Zangari, Antonino

Antonino Zangari [Montauro (Catanzaro), 26 febbraio 1900 – Montepaone 12 febbraio 1929]

Primogenito di sei figli, nacque da Giuseppe e da Maria Innocenza Fodero, una famiglia di commercianti.  Qualche anno dopo la perdita della madre (1909) fu avviato in Collegio a Napoli, dove compì i primi studi che poi completò a Catanzaro.
Già all’età di tredici anni cominciò a manifestare i segni della sua predisposizione artistica ingentilendo le foderine dei suoi quaderni con cartigli e fiorellini. 
Presso la Scuola Industriale di Catanzaro, nell’anno scolastico 1918/1919, conseguì il diploma di licenza industriale. 
Nel periodo 1920-1922 assolse gli obblighi militari di leva in Marina presso la Casermetta dell’Arsenale di Taranto, dove svolse scrupolosamente l’attività di furiere, tanto da essere stimato, apprezzato e rimpianto dai suoi superiori e compagni d’armi, anche dopo il suo congedo. 
Approfondì gli studi industriali seguendo con profitto i Corsi di meccanica generale, meccanica applicata alle macchine, elettrotecnica e chimica industriale della “Sez. Perito Industriale” presso l’Istituzione Politecnica di Milano, conseguendo, nel 1924, il relativo diploma. 
Il 15 gennaio 1926 sposò a Montauro Marianna Zangari, da cui ebbe l’unica figlia Vincenzina (18 luglio 1927). 
Rivolse, però, costantemente la sua passione al mondo dell’arte dedicandosi con pazienza alla pittura e distinguendosi nella tecnica ad acquerello, soprattutto nelle delicatissime miniature, per le quali egli stesso confezionava particolari pennellini. 
Nella sua permanenza a Napoli venne a contatto con la produzione artistica dei pittori della Scuola di Posillipo, che gli suscitò l’amore per il paesaggio e soprattutto per l’acquerello. A differenza, però, della Scuola di Posillipo, che era dedita alla rappresentazione del paesaggio urbano e monumentale, Antonino seguì un suo filone originale concentrandosi sugli scorci di paesaggio rurale o marittimo o su tipiche specie floreali locali, trattandoli con forte senso naturalistico da cui traspare una realtà serena e tranquilla, quasi magicamente incantata. 
I suoi soggetti erano personaggi umili e comuni, angoli naturali carichi di freschezza o scene di vita e di lavoro quotidiano. La sua attenzione si concentrava nell’osservazione della natura (fiori, alberi, mare, barche, scene di pesca e campestri, viali alberati. laghetti, ruscelli, cascate, scorci di paesaggi, casolari di campagna). 
L’abilità, la precisione e la delicatezza del tocco gli permettevano di realizzare caratteristiche ambientazioni e minutissimi particolari in ristrettissimo spazio. Accuratezza e destrezza si evidenziano soprattutto nelle sottili linee di nervatura delle foglie delle rose o dell’edera e nella perfetta frastagliatura dei petali di garofani. La naturalezza e tenerezza con cui ritrae i fiori crea l’illusione di percepire una piacevole brezza del loro profumo. 
Acquerellò due album fotografici con varie miniature a soggetti floreali, vedute marine e paesaggi campestri. Miniò anche diverse cartoline postali, di cui rimangono nove esemplari e biglietti di corrispondenza, utilizzati come foderine di lettere, di cui si conservano anche sedici campioni con scene marine e campestri. Dipinse anche altri quadri di piccole dimensioni, di cui rimangono otto esemplari e un ovale a inchiostro su voile per un puntaspilli.
Si cimentò anche nella pittura di larghe dimensioni come gli scenari su tela per le rappresentazioni della “tragedia di Cristo” nel periodo pasquale e della così detta “opera di S. Pantaleone” nel suo paese natale; quadri, purtroppo, attualmente perduti, dei quali si può riscontrare una pallida testimonianza attraverso l’esame di due foto d’epoca in B/N.
Prima della sua precoce morte realizzò l’impianto d’illuminazione della Cappella di S. Giovanni Battista, presso la Stazione Ferroviaria di Montauro, costruita da Giovanni Catuogno e consacrata da mons. Giovanni Fiorentini l’8 novembre 1928, alimentato dal motogeneratore di corrente, installato nel vicino frantoio a servizio dell’Azienda Agricola.
La sua breve vita, conclusasi in Montepaone il 12 febbraio 1929 poco prima del ventinovesimo anno, gli ha impedito di proseguire la sua pregevole attività artistica, che sicuramente avrebbe dato copiosi frutti. Tuttavia anche le poche opere superstiti prodotte, conservate dai nipoti, malgrado le loro dimensioni necessariamente ridotte per la loro destinazione d’uso, dimostrano una mano ferma e decisa manifestandosi degli autentici gioielli d’arte pittorica.
Antonino Zangari può essere considerato, a pieno titolo, un rarissimo, se non unico, rappresentante del genere pittorico miniaturistico con la tecnica dell’acquerello nel panorama della storia dell’arte calabrese del primo novecento.  (Giuseppe Zangari) © ICSAIC 2022 – 10

Opere

Miniature per Album fotografici

  • Album 1: 19 fogli miniati ad acquerello in cartoncino beige (cm. 29,5 x 21,2), escluso il primo di colore rossiccio, che reca la dedica autografa alla cugina Concettina Zangari; rilegatura in pelle marrone scuro;
  • Album 2: 20 fogli miniati ad acquerello in cartoncino beige (cm. 26,8 x 24,4); rilegatura con copertina in pelle marrone scuro, concepito per raccogliere le foto del suo matrimonio.

Quadretti di piccole dimensioni

  • Autoritratto (tempera acquarellata su carta);
  • Ritratto di Greco (olio su tavola);
  • Sorelle oranti (tempera su cartoncino);
  • Il banditore (olio su tavola);
  • Cascata (acquerello su carta);
  • Cestino con frutta (pirografia su stoffa);
  • Pescatori (acquerello su carta);
  • Incontro sul ponte (acquerello su carta);
  • Ritratto femminile (ovale puntaspilli ad inchiostro su voile).

Miniature su biglietti per corrispondenza

  • Biglietti miniati ad acquerello n. 16.

Miniature su cartoline postali

  • Cartoline miniate ad acquerello n. 9.

Nota bibliografica

  • Giuseppe A. F. Zangari, Storia del culto cristiano e della spiritualità a Montepaone Lido, in «Vivarium Scyllacense», XVIII, 1-2, genn.-dic. 2007, pp. 61-62;
  • Giuseppe Zangari, La Cappella Catuogno di S. Giovanni Battista prima sede della Parrocchia in Montepaone Lido (CZ) – Cenni storici, Grafiche Falcone, Squillace 2018, pp. 21-22;
  • Giuseppe Zangari, Antonino Zangari Pittore (1900-1929), Grafiche Falcone, Squillace 2019; 
  • Aldo Mercurio, III Convegno Artistico-Letterario “Arcangelo Pisani” Montauro 8 agosto 2016 Conclusione, in «Pagine … sparse», s. n., , Rende 2017, p. 97; 
  • Id., Montauro dalle origini ai nostri giorni – Storia – Arte – Cultura – Tradizioni, Aldo Primerano, Roma 2022, pp. 285-292;
  • Alfonso Molea (a cura di), Montepaone. I suoi figli illustri da Saverio Mattei a Gregorio Di Siena – La storia millenaria, le risorse, lo sviluppo, Testi di Francesco Pitaro, Roma 2021, pp. 166-168.    

Velonà, Fortunato (Fort)

Fortunato Velonà, [Bova (Reggio Calabria), 3 agosto 1893 – New York, 9 maggio 1965] 

Nacque a Bova (Reggio Calabria) da Domenico, falegname, e da Domenica Marino, casalinga. Imparò a leggere e scrivere, denotando propensione anche per il disegno, ma svolse attività manuali facendo il sarto e il falegname. Attratto dalla politica, si iscrisse alla sezione del Partito Socialista e alla Camera del Lavoro, lottando per la giustizia sociale e per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori. Si formò leggendo “La Luce”, periodico della Federazione socialista reggina, il mensile varesotto “Germinal” e altri fogli che costituivano espressioni del partito, attraverso i quali veniva manifestato il dissenso verso la politica governativa e i privilegi di industriali e latifondisti, avverso lo sfruttamento della classe operaia. Contribuì all’apertura di diverse sezioni socialiste nel territorio dell’area jonica grecanica ed ebbe come punto di riferimento la figura di Nicola Palaia, tra i primi sostenitori del pensiero socialista nella provincia reggina.
Nel 1913 emigrò negli Stati Uniti, stabilendosi a New York e assumendo il nome “americanizzato” di Fort Velona. Fece lavori di varia natura prima di iniziare a integrarsi sia all’interno della comunità italiana colà insediatasi sia nella realtà newyorkese, avendo imparato a parlare e scrivere correttamente anche in lingua inglese.  Il 19 febbraio 1916 sposò Angelina Patanè, sua coetanea e anch’essa originaria di Bova, dalla quale ebbe due figli, Walter Domenico, nato a novembre del 1916, e Saverina, nata nel 1919, entrambi stabilitisi nello stato di New York.
Alcuni anni dopo, tra il dicembre 1921 e l’aprile 1922, rientrò temporaneamente in Italia per far visita ai parenti propri e della moglie. Poco meno di un anno prima del suo rientro era avvenuta la scissione del Partito socialista, con la nascita del Partito comunista d’Italia, per il quale Velonà manifestò dapprima interesse, ma che in seguito condannò per le attività oppressive del regime bolscevico. Non svolse, però, alcuna attività di propaganda in Calabria, considerato il programmato rientro a New York.
Tornato sotto la statua della Libertà, iniziò a diffondere le sue convinzioni antifasciste attraverso alcuni giornali in lingua italiana chiaramente contrari al regime di Mussolini, “La Parola del Popolo” (edita a Chicago), “La Stampa Libera” e “Il Nuovo Mondo”. Su quest’ultimo foglio e su altre pubblicazioni radicali italo-americane dai primi anni venti fino al termine della seconda guerra mondiale iniziò a fare satira politica, sbeffeggiando Mussolini e i suoi gerarchi, attraverso quelle che l’allora console italiano nella città definì “ignobili vignette contro il fascismo e i suoi capi”. Le strisce di Velonà, molto pungenti, vennero pubblicate non solo negli Stati Uniti, facendo presa soprattutto nei già numerosi gruppi di immigrati, peraltro poco adusi alla politica e spesso poco istruiti, in contrasto con la popolarità che Mussolini aveva anche oltre Oceano, ma furono riprese anche in molti Paesi europei su fogli prevalentemente clandestini. Vennero in molti casi riprodotte in grandi poster utilizzati nelle manifestazioni di protesta antifascista ed erano politicamente impegnate, focalizzando l’attenzione sulla repressione, sul terrore, sulla corruzione e sulla guerra (i “cartoni radicali” nell’allegoria del fascismo, scrive la storica Marcella Bencivenni). Quella pubblicata il 22 novembre 1925 su “Il Nuovo Mondo” divenne molto nota perché ritraeva il Duce e un uomo con un megafono che simboleggiava la stampa di regime, ed era intitolata “La stampa filofascista a sostegno del randello”.
I documenti originali (dal 1919 al 1962), costituiti da foto, ritagli di giornale, articoli e vignette pubblicati (sia in italiano che in inglese), sono custoditi presso la Biblioteca Elmer L. Andersen presso l’Università di Minneapolis, nello stato del Minnesota.
Attivo nel sindacato, soprattutto a favore degli “Amalgamated Clothing Workers of America” (settore tessile – abbigliamento), fece parte dal 1925 anche del Direttorio Nazionale provvisorio della Federazione garibaldina d’America. Il suo fervore politico non passò inosservato alle autorità che, ritenendolo “anarchico pericoloso”, nel 1931 lo iscrissero nel “Bollettino delle ricerche” e nella “Rubrica di frontiera”, che contemplavano la perquisizione e il fermo di polizia.
Tra gli immigrati calabresi impegnati nelle lotte sindacali attraverso forme radicali di protesta, già in passato le attenzioni delle autorità newyorkesi si erano concentrate su Emilio Grandinetti, di Decollatura (Catanzaro), Francesco Alò, di San Lucido (Cosenza), Alfonso Balducci, di Reggio Calabria, Salvatore Zumpano, di San Nicola dell’Alto (Catanzaro, oggi Crotone), Francesco Luigi Perri, di Petronà (Catanzaro) e molti altri. Velonà, secondo la polizia e la diplomazia italiana, e gli altri anarchici che costituivano “L’Adunata dei refrattari”, avevano anche l’obiettivo di raccogliere fondi per rientrare clandestinamente in Italia e dare corso ad attentati terroristici contro il regime di Mussolini. Con una raccolta di fondi tra anarchici, socialisti e lavoratori italiani promossa attraverso la stampa (“Per la nostra guerra”), il denaro sarebbe pervenuto all’anarchico-giornalista italo-svizzero Carlo Frigerio e gestito dal gruppo francese “Il Monito” dalla “Banque francaise et italienne pour l’Amerique du Sud”. Nel gruppo de “L’adunata dei refrattari”, che non riuscì a compiere quell’impresa, vi erano anche altri calabresi, tra i quali Saverio Procopio, di San Sostene (Catanzaro), Pietro Baroni, di Maida (Catanzaro) e Francesco Michele Coco, di Morano Calabro (Cosenza), quest’ultimo fondatore del periodico “Lotta di classe”.
Nonostante il fiato sul collo della polizia, Velonà continuò a essere attivo in politica. Nell’aprile del 1933, quale esponente della delegazione socialista italiana, assieme al compagno socialista Girolamo Valenti, giornalista e co-fondatore della Camera italiana del lavoro a New York, siciliano di Valguarnera Caropepe (Caltanissetta), tenne un comizio di protesta contro il fascismo internazionale nella «Union Square» (Manhattan) davanti a più di ventimila persone. In quella sede sostenne, come gli altri oratori, le ragioni degli ebrei contro la campagna antisemita avviata da Hitler e da Mussolini. E pochi mesi dopo, il 14 luglio, fu a capo di un gruppo di sovversivi impegnati a ostacolare un comizio delle “Khaki Shirts of America” (camicie color cachi), organizzazione fascista che aveva raccolto consensi tra molti italiani che vivevano a New York e in altri stati. Lo scontro a fuoco che ne scaturì fece rimanere sul campo il giovane Antonio Fierro, mentre egli rimase ferito, al pari di due esponenti del gruppo fascista. Nel corpo di un rapporto riservato, poi desecretato, del regio console Antonio Grossardi inviato all’Ambasciata italiana a Washington e per conoscenza al Ministro degli Interni si legge, tra l’altro, «Ho l’onore di riferire che venerdì sera 14 luglio 1933 nella Columbus Hall […] ebbe luogo un comizio della Terza Brigata delle “Khaki Shirts of America” con l’intervento del comandante nazionale Art Smith, il quale, presentato all’auditorio di Astoria l’italo-americano Antonio Pessolano, pronunciò un breve discorso. Dopo di lui prese la parola il capo di stato maggiore dell’organizzazione, Antonio Siani, anch’esso italo-americano. Nel frattempo un gruppo di facinorosi con a capo Fortunato Velonà […] introdottisi nella sala cominciarono a interrompere l’oratore…(omissis)».
Velonà e gli altri attivisti e sindacalisti portavano avanti anche principi e valori antimilitaristi e organizzavano costantemente incontri nelle città e nei quartieri di New York per spiegare le motivazioni delle lotte avviate e condotte, coinvolgendo la gente del posto, sia immigrati che indigeni. Nelle varie organizzazioni, soprattutto nel Comitato direttivo segreto per la lotta antifascista in America, assieme agli anarchici vi erano anche massoni. Le lotte antifasciste negli anni Trenta si richiamarono anche all’ingiusta esecuzione, avvenuta nel 1927, degli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, anche se non si poté mai affermare la prevalenza della sinistra italo-americana nei confronti del fascismo, radicato attraverso i poteri forti anche negli Usa.
Terminata la seconda guerra mondiale e indenne da rappresaglie da parte della polizia newyorkese, anche se successivamente schedato quale comunista, caduto il fascismo in Italia, Velonà continuò a svolgere attività di propaganda antifascista e libertaria, incontrando la gente dei quartieri e soprattutto attraverso la stampa con articoli e vignette, sino al 1962. Continuò a mantenere contatti con amici e parenti di Bova e dell’area grecanica reggina, ma non vi fece più ritorno. Morì a New York, dov’è sepolto, a pochi mesi dal compimento dell’ottantesimo anno di età. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2022 – 10

Nota bibliografica

  • Katia Massara, L’emigrazione “sovversiva”. Storie di anarchici calabresi all’estero, Le Nuvole, Cosenza 2003;
  • Amelia Paparazzo (a cura di), Calabresi sovversivi nel mondo: l’esodo, l’impegno politico, le lotte degli emigranti in terra straniera (1880-1940), Rubbettino, Soveria Mannelli 2004;
  • Katia Massara e Oscar Greco, Rivoluzionari e migranti. Dizionario biografico degli anarchici calabresi, Ed. BFS, Pisa 2010, pp. 212-213.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, Direzione Generale P.S. Divisione Affari Generali e Riservati, b. 5346, f. 15567, con annotazione dei connotati ma privo di foto segnaletica e annotazioni dal 29 gennaio 1925 al 19 novembre 1940.

