30 luglio 1883;
  • «L’Illustrazione Italiana», 16 settembre 1883, p. 182;
  • Gabriele De Rosa, Terra insanguinata: memoriale storico-geologico e scientifico-etnografico sull’isola d’Ischia, Stabilimento tipografico dell’Iride, Napoli 1884, p. 104;
  • Alla memoria di Domenico Bardari, Tip. Grossi, Aquila 1885;
  • Lorenzo Del Piano, I fatti di Sanluri, in Studi storici e giuridici in onore di Antonio Era, Cedam, Padova 1964, pp. 115-156;
  • Lorenzo Del Piano, Domenico Bardari prefetto a Cagliari, in Politici, prefetti e giornalisti tra Ottocento e Novecento in Sardegna, Della Torre, Cagliari 1975, pp. 53-104;
  • Enzo Stancati, Cosenza e la sua provincia dall’unità al fascismo, Pellegrini, Cosenza 1988, pp. 137, 139-140;
  • Elettrio Corda, Garibaldi in Sardegna, Rusconi, Milano 1991;
  • Giuseppe Masi, Domanico Giovanni, in Dizionario biografico degli italiani, 40, Iei, Roma 1991, pp. 588-591;
  • Natale Musarra, Le confidenze di “Francesco” G. Domanico al conte Codronchi, in «Rivista storica dell’anarchismo», III, n. 1, 1996, pp. 45-92
  • Federica Bizzarini, La figura del prefetto a Belluno tra il 1866 e il 1886, Università degli studi di Trieste, fac. Lettere e Filosofia, a. a. 1998-1999;
  • Nico Perrone, L’inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009;
  • Angelo Gallo Carrabba, Tutto, meno i tre quarti del tutto: i prefetti nel processo di unificazione nazionale, «Annali prefettizi», I, 2015, pp. 77-78;
  • Donato D’Urso, Bardari Giuseppe, in Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea, 2022.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato (Roma), fondo Archivi di famiglie e persone, una busta, identificativo IT-ACS-AS0001-0004131.

Nucera-Abenavoli, Domenico

Domenico Nucera-Abenavoli[Roghudi (Reggio Calabria), 28 aprile 1856 – Reggio Calabria, 28 luglio 1930]

Nacque da Salvatore e Caterina Abenavoli. Fin da giovanissimo si segnala per la sua attività di oppositore e di propagandista degli ideali libertari. 
La Polizia lo classifica immediatamente come «persona poco amante del lavoro…di carattere irascibile, di comune intelligenza e di discreta educazione ed istruzione». In un altro rapporto s’afferma che «faceva propaganda tra le persone che lo avvicinavano, specialmente tra gli studenti» e subito dopo s’aggiunge: «ma senza nessun profitto».
Nel 1881 viene condannato, per la prima volta dal Tribunale di Reggio per ingiurie pubbliche e minaccia a mano armata; nel novembre del 1884 la Pretura mandamentale di Roma lo condanna ad un mese di carcere per lesioni gravi e nel 1886 subisce altre due condanne dal Pretore di Bova, nel secondo caso per attentato al comune senso del pudore. Aderisce al Partito Socialista fin dalla sua fondazione e contribuisce alla costituzione delle sezioni di Bova, Condofuri e Melito Porto Salvo. Nel 1898 tiene ad Africo una conferenza molto partecipata e nel 1901 è delegato al primo congresso provinciale tenutosi il 15 settembre di quell’anno. Inizia a collaborare regolarmente al giornale «La Luce», organo della Federazione socialista. La Prefettura ritiene che viva «a carico del fratello» ma, in realtà, a causa di una grave menomazione alla mano sinistra, non è in grado di svolgere alcun lavoro manuale. 
Nel novembre del 1899 promuove, insieme ad altri esponenti socialisti tra cui Vincenzo De Angelis, Luigi Crucoli e Pasquale Namia, la costituzione di una cooperativa tipografica, ma l’iniziativa non raccoglie le adesioni necessarie e viene abbandonata.
Tra il 1900 e il 1902 segue direttamente il caso di Giuseppe Musolino, «il re dell’Aspromonte», e partecipa al processo come testimone della difesa. Su «La Tribuna»del 28 marzo 1900 pubblica una lettera che lo stesso “brigante”, in quel momento latitante, gli ha chiesto di scrivere per suo conto. Qualche mese dopo, accompagnato da una guida fidata, va a trovare il latitante nel suo rifugio e gli chiede un’intervista, che viene pubblicata su l’«Avanti!» del 19 novembre 1900. Nel 1902 pubblica, per l’editore Sonzogno, “Processi celebri”, una breve biografia del brigante e del suo processo, oltre a due opuscoli dello stesso Musolino, (La vita e Il processo), che egli provvede a rivedere aggiungendo una breve presentazione. «La Luce», tuttavia, prende le distanze dalle posizioni assunte dal N.A. e scrive che «Giuseppe Musolino è un tipo di delinquente con il quale noi Socialisti non possiamo avere nulla di comune…[egli] non può cancellare nell’animo di tutti gli onesti lo scempio che fa della vita umana…[egli] per suo conto ha rimesso in vigore la pena di morte che l’Italia ha tra il plauso delle genti civili abolito dal suo codice penale» (22 aprile 1900). Nell’intervista non manca di cogliere le contraddizioni in cui si dibatte il Musolino che nel salutarlo, piuttosto commosso, gli dice: «Se non avrò più il bene di vedervi, ricordatevi che il brigante Musolino è vendicativo, ma uomo generoso».
Sottoposto a controllo cautelativo, subisce, nel 1897, un’altra condanna da parte del Tribunale di Napoli per ingiurie a mezzo stampa e nel 1904 il Pretore di Bova lo condanna a un mese di carcere per violazione di domicilio e percosse. Passata la repressione autoritaria di fine secolo, emigra negli Stati Uniti (10 luglio 1903), dove vivrà per venti anni, inizialmente a Sharpsburg (Pennsylvania) poi a Pittsburgh e infine a Chicago. Nel 1910 si proclama anarchico, collabora attivamente al giornale «Cronaca sovversiva», e invia corrispondenze in Italia al periodico «La Folla», diretto da Paolo Valera. Nell’ottobre di quell’anno tiene nella Sala Italiana di Dunlevy in Pennsylvania, la sua prima conferenza in terra americana sul tema «Che cos’è l’Anarchia?». 
A Sharpsburg fonda una scuola serale, nella quale, secondo i rapporti consolari, si insegna “l’odio a tutte le religioni, a tutti i feticci, alla proprietà privata, odio a tutte le tirannidi”. Nel 1911 pubblica, con una prefazione di Luigi Galleani, direttore de «La cronaca sovversiva», il volume L’emigrazione sconosciuta. Uffici di protezione, schiavisti, camorra coloniale, schiavi bianchi, Mano Nera, il prete e i minatori,un pamphlet che riscuote un grande successo negli ambienti delle comunità di emigrati italiani e suscita forte allarme tra le autorità consolari. Sempre nello stesso anno, insieme con Libero Tancredi, effettua un giro di in varie città americane e avvia la pubblicazione del quotidiano anarchico «L’Avvenire» ad Altoona, in Pennsylvania.
In occasione del conflitto italo-turco, inizia una campagna contro la politica italiana e l’occupazione della Libia. Sorvegliato dalle autorità consolari di New York, è descritto come «attivissimo propagandista, conferenziere ed incitatore all’odio di classe; soggetto socialmente pericoloso». 
Il 12 aprile 1912, parlando in inglese, tiene la conferenza «The RecentPolitical Moment and the Italo-Turkish Enterprise» a Wickhaven, Pennsylvania, e il 30 settembre dello stesso anno segue il processo ai militanti anarchici e sindacalisti di origine italiana Joseph Caruso, JoeEttor e Arturo Giovannitti in Salem (Massachusetts). Nell’ ottobre del 1912 svolge un’altra serie di conferenze in varie città della costa Est e chiude il lungo tour a White Plains in New Jersey, parlando sul tema «Il perché della nostra miseria». Nel 1913, su incarico di Carlo Tresca, direttore de «Il Martello», parte con Umberto Postiglione per un altro ciclo di conferenze in varie città americane, toccando anche Chicago, San Francisco e Los Angeles. 
Nel marzo 1923 rientra definitivamente in Italia, a Roghudi, da dove continua a tenersi in corrispondenza con i gruppi anarchici nordamericani, di New York, Cleveland, Detroit ed invia sue corrispondenze ai giornali «Il Martello», «Il Proletario» e «Germinal». I suoi articoli contro il regime fascista, che firma con lo pseudonimo di Saraceno, vengono pubblicati su «Germinal» e «L’Adunata dei refrattari»e sono accolti «con gran successo di approvazione dai lettori», scrive in una Nota la Direzione Generale di P. S. nel 1927. Messo sotto sorveglianza dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, subisce diverse perquisizioni domiciliari da parte della Questura di Reggio Calabria, che sequestra «la corrispondenza sospetta e la stampa sovversiva» a lui diretta, proveniente dagli Stati Uniti. Arrestato «per complicità in parricidio», muore il 28 luglio 1930 nel carcere in carcere a Palermo. Non si hanno notizie sulla sua vita privata. (Antonio Orlando) © ICSAIC 2022 – 5 

