Altomonte, Principio Federico

Principio Federico Altomonte [Reggio Calabria, 17 aprile 1912 – Chievo (Verona), 2003]

Nato in una famiglia della buona borghesia reggina, pittore e ingegnere, saggista e filosofo, esordisce come giovane artista d’avanguardia nella sua città natale all’inizio del 1933 – in occasione dell’arrivo di Filippo Tommaso Marinetti a Reggio per celebrare Boccioni nel suo luogo di nascita –, animando il «Gruppo futurista Umberto Boccioni», costituito assieme a Saverio Liconti, al poeta Nino Pezzarossa, Alberto Strati e altri giovani, per lo più studenti universitari, tra i quali Nino Tripodi, ardente fascista che nel dopoguerra sarà uno dei massimi dirigenti del Msi e direttore del quotidiano del partito «Il secolo d’Italia», oltre al musicista Lino Liviabella, l’attore Gastone Venzi, il poeta Mario Del Bello, il giornalista Luigi Aliquò Lenzi che l’anno prima aveva pubblicato uno studio proprio su Boccioni.
Dopo qualche mese organizza una mostra personale del «cartello lanciatore futurista» (ossia di manifesti pubblicitari di argomento politico) nella sede del Guf (Gruppi universitari fascisti) di Reggio. L’iniziativa ha un notevole successo, ma si scontra con l’ostilità dei dirigenti locali del partito fascista e con l’indifferenza della stampa. Infine, un suo quadro (aeroplano+sensualità) figura, sempre nel 1933, alla Prima Mostra Nazionale d’Arte Futurista, che si apre a Roma il 28 ottobre.
Collaboratore di «Settebello» e del «Popolo di Roma», a Reggio Calabria fu anche corrispondente della rivista «Futurismo» di Mino Somenzi. Nel 1934, la necessità di proseguire gli studi universitari d’ingegneria provoca il trasferimento a Roma di tutta la famiglia. Nella capitale tenta inutilmente di avvicinare Mino Somenzi, il direttore della rivista «Futurismo» alla quale aveva collaborato da Reggio. Ne deriva una cocente delusione, che lo induce ad allontanarsi dalla militanza futurista.
Nel 1936 si laurea in ingegneria civile e nel 1939 vince il concorso di ingegnere nelle ferrovie.
Dopo l’8 settembre 1943, si schiera attivamente per la Repubblica Sociale Italiana. È funzionario delle ferrovie a Verona e diventa poi comandante di brigata. Dopo il 25 aprile 1945 si nasconde presso un amico calabrese a Milano. Successivamente torna a Roma e nel 1950 lascia il lavoro alle ferrovie. Nel 1956 decide dì trasferirsi definitivamente a Verona dove riprende con vigore l’attività pittorica. Gli echi futuristi sopravvivono per qualche tempo, ma ben presto lasciano il posto a una pittura astratto-simbolica.
Con Romolo Giuliana, a cavallo degli anni Sessanta-Settanta dirige il trimestrale «Azimut», la rivista ideologica della Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale Italiana.
Negli anni Settanta approda a una nuova figurazione, combinata con una sorta di «verticalismo (combinazioni binarie di colore a strisce verticali disposte sul disegno, successivamente «lavorate» con una tecnica «a levare»).
Tenne personali a Verona (Galleria Ferrari, 1966), Milano (Galleria Pater, 1967), Macerata (Galleria Scipione, 1967), Roma (Galleria del Babuino, 1968) e Bari (1972); e ancora a Millesimo (Galleria San Gerolamo), Savona (Galleria Il Brandale), Venezia (Galleria Il Riccio).
In età matura ha pubblicato, in edizioni fuori commercio, alcuni saggi d’intonazione filosofica, in cui ha esposto anche una sua personale riflessione politica, d’impronta spiritualista, che si richiama al Mussolini «diciannovista» e al fascismo delle origini, inteso come movimento rivoluzionario e di sinistra, «tradito» dalla svolta del ’21.
In un altro saggio (Morte e resurrezione) si misura invece con la critica d’arte e dà ampio spazio alla riflessione sulle avanguardie artistiche e in particolare sul futurismo, criticandone però gli sviluppi degli anni Trenta e prendendo le distanze in specie dalle ricerche materiche di Enrico Prampolini. (Vittorio Cappelli) © ICSAIC 2022 – 5

Opere

  • La realtà come assoluta trascendenza. Appunti per una nuova metafisica, Gastaldi, Milano 1953;
  • Per una tridirezionalità dello spirito come nuovo metro di valore, Giuliana, Roma 1974;
  • Lo stato di popolo, Giuliana, Roma 1976;
  • Morte e resurrezione, Giuliana, Roma 1978;
  • Che cos’è lo stato di popolo?, Hohenberg, Verona 1981;
  • Democrazia della partecipazione, Hohenberg, Verona 1981;
  • La socializzazione delle imprese, Hohenberg, Verona 1982;
  • Un annuncio, una dottrina e una interpretazione, Hohenberg, Verona 1989.

Nota bibliografica

  • P. F. Altomonte, Catalogo della mostra, Galleria Ferrari, Verona 1966;
  • Domenico Cara, Dal futurismo alla eideticità dellespressione, Galleria d’arte «Il Babuino», Roma 1968;
  • Agostino Mario Comanducci, Dizionario illustrato dei Pittori, Disegnatori e Incisori Italiani moderni e contemporanei, I, Milano 1982, p. 72;
  • Vittorio Cappelli, Provincia passatista? Calabria futurista, «Cittàcalabria», n. 12, dicembre 1986;
  • Enzo Benedetto, Futuristi calabresi, «Futurismo oggi», 1-4, gennaio-aprile 1988;
  • P.F. Altomonte (monografia darte), Seledizioni, Bologna 1988;
  • Giorgio Falossi, Enciclopedia dei pittori e scultori italiani del Novecento, 2 voll., Milano 1991, p. 28;
  • Vittorio Cappelli, Il fascismo in periferia. Il caso della Calabria, Editori Riuniti, Roma 1992;
  • Marcello Oliboni, La pittura rivoluzionaria di P.F. Altomonte, Hohenberg, Verona, 1993;
  • Armando Giorno, La Calabria nell’arte. Catalogo storico-artistico dei pittori calabresi dalle origini ai giorni nostri, Cosenza 1993, p. 24;
  • Domenico Rotundo, I futuristi reggini, «Calabria Letteraria», XLI, 4-5-6, 1993, p. 72;
  • Francesco Grisi,Per una storia del futurismo in Calabria, «Spiragli», VI, 1, 1994, pp. 28-30;
  • Claudia Salaris e Luigi Tallarico, Calabria, in Enrico Crispolti (a cura di), Futurismo e Meridione, Electa, Napoli 1996, pp. 347-366;
  • Testimonianza dellartista, intervista effettuata da Vittorio Cappelli a Verona il 27 gennaio 1997;
  • Vittorio Cappelli, Altomonte Principio Federico, in Dizionario del futurismo, a cura di E. Godoli, I, Vallecchi, Firenze 2001, p. 17;
  • Vittorio Cappelli, Dizionario biobibliografico, in Calabria futurista (1909-1943), Rubbettino, Soveria Mannelli 2009, pp. 140-141;
  • Antonietta De Fazio, La Calabria e i suoi artisti. Dizionario dei pittori (1700-1930), Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp. 24-25.

Barillaro, Emilio

Emilio Barillaro (San Giovanni di Gerace (Reggio Calabria), 1 gennaio 1904 – 25 marzo 1980)

Nacque da Francesco, applicato di segreteria comunale, e da Alfonsina Ientile, ostetrica. Secondo di otto figli, insieme ai fratelli trascorse, al suo paese, da lui molto amato e dal quale non volle mai allontanarsi, una fanciullezza spensierata, rivelando precocemente una particolare sensibilità per l’arte e per il bello. Dopo le scuole elementari frequentate al paese (da lui chiamato il mio bel San Giovanni), si iscrisse al Ginnasio della vicina Gioiosa Jonica, dove conseguì la licenza media. Continuò i suoi studi al Liceo Classico di Gerace Marina (odierna Locri), concludendoli brillantemente con il conseguimento della maturità. Si iscrisse, quindi, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina, dove ebbe come insegnanti affermati giuristi del tempo. Si laureò all’età di 24 anni e subito iniziò a esercitare la professione forense, facendosi apprezzare sia come civilista che come penalista e anche, come patrocinante in Corte di Cassazione. Fu uno dei più valenti avvocati del foro di Locri del suo tempo e si distinse anche per la sua generosità sul piano professionale, non pretendendo mai lauti compensi dai suoi assistiti e prestando anche il suo patrocinio gratuito, quando si trovava a difendere persone indigenti.
Nel 1934 sposò la giovane insegnante Eugenia Hyeraci, di nobile famiglia sangiovannese, nonché sua cugina, dalla quale ebbe cinque figli. Durante il ventennio del regime mussoliniano, si distinse per la sua attività antifascista. Così scrive egli stesso al riguardo in uno scritto autobiografico: «Vennero gli anni del dispotico ventennio, che mi trovarono tetragono ad ogni conformismo e mi posero all’avanguardia della lotta clandestina, cagionandomi la cancellazione dall’Albo professionale forense per difetto del prescritto requisito della buona condotta politica e un’annotazione di polizia quale individuo socialmente pericoloso, per la sua attività sobillatrice e subdolamente ostile agli Organi costituiti».
Coltivò gli hobbies della musica e della pittura, ma la sua grande passione fu l’archeologia, unitamente allo studio della storia millenaria della Calabria che egli volle capire e penetrare a fondo, indagando con le sue ricerche sulle antiche popolazioni che l’abitarono nei secoli. L’archeologia e l’etnografia lo impegnarono a tempo pieno per tutta la vita, e il suo fervore di studio in queste discipline non fu un dilettantismo fine a se stesso, ma studio serio e approfondito delle antichità della nostra regione, della Locride in particolare, che si affiancava alla partecipazione diretta a campagne di tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico, messe in atto dalla Soprintendenza alle Antichità della Calabria.
Nella premessa alla sua Guida storico-archeologica di Locri Epizefirii (1966) scrive che quel libro era «il modesto frutto della sua sconfinata passione per la Storia, maestra della vita, e soprattutto per l’archeologia, madre della storia», una «passione invincibile», che si portava dietro fin da bambino, quando amava collezionare «tante piccole cose antiche». Ricorda, inoltre, che, quando, da adulto, iniziò a praticare la ricerca archeologica sul campo, «le vaste battute d’investigazione, durate lunghi anni, facendo palmo a palmo il territorio della Vallata del Torbido» lo portarono a scoprire «ben undici necropoli – un patrimonio archeologico d’insospettata entità – di cui una pre-protostorica indigena, risalente alla prima età del Ferro». Nel 1957 fu nominato Ispettore onorario alle Antichità e Belle Arti per i comuni di San Giovanni di Gerace, Martone e Gioiosa Jonica, carica che gli fu rinnovata fino al 1966. Tra il 1960 e il 1961 segnalò al Soprintendente dell’epoca (Alfonso De Franciscis) la scoperta, nella valle del Torbido, della necropoli indigeno-ellenizzata di S. Stefano di Grotteria, lo stanziamento neolitico di Monte Scifa di Mammola e l’insediamento d’età classica di Monte Palazzi di Croceferrata.
Avrebbe voluto essere autorizzato a fare saggi di scavo in quei siti, ma rimase deluso dalla risposta di De Franciscis, che lo ringraziava, senza concedergli l’autorizzazione a scavare, essendo lui semplicemente un «ispettore onorario», al quale spettava soltanto il compito di vigilanza sul territorio di competenza e di eventuali segnalazioni. Ma, nonostante le difficoltà, non si arrese e continuò a fare sondaggi esplorativi, anche se – come riferisce lui stesso – da archeologo “dilettante” e, quindi, “irregolare”. Il suo campo di ricerca si esplicò sul litorale della Locride che va da Caulonia (antica Castelvetere) fino a Capo Bruzzano e in tutti i centri dell’entroterra nei quali, come un cercatore minuzioso e cocciuto di metalli preziosi, andava scavando, frugando fra i ruderi e le macerie di costruzioni secolari, chiedendo alla gente del luogo notizie su notizie.
Il suo rapporto con la Soprintendenza alle Antichità della Calabria, nonostante la carica assegnatagli di “ispettore onorario”, non fu mai facile, specialmente quando arrivò a Reggio Calabria il soprintendente Giuseppe Foti, che, più volte si trovò a non acconsentire alle sue richieste, chiedendogli, in una sua comunicazione ufficiale, di «imbrigliare», le sue «velleità d’impenitente ricercatore».
L’episodio che segnò l’epilogo dei rapporti tra il soprintendente e il suo ispettore onorario, fu la pubblicazione di un’intervista concessa da Barillaro a una corrispondente della “Gazzetta del Sud”, in cui si dava allo stesso Barillaro il merito esclusivo di aver fatto tornare dal Museo Nazionale di Napoli al Museo Nazionale di Reggio Calabria, il gruppo scultoreo di Castore e Polluce, detto anche dei Dioscuri, proveniente dalla contrada Marasà di Locri Epizefirii. Il soprintendente Foti replicò, affermando che il merito di quella restituzione era principalmente suo, «autore di reiterati interventi presso il competente Ministero, nonché di una vibrata campagna di stampa in proposito». La vicenda dei complicati rapporti tra Foti e Barillaro si concluse con l’intervento dell’Ispettore generale della Direzione delle Antichità e Belle Arti e la rinuncia di Barillaro a ogni «ambiziosa iniziativa», nonché con l’ammissione della sua «intemperanza di indagatore indemoniato».
Non cessò, tuttavia, come fa notare Domenico Falcone, in uno studio monografico a lui dedicato (2009), «l’impegno di Barillaro per la difesa del patrimonio culturale calabrese, attraverso i suoi scritti archeologici, storico-artistici, storiografici e monumentali, che lo videro impegnato, senza cali di tensione, fino a quando la malattia non prese il sopravvento sul suo corpo, ma non sulla sua mente».
Durante la sua intensa attività di archeologo e di giornalista-scrittore, ebbe modo di conoscere non pochi eminenti personaggi, che lo ebbero in grande amicizia: da Corrado Alvaro (al quale ispirò il capitolo del romanzo Mastrangelina, dove viene descritto il trafugamento clandestino da Locri della cosiddetta Persefone di Berlino) a Benedetto Croce, da Umberto Zanotti Bianco a Giuseppe Isnardi, da Amedeo Maiuri al glottologo tedesco Gerhard Rohlfs.
Barillaro, comunque, anche se noto soprattutto per i suoi numerosi saggi archeologici e storico-artistici, fu anche poeta e narratore. La sua attività di poeta iniziò molto presto, con la pubblicazione de I Canti della Jonia (1936) e, dopo molti anni, fu ripresa con l’uscita del Dramma di un’anima (1979).
Fu anche autore di alcuni romanzi brevi, tra cui meritevole di segnalazione è Il pazzo della foresta (1938).
In qualità di giornalista, collaborò a diverse importanti testate, tra cui «Il Messaggero», «La Tribuna», «Il Popolo di Roma», «Calabria Letteraria» e altre ancora.
Superano il centinaio le sue pubblicazioni, che rappresentano un contributo fondamentale alla cultura calabrese. Ebbe anche importanti premi letterari, tra cui il «Premio Bos» per la novellistica, il «Premio di saggistica archeologica» dell’Unione Culturale Calabrese, il «Premio della Cultura» della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Il «Premio Bergamotto d’oro».
Si spense, dopo una lunga e dolorosa malattia, all’età di 76 anni, a San Giovanni di Gerace che gli ha intitolato una strada. (Franco Liguori) @ ICSAIC 2022 – 5