Ringraziamenti

L’A. ringrazia la prof.ssa Katia Massara e il prof. Carmelo Giuseppe Nucera per notizie, dati e documenti forniti.

Sorrenti, Michele

Michele Sorrenti [Rende (Cosenza),  25 ottobre 1941 – Treviso,  2 dicembre 2005]

Nacque da Ada Imbrogno, originaria di Lappano, e da Giuseppe, nativo di Rende. La famiglia Sorrenti proveniva da Cittanova in provincia di Reggio Calabria. Il nonno Beniamino, infatti, ai primi del Novecento, si era trasferito a Rende, dove esercitava la professione di avvocato e insegnante. La nonna, invece, Concetta Ciancio-Mascaro, apparteneva a una famiglia di Rende. L’avvocato Beniamino a Cittanova aveva diciotto fratelli, con i quali rimase sempre in contatto ed ebbe undici figli. 
Il padre, chiamato Peppino, nato nel 1911, che lavorava nelle Ferrovie dello Sato, era da tutti benvoluto per l’innata simpatia, la proverbiale bontà e il grandissimo senso di amicizia, che aveva nei confronti di tutti. Nel 1953 con la famiglia si trasferì in Veneto, esattamente a Paese, cittadina a cinque chilometri da Treviso, dove era stato nominato capostazione. Inizialmente, entrambi i genitori di Michele pensavano a una permanenza di pochi anni, considerato l’amore e l’attaccamento al paese natio e il desiderio di poter rientrare definitivamente nella propria terra.  I programmi, tuttavia, per una serie di fattori, legati allo studio dei figli, alla sistemazione appena trovata, non andarono per il verso atteso, anche se i contatti con i parenti rimasti in Calabria rimasero intensi, solidissimi e sempre vivi.
Oltre a Michele, che era il secondogenito, c’erano altri due fratelli Beniamino e Francesco, detto Franco. Michele sin dalla più tenera età rivelò le sue doti atletiche: è stato un promettente calciatore ma ottenne pure ottimi risultati come centometrista. A 14 anni riuscì a realizzare un tempo di tutto rispetto sui 100 metri piani: 11 secondi netti e questo gli consentì di entrare a far parte della squadra della staffetta 4×100 della sua scuola con la quale partecipò ai campionati studenteschi e regionali.
Un giorno del 1956, appena iniziate le scuole superiori, presso il campo scuola del Coni di Treviso, assistette agli allenamenti del lancio del peso.  Guardava con ammirazione il gesto atletico di un compagno di classe, il quale, secondo quanto raccontava lui stesso, con una certa supponenza, lo invita a farsi da parte dicendogli: «Non è roba per te. Sei troppo magro ed esile, questi non sono sport per te».  Michele, che, oggettivamente, aveva una struttura longilinea ma non molto robusta, prese questa considerazione, non certo maligna, come un’offesa e visse, con profondo disagio interiore, come qualcosa che lo toccava e lo disturbava dentro, l’esclusione aprioristica da questo sport. 
Da quel momento, per una serie di motivazioni interiori, in lui scattò un meccanismo di reazione e si misero in moto, quasi automaticamente, quella grandissima forza di volontà, quella cocciuta caparbietà e quella determinazione che lo hanno reso famoso e che gli hanno permesso di raggiungere risultati di altissimo livello. Da quel momento si dedicò, con allenamenti quotidiani e intensissimi, senza interruzioni di alcun genere, esclusivamente a una preparazione atletica e tecnica per quello sport: il lancio del peso. Cominciò ad allenarsi inizialmente con rabbia, col desiderio di bruciare le tappe, poi subentrò a poco a poco una certa ponderatezza e allora con rigore e disciplina, vivendo lo sport come un asceta, diventò uno studioso di attività motorie, di pesistica, di nutrizionismo, di pliometria. di balistica. Seguì nel frattempo, con grande attenzione i sistemi di allenamento dei grandi lanciatori americani. Si costruì in casa una palestra, con l’attrezzatura per il sollevamento pesi. Progressivamente, cominciò ad aumentare di peso, le masse muscolari tesero ad assumere nuove forme, nuovi spessori, con un plastico irrobustimento di tutte le fasce. In quegli anni partecipò alle prime gare con il peso da 5 kg. per poi gradatamente passare a pesi maggiori. A gennaio del 1957 iniziò l’attività agonistica nel campo della pesistica ancora in ambito scolastico e dilettantistico ma si segnalò subito per i buoni risultati.
Vincendo il campionato provinciale studentesco entrò a far parte del Gruppo Atletico Trevigiano e fu subito notato dai vertici federali. Venne convocato a Formia, dove allora aveva sede il campo scuola della Federazione Italiana di Atletica Leggera (oggi Fidal) e iniziò il suo percorso da professionista. Passò subito alla Coin di Mestre e poi entrò a far parte del Gruppo Sportivo Fiat diretto da Giampiero Boniperti. 
A luglio del 1963, durante il servizio militare, ottenne di partecipare ai campionati mondiali militari di atletica ottenendo un discreto piazzamento. L’anno dopo debuttò in Nazionale nel Quadrangolare tra Francia, Italia, Svizzera e Svezia e da quel momento fece parte della squadra fino agli Europei del 1975. Seguì corsi di perfezionamento, ma alla base di tutto c’è stata sempre la sua tenacia, il suo amore sconfinato, continuo e costante per lo sport, inteso come approfondimento e innalzamento delle facoltà fisiche e intellettive.
Flavio Asta, altro notissimo campione di peso e di lancio del disco di quegli anni, aveva superato il record di Meconi con 18,99 e a sua volta venne superato da Michele. Erano amici e rivali sportivi, ma sempre con grande rispetto e stima. Si erano anche allenati insieme. «Michele – sosteneva Asta –  si allenava in una specie di bunker, utilizzando ruotine dei treni dismessi e pezzi di rotaie come bilancieri. Altri tempi, ma lui all’atletica, quella vera, quella pulita, ci credeva sul serio…». 
Nel 1966 fece parte della delegazione, insieme con Ottoz, Frinolli, Bianchi, Cornacchia e Ottolina, che Tuttosport chiama i «dodici pionieri», che partecipò a Dortmund al primo Criterium Europeo indoor, che dal 1970 diventarono ufficialmente i Campionati Europei d’Atletica.  Nello stesso anno, a Firenze, con i colori della Coin, si laureò campione italiano di lancio del peso con la misura di mt. 17,12, ma, purtroppo, qualche mese dopo subì un grave infortunio al polso che lo costrinse a un anno di inattività. Senza abbattersi, dimostrando una forza d’animo non comune e delle capacità di recupero davvero eccezionali, a distanza di poco più di un anno rientrò in attività e nel 1972, con il Gruppo Fiat, conquistò di nuovo il titolo italiano a Roma con la misura di 17,42 mt.  Il 31 luglio 1973, a Padova, stabilì un nuovo record: è il primo italiano che riesce a superare il muro del 19 metri, fissando così il primato italiano a mt. 19,02. Si riconferma campione l’anno successivo, sempre a Roma, con mt. 18,25 e nel 1974, a Genova, con 18,38 conquista il titolo Indoor.
Nel corso della sua carriera ha partecipato a 21 meeting internazionali di atletica, a 15 campionati italiani oltre a cinque Coppe europee e altre competizioni. In un’intervista del luglio 1973 alla Gazzetta dello Sport, dichiarò: «Sorrenti come sportivo è nato solo e morirà solo; io sento tutti, guardo tutti e di tutti, tecnici e atleti, vaglio lo stile e le esperienze, ma assimilo solo ciò che fa al caso di Sorrenti. Devo qualcosa a tutti e niente a nessuno. Il mio è il record della famiglia Sorrenti, è un record che sa di sofferenza e sacrificio». 
Con lo stesso spirito, con la stessa passione, con la stessa attenzione, una volta ritiratosi dalle competizioni, si dedicò all’insegnamento per trasmettere alle nuove generazioni l’amore per lo sport e per l’atletica in particolare.
Si racconta che durante una delle tradizionali premiazioni annuali, che il Gruppo C.S. Fiat, teneva per onorare gli atleti più meritevoli e che avevano meglio figurato nel corso della stagione, al momento dell’incontro ravvicinato con il mitico avvocato Gianni Agnelli, ebbe l’ardire, lui che era  timido e riservato nonostante la mole, di chiedere  se era possibile avere qualche “buono bistecca”, che era un modo per indicare una forma di previdenza integrativa che toccava agli atleti-dipendenti più meritevoli e che implicava anche la concessione di alcuni  giorni di permesso extra per gli allenamenti. «Ma come, lei è già così grosso e vuol diventare ancora più gvosso?», replicò l’Avvocato con la sua nota erre, provocando il sorgere sul volto di “Michelone” di un’ondata di rosso cardinalizio, ma poi, a quel che si sa, quell’aiuto glielo accordò perché lo aveva visto in azione. 
Morì all’età di 64 anni. Lasciando la sua amata moglie Giuseppina e l’adorato figlio Giuseppe.
In Calabria, il Comune di Rende prima, con una cerimonia tenutasi il 31 maggio 2009, e il comune di Lappano poi, in data 22 settembre 2013, hanno intitolato al campione calabrese, rispettivamente una via e una piazzetta del centro cittadino (Largo Michele Sorrenti). (Antonio Orlando) © ICSAIC 2022 – 10 

Nota bibliografica

  • Annuario Federale di Atletica (Fidal), editori vari, annate 1961–1974, in Archivio Storico dell’Atletica Italiana (Asai) “Bruno Bonomelli”,  Brescia; 
  • Dante Merlo, Criterium europeo indoor, in «Atletica Leggera», 12, 26 marzo 1966;
  • Valter Esposito, È morto Michele Sorrenti, campione della Coin, in «Nuova Venezia», 7 dicembre 2005;
  • Mariano Berti, Una via dedicata a Michele Sorrenti, in «Tribuna Veneta», 11 giugno 2009;
  • Il paese calabrese di Rende dedica una via al pesista Sorrenti, in «Il Gazzettino Veneto», 22 giugno 2009;
  • Una strada per ricordare Michele Sorrenti, in «Atletica Veneta», luglio 2009;
  • Piazzetta intitolata a Michele Sorrenti, in «La Gazzetta del Sud», 18 settembre 2013.

Miraglia, Tolentino

Tolentino Miraglia [San Nicola Arcella (Cosenza), 5 marzo 1890 – Bauru (Brasile), 22 dicembre 1958]

Singolare figura di scrittore, poeta, giornalista, insegnante e medico, nacque in una famiglia povera e numerosa e fu chiamato Tolentino in onore del santo medioevale Nicola da Tolentino. frate dell’Ordine di Sant’Agostino. Aveva 9 anni, quando il padre, Giuseppe Nicola, che in precedenza aveva fatto esperienze migratorie in Francia e Argentina, lo «tolse dalla gonna della madre e dalla terza elementare» e lo portò in Brasile, prima a Jaú, nello Stato di San Paolo, e poi Bocaina, in una tenuta agricola dove il piccolo Tolentino potè frequentare per due anni la scuola aperta dal maestro Arturo Peroni. Pur collaborando con la famiglia nelle attività commerciali che prevedevano continui spostamenti tra Italia e Brasile, fece studiirregolari imparò a leggere e a scrivere un po’ in italiano e un po’ in lingua portoghese. Si adattò a vivere nella nuova realtà ma il suo cuore era legato sempre al ricordo del suo paese natale e della sua gente. 
A 17 anni tornò in Italia, a San Nicola Arcella, dove rimase quasi anni e per un anno frequentò una classe elementare che era retta dal maestro Tosi.
Appagò forse un po’ la nostalgia e imparò un po’ d’italiano, ma il suo destino era il Brasile, dove rientrò nel 1908, iniziando a collaborare con il fratello Biagio, titolare della Destilleria Miraglia, e seguendo un corso di portoghese con il prof. Martins che gli insegnò anche un po’ di francese. È questo il periodo in cui – già diventato presidente di una Società operaia – iniziò a scrivere i primi versi e in cui tradusse in italiano un sonetto di Alberto de Oliveira.
In una delle sue visite a San Nicola Arcella, all’età di vent’anni sposò una cugina diciassettenne, Maria Miraglia Schiffini che si trasferì subito in Brasile. La coppia non ebbe figli.
Tolentino lavorava col fratello ma non rinunciò alla sua passione, la lettura di tutto ciò su cui riusciva a mettere le mani. Lesse molti libri di scrittori sudamericani e non solo. Autori come José Maria Eça de Queiòz, romanziere portoghese; ilnarratore brasiliano Assis Joaquim Machado, il romanziere francese Pierre Alexis Pouson du Terrial, il letterato inglese Jonathan Swift, i poeti e romanzieri francesi Victor Hugo, Voltaire e tanti altri; e non trascurò gli scrittori italiani, in particolareAlessandro Manzoni ed Edmondo De Amicis. 
Pur lavorando, continuò anche a studiare. Frequentò il corso di Ragioneria con il professor Felipe Lebeis de Aguiar. Seguì un corso di lingua portoghese, apprese il francese e l’inglese. In qualità di presidente di una Società operaia incominciò afare le sue prime conferenze, continuando a scrivere versi.
Nominato presidente della Società Nazionale “Dante Alighieri”; tra Jaú e Belo Horizonte fondò un giornale “Palestra Italia” e una rivista accademica “Radium”, che guidò per tre anni, e diresse anche il periodico “Araldo italiano”. Fu anche corrispondente e collaboratore dei giornali italiani “Il Piccolo” e “Fanfulla”. Senza rinunciare mai a scrivere poesie.
Aveva 26 anni, comunque, quando decise di realizzare il suo grande sogno, quello di diventare medico. Iniziò allora gli studi regolari. Si trasferì nella cittadina di Minas assieme alla moglie e al fratello piccolo, Silvio, che di fatto allevò dopo la morte del padre, e qui sostenne esami che gli permisero di iscriversi al Ginásio Mineiro, uno dei più quotati istituti, dove concluse gli studi secondari. Si iscrisse quindi all’Università, laureandosi in Medicina e Chirurgia all’età di 35 anni nella Facoltà medica dell’Università Federale di Rio de Janeiro (inizialmente aveva frequentato quella di Belo Horizonte). Dopo la laurea dovette scegliere se fare il medico o il poeta; optò per la prima professione, anche perché gli dava da vivere, e iniziò con molta disponibilità e dedizione la professione. Tornò, allora, a Jaú, dove rimase per oltre 20 anni. Da Jaú si trasferì a Bauru dove esercitò per tutta la vita, arrivando a ricoprire, in quella città, all’inizio degli anni Cinquanta, la carica di vice console d’Italia.
Per diversi decenni raccolse le proprie traduzioni di poesie di autori brasiliani, che pubblicò nel 1955 in un volume edito a San Paolo da Livraria Nobel, dal titolo “Piccola Antologia Poetica Brasiliana”, accolto nella Biblioteca di Studi Italiani diretta da Giulio Davide Leoni, membro onorario dell’Academia Paulista de Letras.
Fino alla metà del Novecento produsse quattro volumi di poesie in portoghese e due raccolte di sue  poesie in italiano; pubblicò, inoltre, un volume di racconti per bambini, brani di oratoria e cronache su diversi periodici.
Insegnò Biologia e Scienza all’Academia Horácio Berlinck e, successivamente, all’Escola Normal Livre São José ed ebbe tra i suoi allievi personaggi che diventarono deputati, Ministri di Stato, Procuratori Generali della Repubblica. 
«Italiano gialloverde», come lo definì il poeta Nóbrega de Siqueira, che di Tolentino aveva grande affetto e stima, ormai sessantenne, il medico-poeta decise di ordinare la sua più intima produzione poetica per raccontarci di parenti, compagni di viaggio, colleghi e amici, nonché della sua Calabria natia. Quest’ultimo libro (pubblicato a Bauru nel 1956) si chiamava significativamente Spinnu, parola del dialetto calabrese con un significato (desiderio, nostalgia, rimpianto), molto vicino al portoghese “saudade”. Altre sue pubblicazioni sono state: Flores de alma (Fiori dell’anima); Esmeraldinos (poesie in lingua portoghese); Oraçoes (opuscolo); O livro (conferenze); Contos para crianças (racconti per bambini).;
Morì a Bauru all’età di 68 anni, nel compianto generale. Una scuola di Jaú porta il suo nome. Bauru lo ricorda con un viale a lui titolato. Il fratello Silvio, nel 1970, lo ha “celebrato” all’Accademia municipale di Lettere di Minas Gerais, pubblicandone poi il testo. (Aldo Lamberti) @ ICSAIC 2022 – 10 