Opere

  • Processi celebriMusolino (la vita)Musolino II (il processo),Sonzogno, Milano 1902.
  • L’emigrazione sconosciuta, Edizioni di “Cronaca sovversiva”, Lynn, Massachusetts 1911 (poi,Iiriti, Reggio Calabria 2018).

Nota bibliografica

  • Enrico Morselli e Sante De Sanctis, Biografia di un bandito, Treves, Milano 1903;
  • Giuseppe Masi, Socialismo e socialisti in Calabria (1861-1914),Società Editrice Meridionale, Catanzaro 1981;
  • Gaetano Cingari, Il Partito Socialista nel reggino 1888-1908, Laruffa Editore, Reggio Calabria 1990;
  • Domenico Romeo, Il Socialismo nel circondario di Gerace in Calabria dalle origini all’avvento del fascismo,Age, Ardore Marina 2003;
  • Giuseppina Palamara, Domenico Nucera-Abenavoli, in Dizionario Biografico degli anarchici italiani, vol. 2°, Bfs Edizioni, Pisa 2004, ad nomen;
  • Amelia Paparazzo (a cura di), Calabresi sovversivi nel mondo. L’esodo, l’impegno politico, le lotte degli emigrati in terra straniera (1880 – 1940), Rubbettino, Soveria Mannelli 2004;
  • Oskar Greco e Katia Massara, Rivoluzionari e migranti. Dizionario biografico degli anarchici calabresi, Bfs Edizioni, Pisa 2010, ad nomen;
  • Antonio Orlando, Anarchici e anarchia in Calabria, Edizioni Erranti, Cosenza 2018.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Dg. Ps., Casellario politico centrale, busta 3571.

Zerbi, Rocco

Rocco Zerbi [Oppido Mamertina (Reggio Calabria), 1792 – 9 giugno 1863]

Nato nel seno di una famiglia facoltosa, era figlio di Domenico Antonio, amministratore dei beni della Cassa Sacra nel territorio, e di Giovanna Messina. Come usava per i rampolli di un ceto altolocato, è stato affidato presto al locale Seminario vescovile, dove si è formato sotto la guida di professori di un certo rigore, quali il canonico Masdea, il decano Princi e il sacerdote Procopio. Riferisce l’Accattatis in un tratto biografico a lui consacrato che tali insegnanti erano stimati «sommi in fatto di latine e greche lettere, e di discipline filosofiche e morali». Dopo il primo ciclo di studi, si è avviato a quelli di giurisprudenza, che ha completato brillantemente con il conseguimento della laurea.
In successione il giovane avvocato si è offerto all’agone municipale e ha servito il suo paese quale sindaco dal 1827 al 1830. L’ambiente di Oppido risultava al tempo però piuttosto ristretto e la sua preparazione in diritto amministrativo, aprendogli più vasti orizzonti, lo portava a cercare altre strade più consone. Già nel 1837 otteneva la nomina a Consigliere d’Intendenza, per cui si è trasferito necessariamente a Reggio Calabria. Appresso gli si affidava l’incarico di Sottointendente, impegno che lo ha visto nelle sedi di Palmi e di Gerace. È rientrato poi a Reggio con la funzione di Segretario Generale quindi di Intendente. Ha ottemperato a quest’ultima carica anche a Bari.
Si vivevano tempi turbinosi e il funzionario oppidese si è venuto a trovare, al pari di tanti colleghi, in situazioni incresciose. Operava a Reggio quando nel 1847 ha dovuto agire con una qualche risolutezza in un frangente burrascoso. Scoppiati i noti moti rivoluzionari, si è comportato con accortezza riuscendo a riportare la calma tra i cittadini ormai sulla via della ribellione e le forze borboniche, che, pervenute con delle navi, si apprestavano a un reale bombardamento.
Un testimone oculare è il canonico Paolo Pellicano. Afferma questi che lo Zerbi, avvisato in nottata dei paventati sviluppi del giorno dopo, assieme al Comandante Militare Principe d’Aci, ha fatto presente ch’egli non si sarebbe opposto alla paventata azione perchè, pure se l’avesse voluto, si trovava privo dei mezzi utili a essere impiegati. Così si è potuto evitare uno scontro dagli esiti imprevedibili.
A quanto si scrive, si è comportato ugualmente bene un paio di anni dopo, nel mentre dimorava a Bari. In questa città imperversava la reazione e le angherie degli uomini politici di spicco non si facevano proprio attendere. Non sopportando più oltre, a un bel momento rassegnò le dimissioni e ai ministri Picchineda e Murena rivolse, tra l’altro, questa decisiva espressione: «Prendetevi la vostra carica ed il vostro impiego, io mi prendo la mia integerrima coscienza ed il mio leale carattere». Il suo comportamento nei frangenti rivoluzionari è stato particolarmente lumeggiato dal Guarna Logoteta nella sua cronistoria reggina.E al dire del Frascà, nel 1860 è entrato nelle grazie del Governo Italiano, che lo ha designato Prefetto di Reggio, ma si è decisamente schermito opponendo che a un galantuomo non era concesso di pronunziare due volte il giuramento di fedeltà al re.
Di conserva col suo incarico lavorativo ha coltivato quello dello studio della giurisprudenza e la sua opera La polizia amministrativa municipale del regno delle Due Sicilie, data alle stampe nel 1846, avrebbe suscitato all’epoca echi entusiastici. Molta soddisfazione ha espresso allora il ministro Pasquale Stanislao Mancini, che ha spedito parecchie copie in Germania, dove è stata apprezzata e ha definito l’autore «iniziatore e riformatore del vero dritto amministrativo».
Un’ampia biografia di questo illustre oppidese è stata tracciata dall’Accattatis, che l’ha compresa in un volume delle sue note biografie: lo studioso oppidese, in aggiunta alla fatica in questione, ha dato alle stampe anche discorsi inaugurali di consigli provinciali, memorie legali e amministrative e si è impegnato in un distinto lavoro, rimasto inedito, che verteva sui «vari principii del diritto amministrativo».
Tanti suoi articoli si trovano soprattutto nel periodico reggino «La Fata Morgana», rivista dove si occupava in particolare di economia e statistica. Nei numeri 16 e 17 del 1838, con l’articolo Gioia e il suo commercio si è occupato della problematica della Piana. Ulteriore suo articolo sull’oppidese Domenico Antonio Malarbì segretario dell’Università di Malta, è compreso nelle Biografie degli Uomini illustri del Regno delle Due Sicilie del Gervasi edito in Napoli nel 1828.
Sposatosi con una nobile rampolla di schiatta nobile di Gerace, Clementina Scaglione, Zerbi ha avuto ben 7 figli, tra cui Domenico, giornalista e scrittore (1814-1877), padre a sua volta del più noto Rocco, che al cognome originario ha preposto il “De”, particella indicativa di nobiltà, coinvolto poi nello scandalo della Banca Romana. (Rocco Liberti) © ICSAIC 2022 – 5 