Opere principali

Monografie storico-archeologiche

  • I proverbi calabresi, Rispo9kli, Napoili 1952;
  • Matriarcato e ierodulia a Locri Epizephirii, Roma 1955;
  • Persephoneion.Alla ricerca del tempio di Persefone a Locri Epizephirii, Mit, Corigliano Calabro 1958;
  • Grandi precursori dell’Ellade antica, Mit, Corigliano Calabro 1959;
  • Teatri antichi in Calabria. Il Teatro greco-romano di Locri Epizephirii, Mit, Corigliano Calabro 1964;
  • Lokroi Epizephirioi, Mit, Corigliano Calabro 1964
  • Lokroi Epizephirioi. Guida storico-archeologica, Mit, Cosenza 1966
  • Arte, archeologia e cultura in Calabria. Panorama storico, Pellegrini, Cosenza 1968
  • Tavola cronologica delle culture preistoriche e protostoriche in Italia, Athena, Napoli 1968
  • Calabria. Guida artistica e archeologica, Pellegrini, Cosenza 1972;
  • Reliquie paleocristiane nella Locride italica, Nossis, S. Giovanni di Gerace 1972;
  • Fiumi navigabili nella Locride antica, Nossis, S. Giovanni di Gerace 1973 ?;
  • Dizionario bibliografico e toponomastico della Calabria (in 3 volumi), Cosenza 1976;
  • Gioiosa Jonica. Lineamenti di storia municipale, Effe Emme, Chiaravalle Centrale 1976;
  • La villa di Casinius a Casignana, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1979;
  • Le statue di Riace. Saggio critico, Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1979.

Opere letterarie

  • I Canti della Ionia, Nossis, Locri 1936
  • Il pazzo della foresta. Romanzi brevi, A. Rondinella, Napoli 1938;
  • Pettina e lizzi. Liriche in vernacolo calabrese, Nossis, S. Giovanni di Gerace 1977;
  • Dramma di un’anima. Canti onirici crepuscolari della terza età, Nossis, S. Giovanni di Gerace 1978;
  • Nonna Maria (racconto), Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1979.

Nota bibliografica

  • Francesco Russo, Una vita per la Calabria: Emilio Barillaro, Mit, Cosenza 1971;
  • Emilio Frangella, Emilio Barillaro ci ha lasciato, «Calabria Letteraria», 4-6 (apr.-giu.), 1980, pp. 3-6;
  • Stefano Scarfò, Emilio Barillaro, «Calabria Letteraria», XXXVI, 7-8-9, 1988, pp.  68-69;
  • Pasquino Crupi, Storia della letteratura calabrese. Autori e Testi, vol. IV, Cosenza 1997, pp. 33-34;
  • Giovanni Pittari, Emilio Barillaro faro della cultura calabrese, «Calabria Letteraria», n.4-6 (apr.-giu.) 2004, pp. 80-83;
  • Carmela Galasso, Dizionario di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, p. 62;
  • Domenico Falcone, Emilio Barillaro.Archeologia nella Valle del Torbido, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009;
  • Rocco Liberti, Memorie di studiosi calabresi contemporanei, II, «Quaderni Mamertini», 67, Litografia Diaco, Bovalino 2016, pp. 12-14

Cafaro, Fortunato

Fortunato Cafaro [Limbadi (Monteleone), 15 luglio 1786 – Napoli, 24 dicembre 1855]

Nacque in Limbadi, all’epoca villaggio di Motta Filocastro, nel distretto di Monteleone (oggi Vibo Valentia), in una famiglia abbiente. Fu educato in casa. I genitori lo affidarono, infatti, agli zii Pasquale e Filippo Cafaro, e insigni letterati, che lo prepararono alla professione legale. Lo zio Filippo, fu esaminatore sinodale della diocesi di Nicotera, quindi si laureò in «ambo le leggi» a Napoli e infine vinse la cattedra di diritto ecclesiastico all’università di Catania e fu curato proposto dell’insigne collegiata chiesa della Beata Maria della Limosina della città siciliana.
A diciott’anni, così, Fortunato entrò con una solida preparazione guridica nel commissarialo marittimo e, due anni dopo, nel 1806, fu aggregato all’amministrazione dei demani, e nel decennio francese addetto al difficile compito della liquidazione dei beni dei soppressi monasteri disposti dal sovrano napoleonico. Nel 1808 fu nominato segretario della commissione demaniale per la provincia di Bari. L’anno dopo, venne chiamato al ministero di Grazia e Giustizia in cui, grazie alla sua dottrina e al suo zelo salì presto di grado.
Nel 1821, tuttavia, lasciò l’incarico governativo ed esercitò l’avvocatura per quasi sei anni fino al 1827: in quell’anno, infatti, ritornò al suo vecchio ufficio ministeriale e per i dodici anni successivi fu collaboratore del valoroso Antonino Tortora a cui successe nel 1839 nel grado di capo di Ripartimento (carica corrispondente oggi a capo di Divisione). Sua è la stesura della legge sull’espropriazione forzata del 1828.
Ebbe numerosi e importanti incarichi. Fece parte della commissione per la questione degli zolfi e della commissione per la riforma del codice di commercio. Appena rientrato al Ministero si impegnò alla riforma della composizione della magistratura e diresse pure, in coordinazione del codice all’epoca vigente, la formazione del supplemento di leggi, decreti e rescritti.
Mai dimentico del suo paese natale di nascita, è considerato l’artefice della elevazione a comune. Grazie al suo ruolo all’interno dell’amministrazione della giustizia del Regno (era tra l’altro «real segretario di Stato di Grazia e Giustizia), si vuole sia stato determinante nella formazione del decreto del 20 maggio 1829, «riordino dei reali domini al di qua del Faro», con il quale Francesco I di Borbone dispose tra l’altro che dal primo gennaio successivo Limbadi, diventasse capoluogo del comune al posto di Motta Filocastro retrocessa a frazione.
Il Cafaro, a ogni modo, non fu noto soltanto per il suo incarico nell’amministrazione pubblica. Gli scienziati e gli uomini di lettere si pregiarono di averlo fra loro. l sofismi di Bentham, Le note all’ideologia di Tracy ed altre opere ch’egli mise a stampa (e di cui non ci sono tracce nelle biblioteche), giustificano la sua nomina a socio dell’accademia Sebezia e della Pontaniana.
Giurista di provate capacità per le numerose pubblicazioni e per gli incarichi, fu un uomo soprattutto modesto per quanto noto e laborioso. Era infatti di buona indole e di rara onestà, per cui ebbe sempre dinanzi il proprio dovere e la nobiltà della sua missione.
Doro lunga e penosa infermità morì a Napoli all’età di 69 anni, lasciando molte opere inedite. Limbadi – dove esiste ancora Villa Cafaro ma il cognome Cafaro è scomparso da tempo – lo ricorda con una via intestata a suo nome nel centro storico del paese. (Matteo Caruso sulla base di una nota di Cesare De Sterlich) © ICSAIC 2022 – 5 (BREVE)

Opere principali

  • Sul giudizio di spropriazione forzata degl’immobili e di graduazione de’ creditori secondo la legge de’ 29 dicembre 1828 osservazioni teorico-pratiche, dalla Tipografia nella Pieta de’ Turchini, Napoli 1829:
  • Su le procedure di spropriazione forzata degl’immobili e diritti reali immobiliari e di graduazione tra creditori e su li giudizi incidentali, dalla stamperia dell’Iride, Napoli 1844.

Nota bibliografica

  • Cesare De Sterlich, Cronica delle Due Sicilie di C.de Sterlich dei marchesi di Cermignano, Tip. di Gaetano Nobile, Napoli 185-?, pp. 126-127;
  • Domenico Massara, Cenni su Limbadi e profili dei suoi figli migliori, La Procellaria, Reggio Calabria 1962, pp. 66, 69.