Opere principali

  • Voci del cuore, Elvino Pocai, s.l. 1941;
  • Uma vela ao luar (Una vela al chiar di luna), Edizione d’A, 1948;
  • Piccola antologia poetica brasiliana, Livraria Nobel, San Paolo 1955
  • Spinnu, Livrarias Brasil, Bauru 1956;

Nota bibliografica

  • Sylvio Miraglia, Elogio do Dr. Tolentino Miraglia, Academia Municipalista de Letras de Minas Gerais, Belo Horizonte 1970;
  • Nicolino Longo, Tolentino Miraglia, in «Calabria letteraria», n. 4-6, 1999, pp. 95-99;
  • João Bosco Assis De Luca, Tolentino Miraglia (1890-1958), médico e poeta, in «Revista da Associação Paulista de Medicina», Suplemento Cultural, n. 195, p. 4-5, settembre/ottobre 2008.
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, pp. 304-305;
  • Giovanni, Celico, Tolentino Miraglia medico e verseggiatore di S. Nicola Arcella, in «L’Eco di Basilicata Calabria Campania», a. IX, n. 14, 15 luglio 2010, p. 17;
  • Evandro L.T.P. Cunha, Lorenza Lourenço, Letteratura di Immigrati: Composizioni Poetiche Pubblicate nella Stampa Italiana Belo-horizontina nel Primo Novecento, in «Revista de Italianística», XLI | 2020, pp. 14-34
  • Antonio Miranda, Tolentino Miraglia (Minas Gerais – Brasil) (1890-1958),http://www.antoniomiranda.com.br/poesia_brasis/minas_gerais/TOLENTINO%20MIRAGLIA.html

Jacomoni di San Savino, Francesco

Francesco Jacomoni (Reggio Calabria, 31 agosto 1893 – Roma, 17 febbraio 1973)

Nacque da Enrico e da Ernesta Donadio. Suo padre era un nobile, funzionario del Banco di Roma che, per conto dell’istituto di credito, ebbe un ruolo nella penetrazione del commercio italiano in Medio Oriente e che, per questa sua attività era in stretto contatto con il ministro degli Esteri del tempo Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano.
Ancora studente, fin dal 1914 partecipò alla prima Guerra mondiale. Nel 1915 ottenne il grado di tenente. E mentre era ancora combattente, il 6 luglio 1916 si laureò in Giurisprudenza presso l’Università di Roma
Alla fine della guerra lo Jacomoni (il predicato “di San Savino” fu autorizzato soltanto il 9 dicembre 1937 con Regio Decreto di concessione) entrò al Ministero degli esteri come “precario”, ma ancora giovanissimo nel 1919 era presente alla Conferenza di pace di Parigi. Come funzionario fu in seguito destinato a diverse ambasciate. Dopo brevi soggiorni a Vienna e a Budapest, nell’ottobre 1919 fu destinato a Bucarest come segretario della Legazione. Nella capitale ungherese approfondì la propria conoscenza degli affari balcanici e loro gestione. Ma anche questa fu un’esperienza alquanto breve, Perché nel 1920, era già a Roma e a gennaio 1921 fece parte della delegazione italiana nella Commissione internazionale dell’Elba e nel giugno di quella di Portorose; a ottobre 1921 divenne segretario della sessione di Roma della conferenza dell’Istituto di diritto internazionale privato, a dicembre segretario della Commissione internazionale del Reno, a febbraio 1922 segretario della delegazione italiana alla conferenza di Roma tra gli Stati successori dell’Austria-Ungheria. Nell’aprile 1922, infine, divenne segretario della delegazione italiana alla conferenza di Genova e due mesi dopo di quella all’Aja.
Vinto il concorso nel 1923 ed entrato nei ruoli diplomatici, su sua richiesta fu riassegnato a Bucarest, ma a luglio dell’anno dopo, su nomina di Mussolini, si trasferì a Londra come segretario della delegazione italiana alla conferenza finanziaria.
Rientrato nel luglio 1924 a Roma, dal 1926 fu destinato in Albania. Qui fu stretto collaboratore del ministro plenipotenziario italiano a Durazzo Pompeo Aloisi, in assenza del quale più volte diresse la Legazione. In particolare fu lui a redigere il Trattato di amicizia e sicurezza italo-albanese che fu sottoscritto il 27 novembre 1926.
Dal 1927, rientrò a Roma e fu nominato capo dell’Ufficio storico-diplomatico e presto, con le funzioni di vicecapo di Gabinetto, fu preso sotto l’ala protettrice di Dino Grandi, sottosegretario della presidenza del consiglio per la gestione degli affari internazionali. Con Grandi, lavorò per il riequilibrio della posizione italiana nella Società delle Nazioni. A Ginevra fu segretario della legazione italiana invitata a discutere del disarmo. Nel 1929 fu nominato membro della Commissione per il riordinamento e la pubblicazione dei documenti diplomatici italiani.
Il 1 ottobre 1932 sposò Maja Cavallero, figlia del conte Ugo, generale e poi Maresciallo d’Italia, dalla quale ebbe due figlie, Maria Consolata (1933) e Raimonda (1936).
L’Albania era tuttavia il suo destino. Galeazzo Ciano, ministro degli esteri, dal 9 settembre 1936 lo destinò a Tirana come ministro plenipotenziario di seconda classe. Ci andò a malincuore, ma rimase lì sino al 1943. Quando venne a sapere dei piani per l’annessione dell’Albania al Regno d’Italia, si limitò a criticare l’operazione solo nel proprio diario. Nel 1938 fece avere a Mussolini, che l’aveva sollecitato, un piano che prevedeva di mantenere re Zog I nella sua posizione, ma assoggettandolo all’influenza italiana. Quest’idea naufragò, quando re Zog respinse il nuovo trattato proposto da Roma. Fu lo stesso Mussolini a comunicarlo al diplomatico, al quale inviò anche una lettera-ultimatum per re Zog, il quale poco dopo fu defenestrato. Unita l’Albania all’Italia, sotto forma di “unione personale” dei due Regni con a capo re Vittorio Emanuele III,il 17 aprile 1939 Jacomoni fu nominato ambasciatore e cinque giorni dopo Luogotenente Generale del Regno d’Albania. Con tale ruolo, dal 1939 al 1943 de facto fu viceré d’Albania. Come Luogotenente, in ogni caso, si impegnò attivamente per sostenere la politica di governo italiano in Albania, promuovendo diverse opere pubbliche, oltre a istituzioni educative e assistenziali che avviarono un processo di modernizzazione del paese e della capitale, che cambiò aspetto, tanto che si parlò del «volto littorio della Tirana di Jacomoni».
Incaricato anche di una missione diplomatica ad Atene col compito di sondare l’opinione pubblica locale circa una possibile invasione italiana, dal 1940, pur dicendosi contrario all’operazione limitata all’Epiro, dovette mobilitare l’opinione pubblica albanese per la partecipazione dei locali alla Campagna militare italiana di Grecia.
Quando la campagna ebbe inizio in diversi reparti albanesi iniziarono le defezioni, e il maresciallo Pietro Badoglio ritenne Jacomoni direttamente responsabile del mancato avvio favorevole dell’impresa avendo fornito informazioni imprecise sull’opinione pubblica in Albania e nell’Epiro e ne chiese la testa a Mussolini. Ma Jacomoni restò al suo posto e la sua posizione venne rafforzata quando Badoglio fu sostituito da Ugo Cavallero, suo suocero. La visita di Vittorio Emanuele III a Tirana nell’aprile del 1941, al termine delle operazioni belliche, significò una nuova fase dei rapporti italo-albanesi, fase segnata dall’annessione del Kossovo al Regno d’Albania e da importanti riforme locali. Jacomoni scelse l’esponente nazionalista Mustafa Merlika Kruja, come primo ministro. Agli inizi del 1942, però, per la peggiorata situazione soprattutto economica, nel tentativo di arginare il malcontento popolare fece sostituire Kruja con Eqrem Libohova, filo-italiano, proveniente dall’ex aristocrazia musulmana, il quale riportò i bey al governo. Tutto ciò perché convinto che per crescere il Paese avesse bisogno di una un’amministrazione propria. Era inviso per ciò a Galeazzo Ciano, secondo cui Jacomoni doveva essere sostituito per favorire l’insediamento di un governo militare. Cosa che spinse il Luogotenente a incontrare Mussolini – era febbraio 1943 – per un chiarimento e a offrire le proprie dimissioni, che vennero accettate in marzo, quando, il 18, fu sostituito dal generale Alberto Pariani.
Rientrato a Roma fu messo a riposo perché si rifiutò di andare a Salò. Lo tenne a riposo anche il governo Bonomi ma per motivi di servizio.
Assieme ad altri funzionari del regime, fu processato dall’Alta Corte di giustizia per la repressione dei crimini fascisti e il 12 marzo 1945 fu condannato a 5 anni di carcere. Liberato in seguito all’amnistia del giugno 1946, fu assolto con sentenza della Cassazione del 6 marzo 1948. Come diplomatico fu riammesso in servizio il 10 agosto 1953 in seguito a una decisione del Consiglio di Stato, ma l’anno dopo – il 3 novembre – fu collocato definitivamente a riposo.
Nel frattempo si era dedicato alla scrittura: le sue memorie dal titolo La politica dell’Italia in Albania, furono pubblicate nel 1965. Negli anni Cinquanta e Sessanta svolse anche un’attività pubblicistica alquanto intensa.
Morì a Roma all’età di 80 anni. (Leonilde Reda) © ICSAIC 2022 – 10 

Opere

La politica dell’Italia in Albania, Cappelli, Bologna 1965.

Nota bibliografica

  • Emanuele Grazzi, Il principio della fine (L’impresa di Grecia), Faro, Roma 1945, passim;
  • Mario Donosti [Mario Luciolli], Mussolini e l’Europa: la politica estera fascista, Ed. Leonardo, Roma 1945, passim;
  • Luigi Mondini, Prologo del conflitto italo-greco, Ed. F.lli Treves, Roma 1945, passim;
  • Sebastiano Visconti Prasca, Io ho aggredito la Grecia, Rizzoli, Milano 1946, passim
  • Ugo Cavallero, Comando supremo. Diario 1940-43 del capo di S. M. G., a cura di C. Cavallero – G. Bucciante, Cappelli, Bologna 1948, ad indicem
  • Giuseppe Bottai, Vent’anni e un giorno: 24 luglio 1943, Garzanti, Milano 1949 (2ª ed. 1977), ad ind.;
  • Emilio Faldella, L’Italia nella prima guerra mondiale, Cappelli, Bologna 1959, ad indicem
  • Mario Luciolli, Palazzo Chigi, anni roventi. Ricordi di vita diplomatica italiana dal 1933 al 1948, Milano 1976, passim;
  • Mario Montanari (a cura di), La campagna di Grecia, I-IV, Ufficio storico SME, Roma 1980-85, ad indicem;
  • Galeazzo Ciano, Diario (1937-1943), a cura di R. De Felice, Milano 1980, ad indicem;
  • Philip V. Cannistraro (editor in chief), Historical Dictionary of fascist Italy, Greenwood Press, Westport (Connecticut) 1982, sub voce.
  • Alessandro Roselli, Italia e Albania. Relazioni finanziarie nel ventennio fascista, Bologna 1986, ad indicem;
  • Renzo De Felice, Mussolini, l’alleato, I, t. 1, Einaudi, Torino 1990, ad indicem;
  • Fabio Grassi Orsini, La diplomazia, in Il regime fascista, a cura di A. Del Boca – M. Legnani – M.G. Rossi, Bari 1995, ad indicem;
  • Vincenzo Pellegrini (a cura di), Archivio storico diplomatico, MAE, Roma 1999, sub voce.
  • Piero Pieri, Giorgio Rochat, Badoglio, maresciallo d’Italia, Mondadori, Milano 2002, ad indicem;
  • Federico Eichberg, Il fascio littorio e l’aquila di Skanderbeg. Italia e Albania, 1939-1945, Editrice Apes, Roma 1997;
  • Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Bollati Boringhieri, Torino 2003, ad indicem;
  • Fabio Grassi Orsini, Jacomoni, Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 62, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2004.

Fiorentino, Francesco

Francesco Fiorentino [Sambiase (Catanzaro), 1° maggio 1834 – Napoli,  22 dicembre 1884]

Nacque a Sambiase (ora Lamezia Terme) da Gennaro e Saveria Sinopoli. Ricevette la prima educazione e istruzione dal colto latinista e teologo Giorgio Sinopoli, zio della madre, e dal sacerdote e parroco di Maida, Bruno Sinopoli, zio materno. Studiò anche a Monteleone (ora Vibo Valentia) alla scuola di Raffaele Buccarelli.
Era zio di Michele Pane, figlio di una sua sorella, considerato tra i più importanti poeti vernacolari che visse però negli Stati Uniti.
A 14 anni Fiorentino entrò nel seminario di Nicastro. Fu stimato dai docenti per il suo ingegno eclettico.Grande stupore destarono le sue traduzioni e i commenti ai classici latini per disinvoltura di esposizione e padronanza linguistica.
A 20 anni, lasciato il seminario, si trasferì a Catanzaro per studiare discipline giuridiche e dopo tre anni conseguì la licenza col massimo dei voti e la lode. Si iscrisse all’albo dei procuratori, ed esercitò, anche se per poco tempo, la professione forense; nelle sue arringhe difensive emergeva sempre la parola elegante e il ragionamento conciso, anche se mancava l’astuta abilità del difensore. A Catanzaro, dove rimase per ottoanni, strinse cordiale amicizia con uomini illustri del tempo, quali Bruno Chimirri, Francesco Acri e Bernardino Grimaldi.
Nel periodo catanzarese insegnò privatamente lettere e filosofia. Approfondì lo studio delle dottrine di Pasquale Galluppi, Victor Cousin e Vincenzo Gioberti. Insegnò poi all liceo di Catanzaro (tenuto dagli Scolopi).
Nel dicembre del 1860 rifiutò la candidatura parlamentare nel collegio di Nicastro, portando come scusa la sua giovane età; aveva, infatti, solo 26 anni.
Antiborbonico convinto, manifestò, simpatia e fedeltà alla casa Savoia. Quando Garibaldi sbarcò in Calabria (1860) per andare alla conquista di Napoli, il Fiorentino fu fra quelli che applaudirono con entusiasmo l’eroe dei due mondi. In seguito si unì alle truppe comandate dal generale Francesco Stocco e combatté concoraggio e determinazione all’Angitola, a Soveria Mannelli e a Maida.
Dopo il Sessanta Fiorentino fu nominato professore di filosofia al liceo classico di Spoleto. Poi passò aMaddaloni (prov. di Napoli) dove incontrò due altri calabresi insigni: il letterato Pietro Ardito di Nicastro e il filosofo Antonio Paola di Conflenti. A Napoli scrisse un libro: Il Panteismo di Giordano Bruno, che, pubblicato, gli permise la nomina di professore straordinario di storia della filosofia all’Università di Bologna, il cui rettore era il filosofo Bertrando Spaventa.
Le sue lezioni erano ascoltate sempre con vivo interesse e attenzione da studenti non solo di lettere, ma anche di diritto e medicina.
Nel 1868 infuriava il contrasto tra positivisti e idealisti; il Fiorentino, acceso monarchico, entrò in polemica aspra con il Carducci, tenace repubblicano.
Nel 1870 per l’insistenza di molti amici presentava la candidatura a deputato nel collegio di Spoleto, dove venne eletto. Svolse con senso di responsabilità l’incarico politico.
Nell’ottobre del 1871 sposò la bolognese Restituta Trebbi dalla quale ebbe quattro figli: Pasquale, Giulia, Ada e Luisa. Nel novembre dello stesso anno si trasferì all’Università di Napoli, dove insegnò Filosofia della storia. Oltre che all’insegnamento, si dedicò al giornalismo. Infatti, fu direttore del giornale “Unità Nazionale”.
Assieme al filosofo Bertrando Spaventa e al letterato Vittorio Imbriani, creò “Il giornale napoletano di filosofiae lettere”. Nel 1874 venne eletto per la seconda volta deputato nel collegio di San Severino Marche. Sempre nello stesso anno si trasferì a Pisa, dove tenne la cattedra di Filosofia teoretica e pedagogica; vi rimase fino al 1880, poi fece ritorno a Napoli, con l’incarico di insegnare ancora Filosofia della storia.
Nel 1882 curò la pubblicazione del “Giornale napoletano della Domenica”, che ebbe breve vita. Sempre nello stesso anno e sempre per sollecitazione di amici ed estimatori, si ripresentò nel collegio di Monteleone, ma neppure questa volta in Calabria venne eletto. Di questa sconfitta politica rimase profondamente amareggiato. Allora si dedicò con maggiore impegno al suo lavoro di letterato e filosofo.
Ebbe molti riconoscimenti: fu socio dell’Accademia di scienze morali e politiche a Napoli; socio dell’Accademia reale di Monaco di Baviera. L’Accademia Pontaniana lo nominò socio presidente, mentre quella dei Lincei di Roma socio corrispondente.
Inizialmente il suo pensiero risentì della filosofia di Galluppi e dello spiritualismo del francese Cousin, peròben presto si allontanò da essi per avvicinarsi all’ontologismo giobertiano, ma sotto la spinta di Spaventa s’indirizzò verso l’idealismo hegeliano per approdare poi al positivismo. È considerato il fondatore in Italia della storiografia filosofica positiva.
Scrisse moltissimo. Stava lavorando a un’opera dal titolo Risorgimento filosofico nel Quattrocento che fu pubblicata postuma, quando, colto da malore, morì a Napoli nel 1884 all’età di 50 anni. Lamezia lo ricorda con una piazza a suo nome nell’ex abitato di Nicastro. Nella Villa Trieste di Catanzaro si può ammirare il suo busto opera di Francesco Jerace. (Carmela Galassocon adattamenti e integrazioni) © ICSAIC 2022 – 10 