Opere

  • La polizia amministrativa municipale del regno delle Due Sicilie, Tipografia dell’Urania, Napoli 1846

Nota bibliografica

  • Luigi Accattatis, Le biografie degli Uomini illustri delle Calabria, vol. II, Tip. Municipale,Cosenza 1877, pp. 471-472;
  • Carlo Guarna Logoteta, Cronistoria di Reggio di Calabria, vol. IV, ristampa a cura di Domenico De Giorgio, Reggio Calabria, Stabilimento Tipografico “La Voce di Calabria”, ristampa anastatica Barbaro Editore, Oppido Mamertina 1994, passim;
  • Biografia degli Uomini illustri del Regno di Napoli, presso Nicola Gervasi, Napoli 1828;
  • Vincenzo Frascà, Oppido Mamertina riassunto cronistorico, Tipografia “Dopolavoro”, Cittanova 1930;
  • Rocco Liberti, Attualità di Rocco De’ Zerbi, Pellegrini, Cosenza 1973, pp. 18-21;
  • Lucrezia Zappia, La «Fata Morgana» e i moderati reggini (1838-1844), «Archivio Storico per le Province Napoletane», XVII (XCVI dell’intera collezione), terza serie, 1978, pp. 309-357;
  • Rocco Liberti, Momenti e figure nella storia della vecchia e nuova Oppido, Barbaro Editore, Oppido Mamertina 1981, pp. 297-298. 

Altomonte, Principio Federico

Principio Federico Altomonte [Reggio Calabria, 17 aprile 1912 – Chievo (Verona), 2003]

Nato in una famiglia della buona borghesia reggina, pittore e ingegnere, saggista e filosofo, esordisce come giovane artista d’avanguardia nella sua città natale all’inizio del 1933 – in occasione dell’arrivo di Filippo Tommaso Marinetti a Reggio per celebrare Boccioni nel suo luogo di nascita –, animando il «Gruppo futurista Umberto Boccioni», costituito assieme a Saverio Liconti, al poeta Nino Pezzarossa, Alberto Strati e altri giovani, per lo più studenti universitari, tra i quali Nino Tripodi, ardente fascista che nel dopoguerra sarà uno dei massimi dirigenti del Msi e direttore del quotidiano del partito «Il secolo d’Italia», oltre al musicista Lino Liviabella, l’attore Gastone Venzi, il poeta Mario Del Bello, il giornalista Luigi Aliquò Lenzi che l’anno prima aveva pubblicato uno studio proprio su Boccioni.
Dopo qualche mese organizza una mostra personale del «cartello lanciatore futurista» (ossia di manifesti pubblicitari di argomento politico) nella sede del Guf (Gruppi universitari fascisti) di Reggio. L’iniziativa ha un notevole successo, ma si scontra con l’ostilità dei dirigenti locali del partito fascista e con l’indifferenza della stampa. Infine, un suo quadro (aeroplano+sensualità) figura, sempre nel 1933, alla Prima Mostra Nazionale d’Arte Futurista, che si apre a Roma il 28 ottobre.
Collaboratore di «Settebello» e del «Popolo di Roma», a Reggio Calabria fu anche corrispondente della rivista «Futurismo» di Mino Somenzi. Nel 1934, la necessità di proseguire gli studi universitari d’ingegneria provoca il trasferimento a Roma di tutta la famiglia. Nella capitale tenta inutilmente di avvicinare Mino Somenzi, il direttore della rivista «Futurismo» alla quale aveva collaborato da Reggio. Ne deriva una cocente delusione, che lo induce ad allontanarsi dalla militanza futurista.
Nel 1936 si laurea in ingegneria civile e nel 1939 vince il concorso di ingegnere nelle ferrovie.
Dopo l’8 settembre 1943, si schiera attivamente per la Repubblica Sociale Italiana. È funzionario delle ferrovie a Verona e diventa poi comandante di brigata. Dopo il 25 aprile 1945 si nasconde presso un amico calabrese a Milano. Successivamente torna a Roma e nel 1950 lascia il lavoro alle ferrovie. Nel 1956 decide dì trasferirsi definitivamente a Verona dove riprende con vigore l’attività pittorica. Gli echi futuristi sopravvivono per qualche tempo, ma ben presto lasciano il posto a una pittura astratto-simbolica.
Con Romolo Giuliana, a cavallo degli anni Sessanta-Settanta dirige il trimestrale «Azimut», la rivista ideologica della Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale Italiana.
Negli anni Settanta approda a una nuova figurazione, combinata con una sorta di «verticalismo (combinazioni binarie di colore a strisce verticali disposte sul disegno, successivamente «lavorate» con una tecnica «a levare»).
Tenne personali a Verona (Galleria Ferrari, 1966), Milano (Galleria Pater, 1967), Macerata (Galleria Scipione, 1967), Roma (Galleria del Babuino, 1968) e Bari (1972); e ancora a Millesimo (Galleria San Gerolamo), Savona (Galleria Il Brandale), Venezia (Galleria Il Riccio).
In età matura ha pubblicato, in edizioni fuori commercio, alcuni saggi d’intonazione filosofica, in cui ha esposto anche una sua personale riflessione politica, d’impronta spiritualista, che si richiama al Mussolini «diciannovista» e al fascismo delle origini, inteso come movimento rivoluzionario e di sinistra, «tradito» dalla svolta del ’21.
In un altro saggio (Morte e resurrezione) si misura invece con la critica d’arte e dà ampio spazio alla riflessione sulle avanguardie artistiche e in particolare sul futurismo, criticandone però gli sviluppi degli anni Trenta e prendendo le distanze in specie dalle ricerche materiche di Enrico Prampolini. (Vittorio Cappelli) © ICSAIC 2022 – 5

Opere

  • La realtà come assoluta trascendenza. Appunti per una nuova metafisica, Gastaldi, Milano 1953;
  • Per una tridirezionalità dello spirito come nuovo metro di valore, Giuliana, Roma 1974;
  • Lo stato di popolo, Giuliana, Roma 1976;
  • Morte e resurrezione, Giuliana, Roma 1978;
  • Che cos’è lo stato di popolo?, Hohenberg, Verona 1981;
  • Democrazia della partecipazione, Hohenberg, Verona 1981;
  • La socializzazione delle imprese, Hohenberg, Verona 1982;
  • Un annuncio, una dottrina e una interpretazione, Hohenberg, Verona 1989.