Capialbi, Vito

Vito Capialbi (Monteleone, 30 ottobre 1790 – 30 ottobre 1853)

Nacque a Monteleone, l’odierna Vibo Valentia, da Vincenzo dei marchesi di Carife e Rocca Sanfelice, e da Anna Marzano, una famiglia patrizia che aveva alle spalle una solida tradizione culturale. Seguì un iter formativo congeniale per quei tempi alle famiglie della borghesia; infatti, rimasto orfano del padre a otto anni fu affidato prima alla cura dei padri basiliani del Collegio di Santo Spirito e successivamente a precettori privati in casa. Suoi maestri furono l’Abate Filippo Jacopo Pignatari, Giuseppe De Luca, Basilio Clary, che fu in seguito sarebbe diventato Arcivescovo a Bari. Fin da fanciullo mostrava una singolare predilezione perlo studio delle lingue classiche greca elatina. Rientrato in famiglia quando aveva quattordici anni, studiò diritto civile e canonico e teologia.
Durante il Decennio francese, stimolato dal ruolo politico-amministrativo che la città di Monteleone, come capoluogo della provincia di Calabria Ulteriorevenne ad assumere e dal clima di generale rinnovamento della società calabrese e meridionale, partecipò attivamente alla vita sociale e politica locale, ricoprendo alcune cariche pubbliche.
Dopo la restaurazione ebbe un atteggiamento prudente e non manifestò pubblicamente le sue idee e preferenze politiche: sospettato come nemico dal governo, in considerazione della fama di “massone” e “carbonaro” attribuitagli dalla polizia borbonica, non gli fu mai concesso di uscire dal Regno. In ogni caso, dal1817al1819 fu sindaco della propria città. E quello fu il suo ultimo incarico pubblico, prima di concentrarsi sui suoi studi e sulle sue ricerche.
Sposò Maria Teresa Capialbi, nata l’8 giugno 1791 e morta il 23 aprile 1875. Dal matrimonio nacquero tre figli: Vincenzo (21 dicembre 1808 – 18 marzo 1885); Anna (23 agosto 1810 – 1 ottobre 1849); Antonio (10 giugno 1812 – 19 dicembre 1886.
Al Decennio francese, si fa risalire il suo interesse per la storia e l’archeologia. In quel periodo, oltretutto, nella città Monteleone dove giunsero diversi studiosi stranieri, tra cui Aubin-Louis Millin e Carlo Witte, si registrarono numerosi ritrovamenti di antichi edifici e di «finissimi mosaici» che ovviamente attrassero il suo interesse di giovane studioso.
Dopo aver compiuto i primi passi nella ristretta cerchia culturale locale con piccole produzioni destinate ai soci dell’Accademia Florimontana degli Invogliati, nella quale fu accolto nel 1809, quando aveva appena compiuto 18 anni, con il nome di Florimo Valentino, s’inserisce in un ambito culturale più ampio, con interessi che spaziavano dall’archeologia alla numismatica, dalla bibliofilia alla storia locale ed ecclesiastica calabrese. Conseguentemente instaura rapporti con vari studiosi ai quali chiedeva e dava informazioni, poneva quesiti e forniva chiarimenti.
L’intensificarsi delle relazioni intrecciate, aumentano proporzionalmente la stima nei suoi confronti. Un esempio è la lettera inviatagli da Odoardo Gerhard il 26 maggio 1829. Questi gli anticipava l’intenzione di cooptarlo nell’attività dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica di Roma, «per le riflessioni da lei fatte sulle antichità della sua patria».
L’adesione all’Istituto si concretizzò nel 1832 con la stampa del Cenno sulle mura d’lpponio e nel 1845 con la pubblicazione delle Inscriptionum Vibonensium specimen.
Alla stima e all’ammirazione goduta nell’ambiente culturale napoletano si deve invece la sua collaborazione all’opera curata da Domenico Martuscelli: Biografie degli uomini illustri del Regno di Napoli; in essa, infatti, tra il 1822 e 1830, pubblicò i profili biografici di diversi personaggi monteleonesi e non solo. Il suo rapporto con l’Istituto di Corrispondenza Archeologica e con i promotori dell’iniziativa editoriale delle Biografie non fu comunque asettica; infatti, con lealtà non esitò a evidenziare criticità e difetti, a proporre correzioni di rotta. Le sue osservazioni «scaturivano dalla necessità di restituire all’erudizione storica la sua dignità intellettuale.
Applicato in modo costante nell’elaborazione delle sue “memoriucce” o “fanfucole”, il concetto di “fare storia” a cui s’ispirava è riproposto in altre lettere edite nel suo epistolario.
Collezionista di reperti archeologici, epigrafici e numismatici, fu anche un attento bibliofilo e un collezionista di manoscritti, pergamene e incunaboli provenienti dagli aboliti conventi o reperiti sul mercato antiquario. Il materiale acquisito venne utilizzato negli scritti di storia ecclesiastica. II materiale archivistico individuato venne impiegato soprattutto nell’ambito dei suoi interessi per la storia del libro e dell’arte tipografica di cui sono testimonianza alcune sue opere. Altri scritti relativi agli argomenti a lui più cari apparvero su «Il Calabrese», «Il Faro», «Il Pitagora», «La Fata Morgana» e «Il Maurolico».
Oltre che segretario perpetuo dell’Accademia Florimontana fin dal 1827, fu socio di altre 64 accademie letterarie, corrispondente di associazioni culturali e collaboratore di periodici storico-letterari.
Ebbe molti riconoscimenti. Papa Gregorio XVI lo decorò della Croce di S. Gregorio e gli accordò il titolo di suo cameriere d’onore. Il Duca di Lucca gli concesse la Croce di Cavaliere di S. Ludovico. Il Gran Duca di Toscana gli concesse di far valere i suoi titoli per l’ammissione nell’Ordine di S. Stefano. E infine Papa Pio IX con diploma del 9 luglio 1847 lo insignì del titolo di Conte, trasmissibile in eredità ai discendenti maschi primogeniti. La Repubblica di S. Marino, e la Città di Messina, ancora, lo iscrissero, insieme ai suoi, al loro Patriziato.
La morte lo colse il giorno del suo 63° compleanno, dopo breve malattia. Vibo lo ricorda con il Museo archeologico istituito nel 1969 e con un Liceo statale a lui intitolati. Vie con il suo nome si trovano in diversi comuni. (Foca Accetta) © ICSAIC 2022 – 5

Opere principali

  • Memorie per servire alla chiesa Miletese, Stamperia Porcelli, Napoli 1835;
  • Memorie delle tipografie calabresi con appendice sopra alcune biblioteche, la coltura delle lingue orientali, gli archivi della Calabria, Tipografia di Porcelli, Napoli 1835;
  • Memorie del Clero di Montelione, Tipografia di Porcelli, Napoli 1845;
  • Documenti inediti circa la voluta ribellione di F. Tommaso Campanella, Tipografia di Porcelli, Napoli 1845;
  • Opuscoli varii. Epistole, riviste, illustrazioni e descrizioni, 3 voll., Tipografia di Porcelli, Napoli 1849;
  • Lettere bibliografiche del cavaliere Angelo Maria d’Elci, sn., s.l. 1851;
  • Memorie per servire alla storia della Chiesa Tropeana,Pe’ tipi di Nicola Porcelli, Napoli 1852;
  • Notizie circa la vita, le opere e le edizioni di Messer Giovan Filippo La Legname cavaliere messinese e tipografo del secolo XV, Pe’ tipi di Nicola Porcelli, Napoli 1853;
  • La continuazione dell’Italia Sacra dell’Ughelli per i vescovadi di Calabria, (postumo, a cura di Hettore Capialbi), «Archivio storico della Calabria», 1912-1916: estr. anticip., Napoli 1913.

Nota bibliografica

  • Gaetano Giucci, Degli scienziati italiani formanti parte del VII Congresso in Napoli nell’autunno del MDCCCXLV, Tipografia parigina di A. Lebon, Napoli 1845, pp. 188-190;
  • Paolo Orsi, Medma-Nicotera. Ricerche topografiche, in Campagne della società Magna Grecia (1926 e 1927), Roma 1928, pp. 31-32.
  • Salvatore Settis, Capialbi, Vito, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 18, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1975, pp. 521-525;
  • Maurizio Paoletti, Vito Capialbi. Scritti, Sistema Bibliotecario Vibonese, Vibo Valentia 2003;
  • Gilberto Floriani e Maria d’Andrea (a cura di), Collezioni storiche/storie di collezioni. Erudizione tradizione antiquaria a Monteleone di Calabria, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008;
  • Giorgia Gargano, L’«ardimentoso progetto» di Vito Capialbi, numismatico e antiquario, «Quaderni Ticinesi di Numismatica e antichità classiche», 2009, pp. 83-109;
  • Ermanno A. Arslan e Giorgia Gargano (a cura di), La numismatica secondo Vito Capialbi nella Calabria dell’Ottocento. Laruffa, Reggio Calabria 2012;
  • Maurizio Paoletti, Il ritratto perduto di Campanella. Vito Capialbi e la visita di Aubin-Louis Millin a Stilo (1812), in Maurizio D’Andrea (a cura), Vincenzo Nusdeo sulle tracce della storia. Studi in onore di Vincenzo Nusdeo nel decennale della scomparsa, Vibo Valentia 2012, pp. 425-495;
  • Foca Accetta e Maria D’Andrea, Storico e archeologo nel 160° anniversario della sua morte, «Hipponion», I, speciale novembre-dicembre 2013, pp. 1-5;
  • Foca Accetta, Vito Capialbi e le sue collezioni, Libritalia Edizioni, Vibo Valentia 2021.

Chitti, Luigi

Luigi Chitti [Cittanova (Reggio Calabria), 17 aprile 1784 –  New York, 2 settembre 1853

Nacque a Casalnuovo (oggi Cittanova) da Giuseppe e da Saveria Barbaro, originaria di Napoli.  Il padre era avvocato e giudice presso la Gran Corte Criminale di Reggio Calabria. Nel 1799, la famiglia si era già trasferita a Napoli, anche se non si hanno notizie certe circa il ruolo svolto dal padre sotto il governo repubblicano. Dopo la restaurazione borbonica, tutta la famiglia venne esiliata in Francia e Luigi completò gli studi giuridici a Parigi. Qui ebbe modo di conoscere gli studiosi delle scienze economiche e si accostò alle opere dei fisiocratici e di Jean-Baptiste Say.
Nel 1806, sposò Amalia Ippeman, avvenente fanciulla francese, figlia di un importante funzionario ministeriale.
Rientrato a Napoli a seguito delle truppe francesi, pur proseguendo gli studi in campo economico, cominciò a esercitare la professione di avvocato. Mantenne sempre i contatti con il suo paese natale che difese, nel 1808, in una importante causa presso il Tribunale per l’abolizione dei diritti feudali contro la principessa Maria Grimaldi Serra, ultima feudataria di Gerace. L’anno successivo ottenne l’incarico di «Uffiziale di carico» presso il Dipartimento degli affari criminali del Ministero di Grazia e Giustizia, una carica corrispondente a quella di Pubblico Ministero.
Nel 1817 pubblicò in tre volumi le opere di Jean-Baptiste Say e nell’ampia prefazione, dalla quale si evince la sua conoscenza diretta del pensiero di Say e di Adam Smith, propone, tra l’altro, di denominare la nuova disciplina non «Economia politica», bensì «Economia sociale». Il suo campo di studi non appare ancora definitivamente assestato e lo dimostra il fatto che l’anno successivo, nel 1818, insieme con Giovan Vittorio Englen e Giovanni Pasqualoni, cura la pubblicazione di un interessante e chiaro Commentario sulla legge organica giudiziaria de’ 29 maggio 1817. Corredato delle leggi, decreti, rescritti, regolamenti, ministeriali e massime di giurisprudenza che dilucidano o modificano i vari articoli della stessa legge.
Gli avvenimenti del 1820-1821 e, in particolare, il fallito tentativo insurrezionale del Morelli e del Silvati, nel cui reggimento militava uno dei suoi fratelli, lo costrinsero a emigrare dapprima a Firenze e poi a Parigi. Sottoposto, al rientro, a un durissimo interrogatorio, detto «lo scrutinio», non rinnegò né le sue idee, né le scelte del fratello e per questo venne radiato dagli uffici pubblici che ricopriva e nuovamente costretto all’esilio. Si stabilì prima a Londra, dove ebbe modo di conoscere Robert Peel, leader del partito conservatore e Richard Cobden, giovane studioso attratto dalla carriera politica; poi dal 1829, a Bruxelles, dove ottenne l’incarico di professore di Economia Sociale.
Si legò al movimento uscito vittorioso dalla rivoluzione del 1830 e in un’opera, intitolata Quelques mots sur l’avenir de la Belgique, analizza le idee, la struttura e la composizione del movimento e, soprattutto, spiega le ragioni che hanno portato alla vittoria, sostenendo che in realtà il successo è dovuto all’opera e all’intervento della classe operaia senza la quale non sarebbe stato possibile modificare la situazione. Questa considerazione gli attira le antipatie degli altri esuli italiani, schierati su posizioni più conservatrici che liberali, certo assolutamente antioperaie e contrarie alle nuove idee provenienti dalla Francia. La duchessa Costanza Arconati Visconti, amica di Silvio Pellico, di Maroncelli, del Confalonieri, in una lettera del dicembre del 1829, indirizzata al marito, che l’aveva incaricata di reperire informazioni sul suo conto, così si esprime: «il Chiti (sbaglia a scrivere il cognome, ma non è raro) è galantuomo, ma povero, cercator di danari e di opinioni esaltate in politica».  La libertà politica di uno Stato, sostiene, conquistata con le armi ed a caro prezzo, non può essere difesa né chiedendo aiuto allo Straniero, né mantenendo un perenne stato di guerra. Si parla del Belgio, ma il pensiero corre alla “sua” Napoli.  Alcuni esuli italiani, Federico Pescantini, Giuseppe Andrea Cannonieri e Angelo Frignani, su sollecitazione del Gioberti, lo invitarono a collaborare al giornale bilingue «L’Esule», che si pubblicava a Bruxelles ed a Parigi.  Iniziò pure a scrivere per «Le Courrier belge» sul quale pubblicò articoli sulle questioni economiche di attualità, a cominciare dalla questione della povertà. Nel 1832 fu chiamato a tenere un Corso di lezioni di Economia presso il Museè des arts et de l’industrie, che due anni dopo si trasformerà in Università, diventando l’Universitè libre de Belgique di ispirazione laica, liberale e massonica, contrapposta all’Università Cattolica di Lovanio. Fu nominato professore ordinario di Economia Sociale e tra il 1833 e il 1834, tenne un corso, pubblicato poi a dispense, in cui forniva le prime definizioni di concetti quali ricchezza, forze produttive, distribuzione del prodotto, formazione dei prezzi e valore. Il ministro Quetelet, che aveva assistito, in incognito, a una sua lezione, lo nominò suo consulente.  Il 23 aprile 1834 comparve sul «Courier belge», a sua firma, una Lettre au roi, in cui, qualificatosi come «rifugiato politico», infinitamente grato al Belgio per la sua ospitalità, riconosciuta la liberalità del regime politico, in maniera cortese ma ferma, protestava per i provvedimenti di espulsione adottati contro alcuni esuli che si erano dichiarati repubblicani. Pur dichiarandosi repubblicano, affermò che il regno del Belgio era «la migliore delle repubbliche poiché è una monarchia con garanzie repubblicane». In nome di tutto questo, concluse chiedendo al re di ritirare tutti i provvedimenti di espulsione. La Lettera ebbe grande risonanza nell’opinione pubblica e segnò veramente la definitiva integrazione dell’esule napoletano nella “nuova” società belga.
Grazie ai rapporti con gli ambienti governativi avviò una serie di attività in campo bancario, finanziario e commerciale. Nell’arco di otto anni, dal 1834 al 1843, contribuì alla costituzione di tre banche, tra queste la Banque Fonciere, della quale assunse l’incarico di segretario, corrispondente oggi a quello di amministratore delegato.
Nel 1839 pubblicò la sua opera più importante Des crises financieres et de la reforme du systeme monetaire. Due anni dopo, pur non avendo ancora ottenuto la cittadinanza belga, fu nominato Commissario governativo della Banque de Flandre e Gantoise, un gruppo anglo-belga legato alla potente Societè Generale, tutt’ora attiva. Nel 1844 elaborò un grandioso progetto di investimento che si proponeva di avviare in Virginia (Usa), la realizzazione di una grande fattoria modello. Il progetto prevedeva di coinvolgere un certo numero di operai e disoccupati, di diverse nazionalità, da trasferire negli Stati Uniti. I capitali investiti sembravano sufficienti per l’avvio dell’impresa, ma vennero sottovalutate le opere da realizzare in loco, a cominciare dalle infrastrutture indispensabili quali strade, cantieri, abitazioni per i lavoratori. Le fatiche personali, le privazioni, i disagi, i pericoli minarono la sua già fragile salute, per cui abbandonò i progetti, rimise l’incarico ai suoi mandanti e tornò a New York con l’intento di liquidare l’intera operazione. Qui, grazie alla fama che lo aveva preceduto, poté contare sull’appoggio di sir Robert Peel e Robert Cobden, oltre che sul sostegno di alcuni operatori economici e politici americani come J.C. Calhoum, D. Webster, all’epoca Segretario di Stato e sui senatori H. Clay e Ch. Summer. Anche la comunità degli emigrati italiani, compresi gli esuli politici Maroncelli e Confalonieri, cercò di sostenerlo nella vendita dei terreni boschivi. Con questo scopo ritornò a Cincinnati, ma non fu possibile procedere ad alcuna vendita.
Scoraggiato, amareggiato, deluso, stanco, provato duramente nel fisico, si sistemò definitivamente a New York preparandosi a far fronte agli inevitabili e lunghi processi, aperti dal fallimento della sua impresa. La morte lo colse in quella città e venne sepolto al Bay Cemetery nell’area di proprietà della Società di Unione e Benevolenza Italiana. L’elogio funebre, in italiano, in inglese e in francese, venne tenuto dal prof. Felice Foresti, docente alla Columbia University e Presidente della comunità italiana. (Antonio Orlando) © ICSAIC 2022 – 5