Opere principali

  • Volgarizzazione dell’Itinerario della mente a Dio di S. Bonaventura, dei Libri del Maestro, Dell’immortalità dell’anima e Del libero arbitrio di S. Aurelio Agostino, del Proslogio di S. Anselmo, s.n., Messina 1858;
  • Il panteismo di Giordano Bruno, tip. M. Lombardi, Napoli 1861;
  • Saggio storico sulla filosofia greca, F. Le Monnier, Firenze 1864;
  • Pietro Pomponazzi, studi storici sulla scuola bolognese e padovana del secolo XVI, F. Le Monnier, Firenze 1868;
  • Bernardino Telesio, ossia studi storici sull’Idea della Natura nel Risorgimento italiano, 2 voll., F. Le Monnier, Firenze 1872-1873;
  • La filosofia contemporanea in Italia: risposta di Francesco Fiorentino al professore Francesco AcriD. Morano-R. Marghieri, Napoli 1876;
  • Scritti vari di letteratura, poesia e critica, D. Morano, Napoli 1876;
  • Elementi di filosofia, D. Morano, Napoli 1877;
  • Della vita e opere di Vincenzo de Grazia, Stabilimento Tipografico Perrotti, Napoli 1877;
  • Manuale di storia della filosofia ad uso dei licei (3 volumi), D. Morano, Napoli 1879-1881;
  • Elementi di filosofia, Napoli 1880;
  • Il Risorgimento filosofico nel Quattrocento, (postumo), Tip. della Regia Università, Napoli 1885;
  • Studi e ritratti della Rinascenza (postumo, a cura della figlia Luisa), Laterza, Bari 1911.

Nota bibliografica

  • Onoranze a Francesco Fiorentino, in «Giornale napoletano di filosofia e lettere», novissima serie, I, pp. 1-112, 1885;
  • Vincenzo Julia, Francesco Fiorentino filosofo, Tip. dell’Avanguardia, Cosenza 1885;
  • Nicola Misasi, Commemorazione di Francesco Fiorentino letta nella chiesa del Liceo Filangieri, Tip. F. Raho, Monteleone 1885;
  • Alfonso Asturaro, La mente di Francesco Fiorentino, Tip. dell’Orfanotrofio maschile, Catanzaro 1889;
  • In memoria di Francesco Fiorentino (numero unico), Catanzaro 1889;
  • Giuseppe Michele Ferrari, Commemorazione di Francesco Fiorentino filosofo, Ermanno Loescher & C, Roma 1891;
  • Commemorazione di Francesco Fiorentino, s.n., Nicastro 1909;
  • Antonio Renda, Il pensiero di Francesco Fiorentino, Tip. Bruzia, Catanzaro 1924;
  • Fiorentino, Francesco, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1932, https://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-fiorentino_(Enciclopedia-Italiana)/.
  • Francesco Zerella, Francesco Fiorentino e la sua unità spirituale, Tip. D. Minervini, Benevento 1934;
  • Michele Barillari, Il pensiero di Francesco Fiorentino, A. Morano, Napoli 1935;
  • Domenico Bosurgi, Il pensiero filosofico di Francesco Fiorentino nella storia della sua formazione, in Logos, XVII, 1934, pp. 33-44, 130-140, pp. 306-316; XVIII, 1935, pp. 117-132;
  • E. Di Carlo, Relazione tra Victor Cousin e Francesco Fiorentino, in «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», V, 1935, pp. 79-83;
  • Onoranze a Francesco Fiorentino in Napoli nel cinquantenario della sua morte, I, Cronaca delle onoranze; II, Discorsi ed articoli, a cura del Comitato universitario napoletano, Napoli 1935;
  • Francesco Montalto, Per il cinquantenario della morte di “Francesco Fiorentino”, Discorso commemorativo letto all’Accademia Cosentina domenica 9 ottobre 1934, Tipografia Torella & Figlio, Napoli 1935;
  • V. G. Galati, Interpretazione dell’opera di Francesco Fiorentino, in «Archivio storico della filosofia italiana», 1936:
  • Rodolfo Mondolfo, Per l’interpretazione di Francesco Fiorentino, in «Archivio di storia della filosofia italiana», VI, 1937, pp. 32s;
  • Lettere di Francesco Fiorentino a Silvio Spaventa sullo Stato moderno, in Angelo Camillo De Meis – Francesco Fiorentino, I problemi dello Stato moderno, a cura di Felice Battaglia, Zanichelli, Bologna 1947;
  • Rodolfo Mondolfo, Francesco Fiorentino nel quarantennio della morte, in Da Ardigò a Gramsci, Edizioni Nuova Accademia, Milano 1962, pp. 45-97;
  • Maria Donzelli, Interpretazioni e assimilazioni del pensiero vichiano in Francesco Fiorentino, in «Rivista di studi crociani», 1967, pp. 331-337;
  • Guido Oldrini, La cultura filosofica napoletana dell’Ottocento, Laterza, Bari 1973;
  • Nicola Siciliani De Cumis, Il Vico di Francesco Fiorentino, Guida, Napoli 1979;
  • Maria Luisa Cicalese, Dai carteggi di Pasquale Villari, Istituto Storico Italiano, Roma 1984, ad indicem
  • Antonio Bagnato, Francesco Fiorentino e la nuova storiografia filosofica italiana, in «Incontri meridionali», n. 3, 1992, pp. 319-332;
  • Luca Lo Bianco, Fiorentino, Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 48, 1997
  • Pietro Di Giovanni, A cento anni dalla nascita dell’idealismo italiano, in «Bollettino della Società Filosofica Italiana», n. 171, pp. 7-16, 2000;
  • Corrado Iannino [et al.], Francesco Fiorentino 1834-1884, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012;
  • Simonetta Bassi, «Francesco Fiorentino e Felice Tocco», in Il contributo italiano alla storia del Pensiero – Filosofia, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2012; https://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-fiorentino-e-felice-tocco_(Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Filosofia)/.

Del Pozzo, Nicolantonio

Nicolantonio Del Pozzo [Mammola (Reggio Calabria), 18 dicembre 1882 – 29 dicembre 1925]

Nasce da Roberto e Angela Pellicanò. Appartenente a famiglia benestante, da giovane professa idee socialiste, fino a quando, durante un soggiorno a Napoli, dichiara di aderire ai principi libertari.
Nei primissimi anni del Novecento si fa notare in alcuni paesi del reggino perché svolge attiva propaganda delle proprie idee; in tale periodo, inoltre, manda spesso corrispondenze al giornale anarchico «L’Avvenire Sociale» di Messina, che ha contribuito a fondare assieme a Ottorino Bruzio, Antonio De Cola, Tommaso De Francesco, Salvatore Frodà, Gennaro Tucci, Costantino Varvesi, Salvatore Visalli e Antonino Zoppina. Il 27 maggio 1906, per conto dell’”Avanti!”, si reca a Benestare, teatro di una recente rivolta contro la nomina del medico condotto e – più in generale – contro le scelte dell’amministrazione comunale. In quell’occasione, per condurre un’inchiesta per il giornale “Il Secolo” di Milano erano arrivati in paese grossi personaggi del socialismo calabrese, come Pasquale Namia, Francesco Parigli e l’avvocato Gaetano Ruffo.
Dopo avere soddisfatto gli obblighi di leva, nel 1907 si stabilisce a Roma, dove nel maggio di quell’anno diviene amministratore de «La Gioventù libertaria», organo del Fascio della gioventù socialista-anarchica della capitale, quindicinale del quale sarà tra i principali redattori assieme a Ettore Sottovia, Eolo Varagnoli e Sante Ferrini. Il giornale, nato nel settembre 1906, porta avanti la battaglia a favore dell’organizzazione operaia e del sindacalismo, a patto che quest’ultimo «non si occupi di politica parlamentare né pro né contro», ma si muova invece sul terreno dell’azione diretta e polemizza con la locale Camera del lavoro accusata di riformismo. Iscrittosi alla facoltà di giurisprudenza, si mette a capo di un attivo gruppo di studenti, facendosi sempre notare in occasione di manifestazioni ritenute sovversive dalle autorità di pubblica sicurezza. Il 24 maggio 1907, durante un comizio anticlericale tenuto in forma privata all’università, prende la parola e termina il suo discorso affermando: «Bisogna correre alle barricate e rovesciare tutto ciò che si oppone alla rivendicazione dell’umana civiltà. Non voli platonici, non proteste scientifiche contro chi di natura è refrattario ad ogni progresso civile, ma rivolta violenta e guerra senza quartiere per fare trionfare la rivoluzione sociale». Nel mese successivo partecipa al congresso anarchico nazionale svoltosi nella capitale dal 16 al 20 giugno successivi e si esprime più volte a proposito dell’azione individuale e collettiva «del partito dell’antimilitarismo» e sulla necessità di intensificare la propaganda in tutte le regioni d’Italia. Nel corso del congresso – assieme a Luigi Fabbri, Ignazio Scaturro, Cesare Zanotti Ettore Sottovia, Tommaso De Francesco, Fortunato Serantoni, Rinaldi di Urbino, Adelmo Smorti (poi sostituito da Cesare Stazi) – gli viene affidato il compito di formare una commissione incaricata di preparare l’uscita del giornale «L’Alleanza Libertaria», che inizierà le pubblicazioni a Messina, come settimanale,nell’anno successivo.
Nel gennaio 1908, in occasione della commemorazione della “Domenica rossa” all’università di Roma, viene arrestato perché tenta di fomentare disordini, venendo espulso dall’ateneo. Nel marzo successivo partecipa al congresso anarchico tenutosi a Foligno in rappresentanza della Federazione anarchica laziale, mentre in aprile viene nuovamente arrestato in seguito al conflitto avvenuto in Piazza del Gesù per un incidente sul lavoro, nel quale vengono uccisi e feriti diversi anarchici. 
In seguito diviene per breve tempo redattore del giornale sindacalista «Il Rinnovamento» e poi del giornale anarchico «L’Alleanza» di Roma. In occasione del comizio organizzato dalla Lega generale del lavoro il 2 aprile 1909 alla Casa del popolo, commemora, per conto della Federazione socialista-anarchica del Lazio, i compagni uccisi l’anno precedente, inveendo contro i capi del governo che definisce «massacratori del popolo».
Nel 1911 lascia Roma per tornare nel suo paese, dove si limita a esercitare la professione di avvocato abbandonando le idee sovversive e dove, nel 1914, viene eletto prima consigliere comunale e quindi, sempre nello stesso anno, anche consigliere provinciale.
Muore a Mammola ancora giovane, a soli 43 anni. (Katia Massara) © ICSAIC 2022 – 10

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, b. 1702, f. 108869, cc. 8, 1902, 1914 e 1927. 

Nota bibliografica

  • Katia Massara, L’emigrazione «sovversiva». Storie di anarchici calabresi all’estero, Le nuvole, Cosenza 2003, p. 78;
  • Dizionario biografico degli anarchici italiani, diretto da M. Antonioli, G. Berti, S. Fedele, P. Iuso, 2 voll., Bfs Edizioni, Pisa 2003-2004, ad indicem;
  • Katia Massara e Oscar Greco, Rivoluzionari e migranti. Dizionario biografico degli anarchici calabresi, Bfs Edizioni, Pisa 2010, ad nomen.
  • Oscar Greco, La rivolta di Benestare del 1906, in Piero Bevilacqua (a cura di), Storie di lotta e di anarchia in Calabria, Donzelli, Roma 2021, pp. 47-70 (in particolare, p. 68.
  • https://bettini.ficedl.info/article282.html

Bottino, Giacomo

Giacomo Bottino [Paola (Cosenza), 12 febbraio 1897 – Niteròi (Brasile),14 settembre 1970