Nota bibliografica

  • P. F. Altomonte, Catalogo della mostra, Galleria Ferrari, Verona 1966;
  • Domenico Cara, Dal futurismo alla eideticità dellespressione, Galleria d’arte «Il Babuino», Roma 1968;
  • Agostino Mario Comanducci, Dizionario illustrato dei Pittori, Disegnatori e Incisori Italiani moderni e contemporanei, I, Milano 1982, p. 72;
  • Vittorio Cappelli, Provincia passatista? Calabria futurista, «Cittàcalabria», n. 12, dicembre 1986;
  • Enzo Benedetto, Futuristi calabresi, «Futurismo oggi», 1-4, gennaio-aprile 1988;
  • P.F. Altomonte (monografia darte), Seledizioni, Bologna 1988;
  • Giorgio Falossi, Enciclopedia dei pittori e scultori italiani del Novecento, 2 voll., Milano 1991, p. 28;
  • Vittorio Cappelli, Il fascismo in periferia. Il caso della Calabria, Editori Riuniti, Roma 1992;
  • Marcello Oliboni, La pittura rivoluzionaria di P.F. Altomonte, Hohenberg, Verona, 1993;
  • Armando Giorno, La Calabria nell’arte. Catalogo storico-artistico dei pittori calabresi dalle origini ai giorni nostri, Cosenza 1993, p. 24;
  • Domenico Rotundo, I futuristi reggini, «Calabria Letteraria», XLI, 4-5-6, 1993, p. 72;
  • Francesco Grisi,Per una storia del futurismo in Calabria, «Spiragli», VI, 1, 1994, pp. 28-30;
  • Claudia Salaris e Luigi Tallarico, Calabria, in Enrico Crispolti (a cura di), Futurismo e Meridione, Electa, Napoli 1996, pp. 347-366;
  • Testimonianza dellartista, intervista effettuata da Vittorio Cappelli a Verona il 27 gennaio 1997;
  • Vittorio Cappelli, Altomonte Principio Federico, in Dizionario del futurismo, a cura di E. Godoli, I, Vallecchi, Firenze 2001, p. 17;
  • Vittorio Cappelli, Dizionario biobibliografico, in Calabria futurista (1909-1943), Rubbettino, Soveria Mannelli 2009, pp. 140-141;
  • Antonietta De Fazio, La Calabria e i suoi artisti. Dizionario dei pittori (1700-1930), Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp. 24-25.

Barillaro, Emilio

Emilio Barillaro (San Giovanni di Gerace (Reggio Calabria), 1 gennaio 1904 – 25 marzo 1980)

Nacque da Francesco, applicato di segreteria comunale, e da Alfonsina Ientile, ostetrica. Secondo di otto figli, insieme ai fratelli trascorse, al suo paese, da lui molto amato e dal quale non volle mai allontanarsi, una fanciullezza spensierata, rivelando precocemente una particolare sensibilità per l’arte e per il bello. Dopo le scuole elementari frequentate al paese (da lui chiamato il mio bel San Giovanni), si iscrisse al Ginnasio della vicina Gioiosa Jonica, dove conseguì la licenza media. Continuò i suoi studi al Liceo Classico di Gerace Marina (odierna Locri), concludendoli brillantemente con il conseguimento della maturità. Si iscrisse, quindi, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina, dove ebbe come insegnanti affermati giuristi del tempo. Si laureò all’età di 24 anni e subito iniziò a esercitare la professione forense, facendosi apprezzare sia come civilista che come penalista e anche, come patrocinante in Corte di Cassazione. Fu uno dei più valenti avvocati del foro di Locri del suo tempo e si distinse anche per la sua generosità sul piano professionale, non pretendendo mai lauti compensi dai suoi assistiti e prestando anche il suo patrocinio gratuito, quando si trovava a difendere persone indigenti.
Nel 1934 sposò la giovane insegnante Eugenia Hyeraci, di nobile famiglia sangiovannese, nonché sua cugina, dalla quale ebbe cinque figli. Durante il ventennio del regime mussoliniano, si distinse per la sua attività antifascista. Così scrive egli stesso al riguardo in uno scritto autobiografico: «Vennero gli anni del dispotico ventennio, che mi trovarono tetragono ad ogni conformismo e mi posero all’avanguardia della lotta clandestina, cagionandomi la cancellazione dall’Albo professionale forense per difetto del prescritto requisito della buona condotta politica e un’annotazione di polizia quale individuo socialmente pericoloso, per la sua attività sobillatrice e subdolamente ostile agli Organi costituiti».
Coltivò gli hobbies della musica e della pittura, ma la sua grande passione fu l’archeologia, unitamente allo studio della storia millenaria della Calabria che egli volle capire e penetrare a fondo, indagando con le sue ricerche sulle antiche popolazioni che l’abitarono nei secoli. L’archeologia e l’etnografia lo impegnarono a tempo pieno per tutta la vita, e il suo fervore di studio in queste discipline non fu un dilettantismo fine a se stesso, ma studio serio e approfondito delle antichità della nostra regione, della Locride in particolare, che si affiancava alla partecipazione diretta a campagne di tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico, messe in atto dalla Soprintendenza alle Antichità della Calabria.
Nella premessa alla sua Guida storico-archeologica di Locri Epizefirii (1966) scrive che quel libro era «il modesto frutto della sua sconfinata passione per la Storia, maestra della vita, e soprattutto per l’archeologia, madre della storia», una «passione invincibile», che si portava dietro fin da bambino, quando amava collezionare «tante piccole cose antiche». Ricorda, inoltre, che, quando, da adulto, iniziò a praticare la ricerca archeologica sul campo, «le vaste battute d’investigazione, durate lunghi anni, facendo palmo a palmo il territorio della Vallata del Torbido» lo portarono a scoprire «ben undici necropoli – un patrimonio archeologico d’insospettata entità – di cui una pre-protostorica indigena, risalente alla prima età del Ferro». Nel 1957 fu nominato Ispettore onorario alle Antichità e Belle Arti per i comuni di San Giovanni di Gerace, Martone e Gioiosa Jonica, carica che gli fu rinnovata fino al 1966. Tra il 1960 e il 1961 segnalò al Soprintendente dell’epoca (Alfonso De Franciscis) la scoperta, nella valle del Torbido, della necropoli indigeno-ellenizzata di S. Stefano di Grotteria, lo stanziamento neolitico di Monte Scifa di Mammola e l’insediamento d’età classica di Monte Palazzi di Croceferrata.
Avrebbe voluto essere autorizzato a fare saggi di scavo in quei siti, ma rimase deluso dalla risposta di De Franciscis, che lo ringraziava, senza concedergli l’autorizzazione a scavare, essendo lui semplicemente un «ispettore onorario», al quale spettava soltanto il compito di vigilanza sul territorio di competenza e di eventuali segnalazioni. Ma, nonostante le difficoltà, non si arrese e continuò a fare sondaggi esplorativi, anche se – come riferisce lui stesso – da archeologo “dilettante” e, quindi, “irregolare”. Il suo campo di ricerca si esplicò sul litorale della Locride che va da Caulonia (antica Castelvetere) fino a Capo Bruzzano e in tutti i centri dell’entroterra nei quali, come un cercatore minuzioso e cocciuto di metalli preziosi, andava scavando, frugando fra i ruderi e le macerie di costruzioni secolari, chiedendo alla gente del luogo notizie su notizie.
Il suo rapporto con la Soprintendenza alle Antichità della Calabria, nonostante la carica assegnatagli di “ispettore onorario”, non fu mai facile, specialmente quando arrivò a Reggio Calabria il soprintendente Giuseppe Foti, che, più volte si trovò a non acconsentire alle sue richieste, chiedendogli, in una sua comunicazione ufficiale, di «imbrigliare», le sue «velleità d’impenitente ricercatore».
L’episodio che segnò l’epilogo dei rapporti tra il soprintendente e il suo ispettore onorario, fu la pubblicazione di un’intervista concessa da Barillaro a una corrispondente della “Gazzetta del Sud”, in cui si dava allo stesso Barillaro il merito esclusivo di aver fatto tornare dal Museo Nazionale di Napoli al Museo Nazionale di Reggio Calabria, il gruppo scultoreo di Castore e Polluce, detto anche dei Dioscuri, proveniente dalla contrada Marasà di Locri Epizefirii. Il soprintendente Foti replicò, affermando che il merito di quella restituzione era principalmente suo, «autore di reiterati interventi presso il competente Ministero, nonché di una vibrata campagna di stampa in proposito». La vicenda dei complicati rapporti tra Foti e Barillaro si concluse con l’intervento dell’Ispettore generale della Direzione delle Antichità e Belle Arti e la rinuncia di Barillaro a ogni «ambiziosa iniziativa», nonché con l’ammissione della sua «intemperanza di indagatore indemoniato».
Non cessò, tuttavia, come fa notare Domenico Falcone, in uno studio monografico a lui dedicato (2009), «l’impegno di Barillaro per la difesa del patrimonio culturale calabrese, attraverso i suoi scritti archeologici, storico-artistici, storiografici e monumentali, che lo videro impegnato, senza cali di tensione, fino a quando la malattia non prese il sopravvento sul suo corpo, ma non sulla sua mente».
Durante la sua intensa attività di archeologo e di giornalista-scrittore, ebbe modo di conoscere non pochi eminenti personaggi, che lo ebbero in grande amicizia: da Corrado Alvaro (al quale ispirò il capitolo del romanzo Mastrangelina, dove viene descritto il trafugamento clandestino da Locri della cosiddetta Persefone di Berlino) a Benedetto Croce, da Umberto Zanotti Bianco a Giuseppe Isnardi, da Amedeo Maiuri al glottologo tedesco Gerhard Rohlfs.
Barillaro, comunque, anche se noto soprattutto per i suoi numerosi saggi archeologici e storico-artistici, fu anche poeta e narratore. La sua attività di poeta iniziò molto presto, con la pubblicazione de I Canti della Jonia (1936) e, dopo molti anni, fu ripresa con l’uscita del Dramma di un’anima (1979).
Fu anche autore di alcuni romanzi brevi, tra cui meritevole di segnalazione è Il pazzo della foresta (1938).
In qualità di giornalista, collaborò a diverse importanti testate, tra cui «Il Messaggero», «La Tribuna», «Il Popolo di Roma», «Calabria Letteraria» e altre ancora.
Superano il centinaio le sue pubblicazioni, che rappresentano un contributo fondamentale alla cultura calabrese. Ebbe anche importanti premi letterari, tra cui il «Premio Bos» per la novellistica, il «Premio di saggistica archeologica» dell’Unione Culturale Calabrese, il «Premio della Cultura» della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Il «Premio Bergamotto d’oro».
Si spense, dopo una lunga e dolorosa malattia, all’età di 76 anni, a San Giovanni di Gerace che gli ha intitolato una strada. (Franco Liguori) @ ICSAIC 2022 – 5