Opere

  • Trattato di economia politica o semplice esposizione del modo col quale si formano, si distribuiscono e si consumano le ricchezze; seguito da un’epitome dei principi fondamentali dell’economia politica di Giovanni Battista Say – tradotto dal francese 3 voll., Stamperia del Ministero della Segreteria di Stato, Napoli 1817;
  • Commentario sulla legge organica giudiziaria de’ 29 maggio 1817. Corredato delle leggi, decreti, rescritti, regolamenti, ministeriali e massime di giurisprudenza che dilucidano o modificano i vari articoli della stessa legge, (con Giovan Vittorio Englen e Giovanni Pasqualoni),s.n.,Napoli 1818;
  • Quelques mots sur l’avenir de la Belgique”, Libraire C.J. De Mat, Bruxelles 1830;
  • Cours d’économie sociale (Discours d’ouverture prononcé le 14 décembre 1833), Librarie Jobert, Bruxelles 1834;
  • –  2e Lecture, 21 décembre 1833, Ode et Wodon, Bruxelles 1834;
  • Cours d’économie sociale – 3e et 4e Lecture, 4 et 11 janvier 1834) Ode et Wodon, Bruxelles 1834;
  • Des crises financières et de la réforme du système monétaire, Meline, Bruxelles 1839.

Nota bibliografica

  • Vincenzo De Cristo, Prime notizie sulla vita e sulle opere di Luigi Chitti Economista, Prem. Tip. e Lib. ClaudianaFirenze 1902;
  • Mario Battistini, Esuli italiani in Belgio (1815-1861), Leo S. Olschki, Firenze 1968;
  • Giuliano Crifò, Chitti, Luigi, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 25, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1981; 
  • Antonio Orlando, Un economista dimenticato: Luigi Chitti, «Rogerius», V, 2, 2002;
  • Antonio Orlando, Luigi Chitti e le crisi finanziarie, «Il Taurikano», XIII, 16, 2000;
  • Daniela Giaconi e Antonella Leoncini Bartoli, Le traduzioni italiane del Traité d’économie politique e de “Sur la balance des consommations avec les productions” di Jean-Baptiste Say (1817-1824): contesto storico, circolazione delle idee e strategie argomentative, Repères DO.RI.F.- Università di Roma, agosto 2014.

Miraglia, Francesco Biagio

Francesco Biagio Miraglia [Castrovillari (Cosenza), 4 febbraio 1894 – Roma, 9 febbraio 1979]

Nacque da Giacinto, membro di una famiglia di agiati proprietari terrieri, e Angela De Biase, figlia di un avvocato. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza a Cosenza, dove conseguì la maturità classica al Liceo «Telesio». Iscrittosi alla facoltà di giurisprudenza presso I’Università di Camerino, in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale fu chiamato al fronte nel 20 reggimento della IV brigata bersaglieri «Cremisi», comandata dal generale Piola Caselli. Distintosi in alcune operazioni di guerra, consegui il grado di tenente e la croce al merito. Solo al termine del conflitto concluse gli studi, laureandosi all’Università di Napoli il 17 luglio 1919 con una tesi in diritto civile. Nell’ottobre dello stesso anno entrò per concorso nell’amministrazione dell’Interno e fino al 1926 fu chiamato a prestare servizio nella sottoprefettura di Voghera, e quindi nelle prefetture di Cosenza e Reggio Calabria.
Nel frattempo, il 27 giugno 1925, sposò Elena Vittoria Turco, dalla quale ebbe due figli, Angiolina e Giacinto.
Nel 1927 fu chiamato a Roma presso il ministero dell’Interno dove, a eccezione di un brevissimo periodo in cui fu inviato a svolgere funzioni vicarie presso la Prefettura di Terni (dal dicembre 1938 all’agosto 1939), trascorse gran parte della sua carriera, dapprima come consigliere, poi, dal giugno 1941, come direttore del personale e, infine, come ispettore generale. Quest’ultimo incarico giunse contemporaneamente alla nomina a prefetto di 2ª classe, nel giugno del 1943.
Caduto il fascismo, si rifiutò di prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica sociale italiana: una scelta che gli causò, nel novembre 1943, il collocamento a disposizione e la privazione dello stipendio. Una condizione che mutò in seguito alla liberazione di Roma, il 4 giugno 1944, quando fu incaricato dal Comando civile e militare della città e del suo territorio situato in zona di guerra (guidato dal generale Roberto Bencivenga) della riorganizzazione degli uffici della Presidenza del consiglio dei ministri e del ministero dell’Interno.
Per i successivi due anni, fino ai mesi immediatamente successivi alla Liberazione, fu destinato dal governo militare alleato a svolgere le funzioni di prefetto a Livorno. Furono mesi di duro lavoro, in cui egli contribuì alla riorganizzazione delle amministrazioni della provincia e alla graduale ripresa dell’attività industriale e commerciale del capoluogo, in gran parte distrutto (nel 1955 il Comune e la Provincia di Livorno riconobbero ufficialmente questo suo ruolo consegnando gli la medaglia d’oro). Nel giugno del 1945 fu promosso prefetto di 1² classe. Dall’agosto del 1946 fu a disposizione della Presidenza del Consiglio con l’incarico di capo di gabinetto. Fu Alcide De Gasperi a sceglierlo personalmente per i suoi trascorsi nell’amministrazione e per I’indipendenza di azione e di giudizio dimostrata. In questo nuovo incarico si occupò principalmente di tenere i contatti con il Quirinale e con lo Stato del Vaticano (nel 1949 ricevette dal papa Pio XIl le insegne di commendatore dell’Ordine Piano). Numerosi furono tuttavia anche gli incarichi svolti in rappresentanza della Presidenza del consiglio in diversi enti e istituti, tra gli altri, I’istituto superiore di sanità, I’istituto centrale di statistica, il Comitato olimpico nazionale e I’Ente Eur.
Il 12 ottobre 1947 venne nominato anche consigliere di Stato e a questo ruolo ritornò a partire dal settembre 1951, quando cessò dal suo incarico alla Presidenza del consiglio. A Palazzo Spada fu assegnato alla Sezione l, della quale nel settembre 1963 fu nominato presidente.
A partire dal 1953 fu membro di numerose commissioni di concorso in diversi ministeri e di altrettanti enti e associazioni di assistenza.
Il 4 febbraio 1964 fu collocato a riposo con la qualifica di presidente onorario del Consiglio di Stato e con l’onorificenza di Cavaliere di gran croce al merito della Repubblica italiana che si aggiunse ai precedenti riconoscimenti: Cavaliere magistrale del Sovrano Ordine militare di Malta (1948), Grand’ufficiale dell’Ordine di S. Agata di San Marino (1949), Cavaliere dell’imperatore di Persia (1950). Cavaliere dell’ordine di Vittorio Veneto.
Morì a Roma all’età di 85 anni (Leonardo Pompeo D’Alessandro) © ICSAIC 2022 – 4 .

Nota bibliografica

  • Testimonianza su De Gasperi, in «Concretezza», 1974, 10, p. 27;
  • Giovanni Di Capua (a cura di), Testimonianza su De Gasperi, in Processo a De Gasperi. 211 testimonianze di statisti americani ed europei, uomini politici, ecclesiastici, intellettuali, giornalisti, amici ed avversari democristiani, Ebe, Roma 1976.
    Gianni Letta, in «ll Tempo», 11 febbraio 1979;
  • Luis Piazzano, Leghorn: decimo porto. Cronaca di un dopoguerra 1944-1947, Brunello De Batte, Livorno 1979, passim;
  • Giulio Andreotti, Diari 1976-1979, Rizzoli, Milano, 1981, p. 308;
  • Giulio Andreotti, De Gasperi visto da vicino, Rizzoli, Milano 1986, pp. 89 e 197;
  • Giulio Andreotti, Intervento alla cerimonia đi intitolazione del Centro conferenze internazionali dell’Istituto Superiore di Polizia. allo statista Alcide De Gasperi, Roma, 15 agosto 2004 (http://www.interno.it);
  • Alberto Cifelli, I prefetti del Regno nel ventennio fascista, Scuola superiore dell’amministrazione dell’interno, Roma 1999, p. 177;
  • Giovanni Zanfarino, Miraglia, Francesco Biagio, in Guido Melis (a cura di), Il Consiglio di Stato nella storia d’Italia. Le biografie dei magistrati, 1861-1948, Giuffrè, Milano 2006, ad vocem;
  • Giovanna Tosatti (a cura), L’ombra del potere. Biografie di capi di gabinetto e degli uffici legislativi, Roma 2016, https://www.icar.beniculturali.it/fileadmin/risorse/Biografie_Capi_Gabinetto.pdf
  • Leonardo Pompeo D’Alessandro, Miraglia Francesco Biagio, in Guido Melis e Giovanna Tosatti, (a cura di), Il potere opaco. I gabinetti ministeriali nella storia d’Italia, il Mulino,Bologna 2019, pp. 213-217

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Min. interno, Gabinetto, Fascicoli permanenti, Serie F., Prefetture e prefetti, b. 19;
  • Consiglio di Stato, Fascicoli personali, fasc. 899/r.;
  • Presidenza del consiglio dei ministri (PCM), Archivio generale, Dipartimento risorse umane e strumentali, Fascicoli del personale, fasc. Miraglia, Francesco Biagio;
  • PCM, Gabinetto, 1944-1947, b. 3222, 1.1.5/78884 e 78884/2.3.