Figlio di Augusto e di Raffaella Cupello. Fratello di Giuseppe, detto Peppino, comunista, arrestato a Paola il 10 luglio del 1938, processato e assegnato al confino per cinque anni e di Antonio diffidato politico. 
Giovanissimo, Giacomo emigra a San Paolo del Brasile e rientra in Italia nel 1919. Nel 1921 si trova a Formia, dove si divide tra il lavoro e l’attività politica e l’anno dopo si trasferisce a Roma per stare con l’anarchica Ida Scarselli, conosciuta in casa di Errico Malatesta. Si dedica a un’intensa attività di propaganda. La polizia lo ritiene un cospiratore e scatta per lui il confino, ma scappa per evitarlo.
Arrestato dalla polizia di Messina il 13 febbraio 1927 in esecuzione dell’ordinanza della C.P. per appartenenza a organizzazioni e partiti disciolti e per propaganda sovversiva, Giacomo fu assegnato al confino per cinque anni dalla Commissine Provinciale (C. P.) di Roma. Sedi di confino Lipari e Ponza. 
Il 20 marzo 1927 fu posto in traduzione per Roma dal confino di Lipari perché colpito da mandato di cattura del giudice istruttore presso il tribunale speciale per gli stessi delitti che avevano provocato l’assegnazione confino. Condannato, assieme alla sua compagna, con sentenza del 6 ottobre 1927 a tre anni di reclusione, tre di sorveglianza e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici (la compagna a due anni e sei mesi di carcere, tre di sorveglianza più l’interdizione). Il 19 marzo 1930, scontata la pena, venne rinviato al confino, a Ponza, dove sposò Ida, sorella dei temutissimi anarchici Ferruccio, Egisto, Tito, Ines Leda tutti componenti della cosiddetta “Banda dello zoppo”. Da quell’unione nacquero tre figli: Germinal, Spartaco e Scintilla.
Venne liberato il 14 febbraio 1932 per fine periodo, dopo avere trascorso in carcere e al confino: cinque anni e 2 giorni.
Nel 1933 Giacomo e Ida vengono condotti al soggiorno obbligato a Paola, in libertà vigilata, nella casa paterna di Vico Lungo Terravecchia n. 25, senza potersi allontanare dal Comune. Giacomo svolgeva il mestiere di stuccatore e muratore, il lavoro gli fu garantito fino a quando vennero ultimate le palazzine destinate alle famiglie di ferrovieri nel Rione Giacontesi. In piena crisi lavorativa e impossibilitato a svolgere altri lavori, a seguito di un’accesa discussione con il Podestà del paese, per motivi politici e di lavoro, pochi mesi prima che nascesse il figlio Germinal, fu da questi denunciato e messo agli arresti per giorni 30. 
Giacomo si trasferì con la famiglia a Cosenza.Nel 1939, due giorni prima della visita di Benito Mussolini a Cosenza, venne arrestato, in modo preventivo, con la moglie e tanti altri antifascisti della provincia, tutti rilasciati due o tre giorni dopo. Nessuno degli accaniti persecutori si preoccupò che i tre figlioletti di Giacomo e Ida sarebbero rimasti a casa da soli. «Fortunatamente, in quel periodo, la zia Emilia Siciliano in Bottino, con tutti i figli, si erano trasferiti a Cosenza e si presero cura dei tre figli di Giacomo e lda» a testimonianza che le famiglie Scarselli e Bottino erano estremamente unite, si volevano bene ed erano solleciti ed affettuosi gli uni con gli altri.
Da Cosenza provò a scappare all’estero.  Il 18 febbraio 1938 la polizia di confine lo fermò a Ventimiglia, assieme a Edoardo Vencia, un antifascista di Pedace.
Persino la polizia fascista, che per anni vigilò sull’intera famiglia, intercettando e sequestrando la corrispondenza privata, registrò, nelle relazioni riservate periodiche, questi sentimenti di grande umanità. Il 1° settembre 1946, in occasione della presenza in Calabria del conferenziere anarchico Armando Borghi, al Super Cinema Italia di Cosenza la giovanissima Scintilla Bottino presentò il famoso anarchico nativo di Castelbolognese, il quale relazionò sul tema “Chi siamo e cosa vogliamo?” sfoggiando un vestitino rosso e nero confezionato dalla madre con i colori dell’anarchia. Il primo maggio del 1946 a Cosenza, il giovane Germinal, primo figlio di Ida e Giacomo, raccontò di essere stato incaricato, dagli anarchici di Cosenza, rappresentati nel C.L.N. dallo zio materno Egisto Scarselli, di partecipare con la bandiera rosso-nera, alla manifestazione che si tenne a Cosenza per festeggiare dopo vent’anni di dittatura la festa dei lavoratori. Nei giorni 10 e l1 settembre1944 si tenne a Napoli una riunione organizzativa dei Gruppi libertari dell’Italia liberata (Alleanza Gruppi Libertari) nel corso della quale si ricostituì l’organizzazione generale e si esaminò nei dettagli la situazione politica e sindacale e le azioni di stampa e propaganda da intraprendere. Alla fine dei lavori venne redatto in resoconto in cui si legge: «Delibera inoltre di costituire Gruppi di Difesa Sindacalista in seno alla Federazione della Gente del Mare, del Sindacato Portuali, del Sindacato Ferrovieri ed in genere in tutte le organizzazioni sindacali che restano autonome sia rispetto alla C.G.I.L. che rispetto ai partiti, con lo scopo di vigilare per la conservazione di tale loro indipendenza; e si incaricano i compagni Giacomo Bottino, Michele Damiani, Cicatiello Preziosi di funzionare di collegamento fra i Gruppi in questo campo particolare e di avviare allo studio la ricostituzione dell’Unione Sindacale Italiana, come libera Federazione di Sindacati non sottoposti ad alcun controllo politico».
Il 6 maggio 1945 a Roma partecipò, insieme a Nino Malara e Stefano Vatteroni, alla riunione della Federazione Comunista Libertaria Laziale. Nei giorni 15,16,17, 18 e 19 Settembre del 1945 Giacomo partecipò al Congresso Nazionale di Carrara, nel corso del quale si istituisce la F.A.I., con la delegazione Calabrese, insieme a Nino Malara e Luigi Sofrà in rappresentanza dei seguenti gruppi: Gruppo Anarchico “Bruno Misefari” di Reggio Calabria, Gruppo Anarchico “Pietro Gori” di Cosenza, Gruppo Anarchico “Pensiero e Volontà” di Catanzaro, Gruppo Anarchico “Pietro Gori” di Paola, Gruppo Anarchico “Errico Malatesta” di Palmi, Gruppo Anarchico “Gino Luceti” di Spezzano Grande, Gruppo Libertario di Cinquefrondi.
Prima di iniziare i lavori del Congresso, Romualdo Del Papa, di Carrara, diede la parola a Sandro Pertini, segretario del Partito Socialista di Unità Proletaria, che portò l’adesione e il saluto del suo partito al Congresso, affermando che «fra il movimento socialista e il movimento libertario vi è l’affinità dell’uguale amore per la libertà».
Il 5 gennaio 1947 la famiglia Bottino partì per Roma, giorno 19 gennaio ripartì per Napoli da dove si imbarcò per il Brasile dove arriverà il 17 febbraio, stabilendosi a Niteroi, località vicino a Rio de Janeiro. Finalmente si realizza il sogno coltivato da Giacomo nei momenti più tristi della dittatura fascista: ricongiungersi al fratello imprenditore edile per cercare di garantire alla sua famiglia una vita più serena. Ma il sogno di condurre una vita “normale”, di riprendersi piano piano dalle tante sofferenze patite, non si realizzerà completamente.
Nel 1964 i militari cacciarono con un golpe il presidente João Goulart e instaurano la dittatura. Negli anni della dittatura militare la famiglia Bottino finì nel mirino della polizia e subì contemporaneamente le angherie di un vicino di casa legato al regime, un delinquente che minacciò con una rivoltella Germinal, e denunciò ai militari i contatti di Giacomo con degli anarchici brasiliani.
Giacomo, due settimane dopo aver tenuto una riunione con i compagni brasiliani, a casa sua, venne portato in un ufficio segreto del governo militare ma grazie alla lunga esperienza italiana ne usci senza conseguenze.
Il 14 settembre 1970, nel corso dell’ennesima lite il rissoso confinante apri il fuoco contro Giacomo uccidendolo. Dopo aver contribuito alla ricostruzione del movimento anarchico e sindacale in Italia, in quel caldo paese, dove i tre figli Scintilla, Germinal e Spartaco diventeranno rispettivamente maestra, architetto e medico anestesista, nonostante il clima politico sfavorevole, l’infaticabile “Giacomino” cessò di vivere senza poter contribuire alla caduta della dittatura brasiliana. (Angelo Pagliaro) © ICSAIC 2022 – 10 

Nota archivistica

  • ACS, Min. interno, Dir. Gen. P.S., Div. A4.GG.RR. – CP, b. 144, cc. 55, 1927-1932: CPC, b. 797, f. 77758, cc. 92, 1922-1942: S134, b. 5 CS, f. 24, 1932-1933 e 1939).

Nota bibliografica

  • Angelo Pagliaro, Giacomo Bottino e Ida Scarselli: storia calabro-toscana d’amore e d’anarchia, in «Rivista Storica dell’Anarchismo», a. 11, n .1, 2004;
  • Angelo Pagliaro, Paolani schedati. Controllo poliziesco e schedatura durante il fascismo, Grafiche G. Gnisci, San Lucido (Cosenza) 2012, pp. 30-33;
  • Saverio Paletta, Giacomo e Ida: storia d’amore e d’anarchia a Cosenza, in «I Calabresi», 30 maggio 2022, https://icalabresi.it/cultura/anarchia-amore-calabria-brasile-storia-giacomo-bottino/.

Andreotti, Davide

Davide Andreotti (Cosenza, 9 marzo 1823 – 15 novembre 1886)

Quinto di sette figli, Moisé Davide, conosciuto solo come Davide al quale viene anche associato il secondo cognome Loria, nacque in una famiglia aristocratica cosentina da Gaspare e da Anna Maria Marsico. Fece i primi studi a Cosenza, poi sitrasferì a Napoli dove studiò Lettere, Legge, Archeologia e Retorica.
Sposò una Caracciolo e rimase per qualche tempo nella città partenopea. Qui ebbe l’opportunità di consultare archivi pubblici e privati e frequentare le biblioteche. A Napoli nel 1848 fondò e diresse un giornale politico-letterario, “Il caffè diBuono”, che ebbe vita breve.
Ritornato a Cosenza dove, assieme a Gaetano Ugo Clausi, diresse Il Monitore Bruzio che durò solo due mesi: apparve, infatti, dall’11 settembre 1860 al 7 novembre successivo.
Impegnatosi in politica, il 9 marzo 1863 fu eletto sindaco e mantenne la carica fino al 15 novembre 1864. In questo periodo diede alla città la villa comunale e sistemò il corso, che intitolò al grande filosofo Bernardino Telesio.
Ebbe diverse cariche pubbliche: fu socio onorario dell’Accademia cosentina, presidente della sezione di letteratura, socio della “Società Economica di Calabria Citeriore”.
Liberale, il 29 ottobre 1865 fu eletto deputato al Parlamento nazionale ((1865-1867) per il collegio di Cosenza (IX legislatura) e dove fu riconfermato nella legislatura seguente (1867-1870) alle elezioni del 12 maggio 1867. Fece parte dell’opposizione di sinistra e partecipò attivamente alle sedute parlamentari. Deluso della poca attenzione che il governo nazionaledimostrava per il Mezzogiorno d’Italia, si dimise inutilmente per ben tre volte. Dopo le esperienze in Parlamento, non abbandonò la vita politica. Anzi, ancora nel 1882 si candidò a deputato nel primo collegio di Cosenza e il quotidiano “L’Avvenire del popolo” nato per sostenere la Sinistra guidata dal deputato Luigi Miceli nelle elezioni generale, nell’ultimo numero apparso il 29 ottobre 1882 al termine della campagna elettorale, sosteneva la sua candidatura, assieme a quelle di Miceli, Giacomo Del Giudice, Giacomo Della Cananea, dei quali pubblicò biografia e foto.
Da giovane fu anche poeta. Dopo un primo volumetto stampato a Napoli, a Parigi nel 1846 pubblicò un volume di Poesie e a Cosenza, con altri libri, I trovatelli, in due fascicoli.
Andreotti, però, s’interessò principalmente di storia regionale e il suo nome è legato alla Storia dei Cosentini, in tre volumi, un’opera che si presenta «chiara, comprensibile e aderente alla realtà» (secondo Galasso) ma di «scarso valore critico» (secondo Piromalli), della quale fu stampata in seguito una seconda edizione «ampliata, riordinata e corretta».
Nel giornale “Il Gravina” che si pubblicava a Cosenza, nel 1868 apparve la sua notevole critica all’opera di Nicola Corcia dal titolo Pitagorismo di Numa, mentre sugli Atti dell’Accademia Cosentina si può leggere il saggio Delle false origini Asiatiche.
Morì all’età di 63 anni e i suoi concittadini parteciparono in massa ai suoi funerali. In quella occasione – come ricordato nel primo volume de Gli scrittori calabresi – furono letti ben quattro discorsi, che furono poi pubblicati nel periodico “Il Calabrese” (anno XVIII, 1886). Parlarono in successione il commendatore Carlo Pancaro, poi Luigi Accattatis per conto dell’Accademia Cosentina, quindi il cavaliere Domenico Persiani, e infine il professore Biagio Cavaliere.
Lasciò inedite alcune opere storiche tra cui Le vite delle donne celebri ed illustri della Calabria; Storia delle Calabrie): manoscritti sono conservati parte dagli eredi a Cosenza e a Venezia e parte nella biblioteca civica di Cosenza.
Cosenza lo ricorda con una via a suo nome nel Centro storico. (Carmela Galasso e Francesca Raimondi) © ICSAIC 2022 – 11 

Opere

  • Fiori letterari, presso Raffaele Miranda, Napoli 1844;
  • Poesie di Davide Andreotti, s. n., Parigi 1846;
  • Versi, Dalla Tipografia Brutia, Cosenza 1862;
  • I trovatelli, Brutia, 2 fasc., Cosenza 1863;
  • Pitagorismo di Numa, in «Il Gravina», a. 1, n. 2, 29 feb. 1868, pp. 19-22; segue n. 3 (20 mar. 1868), pp. 34-39;
  • Storia dei Cosentini, Stab. Tip. di S. Marchese Napoli, 1869-1874 (ristampa anastatica Pellegrini, Cosenza 1958-1959; poi Casa del Libro, Cosenza, e Brenner, Cosenza);
  • Memorie storico-genealogiche di Ruggero e Andreotto LoriaRisposta al quesito: La famiglia di Ruggero Loria ècatalana, siciliana, o calabrese?, Stab. Tip. di S. Marchese, Napoli 1878;
  • Donne illustri calabresi: Nosside, Gilda Britti, Zoè Alimena, Elisabetta Beccuti, Clarice Selvaggi, s.n., Castrovillari 1880;
  • Clarice Selvaggi, s.n., Castrovillari, 1880;

Nota bibliografica

  • Telesforo Sarti, Il Parlamento subalpino e nazionale. Profili e cenni biografici, Tipografia editrice dell’industria, Terni 1890, p. 48;
  • Luigi Aliquò Lenzi, Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi, vol. I, Tip. ed. Corriere di Reggio, Reggio di Calabria 1955, pp. 63-64;
  • Antonino Basile, Ripercussioni politiche della questione silana durante il Risorgimento secondo Davide Andreotti, in «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», a. 24, fasc. III-IV, 1955, pp. 493-496; Atti del 1. Congresso storico calabrese (Cosenza, 15-19 settembre 1954)A. Chicca, Tivoli 1957, pp. 293-296;
  • Mario Siniscalchi, Davide Andreotti e il Caffè di Buono, in «Cronaca di Calabria», 11 giugno 1961, p.3;
  • Coriolano Martirano, Personaggi celebri calabresi. Davide Andreotti, in «L’inserto di Calabria», n. 8, 1993, p. 58;
  • Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, Pellegrini, Cosenza 1996, p. 413;
  • Pantaleone Sergi, Quotidiani desiderati. Giornalismo, editoria e stampa in Calabria, Edizioni Memoria, Cosenza 2000, pp. 26-27.
  • Domenico Zangari, Davide Andreotti 1823-1886, in «Rivista critica di cultura calabrese», pp. 259-265;
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, p. 40.

Alati, Tommaso

Tommaso Alati [Melito Porto Salvo (Reggio Calabria), 23 agosto 1844 – 1 novembre 1911]

Figlio di Antonino, un affiliato alla Giovine Italia, e di Teresa Asprea, nacque in una famiglia benestante. 
Studiò a Napoli ma venne rimpatriato in quanto era considerato politicamente sospetto, In effetti, patriota convinto, nel 1860 si unì ai Mille garibaldini sbarcati in Calabria. Ancora studente, dopo aver fatto parte di un comitato impegnato nella raccolta di armi per Garibaldi, nel 1862 lasciò il collegio per raggiungere il generale sull’Aspromonte.
Nel 1864 si fece dispensare dal servizio militare dietro versamento di 3.200 lire, e due anni dopo si fece sostituire nel servizio della Guardia Nazionale Mobile del Circondario. Fu ancora con Garibaldi, invece, nella III guerra d’indipendenza del 1866. L’1 giugno di quell’anno, infatti, si arruolò nel Corpo dei Volontari Italiani (6. Reggimento, 22ª Compagnia) e parti per il Tirolo, dove si distinse nelle battaglie di Bezzecca del 21 luglio e di Cimego. Terminato il servizio il 25 settembre 1866 rientrò in Calabria.
Sposò una compaesana ed ebbe un figlio che chiamò Mazzini.
Convinto repubblicano e amico fraterno di Mazzini, con Michele Attanasio, nel 1868 diede vita al Comitato dell’Alleanza repubblicana universale.
A Reggio, nel 1869, sempre con Attanasio, fondò anche il giornale settimanale “La Scintilla”, foglio repubblicano e mazziniano diretto inizialmente da Attanasio e poi da lui. Il giornale, che distribuiva 400 copie a numero specialmente tra operai e militari come ebbe a dire lo stesso Alati, interruppe le pubblicazioni perché il direttore fu arrestato più volte. Assieme a Bruno Rossi, Saverio Melissari e Francesco Saverio Vollaro, fondò la loggia massonica “Aspromonte” (precedentemente, a Napoli, apparteneva alla loggia “Losanna”).
Fu molto attivo nella propaganda repubblicana, sia in Calabria e sia in Sicilia, ma nel maggio del 1870 rifiutò di partecipare al tentativo insurrezionale in provincia di Catanzaro, capeggiato da Ricciotti Garibaldi ma all’insaputa di Mazzini ma fu implicato nel moto di Filadelfia. Sempre nel 1870, invece, guidò diverse manifestazioni a favore di Roma capitale. 
Ormai orientato verso posizioni politiche sempre più radicali e internazionaliste (oscillanti fra mazzinianesimo e bakouninismo), nell’agosto del 1874 partecipò ai sanguinosi moti di Castel del Monte, e nell’ambito della repressione che seguì al loro fallimento, fu arrestato e processato. In carcere per otto mesi, fu rimesso in libertà dopo il processo.
All’attività politica affiancò per anni un’intensa attività come legale a favore di molti comuni non solo calabresi, sostenendone le ragioni e i diritti sui demani nelle contese con gli ex feudatari. Questo impegno è testimoniato da diversi suoi scritti, editi e inediti.
Fedele al suo credo politico, ancora nel 1910 a Melito fece porre una lapide commemorativa in memoria dei garibaldini caduti: in quella occasione, presentando l’oratore ufficiale, l’on. cosentino Luigi Fera, pronunciò un applauditissimo discorso.
Morì l’anno dopo nel paese natale all’età di 67 anni, lasciando oltre a numerosi scritti pubblicati sia relativi alla sua attività legale, sia riguardanti la sua fede e attività politica, anche numerosi inediti affidati al figlio.
Il paese natale lo ricorda con una via a suo nome. (Francesca Raimondi) © ICSAIC 2022 – 10 

Opere

In tema legale

  • Relazione documentata sulla vertenza demaniale fra l’ex-feudatario Marchese Ramirez ed il Comune di Melito Porto Salvo, Stamperia e Stereotipia Capra, Messina 1871;
  • I demani di Sperlinga ed i privilegi fiscali dei Comuni (nella lite per esproprio forzoso di beni demaniali ex feudali). Memoria pubblicata in prima edizione i] 20 settembre 1889 a cura dei cittadini di Sperlinga;
  • Relazioni amministrative e difese giudiziarie a favore dei Comuni di Carpanzano, Mirabello, Montenero, Carpinone, Marano Marchesato, Nissoria, Bronte, Trecastagni, Paternò, S. Giovanni di Gerace, Filadelfia, S. Biagio Platani, Niscemi, Buscemi, Sperlinga, Stab. Tip. Ditta Luigi Ceruso fu Giuseppe, Reggio Calabria 1890, 2ª ed.