Opere principali

Monografie storico-archeologiche

  • I proverbi calabresi, Rispo9kli, Napoili 1952;
  • Matriarcato e ierodulia a Locri Epizephirii, Roma 1955;
  • Persephoneion.Alla ricerca del tempio di Persefone a Locri Epizephirii, Mit, Corigliano Calabro 1958;
  • Grandi precursori dell’Ellade antica, Mit, Corigliano Calabro 1959;
  • Teatri antichi in Calabria. Il Teatro greco-romano di Locri Epizephirii, Mit, Corigliano Calabro 1964;
  • Lokroi Epizephirioi, Mit, Corigliano Calabro 1964
  • Lokroi Epizephirioi. Guida storico-archeologica, Mit, Cosenza 1966
  • Arte, archeologia e cultura in Calabria. Panorama storico, Pellegrini, Cosenza 1968
  • Tavola cronologica delle culture preistoriche e protostoriche in Italia, Athena, Napoli 1968
  • Calabria. Guida artistica e archeologica, Pellegrini, Cosenza 1972;
  • Reliquie paleocristiane nella Locride italica, Nossis, S. Giovanni di Gerace 1972;
  • Fiumi navigabili nella Locride antica, Nossis, S. Giovanni di Gerace 1973 ?;
  • Dizionario bibliografico e toponomastico della Calabria (in 3 volumi), Cosenza 1976;
  • Gioiosa Jonica. Lineamenti di storia municipale, Effe Emme, Chiaravalle Centrale 1976;
  • La villa di Casinius a Casignana, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1979;
  • Le statue di Riace. Saggio critico, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1979.

Opere letterarie

  • I Canti della Ionia, Nossis, Locri 1936
  • Il pazzo della foresta. Romanzi brevi, A. Rondinella, Napoli 1938;
  • Pettina e lizzi. Liriche in vernacolo calabrese, Nossis, S. Giovanni di Gerace 1977;
  • Dramma di un’anima. Canti onirici crepuscolari della terza età, Nossis, S. Giovanni di Gerace 1978;
  • Nonna Maria (racconto), Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1979.

Nota bibliografica

  • Francesco Russo, Una vita per la Calabria: Emilio Barillaro, Mit, Cosenza 1971;
  • Emilio Frangella, Emilio Barillaro ci ha lasciato, «Calabria Letteraria», 4-6 (apr.-giu.), 1980, pp. 3-6;
  • Stefano Scarfò, Emilio Barillaro, «Calabria Letteraria», XXXVI, 7-8-9, 1988, pp.  68-69;
  • Pasquino Crupi, Storia della letteratura calabrese. Autori e Testi, vol. IV, Cosenza 1997, pp. 33-34;
  • Giovanni Pittari, Emilio Barillaro faro della cultura calabrese, «Calabria Letteraria», n.4-6 (apr.-giu.) 2004, pp. 80-83;
  • Carmela Galasso, Dizionario di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, p. 62;
  • Domenico Falcone, Emilio Barillaro.Archeologia nella Valle del Torbido, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009;
  • Rocco Liberti, Memorie di studiosi calabresi contemporanei, II, «Quaderni Mamertini», 67, Litografia Diaco, Bovalino 2016, pp. 12-14

Cafaro, Fortunato

Fortunato Cafaro [Limbadi (Monteleone), 15 luglio 1786 – Napoli, 24 dicembre 1855]

Nacque in Limbadi, all’epoca villaggio di Motta Filocastro, nel distretto di Monteleone (oggi Vibo Valentia), in una famiglia abbiente. Fu educato in casa. I genitori lo affidarono, infatti, agli zii Pasquale e Filippo Cafaro, e insigni letterati, che lo prepararono alla professione legale. Lo zio Filippo, fu esaminatore sinodale della diocesi di Nicotera, quindi si laureò in «ambo le leggi» a Napoli e infine vinse la cattedra di diritto ecclesiastico all’università di Catania e fu curato proposto dell’insigne collegiata chiesa della Beata Maria della Limosina della città siciliana.
A diciott’anni, così, Fortunato entrò con una solida preparazione guridica nel commissarialo marittimo e, due anni dopo, nel 1806, fu aggregato all’amministrazione dei demani, e nel decennio francese addetto al difficile compito della liquidazione dei beni dei soppressi monasteri disposti dal sovrano napoleonico. Nel 1808 fu nominato segretario della commissione demaniale per la provincia di Bari. L’anno dopo, venne chiamato al ministero di Grazia e Giustizia in cui, grazie alla sua dottrina e al suo zelo salì presto di grado.
Nel 1821, tuttavia, lasciò l’incarico governativo ed esercitò l’avvocatura per quasi sei anni fino al 1827: in quell’anno, infatti, ritornò al suo vecchio ufficio ministeriale e per i dodici anni successivi fu collaboratore del valoroso Antonino Tortora a cui successe nel 1839 nel grado di capo di Ripartimento (carica corrispondente oggi a capo di Divisione). Sua è la stesura della legge sull’espropriazione forzata del 1828.
Ebbe numerosi e importanti incarichi. Fece parte della commissione per la questione degli zolfi e della commissione per la riforma del codice di commercio. Appena rientrato al Ministero si impegnò alla riforma della composizione della magistratura e diresse pure, in coordinazione del codice all’epoca vigente, la formazione del supplemento di leggi, decreti e rescritti.
Mai dimentico del suo paese natale di nascita, è considerato l’artefice della elevazione a comune. Grazie al suo ruolo all’interno dell’amministrazione della giustizia del Regno (era tra l’altro «real segretario di Stato di Grazia e Giustizia), si vuole sia stato determinante nella formazione del decreto del 20 maggio 1829, «riordino dei reali domini al di qua del Faro», con il quale Francesco I di Borbone dispose tra l’altro che dal primo gennaio successivo Limbadi, diventasse capoluogo del comune al posto di Motta Filocastro retrocessa a frazione.
Il Cafaro, a ogni modo, non fu noto soltanto per il suo incarico nell’amministrazione pubblica. Gli scienziati e gli uomini di lettere si pregiarono di averlo fra loro. l sofismi di Bentham, Le note all’ideologia di Tracy ed altre opere ch’egli mise a stampa (e di cui non ci sono tracce nelle biblioteche), giustificano la sua nomina a socio dell’accademia Sebezia e della Pontaniana.
Giurista di provate capacità per le numerose pubblicazioni e per gli incarichi, fu un uomo soprattutto modesto per quanto noto e laborioso. Era infatti di buona indole e di rara onestà, per cui ebbe sempre dinanzi il proprio dovere e la nobiltà della sua missione.
Doro lunga e penosa infermità morì a Napoli all’età di 69 anni, lasciando molte opere inedite. Limbadi – dove esiste ancora Villa Cafaro ma il cognome Cafaro è scomparso da tempo – lo ricorda con una via intestata a suo nome nel centro storico del paese. (Matteo Caruso sulla base di una nota di Cesare De Sterlich) © ICSAIC 2022 – 5 (BREVE)