Nota

  • La biografia è tratta dal volume L’ombra del potere. Biografie di capi di gabinetto e degli uffici legislativi, a cura di Giovanna Tosatti (Roma, 2016) ed è stata adattata dalla redazione del Dizionario senza alterarne il senso. Si ringraziano l’autore e la prof. Tosatti per la gentile concessione.

Rende, Pietro

Pietro Rende [Nicastro (Catanzaro), 26 gennaio 1849 – Napoli, 8 giugno 1898]

Nasce a Nicastro (oggi Lamezia Terme) da Antonio, proprietario terriero, e Carolina Gesulieri e allo Stato civile la levatrice lo fa registrare con i nomi di Pietro e Pasquale e il cognome Renda, anche se lui utilizza sempre il cognome Rende. Il padre era un fervente repubblicano, condannato a 30 anni di carcere per la partecipazione ai moti calabresi del 1848. Si hanno poche conoscenze della sua militanza nel campo dell’anarchismo, al quale, presumibilmente, si avvicina fin da giovane. Oscillanti fra mazzinianesimo e bakuninismo, nella primavera del 1874, e fino al mese di agosto, stampa a Catanzaro un periodico, «Il Mongibello», organo socialista «propugnante le più avventate e pericolose dottrine», pubblicato con i motti «Nessun diritto senza dovere» e «nessun dovere senza diritto». Nel numero dell’11 maggio, il giornale pubblica il primo articolo sull’Internazionale con alcuni cenni sulla situazione sociale della Calabria, dove «le condizioni dei contadini sono tali da degradare un popolo» e che «cenciosi e senza pane» sono costretti a «scegliere anche essi il doloroso espediente dell’emigrazione».
Nel luglio del 1874, assieme a Giovanni Domanico e a Marino Antonio Raffaele Pepe, incontra Malatesta arrivato in Calabria per il progetto di rivoluzione sociale in atto. È tra i fondatori a Catanzaro del comitato rivoluzionario che deve appoggiare il tentativo insurrezionale degli internazionalisti nell’agosto seguente, ma l’azione rivolta alla ricerca di adepti, esercitata presso il ceto medio della regione, a parte i numerosi contatti avuti in diversi centri, non è sufficiente a incrinare la diffidenza del Malatesta, responsabile della sezione meridionale, nei confronti della gioventù calabrese, quasi tutta su posizioni repubblicane. Al momento opportuno, infatti, gli associati calabresi non vengono informati del programma insurrezionale previsto nelle Puglie.
Accusato di attività sovversiva, come risultava dal contenuto di alcune lettere sequestrate, viene, comunque, arrestato. Sottoposto a giudizio dapprima a Catanzaro e poi a Trani, dove i processi sono stati riuniti per “connessità”, il 18 maggio del 1875, al pari degli imputati calabresi e siciliani, è assolto per insufficienza di indizi. Del tentativo di sollevazione popolare a Castel del Monte e del processo di Trani si occupa Masini, che definisce Renda (indicato come Rende), assieme ai calabresi Marino Antonio Pepe e a un certo Piccoli, come uno dei «maggiori esponenti dell’Internazionale nel Mezzogiorno».
Nel 1887 vive a Napoli, dove è impiegato nelle ferrovie meridionali; intanto continua a manifestare le proprie idee e si lega a Francesco Saverio Merlino, tanto che la polizia sospetta che dal 1880 al 1882 sia stato emissario per la corrispondenza clandestina. Successivamente si allontana dalla militanza attiva, limitandosi a pubblicare qualche poesia di carattere socialista su giornali di partito.
Muore nel capoluogo campano all’età di 49 anni. (Giuseppe Masi, Oscar Greco) © ICSAIC 2022 – 5 (BREVE)

Opere

  • Versi, Tip. G. Dastoli & Comp., Catanzaro 1877.

Nota bibliografica

  • Le Vagre (Giovanni Domanico), Un trentennio nel movimento socialista italiano. Reminiscenze e note storiche, Prato 1910, pp. 16-17;
  • Antonio Lucarelli, Gli albori del socialismo nel Meridione, «Movimento operaio», n. 17-18 (1951), pp. 611-616;
  • Giulio Trevisani, Il processo di Trani contro gli internazionalisti, «Movimento operaio», n.5 (1956), pp. 595-608;
  • Aldo Romano, Storia del movimento socialista in Italia, vol. II, L’egemonia borghese e la rivolta libertaria 1871-1882, Laterza, Bari 1966, ad indicem;
  • Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta, Rizzoli, Milano 1969, p. 95; Enrico Esposito, Il movimento operaio in Calabria. L’egemonia borghese (1870-1892), Pellegrini, Cosenza 1977, pp. 15-16, 26; 
  • Giovanni Sole, Le origini del socialismo a Cosenza (1860-1880), Carte dell’Archivio di Stato, Brenner, Cosenza 1981, pp. 65-66, 82-84, 88 e 136;
  • Gaetano Boca, Contributo della Calabria al Risorgimento italiano (1848-1860), Grafica Reventino, Decollatura 1982, pp. 72-74.

Nota archivistica

  • Archivio di Stato Catanzaro, Comune di Nicastro, Stato civile, nati 1849, atto n. 25.
  • Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Divisione generale di pubblica sicurezza, Divisione affari generali e riservati, Casellario politico centrale, b. 4275, f. 8656, cc. 4, 1895 e 1929-1930

Romano, Domenico

Domenico Romano [Melicucco (Reggio Calabria), 10 novembre 1877 – 13 marzo 1965]

Nacque da Pasquale e Teresa Napoli. Laureatosi in legge e diventato avvocato, abbandonò presto la carriera di giurista (non risulta iscritto in nessun albo) ed entrò al Ministero dei lavori pubblici nel settembre del 1904. Segretario amministrativo di prima classe, fu promosso a capo sezione nel 1914 e dal 1920 fu nominato capo divisione nel Gabinetto del ministero. Dal 1 settembre 1924, per circa quattro anni, ricopri il ruolo di ispettore generale amministrativo e ispettore capo di seconda classe, fino a diventare, nel luglio del 1929, direttore generale. Con questa carica fu per molti anni a capo della Direzione generale dei servizi speciali, cioè dell’ufficio che si occupava delle calamità pubbliche. È considerato l’artefice dell’elevazione a comune autonomo del suo paese di nascita, in precedenza frazione di Polistena fin dal 1816, avvenuto con decreto di Vittorio Emanuele III dell’8 giugno 1936, convertito in legge l’11 luglio successivo: il 14 luglio 1936, data ufficiale di costituzione del nuovo comune era presente l’on. Cobolli Gigli, Ministro dei Lavori Pubblici.
Per la sua lunga esperienza nel Ministero, fu chiamato ad assumere il ruolo di capo di gabinetto da Zenone Benini, ministro dei Lavori pubblici negli ultimi mesi di vita del regime fascista (dal 6 febbraio 1943 al 25 luglio 1943). L’attività ministeriale di questo periodo, seppur breve e fortemente segnata dalla guerra in corso, vide la presentazione di 22 progetti di legge di varia natura.
Risulta iscritto al Partito nazionale fascista romano dal 1925.
Quale capo di gabinetto uscente e esperto direttore generale, dopo la caduta di Mussolini il nuovo governo presieduto dal maresciallo Badoglio gli affidò la guida del Ministero dei lavori pubblici. Una carica che Romano ricopri dal 27 luglio 1943 all’11 febbraio 1944, ma in realtà solo fino all’armistizio, non essendo riuscito a raggiungere il governo a Brindisi (con regio decreto dell’11 febbraio 1944 fu revocata la nomina di tutti i ministri che si trovavano nella medesima situazione, che furono sostituiti).
Nella sua carriera ministeriale, Domenico Romano si distinse per una particolare attenzione alle vicende dei territori e delle popolazioni colpite da terremoti o da eventi straordinari, come testimoniano anche alcune sue pubblicazioni: / servizi di pronto soccorso in caso di pubbliche calamità; Norme di costruzione nelle regioni colpite dai terremoti (1931); Relazione sull’azione per la ricostruzione delle zone danneggiate da calamità (1933). Nei primi anni di attività al Ministero lavorò a lungo presso la XV Divisione, che si occupava dei provvedimenti a favore delle regioni colpite da terremoti e nubifragi; dal 1913 fu prima segretario e poi membro aggregato del Comitato speciale opere pubbliche nei paesi colpiti dal terremoto” (all’interno del Ministero); dal 1918 segretario dell’Unione Edilizia Nazionale, che si occupava tra l’altro anche delle zone colpite da terremoti; dal 1930 Consigliere del Consorzio di credito per le opere pubbliche; successivamente fu membro della Commissione centrale per gli eti locali danneggiati da terremoti o soggetti a tutela speciale del Ministero dell’interno. La Guida Monaci (vol. 1942) riporta per Domenico Romano la funzione di capo di gabinetto anche nel corso 1942. facendo parte della «Commissione speciale per l’esame del disegno di legge recante provvidenze per le zone colpite dalle alluvioni in Calabria» (19 novembre/23 dicembre 1943).
Quale rappresentante del Ministero dei lavori pubblici, nel 1943 fu membro del Consiglio di amministrazione dell’istituto nazionale fascista di previdenza sociale.
Dopo la fine della guerra e la nascita della Repubblica, ormai funzionario a riposo, fu eletto senatore per il gruppo Democratico cristiano nelle prime tre legislature (1948-1963), nel collegio di Palmi, circoscrizione della Calabria (nel 1948 vinse contro lo scrittore Leonida Repaci, socialista, che era indicato come favorito). Anche con questo ruolo, continuò a interessarsi delle zone colpite da eventi straordinari. Fu inoltre membro per tutte e tre le legislature della Giunta per il Mezzogiorno e soprattutto della VIll Commissione permanente Lavori Pubblici, Trasporti, Poste e telegrafi e Marina mercantile vicepresidente e poi presidente dal 27 giugno 1962 al 15 maggio 1963. di cui fu prima
Per la sua attività all’interno del ministero ricevette vari riconoscimenti e onorificenze: medaglia d’oro per benemerenze acquisite in occasione dei terremoti del 28 dicembre 1908 e del 13 gennaio 1915; Cavaliere e Grand’ufficiale dell’Ordine mauriziano e della Corona d’Italia; gran croce dell’Ordine della Corona d’Italia. Il 7 ottobre 1956 la città di Palmi gli conferì la cittadinanza onoraria.
Coniugato, con tre figli, mori all’età di 88 anni. Melicucco lo ricorda con una piazza e la scuola primaria e secondaria che portano il suo nome. (Matteo Stefanori) © ICSAIC 2022 – 4

Opere

  • La espropriazione per pubblica utilità nelle regioni colpite dal terremoto del 28 Dicembre 1908, Tip. Unione arti grafiche, Città di Castello,1917;
  • I servizi di pronto soccorso in caso di pubbliche calamità, Tip. G. Bardi, Roma1931;
  • Norme di costruzione nelle regioni colpite dai terremoti, Tip. G. Bardi, Roma 1931;
  • L’azione del governo fascista per la ricostruzione delle zone donneggiate da calamità (a cura di), Ministero dei lavori pubblici, Direzione generale dei servizi speciali, Roma 1933.