In tema politico 

  • Discorso pronunziato in occasione della consegna della bandiera nazionale alle scuole elementari di Terranova di Sicilia, Stab. Tip. Girolamo Serodato, Terranova di Sicilia 1892;
  • Per il Sud, questioni ardenti, Tip. dell’Etna, Acireale 1902;
  • Per un caso di denegata giustizia: a S. E. il Ministro dell’Interno, Tip. Novecento di Nicola Simone, Napoli 1903;
  • Memorie di un Garibaldino Mazziniano (1860-1882), Tipografia D’Amico, Messina, 1910;
  • Note storiche di un Mazziniano dal 1860 al 1882, in ricorrenza della commemorazione per lo sbarco di Garibaldi del 19 agosto 1860, Tipografia di Francesco Morello, Reggio Calabria 1911.

Inediti

  • Appunti autobiografici dal 1806 al 1874; Da Reggio a Catanzaro, scritto su fogli recanti il bollo del carcere di Catanzaro;
  • L’orfanello, romanzo storico: anche questo scritto nel carcere;
  • La Vergine del Tirolo; romanzo storico incompiuto, scritto sempre in carcere;
  • Il latifondo e gli usi civici nell’Italia meridionale e le leggi abolite del feudo in rapporto alla questione sociale, con Note bibliografiche e raccolta di decreti, leggi e decisioni sui privilegi fiscali a favore dei Comuni del Napolitano e della Sicilia;
  • Undici conferenze popolari sulla questione sociale.

Nota bibliografica

  • Antonio Lucarelli, Carlo Cafiero. Saggio di una storia documentata del SocialismoVecchi & C. Editori, Trani 1947, pp. 19, 46;
  • Antonio Lucarelli, Gli albori del socialismo nel Meridione secondo i documenti dell’Archivio Provinciale di Trani, in «Movimento operaio»n.s., a. III, n. 17-18, 1951, pp. 611-612; 
  • Luigi Aliquò Lenzi, Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi, vol.I, Tipografia editrice “Corriere di Reggio”, Reggio Calabria 1955, ad vocem, p. 9;
  • Claudio Pavone, Le bande insurrezionali della primavera del 1870, in «Movimento operaio»n.s., a. VIII, n. 1-3, 1956, p. 42;
  • Giulio Trevisani, Il processo di Trani contro gli internazionalisti, «Movimento operaio»n.s, a. VIII, n. 5, 1956, pp. 639-662;
  • Alati, Tommaso, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 1, 1960, ad nomen; https://www.treccani.it/enciclopedia/tommaso-alati_(Dizionario-Biografico)

Barone, Francesco

Francesco Barone [Palmi (Reggio Calabria), 15 luglio 1835 – Palmi, 21 marzo 1923]

Teologo, storico, giurista, predicatore e confessore, Francesco, a cui fu dati anche i nomi pure di Antonio e Giuseppe, nacque da Antonio Barone e da Teresa Misale. L’anno in cui nacque può considerarsi veramente un anno particolare dato che fu proprio allora che Mazzini incominciò a enunciare le sue teorie, tra cui la concezione della religione laica dell’umanità. Era, inoltre, l’anno in cui erano iniziati a Palmi i lavori di grandi opere volute e attuate dopo che Ferdinando II, due anni prima, aveva effettuato una accurata visita in tutti i luoghi appartenenti al suo Regno, ivi compreso Palmi.
Sin da piccolo Francesco si dedicò agli studi ma nella religione e nei principi che la sostenevano trovò lo scopo della sua vita.
Di indole buona e mite, all’età di dieci anni volle seguire le sue tendenze spirituali vestendo l’abito chiericale ed iniziando il corso di studio che lo maturò e lo avvicinò sempre di più alla religione cattolica, specie dopo la terribile epidemia che colpi Palmi e dintorni qualche anno prima e che decimò decine di famiglie.
Ispirato a questa fede non gli bastò lo studio delle scuole elementari perché ad esso ne volle abbinare uno più approfondito come autodidatta. Ciò in quanto desiderava apprendere molto e in poco tempo e quel che riusciva a imparare nelle scuole pubbliche lo considerava insufficiente. Convinto della strada che doveva percorrere, dopo cinque anni, si trasferì a Messina per continuare gli studi di teologia e di filosofia presso i padri Benedettini. Fu cosi che all’età di sedici anni ricevette la tonsura (il rito con cui un laico viene iscritto al clero) e i primi due ordini mentre altri due li ricevette nel 1859 assieme al suddiaconato. Nello stesso anno ricevette il diaconato e l’anno successivo, aveva 25 anni, il Santo Presbiterato (Ufficio e dignità di Sacerdote).
II Regno delle due Sicilie, nel frattempo, era in fermento e lo stesso re Borbone rischiava la perdita della corona a causa dei moti di ispirazione mazziniana e dell’impresa che stava concludendo Garibaldi. Cosi fu, infatti, e dopo il plebiscito dell’ottobre 1860 la dinastia sabauda sostituì quella
borbonica in un Regno molto più grande che si chiamò Regno d’Italia. In questo lasso di tempo il giovane sacerdote continuò la sua carriera incurante del mondo esterno e dopo avere sostenuto i necessari esami gli fu concesso di confessare a entrambi i sessi. Nei due anni successivi tenne la direzione spirituale della confraternita del Carmine.
Impegnato in questa attività, non volle trascurare i suoi studi e dedicò parte del suo tempo all’apprendimento ed all’approfondimento di materie filosofiche, teologiche e giuridiche.
Nel 1891 pubblicò un «Corso di diritto pubblico ecclesiastico secondo San Tommaso d’Aquino», un’opera di profondo interesse culturale che stupì appassionati e studiosi del tempo i quali già dal 1878 ne avevano apprezzato la preparazione dopo la pubblicazione della conferenza sulla «Confessione» tratta dal secondo volume della sua «Opera italiana» e dopo la pubblicazione degli scritti su «Il Sacramento dell’Altare», «Il Cristo Trionfante», «Il S. Padre Leone XIII», ecc.
Nel 1894 Palmi fu colpita da un disastroso terremoto che, pur apportando ingenti danni, fece registrare poche vittime tra la popolazione che in quel mentre era fuori casa, al seguito della processione della Madonna. Si parlò di miracolo
e le testimonianze in tal senso furono tante e varie.
Sullo spunto di ciò, nel 1896, pubblicò «La Vergine della Sacra Lettera» in uno con «Terremoto del 16 novembre 1894 e il miracolo della Vergine SS. Del Carmine», un interessante volume scritto, come egli stesso precisò nella prefazione, all’unico e santo scopo «di far conoscere ai Palmesi le grandezze singolari della mentovata Signora, da essi profondamente venerata».
Anche se fu considerato un autodidatta egli fu un uomo di vasta cultura che si arricchì costantemente dell’insegnamento dello zio abate Pietro Militano.
Dei suoi scritti molti furono pubblicati e tanti altri rimasero inediti.
Mori a Palmi all’età di 70 anni.
Il corteo fu seguito da una folla numerosa di amici e di fedeli, commossa per aver perso un bravo canonico, dispiaciuta per la scomparsa di un grande studioso.
Per le sue alte qualità umane e culturali fu nominato socio corrispondente dell’Accademia romana di S. Tommaso; socio fondatore dell’Accademia partenopea; socio onorario dell’accademia filomatica; socio corrispondente della Reale Accademia filoretana messinese; socio promotore della scuola dantesca napoletana. Palmi gli ha intitolato una via cittadina.
Inoltre gli fu assegnata la medaglia d’oro al merito letterario e qualifica di “benemerito”. (biografia di Bruno Zappone, aggiornata e integrata dalla redazione) @ ICSAIC 2022 – 9 

Opere edite

 Corso di diritto pubblico ecclesiastico secondo San Tommaso d’Aquino, Napoli 1888;
 La Vergine della Sacra Lettera, protettrice di Messina e Palme, Napoli 1896;
 Leone XIII e le sorti dell’Europa, Napoli 1896;
 Il terremoto del 16 novembre 1894 e il miracolo della Vergine del Carmine, Napoli 1896;
 Opera italiana, Napoli 1896;
 Il Sacramento dell’Altare, Napoli 1896;
 Il Cristo Trionfante, Napoli 1896;
 Il Soprannaturale – ovvero conferenze sui misteri divini;
 La navicella di Pietro – ovvero conferenze sulla chiesa cattolica;
 Il Natale di Gesù Cristo – ovvero conferenze e orazioni dalla Domenica  dell’avvento alla Domenica VI dopo l’Epifania;
 Varietà oratoria – ovvero conferenze e discorsi vari;
 Il Giovedì e Venerdì Santo – ovvero prediche sulla passione e agonie di Cristo.

Opere inedite

 La donna protoevangelista; 
 Il mese Mariano; 
 Selva predicabile; 
 La filosofia cristiana; 
 Eucaristia e filosofia messe di fronte (opera in sei volumi su Tommaso d’Aquino).

Nota bibliografica

 Bruno Zappone, Uomini da ricordare. Vita e opere di palmesi illustri, Age, Ardore Marina 2000, pp. 34-37;
 Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, p. 64.
 

Zitara, Nicola

Nicola Zitara [Siderno (Reggio Calabria), 16 luglio 1927 – 1 ottobre 2010]

Proveniente da una famiglia di imprenditori e commercianti, originaria di Maiori, e insediatasi alla Marina di Siderno nei primi anni del ’900, nacque da Vincenzo e da Grazia Spadaro, di origini siciliane. Compì gli studi primari nella sua città natale e proseguì gli studi superiori (“senza infamia e senza lode”, come, scherzosamente, amava ripetere) al Liceo Classico di Locri dove conseguì il diploma di maturità. Nel 1945 s’iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli ma poi si laureò a Palermo. Nel frattempo aveva abbracciato le dottrine marxiste e aderito al Partito Socialista, costituendo nel 1944 un Circolo del Movimento Giovanile Socialista. Non ancora maggiorenne, partecipò alla campagna per il referendum istituzionale e per l’Assemblea Costituente. Nel 1948 seguì Sandro Pertini nella campagna elettorale tenendo numerosi comizi sia in Calabria che a Napoli.
Conseguita la laurea, lavorò dapprima all’interno dell’impresa paterna e a metà degli anni Cinquanta, ottenuto un incarico di docente negli I.T. C., emigrò a Cremona. In questo periodo ebbe modo di frequentare a Viareggio Leonida Repaci, del quale divenne collaboratore e amico, e altri intellettuali e politici tra cui Pierpaolo Pasolini e Marco Pannella. Nel 1961, dopo la morte del padre, rientrò a Siderno e prese la conduzione dell’azienda, ma una serie di circostanze sfavorevoli lo portarono a chiuderla. Tentò anche di avviare una nuova attività imprenditoriale nel campo della fabbricazione di mobili, ma dopo appena tre anni fu costretto ad abbandonare. L’esperienza negativa lo segnò profondamente, e lo portò a iniziare uno studio intenso delle leggi economiche e a compiere un’approfondita riflessione sulle vicende dell’Italia meridionale pre- e post-unitaria.
Nel 1958 si distaccò dal Partito Socialista per aderire successivamente, dopo la scissione del gennaio 1964, al nuovo Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Psiup) di cui divenne segretario di federazione a Catanzaro. A quell’esperienza seguì una delusione e l’allontanamento definitivo dall’idea del “sistema-partito”, secondo lui strumento non più adatto a interpretare la nuova realtà meridionale. 
Si dedicò al giornalismo, con discreto successo, divenne pubblicista e fondò nel 1961 con Titta Foti il settimanale Il Gazzettino del Jonio, un battagliero foglio d’informazione al quale collaborarono molti intellettuali calabresi di ogni tendenza politica. A Vibo Valentia, sul finire degli anni Sessanta, dove aveva assunto l’incarico di docente nell’Istituto Commerciale, incontrò il giudice Francesco Tassone e gli intellettuali che si raccoglievano nel Circolo Culturale “Gaetano Salvemini”, tra cui Luigi Lombardi Satriani, Mariano Meligrana,  Giacinto Namia,  Sharo Gambino,  Saverio Di Bella, il pittore Enotrio Pugliese, il glottologo tedesco Gerard Rohlfs, fino all’economista siciliano Napoleone Colajanni, con loro avviò un rapporto di collaborazione sulle comuni basi meridionaliste.
Nel 1968 gli venne affidata la direzione di Quaderni calabresi, nata come rivista del Circolo Salvemini e poi diventato organo del Movimento Meridionale. Non mancò di condurre, da polemista di vaglia, insieme con Franco Tassone, battaglie contro le tante e palesi ingiustizie sociali, contro la corruzione, le speculazioni e il malcostume politico. Ebbe per tali motivi una denuncia per diffamazione dalla quale fu pienamente assolto mentre rimase celebre il processo che contrappose il Circolo “Salvemini” al senatore democristiano Antonino Murmura e che, al di à dell’esito favorevole, pose fine, per sua volontà, alla carriera giudiziaria dell’avv. Tassone.
Con la pubblicazione de “L’Unità d’Italia: nascita di una colonia” e del successivo “Il proletariato esterno”, rileggendo il processo di unificazione italiana, si convinse che la questione meridionale non si poteva risolvere né con gli strumenti istituzionali democratici né con quelli della lotta di classe, in quanto, «gli interessi del proletariato settentrionale sono inconciliabili con quelli del proletariato meridionale».
Gli anni che seguirono al Sessantotto e ai moti di Reggio Calabria, sintomo determinante di questo antagonismo e dell’impotenza economica e politica dei lavoratori meridionali, gli diedero l’occasione per mettere a frutto la sua ampia e profonda visione delle leggi economiche e della storia d’Italia. 
Con la signora Antonia Capria, fine intellettuale e raffinata poetessa, si stabilì a Stefanaconi, provincia di Vibo Valentia, dove visse per un lungo periodo con la famiglia, ma nel 1977 rientrò a Siderno per assumere l’incarico di direttore della Biblioteca comunale. Allontanatosi da Quaderni calabresi e dal  Movimento Meridionale a causa dell’inconciliabilità delle vedute sul futuro del Meridione, che secondo lui non può continuare a coesistere con lo stato unitario, offrì la sua collaborazione a Il Piccolissimo, la Riviera (di cui è stato direttore responsabile fino alla fine), il MonteleoneLettera ai meridionali di Fausto Gullo, Calabria oggi di Pasquino Crupi, Scilla, diretto da Tommaso Giusti e Indipendenza, una rivista anticapitalista e antimperialista, nata nel 1986, alla quale, tra l’altro, rilasciò una lunghissima intervista che divenne il manifesto del nuovo movimento indipendentista meridionale.
Fattosi polemicamente editore di se stesso pubblicò anche due romanzi, Memorie di quand’ero italiano  nel 1994 e ‘O sorece morto  nel 2004, sorprendenti per qualità di scrittura narrativa. 
Nel 1999 fondò FORA – rivista elettronica del movimento separatista rivoluzionario meridionale – (significativamente dedicata al presidente cileno Salvador Allende) con cui enunciava una nuova teoria del separatismo meridionale che pur mantenendosi ancora nell’ambito del marxismo, si ricollegava alle posizioni  c.d. “terzomondiste” o, per meglio dire, alla “world systems theory” di André Gunder-Frank, Paul Baran, Paul Sweezy, Immanuel Wallesteirn, Celso Furtado e Samir Amin. Nel febbraio la rivista iniziava la pubblicazione on-line in un apposito sito. In un suo scritto l’economista di origini egiziane Samir Amin (1931-2018) riprendeva le tesi di Zitara in ordine alla formazione del capitalismo in alcuni stati mediterranei, definiti dall’economista franco-egiziano “periferici”, e prospettava la validità di una teoria dello sviluppo ineguale, com’era avvenuto in Italia.
Nel 2003 fondò con altri un circolo dell’Associazione Due Sicilie a Gioiosa Ionica che poi venne a lui intitolato nel 2013. La concezione oramai dichiaratamente indipendentista di Zitara, che non aveva nulla in comune con le idee separatiste della Lega-Nord, fu soggetta a forti critiche, nate  spesso da equivoci e fraintendimenti, il più delle volte generate ad arte e in modo strumentale. Zitara prese anche precise distanze dalla Lega e dai movimenti separatisti veneti, a cui è stato spesso erroneamente accomunato. Negli ultimi anni la sua revisione storica delle vicende del Meridione dopo l’Unità lo convinsero a sostenere la causa degli estimatori del Regno delle Due Sicilie tanto che il vessillo borbonico, con grande meraviglia dei suoi tanti amici ed estimatori socialisti, comunisti e anarchici, ha in parte ricoperto e accompagnato il feretro durante la cerimonia funebre. (Antonio Orlando)  © ICSAIC 2022 – 9