Opere principali

  • Sul giudizio di spropriazione forzata degl’immobili e di graduazione de’ creditori secondo la legge de’ 29 dicembre 1828 osservazioni teorico-pratiche, dalla Tipografia nella Pieta de’ Turchini, Napoli 1829:
  • Su le procedure di spropriazione forzata degl’immobili e diritti reali immobiliari e di graduazione tra creditori e su li giudizi incidentali, dalla stamperia dell’Iride, Napoli 1844.

Nota bibliografica

  • Cesare De Sterlich, Cronica delle Due Sicilie di C.de Sterlich dei marchesi di Cermignano, Tip. di Gaetano Nobile, Napoli 185-?, pp. 126-127;
  • Domenico Massara, Cenni su Limbadi e profili dei suoi figli migliori, La Procellaria, Reggio Calabria 1962, pp. 66, 69.

Capialbi, Vito

Vito Capialbi (Monteleone, 30 ottobre 1790 – 30 ottobre 1853)

Nacque a Monteleone, l’odierna Vibo Valentia, da Vincenzo dei marchesi di Carife e Rocca Sanfelice, e da Anna Marzano, una famiglia patrizia che aveva alle spalle una solida tradizione culturale. Seguì un iter formativo congeniale per quei tempi alle famiglie della borghesia; infatti, rimasto orfano del padre a otto anni fu affidato prima alla cura dei padri basiliani del Collegio di Santo Spirito e successivamente a precettori privati in casa. Suoi maestri furono l’Abate Filippo Jacopo Pignatari, Giuseppe De Luca, Basilio Clary, che fu in seguito sarebbe diventato Arcivescovo a Bari. Fin da fanciullo mostrava una singolare predilezione perlo studio delle lingue classiche greca elatina. Rientrato in famiglia quando aveva quattordici anni, studiò diritto civile e canonico e teologia.
Durante il Decennio francese, stimolato dal ruolo politico-amministrativo che la città di Monteleone, come capoluogo della provincia di Calabria Ulteriorevenne ad assumere e dal clima di generale rinnovamento della società calabrese e meridionale, partecipò attivamente alla vita sociale e politica locale, ricoprendo alcune cariche pubbliche.
Dopo la restaurazione ebbe un atteggiamento prudente e non manifestò pubblicamente le sue idee e preferenze politiche: sospettato come nemico dal governo, in considerazione della fama di “massone” e “carbonaro” attribuitagli dalla polizia borbonica, non gli fu mai concesso di uscire dal Regno. In ogni caso, dal1817al1819 fu sindaco della propria città. E quello fu il suo ultimo incarico pubblico, prima di concentrarsi sui suoi studi e sulle sue ricerche.
Sposò Maria Teresa Capialbi, nata l’8 giugno 1791 e morta il 23 aprile 1875. Dal matrimonio nacquero tre figli: Vincenzo (21 dicembre 1808 – 18 marzo 1885); Anna (23 agosto 1810 – 1 ottobre 1849); Antonio (10 giugno 1812 – 19 dicembre 1886.
Al Decennio francese, si fa risalire il suo interesse per la storia e l’archeologia. In quel periodo, oltretutto, nella città Monteleone dove giunsero diversi studiosi stranieri, tra cui Aubin-Louis Millin e Carlo Witte, si registrarono numerosi ritrovamenti di antichi edifici e di «finissimi mosaici» che ovviamente attrassero il suo interesse di giovane studioso.
Dopo aver compiuto i primi passi nella ristretta cerchia culturale locale con piccole produzioni destinate ai soci dell’Accademia Florimontana degli Invogliati, nella quale fu accolto nel 1809, quando aveva appena compiuto 18 anni, con il nome di Florimo Valentino, s’inserisce in un ambito culturale più ampio, con interessi che spaziavano dall’archeologia alla numismatica, dalla bibliofilia alla storia locale ed ecclesiastica calabrese. Conseguentemente instaura rapporti con vari studiosi ai quali chiedeva e dava informazioni, poneva quesiti e forniva chiarimenti.
L’intensificarsi delle relazioni intrecciate, aumentano proporzionalmente la stima nei suoi confronti. Un esempio è la lettera inviatagli da Odoardo Gerhard il 26 maggio 1829. Questi gli anticipava l’intenzione di cooptarlo nell’attività dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica di Roma, «per le riflessioni da lei fatte sulle antichità della sua patria».
L’adesione all’Istituto si concretizzò nel 1832 con la stampa del Cenno sulle mura d’lpponio e nel 1845 con la pubblicazione delle Inscriptionum Vibonensium specimen.
Alla stima e all’ammirazione goduta nell’ambiente culturale napoletano si deve invece la sua collaborazione all’opera curata da Domenico Martuscelli: Biografie degli uomini illustri del Regno di Napoli; in essa, infatti, tra il 1822 e 1830, pubblicò i profili biografici di diversi personaggi monteleonesi e non solo. Il suo rapporto con l’Istituto di Corrispondenza Archeologica e con i promotori dell’iniziativa editoriale delle Biografie non fu comunque asettica; infatti, con lealtà non esitò a evidenziare criticità e difetti, a proporre correzioni di rotta. Le sue osservazioni «scaturivano dalla necessità di restituire all’erudizione storica la sua dignità intellettuale.
Applicato in modo costante nell’elaborazione delle sue “memoriucce” o “fanfucole”, il concetto di “fare storia” a cui s’ispirava è riproposto in altre lettere edite nel suo epistolario.
Collezionista di reperti archeologici, epigrafici e numismatici, fu anche un attento bibliofilo e un collezionista di manoscritti, pergamene e incunaboli provenienti dagli aboliti conventi o reperiti sul mercato antiquario. Il materiale acquisito venne utilizzato negli scritti di storia ecclesiastica. II materiale archivistico individuato venne impiegato soprattutto nell’ambito dei suoi interessi per la storia del libro e dell’arte tipografica di cui sono testimonianza alcune sue opere. Altri scritti relativi agli argomenti a lui più cari apparvero su «Il Calabrese», «Il Faro», «Il Pitagora», «La Fata Morgana» e «Il Maurolico».
Oltre che segretario perpetuo dell’Accademia Florimontana fin dal 1827, fu socio di altre 64 accademie letterarie, corrispondente di associazioni culturali e collaboratore di periodici storico-letterari.
Ebbe molti riconoscimenti. Papa Gregorio XVI lo decorò della Croce di S. Gregorio e gli accordò il titolo di suo cameriere d’onore. Il Duca di Lucca gli concesse la Croce di Cavaliere di S. Ludovico. Il Gran Duca di Toscana gli concesse di far valere i suoi titoli per l’ammissione nell’Ordine di S. Stefano. E infine Papa Pio IX con diploma del 9 luglio 1847 lo insignì del titolo di Conte, trasmissibile in eredità ai discendenti maschi primogeniti. La Repubblica di S. Marino, e la Città di Messina, ancora, lo iscrissero, insieme ai suoi, al loro Patriziato.
La morte lo colse il giorno del suo 63° compleanno, dopo breve malattia. Vibo lo ricorda con il Museo archeologico istituito nel 1969 e con un Liceo statale a lui intitolati. Vie con il suo nome si trovano in diversi comuni. (Foca Accetta) © ICSAIC 2022 – 5