Nota bibliografica

  • Annuario del Ministero dei Lavori Pubblici. Ruoli del personale, Roma, Ist. Poligrafico dello Stato, vol. 1908-1939;
  • Chi è? Dizionario biografico degli italiani d’oggi, Filippo Scarano editore, V edizione, 1948 e VI edizione, Roma, 1957, ad vocem;
  • Conferita al sen. Romano la cittadinanza di Palmi, «Gazzetta del Sud», 8 ottobre 1956;
  • Collezione celerifera delle leggi, decreti, istruzioni e circolari, Stamperia Reale, Roma 1943;
  • Guida Monaci. Annuario delle regioni, voll. 1913-1963;
  • I deputati e senatori del primo parlamento repubblicano, Roma, La Navicella 1949, pp. 609-610; 1954, pp. 514-515; 1959, p. 569;
  • Mario Missori, Governi, alte cariche dello Stato, alti magistrati e prefetti del Regno d’italia, Ministero per i beni culturali e ambientali, Roma 1989, pp. 173, 175;
  • Giovanna Tosatti (a cura), L’ombra del potere. Biografie di capi di gabinetto e degli uffici legislativi, 2016, https://www.icar.beniculturali.it/fileadmin/risorse/Biografie_Capi_Gabinetto.pdf
  • Guido Melis e Giovanna Tosatti (cura di), Il potere opaco. I gabinetti ministeriali nella storia d’Italia, il Mulino, Bologna 2019
  • http://www.senato.it/leg/01/BGT/Schede/Attsern/00009411,htm.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario, fasc. n. 528698 “Romano Domenico”.

Nota

  • Scritta originariamente da Matteo Stefanori, la biografia è tratta dal volume L’ombra del potere. Biografie di capi di gabinetto e degli uffici legislativi, a cura di Giovanna Tosatti (2016) ed è stata integrata dalla redazione del Dizionario senza alterarne il senso. Si ringraziano l’autore e la prof. Tosatti per la gentile concessione.

Rose, Giuseppe

Giuseppe Rose [Grimaldi (Cosenza), 6 settembre 1921 – Tessano di Dipignano (Cosenza), 18 luglio 1975]

Primo di sei figli, nacque da Vincenzo e Marietta Albo, una famiglia abbiente. Fratello di Francesco Rose, giudice tributario cosentino. Dopo studi di base fatti localmente, la famiglia lo mandò a Cosenza dove ottenne la maturità al Liceo Classico Bernardino Telesio. Si iscrisse quindi alla facoltà di Giurisprudenza all’Università di Napoli ma dovette interrompere momentanea gli studi per lo scoppio della seconda guerra mondiale: nel 1943 fu chiamato alle armi. Dopo un soggiorno in Francia, rientrò in Italia, a Roma, e riprese gli studi laureandosi nel 1945. Tornato a Cosenza, per molti anni esercitò la professione legale vivendola in latente conflitto e abbandonandola con la motivazione della forte presenza di avvocati di estrema destra nel foro cittadino.
Si trasferì quindi a Milano – dove studiò il fratello Francesco, più giovane di lui di nove anni – e si dedicò al giornalismo. Studioso di problemi politico-sociali, nel capoluogo lombardo mantenne intensi rapporti con gruppi anarchici internazionali dei quali approfondì le ideologie e con i quali presto simpatizzò. Personalità complessa (si interessava con buoni risultati anche di poesia e di pittura), a Milano si dedicò con rinnovato impegno anche a una delle sue vecchie passioni, la pittura. Fu introdotto in diversi circoli culturali e artistici che lo portarono ad affinare la sua arte. Successivamente da Milano si trasferì in Svizzera, per rientrare definitivamente a Cosenza nel 1954 e dedicarsi all’insegnamento di lingue, senza tralasciare tuttavia quelli che erano i suoi impegni culturali e politici. Continuò a dipingere paesaggi, scene di genere, nudi femminili, e luoghi cari della sua memoria, «espressi con tocchi rapidi e incisivi, pennellate larghe, sfumate», come scrive Antonietta De Fazio. Organizzò diverse mostre. Alla prima personale di Cosenza del 1954, seguirono quelle di Milano, Bologna, Viareggio, Castrovillari. Partecipò anche a diverse collettive tra cui a Napoli (1970) e Reggio Calabria (1973), dalle quali gli giunsero riconoscimenti importanti come al Premio Pizzo Calabro (1966), a Sulmona (1970) e a Catania (1974).
In campo politico, a partire dal 1962, dopo la morte di Giovanna Berneri, e fino al 1972 assunse l’amministrazione e la direzione della rivista anarchica «Volontà». Collaborò con «Il Libertario» di Milano e «Umanità Nova» di Roma e «L’Adunata dei refrattari» di New York. E negli anni Settanta ebbe una intensa collaborazione con il tipografo catanese Vincenzo Di Maria, anarchico e critico letterario. Questi stampò alcuni opuscoli di Rose, critici nei confronti dei nuovi movimenti nati dalla contestazione giovanile del biennio 1968-69.
Subentrando a Pio Turroni, si occupò come responsabile anche delle edizioni Antistato e grazie alla conoscenza delle lingue francese e spagnola curò personalmente diverse opere straniere, con traduzioni e prefazioni ai testi di Nettlau, Gori e altri anarchici.
L’opera più significativa è la traduzione e la cura del saggio di Mihail Bakunin, Dio e lo Stato, nel quale si è impegnato, per fornire al lettore, mediante sistemazione, una presentazione e una nuova traduzione del testo, una versione dell’opera più completa e filologicamente corretta. Tra le sue traduzioni L’anarchismo e i giovani diJean Maitron, e la Breve storia dell’anarchismo di Max Nettlau e altre opere ancora.
Ha lasciato inediti un lavoro di vasto respiro come la Bibliografia di Bakunin, pubblicata postuma dalle edizioni Anarchismo come premessa alle Opere Complete di Bakunin, e la Bibliografia dell’anarchismo, rimastaincompiuta (i materiali preparatori, però, furono pubblicati in due numeri della rivista «Volontà» del 1975 e del 1976).
Tra le sue pubblicazioni, significative sono anche Marxismo e bolscevismo di fronte al problema dell’autogestione e Le aporie del marxismo libertario.
Considerato uno degli esponenti più importanti dell’anarchismo calabrese, scomparve all’età di 54 anni, nell’estate del 1975 a Tessano, dove aveva sede la rivista «Volontà», dopo la sua morte trasferita a Reggio Calabria. La sua ricca biblioteca personale, che comprende anche opere antiche e rare, è depositata presso la Biblioteca Civica di Cosenza. Allo stato mancano notizie sulla sua vita privata. (Leonilde Reda) @ ICSAIC 2022 – 5

Opere

  • Le aporie del marxismo libertario, Edizioni RL, Pistoia 1971;
  • Bibliografia di Bakunin, Edizioni della rivista Anarchismo, Catania 1976;
  • Bibliografia dell’anarchismo, «Volontà», 6, 1975 – 2, 1976; Edizioni della rivista Anarchismo, Catania 1976;

Traduzioni e curatele

  • Max Nettlau, Breve storia dell’anarchismo, L’antistato, Cesena 1964;
  • Víctor García, L’internazionale operaia, Edizioni RL, Genova 1965;
  • Mihail A. Bakunin, Dio e lo stato, Edizioni RL, Pistoia 197o (poi 1974);
  • Jean Maitron, L’anarchismo e i giovani, Undreground, Catania – La fiaccola, Catania 1971.

Nota bibliografica

  • Fabio Cazzola, Cinque anarchici del Sud. Una storia negata, Città del Sole, Reggio Calabria 2001;
  • Enzo Le Pera, Gli artisti in Calabria. Dizionario degli Artisti calabresi dell’Ottocento e del Novecento, Pellegrini Cosenza 2013, pp. 864-865;
  • Antonio Panei, Francesco Rose, diario di un marxista libertario, Aracne, Roma 2019;
  • Antonietta De Fazio, La Calabria e i suoi artisti. Dizionario dei pittori (1700-1930), Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 299.

Martire, Mario

Mario Martire [Cosenza, 11 luglio 1911 – Mauthausen, 17 febbraio 1945]

Nacque in una famiglia della borghesia professionistica, con ragguardevoli esponenti della politica e della cultura cosentina, da Francesco, avvocato, e Gaetana Lombardi, che ebbero altri cinque figli: due maschi, Filippo e Salvatore, e tre femmine, le gemelle Elisabetta (“donna Bettina”, maestra elementare) e Giulia e quindi Italia.
Sin da giovinetto evidenziò una spiccata predisposizione per l’atletica e l’agonismo sportivo nonché una tempra ardimentosa che lo caratterizzeranno per il resto della sua vita.
Amava il calcio e fu giovane promessa prima nella squadra del suo Pedace e poi nell’A. S. Cosenza “Lupi della Sila”, ricoprendo, prima, il ruolo di ala destra e poi quello di mediano. 
Il poeta dialettale Ciardullo, al secolo Michele De Marco, scrisse sul campioncino i seguenti versi: «Chissu è Maruzzu Martire, lupacchiu/ de razza bona, e de li cchiù veraci!/ A postu sempre, mai te fa nnu nquacchiu/ …chissu è nnu lupacchiellu de Paraci!».
Intraprese gli studi universitari, frequentando il 3° Corso di Scienze economiche e commerciali all’Università di Napoli ma, spinto dal suo irrefrenabile desiderio del volo, li abbandonò nel 1935, per arruolarsi nell’Aviazione, nonostante la contrarietà dei suoi familiari.
Conseguì due brevetti di pilota, il primo nel 1935, il secondo l’anno successivo.
Combatté nei cieli della Spagna con l’aviazione fascista mandata a combattere nella Guerra civile spagnola in appoggio al generale Francisco Franco, poi rientrò in Italia dove tra 1937-1938 frequentò un corso nell’Accademia Militare.
«Subito dopo partecipava alla campagna d’Albania. Col grado di tenente, il conflitto lo colse nel campo di Pordenone. Al comando d’una squadriglia di bombardieri S.79, la vita ardimentosa lo riafferra. Alla prima promozione in grado (onorificenza superiore al conseguimento d’una medaglia d’argento al valore), fa subito seguito una prima medaglia di bronzo al valore; poi una medaglia d’argento al valore; poi altra medaglia d’argento (prop. del 1942) infine una croce al valore sul campo di Rodi, e la proposta di promozione a Maggiore Pilota (1943)», come ricorda il fratello Filippo. Nel settembre 1942,veniva trasferito dalla scuola aerea di Frosinone ad altra per aerosiluranti.
Al momento dell’armistizio, comunque, si trovava nel campo d’aviazione di Cameri (Novara) dove era impegnato ad addestrare la sua squadriglia su un nuovo velivolo. Il campo fu assediato dalle SS e vana fu la breve resistenza dei soldati italiani che, dopo il suicidio del loro comandante, si dispersero per tutto il Nord.
Dopo aver peregrinato tra i monti lombardo-veneti, riuscì a raggiungere Venezia, fermandosi in casa di una sorella e del cognato.
Sotto altro nome, lavorò come meccanico in una ditta della zona, ma ben presto, per continuare la sua battaglia e scacciare i nazisti dal paese, decise di arruolarsi in una formazione partigiana al comando del gen. Bellini. In una lettera ai familiari del 30 aprile 1944 annunciò: «Oggi raggiungo i patrioti con la serena certezza di combattere fino all’ultimo spasimo per l’onore e la dignità mia, vostra e dell’Italia». E come scrisse al fratello Filippo, partecipò «con un gruppo di patrioti e di ufficiali veneti (…) al salvataggio di connazionali feriti o ricercati dalla sbirraglia tedesca», organizzando anche «un servizio aereo di rifornimenti pei gruppi di resistenza montana, d’intesa con il Comando Alleato clandestino e col Comando di Zona Aerea Italiana della Puglia, con cui comunicava a mezzo di radio trasmittente, all’uopo fornitagli».
Denunciato da una spia fascista, il 9 maggio 1944 fu arrestato dalle SS e rinchiuso nel carcere di Santa Maria Maggiore, dove furono tradotte anche altre 37 persone del suo gruppo partigiano.
Successivamente dal campo di Bolzano fu deportato nel lager di Mauthausen, dove subì orribili supplizi.
Drammatica e crudele è la testimonianza di un sopravvissuto allo sterminio nazista, che lo vide poco prima di morire a Gusen, sottocampo di Mauthausen: «Vado: mi ammazzino pure! Non ne posso più, sono sfinito!», gli disse Mario che dopo qualche ora morì. Aveva solo 35 anni. Le sue ceneri furono disperse. 
Un mese dopo la sua morte, il 16 marzo 1945, nello stesso lager di Gusen moriva Vittorio Staccione, che Martire aveva conosciuto quale titolare nella squadra di calcio del Cosenza tra il 1931 e il 1934 e che con la maglia dei “Lupi”, il 28 ottobre 1931, disputò la partita di inaugurazione dello stadio “Città di Cosenza”.
La notizia della sua morte giunse a Cosenza, appena dopo la Liberazione, diffusa dalla stampa regionale e nazionale, tornata libera. 
L’on. Pietro Mancini sul quotidiano del suo partito, l’«Avanti!», scrisse: «È giunta dal fatale campo dei prigionieri politici di Mauthausen la triste notizia della morte  del capitano pilota Mario Martire, fratello dei compagni carissimi Filippo e Salvatore, da Cosenza».           
Agli inizi del 1947 l’Associazione Reduci della Provincia di Cosenza, l’Associazione Combattenti, l’Associazione Aviatori in congedo, la Confederazione Nazionale dei Perseguitati Politici e l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia chiesero all’Amministrazione comunale di Cosenza di intitolare a Mario Martire il ponte sul Busento fatto saltare dai tedeschi in ritirata e poi ricostruito.
Il 25 aprile 1947, II anniversario della Liberazione, si svolse la manifestazione per assegnare al ponte il suo nome, con enorme partecipazione dei cittadini di Cosenza e dei paesi della provincia. Alle estremità del ponte furono murate due piccole lastre di marmo con su scritto “Ponte Mario Martire”.
Successivamente, nel corso degli anni, vi furono collocate una targa e una stele più esplicative. Sulla prima, posta su iniziativa dell’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea, è scritto: «Mario Martire, partigiano, morto a Mauthausen per la democrazia e la libertà dei popoli»; mentre sulla seconda sono incisi i seguenti versi di Giovanni Formoso, cosentino, autorevole figura di sportivo ed esperto di ciclismo: «Mario Martire! Tu, che hai esalato l’ultimo respiro col solo dolore di non poter cogliere negli occhi che si spegnevano il dolce sole della Patria. Tu, che sei entrato nel Mondo degli Eroi, sei e sarai sempre presente nel nostro spirito quale espressione purissima di fede, d’indomito coraggio, di amore tenace e fervido per questa Italia così martoriata». 
Subito dopo la sua morte numerose furono le associazioni sociali, culturali e sportive che intesero fregiarsi del suo nome o organizzare eventi per onorarne la memoria. Tra le altre si ricordano la Società cooperativa di lavoro «Maggiore Pilota Mario Martire», costituitasi a Cosenza il 15 novembre 1947, l’Associazione Reduci di San Lucido (Cosenza) e, soprattutto, l’Ente Nazionale Assistenza Lavoratori, che istituì  una coppa biennale per la gara ciclistica «Valle del Crati», che nella sua XII edizione ebbe notorietà nazionale grazie alla partecipazione di celebri campioni del ciclismo italiano. 
Una delle iniziative più significative e rilevanti fu quella  del Comune di Pedace, paese d’origine della sua famiglia, che nel novembre del 1948 rese al pilota cosentino solenni onoranze, ponendo sulla facciata del palazzo municipale la seguente lapide: «Alla eterna giovinezza di Mario Martire Maggiore Pilota che i cieli di cento battaglie solcò invulnerabile eroico dal Nilo a Gibilterra dal Mar Rosso a Caifa e l’ala onusta di gloria infranse su l’altare della libertà mentre l’inno degli insorti echeggiava per le sconvolte itale contrade Pedace dedica MCMIIL».
Nell’occasione il sindaco di Cosenza inviò al suo omologo di Pedace il seguente telegramma: «Amministrazione et cittadinanza partecipano spiritualmente onoranze eroe pilota Maggiore Mario Martire immolatosi adempimento proprio dovere sprezzante ogni pericolo per portare sempre più alto vessillo patria immortale». (Leonardo Falbo) @ ICSAIC 2022 – 4 