Opere

  • L’Unità d’Italia: nascita di una colonia, Edizioni Jaca Book, Milano 1971 (sec. ed. 2010);
  • Il proletariato esterno, Edizioni Jaca Book, Milano 1972;
  • Le ragioni della mafia (con F. Faeta, L.M. Lombardi-Satriani, P. Martino, M. Meligrana, D. Scafoglio, F. Tassone, V. Teti), Jaca Book, Milano 1983;
  • Il Sud è mafia – Intervista a Radio Radicale del 1° dicembre 1990, trascrizione a cura di Mino Errico, ELEAML.org
  • Incontro con Stefano Ceratti, Litografia Diaco, Bovalino 1993;
  • Memorie di quand’ero italiano, ed. in p., Siderno 1994 (ed. riveduta e ampliata, Città del Sole, Reggio Calabria, 2013);
  • Una versione giusnaturalista del socialismo scientifico, ed. in p., Siderno 1995;
  • Tutta l’égalité, Edizione in proprio, ed. in p., Siderno 1998;
  • Negare la negazione, Città del Sole, Reggio Calabria 2001;
  • ‘O sorece morto, ed. in p., Siderno 2005;
  • L’Unità truffaldina, Edizioni FORA, Siderno 2006;
  • L’invenzione del mezzogiorno. Una storia finanziaria, Jaca Book, Milano 2011;

Nota bibliografica

  • Samir Amin, Le développement inégal et la question nationale, in L’homme e la societé – Revue internationale de recherches et de synthèses sociologiques, n. 51-54 – gennaio-dicembre 1979;
  • Carlo Beneduci, Nicola Zitara: memorie di quand’ero italiano, Arti Grafiche GS, Ardore 
  • Saverio Napolitano, 1960-1970: la classe politica calabrese tra meridionalismo e localismo, in «Rivista Calabrese di Storia del ’900», 1-2, 2008;
  • Franco Zavaglia, Saluto a Nicola Zitara (orazione funebre), in «FORA», 3 ottobre 2010;
  • Romano Pitaro, Perché l’Italia non sa chi è Nicola Zitara, in «Il Quotidiano della Calabria», 4 ottobre 2010;
  • Carlo Beneduci, L’unità d’Italia nascita di una colonia, in «FORA», 28 marzo 2011;
  • Angelo D’Ambra, Zitara e il colonialismo interno, in «FORA», 21 dicembre 2011;
  • Angelo D’Ambra, L’accumulazione originaria, in «FORA», 6 febbraio 2012;
  • Alfonso Pergolesi, Il sistema protezionista delle Due Sicilie, in Atti del convegno di studi su Nicola Zitara, – Nola, 24-25 febbraio 2012, in «FORA», dicembre 2012;
  • Carmine Conelli, Mezzogiorno post-coloniale, 3° Giornata di studi su Nicola Zitara, Nola, 13 maggio 2013, in «FORA», 2013.

Tuscano, Bruno

Bruno Tuscano [Palizzi (Reggio Calabria), 20 marzo 1920 – San Maurizio Canavese (Torino), 24 gennaio 1945]

Nacque da Leone, grande invalido della prima guerra mondiale, e da Vittoria Franco, casalinga. Trascorse l’infanzia nel luogo natìo, poi la famiglia si trasferì a Reggio di Calabria, dove il padre trovò occupazione compatibile con le sue mutilazioni, abitando nel Rione “E” (ora Reggio-Campi).
Dopo l’istruzione di base, Bruno si iscrisse all’Istituto Magistrale e nel contempo frequentò con assiduità il Circolo Parrocchiale di San Paolo alla Rotonda, nello stesso quartiere in cui viveva. In quel periodo venne affascinato dai diari di guerra di Mussolini e si dedicò alle attività ginniche obbligatorie e facoltative presso la Palestra Principe di Piemonte, tra Campi e il Castello Aragonese. Completò gli studi diplomandosi al Liceo Classico Tommaso Campanella e si iscrisse poi, nel 1940, alla Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Messina, ma non riuscì a proseguire negli studi giuridici, verso i quali era molto portato. Nel frattempo aveva coltivato la passione per il teatro, con attività estemporanee organizzate dalle parrocchie, e per la fotografia, grazie alla frequentazione di molti artisti operanti nella sua città, tra i quali anche il noto Giuseppe Mavilla.
Si iscrisse anche al Centro Sperimentale di Cinematografia, a Roma, ma non seguì le lezioni.
L’11 agosto del 1942, difatti, dovette accantonare le sue ambizioni professionali e le sue passioni, essendo stato chiamato alle armi e inviato a Ceva, in provincia di Cuneo, per frequentare il Corso Allievi Ufficiali di complemento della Regia Aeronautica. Non riuscì a completare il programma di formazione e addestramento a causa di un infortunio che gli procurò una frattura alle costole e dopo la convalescenza, promosso nel frattempo al grado di sergente, venne assegnato a Fossano, sempre nel cuneese, con le mansioni di istruttore. 
Quando venne annunciato l’armistizio, circa un anno dopo, si trovava nei dintorni di Piacenza, dove venne catturato dalle truppe tedesche e destinato all’internamento in Germania. Riuscì, però, a fuggire in maniera rocambolesca e a tornare a Ceva, dove trovò ospitalità presso alcune famiglie che aveva là conosciuto ai tempi del corso, persone consapevoli dei rischi ai quali potevano andare incontro nel concedergli asilo e nell’aiutarlo, alle quali fu molto riconoscente per la loro solidarietà. Già pochi giorni dopo (il 13 settembre 1943) riuscì, grazie a loro, a trovare occupazione presso l’Ufficio Accertamenti Agricoli di Sale delle Langhe, località non distante da Cuneo, città dove in seguito, a cavallo tra il 1943 e il 1944, fece richiesta di assegnazione negli uffici di gabinetto della Prefettura (Federazione Repubblicana), alla cui guida vi era Paolo Quarantotto, che era stato federale a Reggio Calabria e che Tuscano aveva conosciuto quando era ancora un ragazzo per precedenti contatti con i suoi genitori e altri parenti. 
In Tuscano si radicava, tuttavia, sempre di più l’avversione al fascismo e ciò non passò inosservato ai dirigenti di quella Prefettura, pur senza subire, in un primo periodo, conseguenze immediate e dirette. In quegli ambienti conobbe Walter Alessi e altri amici dell’avvocato Duccio Galimberti, cuneese, che fu la figura di maggiore rilievo della Resistenza piemontese, e venne in contatto con gli Azionisti. Prima di essere scoperto, aiutato proprio da Alessi, abbandonò Cuneo, dopo aver acquisito documenti importanti e compromettenti della federazione fascista e iniziò a dare il suo contributo alla lotta partigiana, partecipando nell’estate del 1944 alla guerriglia sulle montagne di Ceresole Reale (Torino) e sul Colle della Crocetta, tra la Valle Orco e le Valli di Lanzo, a oltre 2.500 metri di altitudine, nelle Alpi Graie piemontesi. Era nella II Divisione Garibaldi, della quale divenne ufficiale istruttore e in seguito fu Capo di stato maggiore della 20ª Brigata d’assalto “Paolo Braccini”. Quell’area fu caratterizzata da aspre guerriglie e per timore dei rastrellamenti, assieme ad altri componenti, a settembre dovette trovare rifugio per un breve periodo nella vicina Francia, a Val-d’Isère e dintorni. 
Al rientro, nel successivo mese di ottobre, dovette constatare la decimazione della divisione che coordinava, e si adoperò da subito alla formazione della colonna alpina “Renzo Giua” facente capo a Giustizia e Libertà, unica formazione di matrice azionista nelle Valli di Lanzo che presidiava la Val Grande, assumendone il comando e organizzando e coordinando i contatti tra le bande azioniste del territorio piemontese, gli alleati e i “maquis” francesi per ottenere il rifornimento di armi e munizioni, nonché di viveri. Dovette, con grande saggezza ed equilibrio, anche dirimere i contrasti tra i garibaldini e gli azionisti, che rischiavano di vanificare le lotte avviate, anche e soprattutto a salvaguardia dei civili residenti in quei territori. 
Assieme a lui, combatterono sul territorio piemontese uomini e donne che poi contribuirono a cambiare il corso della storia: tra i tanti, il genovese Pietro “Pedro” Ferreira, che venne ucciso a Torino al Poligono Nazionale del Martinetto il giorno prima dell’esecuzione di Tuscano, e poi Antonio Giolitti (che in seguito divenne esponente del Partito Socialista e parlamentare, e che era stato tra i fondatori delle Brigate Garibaldi assieme a Giancarlo Pajetta, dirigente comunista di spicco nel dopoguerra), Walter Alessi, denominato “l’inafferrabile”, Nicola Grosa, Giulio Bolaffi (appartenente alla nota famiglia di filatelici), Giovanni Battista Gardoncini, nonché Teresa Noce, Rita Montagnana e Angiola Minella, tre partigiane che furono in seguito elette alla Costituente, e molti altri.
Era il 23 gennaio del 1945 quando, con il suo reparto (era comandante della Colonna Giustizia e Libertà “Renzo Giua”), Tuscano si trovava nell’area montana di Vonzo, una frazione di Chialamberto, nel Torinese, a oltre 1200 metri di altitudine, e venne sorpreso da un rastrellamento da parte del nucleo di paracadutisti della 184ª Divisione Nembo, unità del Regio Esercito confluita nella Repubblica Sociale Italiana di Salò, di stanza a San Maurizio Canavese (Torino). Arrestato, venne sottoposto a un durissimo interrogatorio nella Casa Littoria, sistemata in un edificio scolastico, dove aveva sede il presidio fascista. Tuscano si assunse ogni responsabilità, scagionando gli uomini della sua Colonna, i propri compagni di lotta che grazie al suo gesto si salvarono in gran parte, nonostante la successiva detenzione in carcere e, per alcuni, la destinazione in campi di internamento. I parà repubblichini lo processarono e lo condannarono alla fucilazione, che fu eseguita il giorno successivo davanti alla Chiesa Vecchia del Cimitero. Il Tenente Bruno Tuscano morì gridando «Viva l’Italia libera!» dopo aver avuto la concessione di scrivere una lettera ai genitori e una ai cugini Minniti, con i quali aveva un forte legame. Entrambe le lettere sono custodite, in originale, tra le carte private del fratello Francesco.
Nella sua breve vita non ci fu spazio per una compagna e per eventuali figli.
La scelta coraggiosa ed esemplare di Tuscano, ancorché tormentata, assurge a simbolo dei valori della Resistenza tramandati e da tramandare alle future generazioni, rappresentando quell’unità di intenti che fece prevalere i valori umani in un momento storico drammatico per il Paese. La sua figura è stata e continua a essere un importante richiamo ai combattenti partigiani e alla memoria e ai luoghi della Resistenza: negli scantinati della scuola di Via Bo, all’epoca Casa Littoria, c’è la “stanzetta di Bruno”, dove Tuscano e altri componenti della colonna “GL” furono sottoposti a torture e violenze, e nella quale trascorse la sua ultima notte.
Il 3 marzo 2005, in occasione delle celebrazioni per il 60° anniversario della Liberazione, l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel cortile d’onore al Palazzo del Quirinale, ha consegnato al fratello Francesco la Medaglia d’oro al merito civile alla memoria per avere salvato gli uomini al suo comando. Il riconoscimento venne così motivato: «Giovane di elevate qualità umane e morali, durante la guerra di liberazione, aderiva con appassionato impegno alla colonna di Giustizia e Libertà – Renzo Giua. Al comando di questa formazione, dopo quattro giorni di assedio, nei pressi di San Maurizio Canavese (Torino), con generosità d’animo e fierissimo contegno, consegnandosi mortalmente al fuoco nemico, ottenne di salvare i suoi uomini, dando viva e coerente testimonianza di abnegazione e di elette virtù civiche. Preclaro esempio di amor patrio e di spirito di sacrificio. 24 gennaio 1945».
Nello stesso anno il consiglio comunale di Palizzi, sindaco l’architetto Arturo Walter Scerbo, ha intitolato all’eroico partigiano una piazza della cittadina. Tuscano riposa nel cimitero di San Maurizio Canavese, che lo ricorda nei luoghi della resistenza e con una via del centro che porta il suo nome. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2022 – 9 

Documenti

  • Bruno Tuscano, Lettere del 24 gennaio 1945: ai genitori (ora indicata 15:00) e ai cugini Minniti (ora indicata 17:00) – custodite in originale tra le carte private del fratello, Francesco Tuscano.

Nota bibliografica

  • Franco Brunetta, I ragazzi che volarono l’aquilone. Indagine su una formazione partigiana, Editore Araba Fenice, Cuneo 2010.
  • Giovanni De Luna (a cura di), Le formazioni GL nella Resistenza. Documenti settembre 1943-aprile 1945, Franco Angeli, Milano 1985, pp. 215 e 410.
  • Franco Brunetta, La Calabria nella guerra di liberazione. Bruno Tuscano, eroe della resistenza, in «Sud Contemporaneo», III, 1, 2002, pp. 13-20.
  • Donne e uomini della Resistenza, portale dell’ANPI Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (www.anpi.it)
  • Bruno Tuscano, portale dell’ANPI, Sezione di San Maurizio Canavese [Cn] (www.anpisanmauriziocanavese.it)

Paparatti, Sandro

Sandro Paparatti [Rosarno (Reggio Calabria), 7 febbraio 1915 – Roma, 22 marzo 1998]

Figlio del barone Gregorio, proprietario terriero. Il suo nome era Alessandro ma è conosciuto come Sandro, nome con il quale si firmava. Fu avvocato, critico, giornalista, saggista, letterato e poeta. Poco si conosce della sua vita privata. Dopo gli studi liceali, presso l’istituto «Bernardino Telesio» di Cosenza, si trasferì a Roma dove conseguì la laurea in Giurisprudenza e, successivamente, quella in Lettere. Nel 1935 – aveva vent’anni – avviò una collaborazione con Cordelia, una rivista settimanale femminile, e quindi con quotidiani e altri periodici come RicostruzioneRisveglioAzione DemocraticaUomini LiberiVivereCampane a StormoItalia Unita, Giornale della Sera.
Fu studioso della letteratura e della poesia francese e tradusse lavori di Boudelaire, Cocteau, Fort, Gide, Rimbaud, Verlaine e Valery, raccolte poi in un’Antologia della Poesia francese contemporanea. Diventato amico fraterno di Paul Claudel tradusse moltissime sue opere. Tradusse anche il romanzo di Alessandro Dumas padre «Mastro Adamo il calabrese», e la sua traduzione è tra quelle più accreditate.
Nella Capitale, assieme a nomi già affermati, collaborò a numerose riviste letterarie. Con Federico Vittore Nardelli, ingegnere e scrittore, fondò il movimento internazionale “Universalesimo” e quindi assieme a Edvige Pesce Gorini, insegnante, giornalista, scrittrice e poetessa dai toni spesso enfatici, nel 1948 creò l’Associazione Internazionale di Poesia a cui aderirono 120 poeti fra i quali quattro premi Nobel. Contestualmente fu fondato «Il Giornale dei Poeti», dove assunse l’incarico di redattore capo. Ha fatto parte dei giovani poeti della cosiddetta «Scuola Romana» alla quale il critico Enrico Falqui dedicò la sua attenzione.
All’epoca è fra i pochi in Italia a scrivere su Garcia Lorca e a tradurre i suoi scritti.
Libero docente di Letteratura francese insegnò all’Istituto Universitario Maria SS. Assunta di Roma. Per il suo lavoro di studio, ricerca e traduzione della letteratura e della poesia francese, nel 1971 ricevette le Palme d’Argento dall’Accademia di Francia e dal suo Governo, onorificenza conferita e ben pochi personaggi della cultura straniera.
È stato tra i fondatori del Sindacato Liberi Scrittori Italiani di cui fu Capo dell’Ufficio Stampa. Ma soprattutto è stato autore di poesie che sono state tradotte in molte lingue e accolte in diverse antologie pubblicate all’estero (come, ad esempio, Italienische Lyrik der Gegenwart, a cura di Robert Grabski, Vienna 1948). Apollinaire, Pierre Emmanuel e André Gide hanno avuto parole di elogio per la sua poesia.
Per oltre cinquant’anni è stato collaboratore della Terza pagina dell’«Osservatore Romano» e di altre testate (Il PopoloIl drammaMaternità e infanzia), nonché dei programmi radiofonici della Radio Vaticana e della Rai, anche in qualità di critico d’arte. Ha pubblicato libri di saggistica, poesia e critica letteraria.
Al pensiero della spiritualità di Gioacchino da Fiore ha dedicato numerosi studi che raggiunsero l’apice nel volume «Capitoli sull’Evangelio Eterno». Tra le sue principali pubblicazioni le poesie racchiuse nei volumi «Note per un canto d’amore», «Ad occhi socchiusi» e «Ma io non sono Lazzaro». 
Pur vivendone lontano amò sempre la Calabria: fra le righe delle sue opere si ritrovano, infatti, atmosfere, colori e profumi della terra in cui è nato.
Si spense a Roma all’età di 83 anni. (Leonilde Reda) @ ICSAIC 2022 – 09

Opere

  • Note per un canto di amore, Ediz. Pagine nuove, Roma 1950;
  • Ad occhi socchiusi, Casa Ed. Meridionale, Reggio Calabria 1950;
  • Capitoli sull’Evangelo Eterno, Pellegrini, Cosenza 1971;
  • Ma io non sono Lazzaro, Ed. del Girasole, Roma 1979;
  • Lo scrittore e i sentieri dello spirito (a cura di), s.n., Roma 1986;
  • Giuseppe Ricciardi, Litotip 82, Roma 1989.