Opere principali

  • Memorie per servire alla chiesa Miletese, Stamperia Porcelli, Napoli 1835;
  • Memorie delle tipografie calabresi con appendice sopra alcune biblioteche, la coltura delle lingue orientali, gli archivi della Calabria, Tipografia di Porcelli, Napoli 1835;
  • Memorie del Clero di Montelione, Tipografia di Porcelli, Napoli 1845;
  • Documenti inediti circa la voluta ribellione di F. Tommaso Campanella, Tipografia di Porcelli, Napoli 1845;
  • Opuscoli varii. Epistole, riviste, illustrazioni e descrizioni, 3 voll., Tipografia di Porcelli, Napoli 1849;
  • Lettere bibliografiche del cavaliere Angelo Maria d’Elci, sn., s.l. 1851;
  • Memorie per servire alla storia della Chiesa Tropeana,Pe’ tipi di Nicola Porcelli, Napoli 1852;
  • Notizie circa la vita, le opere e le edizioni di Messer Giovan Filippo La Legname cavaliere messinese e tipografo del secolo XV, Pe’ tipi di Nicola Porcelli, Napoli 1853;
  • La continuazione dell’Italia Sacra dell’Ughelli per i vescovadi di Calabria, (postumo, a cura di Hettore Capialbi), «Archivio storico della Calabria», 1912-1916: estr. anticip., Napoli 1913.

Nota bibliografica

  • Gaetano Giucci, Degli scienziati italiani formanti parte del VII Congresso in Napoli nell’autunno del MDCCCXLV, Tipografia parigina di A. Lebon, Napoli 1845, pp. 188-190;
  • Paolo Orsi, Medma-Nicotera. Ricerche topografiche, in Campagne della società Magna Grecia (1926 e 1927), Roma 1928, pp. 31-32.
  • Salvatore Settis, Capialbi, Vito, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 18, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1975, pp. 521-525;
  • Maurizio Paoletti, Vito Capialbi. Scritti, Sistema Bibliotecario Vibonese, Vibo Valentia 2003;
  • Gilberto Floriani e Maria d’Andrea (a cura di), Collezioni storiche/storie di collezioni. Erudizione tradizione antiquaria a Monteleone di Calabria, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008;
  • Giorgia Gargano, L’«ardimentoso progetto» di Vito Capialbi, numismatico e antiquario, «Quaderni Ticinesi di Numismatica e antichità classiche», 2009, pp. 83-109;
  • Ermanno A. Arslan e Giorgia Gargano (a cura di), La numismatica secondo Vito Capialbi nella Calabria dell’Ottocento. Laruffa, Reggio Calabria 2012;
  • Maurizio Paoletti, Il ritratto perduto di Campanella. Vito Capialbi e la visita di Aubin-Louis Millin a Stilo (1812), in Maurizio D’Andrea (a cura), Vincenzo Nusdeo sulle tracce della storia. Studi in onore di Vincenzo Nusdeo nel decennale della scomparsa, Vibo Valentia 2012, pp. 425-495;
  • Foca Accetta e Maria D’Andrea, Storico e archeologo nel 160° anniversario della sua morte, «Hipponion», I, speciale novembre-dicembre 2013, pp. 1-5;
  • Foca Accetta, Vito Capialbi e le sue collezioni, Libritalia Edizioni, Vibo Valentia 2021.

Chitti, Luigi

Luigi Chitti [Cittanova (Reggio Calabria), 17 aprile 1784 –  New York, 2 settembre 1853