Nota bibliografica

  • Michele De Marco, Lupi della Sila, Chiappetta, Cosenza 1931;
  • «Avanti!», n. s, n. 211, 8 settembre 1945;
  • Filippo Martire, Nostra gente eroica: Mario Martire, Arti Grafiche Cav. Domenico Chiappetta, Cosenza 1947?;
  • Associazione Nazionale Famiglie Caduti dell’Aeronautica (a cura di), Mario Martire, Tip. Dott. Silvio Chiappetta, Cosenza 1964;
  • Filippo Martire, Mario Martire: aviatore, partigiano, vittima del nazismo, in Tobia Cornacchioli (a cura di), Filippo Martire. Democrazia e socialismo nella Cosenza del Novecento, Quaderni dell’Icsaic – Pellegrini, Cosenza 2002, pp. 25-40;
  • Antonio Martire, Storie e memorie. Le persone e le cose muoiono solo se vengono dimenticate. Racconti, Tipografia La Silana, Casole Bruzio 2004.

Cordova, Ferdinando

Ferdinando Cordova [Reggio Calabria, 10 aprile 1938 – Grottaferrata (Roma), 11 luglio 2011]

Figlio unico, nato in una famiglia della buona borghesia reggina (il padre, Bruno, era un funzionario pubblico), fece gli studi di base a Reggio e conseguì la maturità al Liceo classico «Tommaso Campanella» di Reggio Calabria. Anche su sollecitazione del padre si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina. Una volta laureato e valutando le cose in prospettiva, invece di calarsi nel mare magnum delle fonti del diritto, privilegiò gli arcani disegni della ricerca storica. Si riavvicinò a Domenico De Giorgio, libero docente di Storia del Risorgimento alla facoltà di Scienze politiche, col quale ricoprì la mansione di assistente volontario, concordando seminari ed esami e rimanendo legato da un’amicizia sincera sino alla morte del suo maestro. Alla fine degli anni Sessanta, fu nominato, mediante concorso, assistente ordinario presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Salerno e successivamente gli fu affidato, per circa un ventennio, l’incarico di Storia dei partiti e dei movimenti politici. Chiamato dalla Facoltà di lettere e filosofia dell’Università «La Sapienza» di Roma in qualità di professore ordinario, tenne la cattedra di Storia contemporanea dal novembre 1987 fino al suo collocamento a riposo nell’ottobre 2010. 
A concorrere, in modo tangibile, alla scelta della sua professione (da uomo di legge a storico dell’età contemporanea), fu De Giorgio, suo insegnante di storia e filosofia ai tempi del Liceo. Uomo di grande umanità («un raggio di luce», ricorda Cordova), prese a benvolere il giovane studente, inculcandogli, con un linguaggio semplice ma non banale, la passione per le due discipline. Nell’ultimo anno di scuola, gli propose di aiutarlo nella redazione di «Historica», la rivista, fondata a Reggio nel febbraio del 1948, e «aperta a tutti coloro che hanno qualcosa di nuovo da dire». 
Assimilata la necessaria dimestichezza con gli strumenti dello storico, Cordova vi debuttò con brevi saggi, più letterari che storici. Tra i contributi, le note su Cesare Pavese, Italo Calvino, Giuseppe Dessì, sulla francese Francoise Sagan e su Enrico Granata, uno scrittore calabrese dell’Ottocento. Saggiò anche il teatro di Eugene Ionesco.
Ben presto il suo coinvolgimento, pungolato dai suggerimenti discreti e affettuosi di De Giorgio, si orientarono, in modo risolutivo, verso la storia: dapprima su aspetti del patrimonio culturale della Calabria, L’Accademia di Scienze e Lettere di Catanzaro (ospitato in «Historica») e la Società calabrese di storia patria («Archivio storico per la Calabria e la Lucania»).
Per poi procedere nella trattazione di determinate tematiche: sequenze storiche della realtà calabrese, niente affatto esplorate, l’avvento del fascismo, il processo di Casignana, le logge massoniche, gli albori del Pci. Indagini pionieristiche, basate su una documentazione ampia e originale, risultato di attenti scavi negli archivi italiani e nella stampa dell’epoca, tali da fornire alla storiografia regionale un quadro inedito di proposte, nel corso degli anni confluite in pregevoli volumi, da momenti di storia contemporanea calabrese a personaggi della Massoneria, dalle origini del Pci al fascismo nelle Calabrie. 
Nel decorso del volontariato a Salerno, entrato in contatto con Renzo De Felice, che vi insegnava e andava pubblicando la biografia di Mussolini, il giovane storico gli diede, in lettura, il dattiloscritto della sua prima opera organica, un’elaborazione del ruolo politico e delle vicende del combattentismo (Arditi e legionari dannunziani) dalla grande guerra al fascismo. La monografia fu apprezzata e De Felice, già edotto della produzione sul fascismo in Calabria, scrisse la prefazione. Al tempo stesso, lo incoraggiò a sostenere il concorso per assistente ordinario nell’ Università campana e a trasferirsi da Reggio a Roma, per proseguire gli studi. 
Iniziava una proficua collaborazione (non dilungatasi troppo), con la scuola defeliciana e con «Storia Contemporanea», il bimestrale ideato da De Felice con l’editore «il Mulino». Cordova, assunto il compito di segretario di redazione, se ne avvalse per affinare le sue ricognizioni storiografiche e ritagliarsi uno spazio fra gli storici italiani sul fascismo. Il primo risultato, Le origini dei sindacati fascisti, fu incluso nella ricerca su Partito, Stato e società civile nell’Italia fascista (1922-1945, dell’Istituto di storia moderna dell’Università di Roma.  
Il libro, nel colmare una lacuna, costituisce la principale ricostruzione di un aspetto basilare della crisi dello stato liberale: in che modo il fascismo (con l’appoggio degl’industriali e di apposite leggi), soppresse il sindacato di classe e inquadrò i lavoratori nel nuovo Stato totalitario. 
Altre questioni, affrontate nel suo percorso universitario, riguardano i processi di formazione e le contraddizioni dell’Italia contemporanea e alcuni progetti editoriali. Nel primo ambito, annoveriamo i saggi sulla cultura italiana: il carteggio inedito di Olga e Luigi Lodi, due giornalisti marito e moglie, attenti osservatori della vita del nostro paese, uno spaccato della società italiana e delle tensioni culturali e politiche tra Otto e Novecento; i libri sul Grande Oriente d’Italia e i capitoli sul consenso del fascismo, nel quale i due termini, assenso e dissenso, si intrecciano in maniera inestricabile. Nel secondo campo, con l’editore Bulzoni diresse due collane di saggistica, Storia e documenti e Historia e coordinò la pubblicazione di 50 testi di storia.
Nominato presidente dell’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea (Icsaic), aggregato all’Insmli, oggi Fondazione Parri, restò in carica dal 1992 al 2004. Durante la sua presidenza, l’Istituto, oltre a caratterizzarsi come centro di investigazione a livello nazionale, ampliò il suo patrimonio archivistico, acquisendo i fondi di Paolo Cinanni e Nicola Lombardi. 
Con gli amici del Direttivo, nel 1998, avviò la «Rivista calabrese di storia contemporanea», in sostituzione del vecchio Bollettino che aveva «esaurito la fase organizzativa iniziale e di assestamento». Il nuovo organo intendeva superare la dimensione locale e porsi come luogo di lavoro e di analisi sul Mezzogiorno d’Italia.  Dopo pochi numeri, resosi conto che solo uno sguardo proiettato sul lungo periodo poteva evitare «la boria provinciale rivolta ad esaltare glorie di campanile o la erudizione fine a se stessa», la rivista cessò di essere la voce dell’Istituto. La testata, con il sostegno dell’editore Pellegrini, si rinnovò in «Giornale di storia contemporanea»continuando come espressione di Cordova e del comitato scientifico e affermandosi nel settore come una delle più prestigiose.
Con numeri miscellanei e monografici e «aprendo le sue pagine a settori di ricerca di confine», la storia d’Italia nel primo Novecento con specifica attenzione al regime fascista, storia delle migrazioni, storia del movimento operaio e sindacale, storia dei territori, riuscì a coinvolgere giovani storici, italiani e non. In seguito alla scomparsa del fondatore, essa è ripresa, grazie all’editore Pellegrini e a un’aggiornata direzione scientifica.
Gli ultimi mesi della sua vita furono quasi un rimpatrio. Il 16 marzo 2011 venne invitato dal Consiglio regionale della Calabria a celebrare i 150 anni dell’unificazione dello Stato italiano, e il 18 giugno si accomiatò dalla città, partecipando a un convegno al Teatro «Francesco Cilea» di Reggio Calabria sul tema: Uomini e logge calabresi nell’Italia unita, e a una tavola rotonda sull’Unità d’Italia: dopo 150 anni con Lucio Villari e altri. 
Fu l’ultimo impegno di uno «studioso rigoroso e sistematico» e di un «insegnante attento e generoso». Rientrato a Grottaferrata, dove aveva svolto un mandato di consigliere comunale, in seguito a una malattia fulminante, cessò di vivere in pochi giorni all’età di 73 anni, assitito dalla moglie Maria Rosa De Stefano e dai due figli Bruno ed Emanuela. In vita ebbe molti riconoscimenti tra cui il Premio Giacomo Treves (1993) per il miglior volume sulla Massoneria pubblicato in quegli anni, il Premio Nazionale Rhegium Julii (2003) per gli Studi Meridionalistici e nel 2005 il Premio Fondazione Bruno Buozzi per la saggistica.(Giuseppe Masi) © ICSAIC 2022 – 4

Opere di storia calabrese

  • Momenti di storia contemporanea calabrese, Frama, Chiaravalle Centrale 1971;
  • Alle origini del Pci in Calabria, Bulzoni, Roma 1977;
  • Personaggi e documenti della Massoneria in Calabria, Pellegrini, Cosenza 1998;
  • Il Fascismo nel Mezzogiorno: le Calabrie, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003;
  • Regione di confino. La Calabria (1927-1943) (a cura di) con Pantaleone Sergi, Bulzoni, Roma 2005.