Nota bibliografica

  • Carlo Weidlich (a cura di), Paparatti Sandro in Poeti 1949: antologia di poesia, La Rondine, Palermo 1949;
  • Lionello Fiumi, Giunta a Parnaso: saggi e note su poeti del secolo XX, La Nuova Italia letteraria, Bergamo 1954, p. 171;
  • Niccolò Sigillino, I moderni in crisi; ragguaglio sulla poesia contemporanea, ERS, Roma 1959, p. 165;
  • Gavino Còlomo, Nuovissimo dizionario dei pittori, poeti, scrittori, artisti dei nostri giorni, Edizioni della Nuova Europa, Firenze 1975, pp. 209-210;
  • Poeti e scrittori contemporanei allo specchio (Volume 6 di Poeti e scrittori allo specchio), La Ginestra, Firenze 1982, p. 156;
  • Ricordo di Sandro Paparatti, in «La Città del sole», 4, 1998;
  • Rocco Liberti, Il giornalista, poeta e saggista Sandro Paparatti (Rosarno 1915 – Roma 1998), in «Storicittà. Rivista d’altri tempi», XX, 189, 2011, pp. 58-59
  • Profilo dell’Avv. Alessandro Paparatti, https://www.comune.palmi.rc.it/index.php?action=index&p=1510.

Salazar, Demetrio

Demetrio Salazar [Reggio Calabria, 19 ottobre 1822 – Pozzuoli (Napoli), 18 maggio 1882]

Nacque da Lorenzo e da Caterina Suraci-Spanò. Conosciuto come Demetrio Salazaro, cognome italianizzato che preferiva e con cui firmò i suoi scritti e le sue opere. Studiò matematica, disegno e pittura. Fu pittore, ceramista e critico. «Fin dall’infanzia – come ricordò, commemorandolo, Luigi Parpagliolo – aveva mostrato tendenze artistiche; e, venuto a Napoli nel 1848, concorse all’ Accademia di Belle Arti, ove ebbe a compagni Domenico Morelli, Filippo Palizzi, Saverio Altamura, il Cortese ed altri che resero celebre la “Scuola Napoletana”». Frequentò, secondo alcuni, la Scuola di Natale Carta e quella dell’Oliva, condiscepolo del Mancinelli, seguendone l’indirizzo accademico.
La sua attività, nel campo della pittura e del ritratto in particolare, risale alla sua giovinezza (18-26 anni) e prosegue fino al 1855. Lavorò a Firenze, a Napoli e a Reggio Calabria e svolse anche una intensa attività politica. Partecipò ai falliti moti insurrezionali del 1848, a Napoli e in Calabria, e fu ferito il 15 maggio 1848. Per questa sua partecipazione ai moti, fu costretto all’esilio, dapprima a Parigi, quindi a Lussemburgo, Londra dove conobbe Mazzini di cui era fervido seguace, e infine in Irlanda e in Belgio. Nella capitale francese, in seguito al colpo di Stato del 2 dicembre 1851, venne fatto arrestare da Napoleone III ma fu presto liberato per mancanza di prove. 
Nel periodo d’esilio, frequentò i Musei del Louvre e Luxemburg per dedicarsi alla copia di quadri famosi e acquisire così conoscenze tecniche, storiche e critiche della pittura e della scultura.
Agli inizi degli anni Cinquanta, al Museo Luxemburg, incontrò la contessa Dora Mac-Namara Calcutt (1820-1883), irlandese, sorella di Francis, deputato della Camera dei comuni di Londra. Pastellista, autrice tra l’altro di un ritratto del marito, Dora è considerata anche una valente scrittrice.
I due si sposarono presto e nel 1853, a Lussemburgo, nacque la loro prima figlia, Francesca, da tutti conosciuta come Fanny, che fu docente di lingua e letteratura inglese, autrice di numerosi libri e, soprattutto, una protagonista della lotta per l’emancipazione delle donne nel primo Novecento. La coppia ebbe altri due figli: Lorenzo e Maria, morta giovane.
Preceduto dalla moglie, Salazar ritornò in Italia nel 1855. Sono gli anni in cui è in contatto epistolare con i patrioti Giorgio Pallavicini, futuro prodittatore a Napoli, e Daniele Manin.
Nel 1859, vigilia di grandi eventi, si trovava a Reggio Calabria perché il padre era in gravi condizioni di salute, e non rinunciò a svolgere attività politica. L’anno dopo si stabilì a Napoli definitivamente.
Qui visse con entusiasmo patriottico la liberazione della città da parte delle camicie rosse garibaldine. Si recò a Salerno per incontrare il generale e portò con sé un tricolore, conservato come una reliquia, che era stato vietato in occasione dei funerali del generale Guglielmo Pepe. Garibaldi baciò la bandiera commosso, lo abbracciò e volle che sedesse accanto a lui nella carrozza durante il tragitto per le vie di Napoli, dalla stazione per via Toledo, fino alla Prefettura.
Nell’ormai ex capitale borbonica, Salazar ricoprì importanti cariche pubbliche. Divenne Segretario particolare di Pallavicini e fu più volte consigliere comunale e vice Sindaco del Vomero, di San Lorenzo e della sezione Avvocata, nonché direttore del Museo Nazionale di San Martino.  Non volle entrare, tuttavia, nel nuovo governo e per amore dell’arte rinunciò anche alla carica di Prefetto e alla candidatura parlamentare. 
Dal 1866 al 1877, così, fu Ispettore e, quindi, dal 1878 vice Direttore della Pinacoteca del Museo Nazionale. L’ordinamento della Pinacoteca è testimoniato dall’inventario eseguito proprio dal Salazar e comprendente ben 839 dipinti. Propugnò l’istituzione del Museo provinciale campano di Capua e s’impegnò per la costituzione del Museo Civico di Reggio Calabria. Durante una visita alla città natale, infatti, ne propose la fondazione per custodire i reperti archeologici che numerosi venivano trovati durante alcuni scavi. La proposta fu accolta dal sindaco Fabrizio Plutino e il Museo Civico, destinato a diventare il Museo Nazionale della Magna Grecia, fu inaugurato nel 1880 al pian terreno del palazzo Arcivescovile, nel giorno della festa dello Statuto nazionale.
Non trascurò il suo interesse per i Musei artistici industriali. Dopo aver visitato il Conservatorio di Arti e mestieri a Parigi, il Museo di Kensington a Londra, i Musei industriali a Vienna, Berlino, Dresda, Monaco di Baviera e altre città tedesche e svizzere, suggerì di istituirli anche in Italia, assieme alla scuola di istruzione professionale. Napoli, accogliendo la sua proposta, istituì il Museo artistico industriale, e nel 1878 gli aggregò l’Istituto dell’istruzione artistica. Nel dicembre di quell’anno, il Ministro della Pubblica Istruzione Francesco De Sanctis costituì il Comitato promotore, designando a Presidente il principe Filangieri e a segretario proprio Salazar. Tale Museo fu inaugurato il 7 febbraio 1889 ma il contributo dato dal Salazar, fu incomprensibilmente ignorato. Ne nacque una “contesa” promossa dai figli per far riconoscere i meriti del genitore.
Fu membro dell’Accademia Pontaniana. Scrisse numerose opere di storia e di arte che furono lodate da Benedetto Croce nella «Critica». Commendatore della Corona d’Italia, fu membro di diverse Accademie, Circoli e Commissioni.
Morì a Pozzuoli all’età di 60 anni e fu sepolto accanto alla figlia Maria.
Lasciò numerosi manoscritti. Napoli gli ha intitolato la piazzetta antistante l’Istituto industriale artistico. Reggio ha dato il suo nome a una delle vie centrali della città (sulla base di una biografia di Ugo Campisani) © ICSAIC 2022 – 9 

Scritti

  • Ciò che è, ciò che dev’essere la pinacoteca nazionale, s.n., Napoli 1860?
  • Cenni sulla rivoluzione italiana del 1860, Stabilimento Tipografico di R. Ghio, Napoli 1866;
  • Sul riordinamento della Pinacoteca del Museo Nazionale. Rapporto al commend. Giuseppe Fiorelli, Stab. tip. Ghio, Napoli 1866;
  • Affreschi di S. Angelo in Formis, Tip. Strada Nuova Pizzofalcone n. 3, Napoli 1868 (e 1870);
  • Pensieri artistici, Tip. S. Pietro a Maiella, Napoli 1873;
  • Relazione all’accademia pontiniana sull’opera Studi sui monumenti dell’Italia meridionale dal IV al XIII secolo, Stamperia della R. Università, Napoli 1873;
  • Pensieri artistici, Tip. S. Pietro a Maiella, Napoli 1874;
  • Conclusioni sulla architettura classica e quella del Medio Evo, Tip. S. Pietro a Majella, Napoli 1875;
  • Conclusioni sulla architettura classica e quella del Medio Evo, Tip. S. Pietro a Maiella, Napoli 1875;
  • Notizie storiche sul palazzo di Federico II a Castel Del Monte, Tip. S. Pietro a Maiella, Napoli 1875;
  • Considerazioni sulla scultura ai tempi di Pericle in confronto dell’arte moderna, Tip. S. Pietro a Maiella 31, Napoli 1875;
  • Pensieri artistici per Demetrio Salazaro ispettore del museo nazionale di Napoli, Tip. S. Pietro a Majella, Napoli 1877;
  • Sulla coltura artistica dell’Italia meridionale dal IV al XIII secolo. Discorso, Fibreno, Napoli 1877;
  • Studi sui monumenti medievali della Sicilia. Relazione letta nella tornata del 11 dicembre 1877 all’Accademia di archeologia, lettere e belle arti dal socio Demetrio Salazaro, s.n., s.l. dopo il 1877?;
  • L’arco di trionfo con le torri di Federico II a Capua. Notizie storico-artistiche, Nobile & C., Caserta 1877;
  • L’arte della miniatura nel secolo XIV. Codice della Biblioteca Nazionale di Napoli, messo a stampa per cura di Demetrio Salazaro, Raffaele Caccavo, Napoli 1877;
  • Brevi considerazioni sugli affreschi del monastero di Donna Regina del XIII secolo, Tip. S. Pietro a Majella, Napoli 1877;
  • Studi sui monumenti medievali della Sicilia. Relazione letta all’Accademia di Archeologia, Lettere e belle Arti nella tornata del 11 dicembre 1877, s.n., s.l., 1877?
  • Sulla coltura artistica dell’Italia meridionale dal IV al XIII secolo. Discorso pronunziato dal comm. Demetrio Salazaro nella sezione di archeologia artistica del III congresso nazionale degli artisti italiani in Napoli, Tip. ed. già del Fibreno, Napoli 1877;
  • Relazione su la esposizione storica nel Trocadero di Parigi, Tipografia Panfilo Castaldi, Napoli 1878;
  • Sulla necessita d’istituire in Italia dei Musei industriali artistici con le scuole di applicazioni. Pensieri e proposte, Tip. Panfilo Castaldi, Napoli 1878;
  • Poche parole dette sul sepolcro di Luigi Vanvitelli, Stab. tip. del Comm. G. Nobile e Co., Caserta 1879;
  • L’arte romana al Medio Evo, appendice agli studi sui monumenti della Italia Meridionale dal IV al XIII secolo, s.n., Napoli 1881;
  • Pietro Cavallini pittore scultore ed architetto romano del 13. Secolo. Nota storica letta all’Accademia di archeologia, lettere e belle arti nella tornata del 14 febbraio 1882 dal socio Demetrio Salazaro, Tip. e stereotipia della R. Università, Napoli 1882;
  • Studi sui monumenti della Italia meridionale dal IV al XIII secolo, Tip. A. Morelli, Napoli s. d.;
  • Gli affreschi di Badia del IV, V e XI secolo, s.n., s.l., s.d.

Nota bibliografica

  • B. E. Maineri, Epistolario politico, 1855-57, Bortolotti, Milano 1878;
  • Giulio Minervini, Commemorazione di Demetrio Salazar, nell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, 13 giugno 1882;
  • Vittorio Visalli, I Calabresi nel Risorgimento italiano, Torino 1891-1992;
  • Mario Mandalari, La vita e gli studi di Demetrio Salazaro, in Id. Saggi di storia e critica, Fratelli Rocca Editori, Roma 1887; 
  • Aurelio Romeo, Pensiero ed Azione – Profilo di Demetrio Salazar, Ceruso, Reggio Calabria 1895;
  • Filippo Caprì, Commemorazione di Demetrio Salazar, «La Zagara», 23 giugno 1882;
  • Luigi Parpagliolo, Demetrio Salazar. Discorso commemorativo tenuto al Circolo Calabrese il 27 giugno 1926, con prefazione di Alfonso Compagna, Giannini, Napoli 1927;
  • Alfonso Frangipane, Demetrio Salazar. Quinta lettura di storia letteraria calabrese alla biblioteca comunale di Reggio Calabria, 18 maggio 1932, Tipografia Fata Morgana, Reggio Calabria 1932;
  • Antonio Monti, Demetrio Salazar, in «Rassegna Storica del Risorgimento», Roma, maggio 1936;
  • Alfonso Frangipane, Demetrio Salazar e gli studi storico artistici, Grafiche La Sicilia, Messina 1959;
  • Placido Olindo Geraci, Il Museo artistico industriale di Napoli e Demetrio Salazar nei documenti dell’archivio Dito, Grafiche La Sicilia, Messina 1968;
  • Placido Olindo Geraci, Profili di artisti reggini del ‘700 e ‘800: Vincenzo Cannizzaro, Ignazio Lavagna Fieschi, Demetrio Salazar, Giuseppe Benassai, Di Mauro, Cava dei Tirreni 1971;
  • Antonio Ventura (a cura di), Puglia medievale. Itinerario artistico, Capone, Cavallino di Lecce 1998;
  • Antonio Ventura (a cura di), Mezzogiorno medievale.  Monumenti, artisti, personaggi, Capone, Lecce 2003;
  • Ugo Campisani, Artisti calabresi. Ottocento e Novecento, Pellegrini, Cosenza 2005, pp. 326-329;
  • Domenico Coppola, Demetrio Salazar (1822-1882), in Id., Profili di calabresi illustri, Pellegrini, Cosenza 2010, pp. 117-121.