Nacque a Casalnuovo (oggi Cittanova) da Giuseppe e da Saveria Barbaro, originaria di Napoli.  Il padre era avvocato e giudice presso la Gran Corte Criminale di Reggio Calabria. Nel 1799, la famiglia si era già trasferita a Napoli, anche se non si hanno notizie certe circa il ruolo svolto dal padre sotto il governo repubblicano. Dopo la restaurazione borbonica, tutta la famiglia venne esiliata in Francia e Luigi completò gli studi giuridici a Parigi. Qui ebbe modo di conoscere gli studiosi delle scienze economiche e si accostò alle opere dei fisiocratici e di Jean-Baptiste Say.
Nel 1806, sposò Amalia Ippeman, avvenente fanciulla francese, figlia di un importante funzionario ministeriale.
Rientrato a Napoli a seguito delle truppe francesi, pur proseguendo gli studi in campo economico, cominciò a esercitare la professione di avvocato. Mantenne sempre i contatti con il suo paese natale che difese, nel 1808, in una importante causa presso il Tribunale per l’abolizione dei diritti feudali contro la principessa Maria Grimaldi Serra, ultima feudataria di Gerace. L’anno successivo ottenne l’incarico di «Uffiziale di carico» presso il Dipartimento degli affari criminali del Ministero di Grazia e Giustizia, una carica corrispondente a quella di Pubblico Ministero.
Nel 1817 pubblicò in tre volumi le opere di Jean-Baptiste Say e nell’ampia prefazione, dalla quale si evince la sua conoscenza diretta del pensiero di Say e di Adam Smith, propone, tra l’altro, di denominare la nuova disciplina non «Economia politica», bensì «Economia sociale». Il suo campo di studi non appare ancora definitivamente assestato e lo dimostra il fatto che l’anno successivo, nel 1818, insieme con Giovan Vittorio Englen e Giovanni Pasqualoni, cura la pubblicazione di un interessante e chiaro Commentario sulla legge organica giudiziaria de’ 29 maggio 1817. Corredato delle leggi, decreti, rescritti, regolamenti, ministeriali e massime di giurisprudenza che dilucidano o modificano i vari articoli della stessa legge.
Gli avvenimenti del 1820-1821 e, in particolare, il fallito tentativo insurrezionale del Morelli e del Silvati, nel cui reggimento militava uno dei suoi fratelli, lo costrinsero a emigrare dapprima a Firenze e poi a Parigi. Sottoposto, al rientro, a un durissimo interrogatorio, detto «lo scrutinio», non rinnegò né le sue idee, né le scelte del fratello e per questo venne radiato dagli uffici pubblici che ricopriva e nuovamente costretto all’esilio. Si stabilì prima a Londra, dove ebbe modo di conoscere Robert Peel, leader del partito conservatore e Richard Cobden, giovane studioso attratto dalla carriera politica; poi dal 1829, a Bruxelles, dove ottenne l’incarico di professore di Economia Sociale.
Si legò al movimento uscito vittorioso dalla rivoluzione del 1830 e in un’opera, intitolata Quelques mots sur l’avenir de la Belgique, analizza le idee, la struttura e la composizione del movimento e, soprattutto, spiega le ragioni che hanno portato alla vittoria, sostenendo che in realtà il successo è dovuto all’opera e all’intervento della classe operaia senza la quale non sarebbe stato possibile modificare la situazione. Questa considerazione gli attira le antipatie degli altri esuli italiani, schierati su posizioni più conservatrici che liberali, certo assolutamente antioperaie e contrarie alle nuove idee provenienti dalla Francia. La duchessa Costanza Arconati Visconti, amica di Silvio Pellico, di Maroncelli, del Confalonieri, in una lettera del dicembre del 1829, indirizzata al marito, che l’aveva incaricata di reperire informazioni sul suo conto, così si esprime: «il Chiti (sbaglia a scrivere il cognome, ma non è raro) è galantuomo, ma povero, cercator di danari e di opinioni esaltate in politica».  La libertà politica di uno Stato, sostiene, conquistata con le armi ed a caro prezzo, non può essere difesa né chiedendo aiuto allo Straniero, né mantenendo un perenne stato di guerra. Si parla del Belgio, ma il pensiero corre alla “sua” Napoli.  Alcuni esuli italiani, Federico Pescantini, Giuseppe Andrea Cannonieri e Angelo Frignani, su sollecitazione del Gioberti, lo invitarono a collaborare al giornale bilingue «L’Esule», che si pubblicava a Bruxelles ed a Parigi.  Iniziò pure a scrivere per «Le Courrier belge» sul quale pubblicò articoli sulle questioni economiche di attualità, a cominciare dalla questione della povertà. Nel 1832 fu chiamato a tenere un Corso di lezioni di Economia presso il Museè des arts et de l’industrie, che due anni dopo si trasformerà in Università, diventando l’Universitè libre de Belgique di ispirazione laica, liberale e massonica, contrapposta all’Università Cattolica di Lovanio. Fu nominato professore ordinario di Economia Sociale e tra il 1833 e il 1834, tenne un corso, pubblicato poi a dispense, in cui forniva le prime definizioni di concetti quali ricchezza, forze produttive, distribuzione del prodotto, formazione dei prezzi e valore. Il ministro Quetelet, che aveva assistito, in incognito, a una sua lezione, lo nominò suo consulente.  Il 23 aprile 1834 comparve sul «Courier belge», a sua firma, una Lettre au roi, in cui, qualificatosi come «rifugiato politico», infinitamente grato al Belgio per la sua ospitalità, riconosciuta la liberalità del regime politico, in maniera cortese ma ferma, protestava per i provvedimenti di espulsione adottati contro alcuni esuli che si erano dichiarati repubblicani. Pur dichiarandosi repubblicano, affermò che il regno del Belgio era «la migliore delle repubbliche poiché è una monarchia con garanzie repubblicane». In nome di tutto questo, concluse chiedendo al re di ritirare tutti i provvedimenti di espulsione. La Lettera ebbe grande risonanza nell’opinione pubblica e segnò veramente la definitiva integrazione dell’esule napoletano nella “nuova” società belga.
Grazie ai rapporti con gli ambienti governativi avviò una serie di attività in campo bancario, finanziario e commerciale. Nell’arco di otto anni, dal 1834 al 1843, contribuì alla costituzione di tre banche, tra queste la Banque Fonciere, della quale assunse l’incarico di segretario, corrispondente oggi a quello di amministratore delegato.
Nel 1839 pubblicò la sua opera più importante Des crises financieres et de la reforme du systeme monetaire. Due anni dopo, pur non avendo ancora ottenuto la cittadinanza belga, fu nominato Commissario governativo della Banque de Flandre e Gantoise, un gruppo anglo-belga legato alla potente Societè Generale, tutt’ora attiva. Nel 1844 elaborò un grandioso progetto di investimento che si proponeva di avviare in Virginia (Usa), la realizzazione di una grande fattoria modello. Il progetto prevedeva di coinvolgere un certo numero di operai e disoccupati, di diverse nazionalità, da trasferire negli Stati Uniti. I capitali investiti sembravano sufficienti per l’avvio dell’impresa, ma vennero sottovalutate le opere da realizzare in loco, a cominciare dalle infrastrutture indispensabili quali strade, cantieri, abitazioni per i lavoratori. Le fatiche personali, le privazioni, i disagi, i pericoli minarono la sua già fragile salute, per cui abbandonò i progetti, rimise l’incarico ai suoi mandanti e tornò a New York con l’intento di liquidare l’intera operazione. Qui, grazie alla fama che lo aveva preceduto, poté contare sull’appoggio di sir Robert Peel e Robert Cobden, oltre che sul sostegno di alcuni operatori economici e politici americani come J.C. Calhoum, D. Webster, all’epoca Segretario di Stato e sui senatori H. Clay e Ch. Summer. Anche la comunità degli emigrati italiani, compresi gli esuli politici Maroncelli e Confalonieri, cercò di sostenerlo nella vendita dei terreni boschivi. Con questo scopo ritornò a Cincinnati, ma non fu possibile procedere ad alcuna vendita.
Scoraggiato, amareggiato, deluso, stanco, provato duramente nel fisico, si sistemò definitivamente a New York preparandosi a far fronte agli inevitabili e lunghi processi, aperti dal fallimento della sua impresa. La morte lo colse in quella città e venne sepolto al Bay Cemetery nell’area di proprietà della Società di Unione e Benevolenza Italiana. L’elogio funebre, in italiano, in inglese e in francese, venne tenuto dal prof. Felice Foresti, docente alla Columbia University e Presidente della comunità italiana. (Antonio Orlando) © ICSAIC 2022 – 5

Opere

  • Trattato di economia politica o semplice esposizione del modo col quale si formano, si distribuiscono e si consumano le ricchezze; seguito da un’epitome dei principi fondamentali dell’economia politica di Giovanni Battista Say – tradotto dal francese 3 voll., Stamperia del Ministero della Segreteria di Stato, Napoli 1817;
  • Commentario sulla legge organica giudiziaria de’ 29 maggio 1817. Corredato delle leggi, decreti, rescritti, regolamenti, ministeriali e massime di giurisprudenza che dilucidano o modificano i vari articoli della stessa legge, (con Giovan Vittorio Englen e Giovanni Pasqualoni),s.n.,Napoli 1818;
  • Quelques mots sur l’avenir de la Belgique”, Libraire C.J. De Mat, Bruxelles 1830;
  • Cours d’économie sociale (Discours d’ouverture prononcé le 14 décembre 1833), Librarie Jobert, Bruxelles 1834;
  • –  2e Lecture, 21 décembre 1833, Ode et Wodon, Bruxelles 1834;
  • Cours d’économie sociale – 3e et 4e Lecture, 4 et 11 janvier 1834) Ode et Wodon, Bruxelles 1834;
  • Des crises financières et de la réforme du système monétaire, Meline, Bruxelles 1839.

Nota bibliografica

  • Vincenzo De Cristo, Prime notizie sulla vita e sulle opere di Luigi Chitti Economista, Prem. Tip. e Lib. ClaudianaFirenze 1902;
  • Mario Battistini, Esuli italiani in Belgio (1815-1861), Leo S. Olschki, Firenze 1968;
  • Giuliano Crifò, Chitti, Luigi, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 25, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1981; 
  • Antonio Orlando, Un economista dimenticato: Luigi Chitti, «Rogerius», V, 2, 2002;
  • Antonio Orlando, Luigi Chitti e le crisi finanziarie, «Il Taurikano», XIII, 16, 2000;
  • Daniela Giaconi e Antonella Leoncini Bartoli, Le traduzioni italiane del Traité d’économie politique e de “Sur la balance des consommations avec les productions” di Jean-Baptiste Say (1817-1824): contesto storico, circolazione delle idee e strategie argomentative, Repères DO.RI.F.- Università di Roma, agosto 2014.