Opere di storia italiana

  • Arditi e legionari dannunziani, Marsilio, Padova 1969 (poi, Manifestolibri, Roma 2007);
  • Le origini dei sindacati fascisti, Laterza, Bari 1974 (poi, La Nuova Italia, Firenze 1990);
  • Uomini e volti del fascismo, Bulzoni, Roma 1980;
  • Democrazia e repressione nell’Italia di fine secolo, Bulzoni, Roma 1983;
  • Massoneria e politica in Italia 1882-1908, Laterza, Roma-Bari 1985;
  • Agli ordini del serpente verde. La Massoneria nella crisi del sistema giolittiano, Bulzoni, Roma 1990 ;
  • Alle radici del mal paese. Una storia italiana, Bulzoni, Roma 1994;
  • “Caro Olgogigi” Lettere ad Olga e Luigi Lodi. Dalla Roma bizantina all’Italia fascista (1981-1933), Franco Angeli, Milano 1999;
  • Verso lo Stato totalitario. Sindacati, società e fascismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005;
  • Il consenso imperfetto. Quattro capitoli sul fascismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010.

Bibliografia

  • Pantaleone Sergi, L’inchiostro del gentiluomo, «Il Quotidiano della Calabria», 12 luglio 2011 (poi su «Giornale di storia contemporanea», 1, 2011, pp. 4-6);
  • Marilena Sgobbia, Addio allo storico Ferdinando Cordova studioso del fascismo. Reggino, era professore alla Sapienza, i«Gazzetta del Sud», 12 luglio 2011
  • Pantaleone Sergi, In memoria di Ferdinando Cordova, «Giornale di storia contemporanea», 2, 2011;
  • Giuseppe Aragno, Per ricordare Ferdinando Cordova, «Rivista calabrese di storia del ’900», 1, 2011, pp. 7-9;
  • Lidia Piccioni (a cura di), Politica e società nell’Italia contemporanea. Per Ferdinando Cordova, numero speciale «Dimensioni e problemi della ricerca storica», 1, 2013;
  • Saverio Napolitano, Conoscenza storica e coscienza civile. La rivista dell’Icsaic (1987-1918), «Rivista calabrese di storia del ’900», 1-2, 2019, pp. 7-38.

Bonfà, Domenico “Fàbon”

Domenico Bonfà (Fàbon) [Sant’Agata del Bianco (Reggio Calabria), 4 febbraio 1912 – Roma, 27 agosto 1969)

Secondogenito, nacque in una famiglia numerosa. Il padre Vincenzo, che in paese era chiamato Brendolinoera un falegname e intagliatore che possedeva la bravura di uno scultore tanto da vincere una medaglia nel 1923 a Firenze in occasione dell’Esposizione Permanente d’Arte Industriale. Non fece studi regolari, ma la sua capacità e il suo interesse per l’arte erano già evidenti fin dalle elementari, frequentata nel paese natale. Si racconta, infatti, che ogni mattina faceva trovare il ritratto del suo maestro disegnato alla lavagna con i gessetti. Per tale propensione all’arte attraverso il disegno, nel 1926, quando aveva solo 14 anni, il padre lo mandò apprendista a Catania per frequentare come gli artisti rinascimentali una scuola d’arte. Lì rimase per sette anni apprendendo i fondamenti tecnici della pittura. Tornato a Sant’Agata di Bianco convolò a nozze con una giovane poetessa, Carmela Curulli, più giovane di lui di sei anni, che era nata a Montreal da calabresi emigrati in Canada e lui stesso, dopo la morte dei genitori, aveva accolto al porto di Palermo. 
Nel 1933, dopo il matrimonio, decise di fissare la residenza della famiglia a Reggio Calabria, città che ovviamente offriva più occasioni di lavoro rispetto al piccolo paesino in cui era nato e si era formato una famiglia. Spostandosi in diverse città, iniziò così un’attività febbrile: nel mondo ci sarebbero più di mille opere firmate con lopseudonimo di Fàbon, anagramma del proprio cognome, una firma originale scelta per distinguersi dal pittore Alberto Bonfà della vicina Bianco. E in pochi anni la sua carriera di successi espositivi decollò, a partire dalla mostra del «Paesaggio albanese» di Bari nel 1938, a cui seguì quattro anni dopo la Mostra d’Arte italo-tedesca che si tenne a Catania al Castello Ursino. Nello stesso anno venne chiamato alle armi ma la sua guerra finì presto poiché fu catturato degli inglesi e visse da prigioniero a Tobruch fino alla fine del conflitto. Dalla pur triste esperienza della prigionia, portò con sé i colori e la solitudine del deserto libico, immagini che influenzarono molta della sua produzione di quegli anni, fatta da tele con paesaggi assolati, volti e figure di donne ritratte quasi di sfuggita oppure pensose. 
Tornò, così, alla vita civile e alla sua attività artistica, riprendendola proprio da dove aveva lasciato, da Catania, che nel 1945 ospitò una sua personale alla Galleria Casabella. Di seguito, nel 1946 e nel 1947, tenne altre due personali a Reggio Calabria, città con cui ebbe un legame profondo, sia umano sia professionale (alla Pinacoteca Civica è ancora esposto un suo paesaggio dipinto nel 1949). E sempre nella città dello Stretto, nel 1952 e 1954, fu presente anche alla prima e alla seconda Mostra del Sindacato Artisti della Calabria. Nel 1954 fu nominato vice segretario regionale per la Calabria dal comitato Unione Sindacale Artisti Italiani Belle Arti (Usaiba) e collaborò a un settimanale.  Prese quindi a viaggiare in Italia. «Affresca chiese e dipinge quadri di una segreta spiritualità» (Stranieri), Andò in Canada e negli Stati Uniti, riuscendo a esporre le proprie opere. Risiedette per qualche tempo a Genova. Nel 1953 partecipò all’«Agosto Vibonese». Dal 1954 al 1955 soggiornò a Ravenna e in questo due anni espose sue opere anche alla Biennale di Arte Sacra Bologna nel 1954, e l’anno dopo alla Mostra Nazionale Ars Plauda di Torino. In questi anni, illustrò anche i volumi di poesia di G.B. Giordano, Il grido dell’uomo del Sud e di Ivonne Rossignon, I giochi dell’Anima
Ad Assisi, nel settembre 1955, dopo aver esposto in una mostra internazionale al Palazzo dell’Arte Sacra, ricevette il diploma d’onore per «alti meriti artistici». Da Ravenna si trasferì a Roma. Successivamente presentò le sue opere a Genova, Arezzo, Firenze e Messina. Ormai era un artista affermato e conosciuto non solo in Italia e sue opere furono esposte in Germania, in Francia, in Svizzera, in Argentina. Considerato «pittore mediterraneo», quotidiani e riviste si furono molto attenti a lui e alla sua opera.
Elogi e consensi, infatti, gli arrivarono nel 1955, dall’esposizione alla Art Gallery di Antony Pavone a New York e nel 1956 alla Mostra Nazionale d’Arte Contemporanea di Roma, dove gli fu assegnata una medaglia d’oro. L’anno dopo a Reggio Calabria fu presente alla Permanente d’Arte Figurativa dell’Usaiba. Lo stesso anno partecipò alla Rassegna Internazionale di Arti Figurative al Museum of Fine Arts di Montreal. Alla III Mostra Nazionale estemporanea di Ravenna del 1958 gli furono conferiti il premio del presidente del concorso e il diploma e d’onore. Lavorò ancora intensamente e nel 1961 tornò a esporre a Montreal e alla Mostra d’Arte Sacra di Reggio Calabria.
Degni di essere citati: Composizione (1945), L’Arca di Noè (1948), Paesaggio (Pinacoteca civica, Reggio Calabria). Ai paesaggi e alle figure, affiancò i temi sacri.
Nel 1966 fu nominato accademico della Tiberina.
Colpito da una neoplasia maligna due anni dopo, si spense l’anno dopo Roma all’età di 57 anni.
Scrisse Paolo Borruto su «Il Giornale d’Italia» del 16 novembre 1969: «I giudizi, dunque, consacrati dai critici su tutti gli organi di stampa più importanti, ed in tutto il mondo, concordano nel lodare la spontaneità, il vigore, la raffinatezza del gusto, l’arte, le proporzioni, di questo autentico Artista che l’Italia si onora di annoverare tra i migliori dell’ultimo Novecento. Egli presagì la fine. Ne è testimone la sua ultima tela che raffigura un volto egizio che appunta lo sguardo profondo, attonito, su una mummia collocata in una bara. La morte lo colse ancor giovane il 27 agosto 1969».
La moglie morì sette anni dopo.
Talento a lungo e colpevolmente dimenticato (per quasi cinquant’anni dopo la sua morte nessuna mostra fu allestita con le sue opere), su di lui stava per calare l’oblio, quando finalmente nel 2017 il suo paese di nascita gli ha dedicato una retrospettiva organizzata dall’Amministrazione comunale che ha riattivato su di lui le attenzioni della stampa, della critica e degli appassionati d’arte. (Aldo Lamberti) © ICSAIC 2022 – 4 

Opere principali

  • Mia moglie (1946)
  • Paesaggio (1949)
  • L’attesa (1954)
  • Composizione (1954)
  • Mio padre (1955)
  • Umanità (1955)
  • Sosta tra le macerie (1955)
  • La via del pensiero (1955)
  • Creazione (1961)
  • Crocefisso (1961)
  • Volto di Cristo (1963)
  • Cosmica (1968)

Nota bibliografica

  • E. Miserari, Fabon,  «Il Tempo», luglio 1945; 
  • Enzo Bruzzi Fabon: pittore calabrese, «Il Messaggero», 15 gennaio 1953;
  • Fabon pittore calabrese, «Pensiero ed Arte», 6/7, 1954; 
  • Giuseppe Melina, Dipinge con umanità la sua terra e la sua gente, «Il Piccolo» (Genova), 12 aprile 1954; 
  • E. Gentile, Pittura sociale, «Il lavoro italiano», aprile 1955; 
  • Il pittore Fabon espone in America, «La Tribuna del Mezzogiorno», 30 novembre 1955;
  • Morto il pittore Domenico Bonfà, «La Tribuna del Mezzogiorno», 29 agosto 1969;
  • Paolo Borruto, La spiritualità di Fabon, «il Giornale d’Italia», 16 novembre 1969; 
  • Paolo Borruto, Omaggio a Fabon, in «La voce di Calabria», gennaio 1970; 
  • Giuseppe Andreani, La Collezione d’arte del Comune di Reggio Calabria. Idee per una Galleria d’Arte Moderna, in L’opera esposta. Idee per la Pinacoteca Civica di Reggio Calabria, a cura di G. Andreani, Rubbettino, Soveria Mannelli, pp. 49-81; 
  • Giovanna Brigandì, Inventario dei dipinti, disegni e sculture di proprietà del Comune di Reggio Calabria, in L’opera esposta. Idee per la Pinacoteca Civica di Reggio Calabria, a cura di G. Andreani, Rubbettino, Soveria Mannelli 1991, pp. 88-89;
  • Giorgio Falossi, Enciclopedia dei pittori e scultori italiani del Novecento, 2 voll., Milano 1991, p. 192; 
  • Enzo Le PeraGli artisti in Calabria. Dizionario degli Artisti calabresi dell’Ottocento e del Novecento,Pellegrini Cosenza 2013, pp. 86-87.
  • Francesca Callipari, Domenico Bonfà, alias Fàbon: un pittore calabrese del nostro Novecento da non dimenticare, «News-Art», 17 gennaio 2017; https://news-art.it/news/domenico-bonfa–in-arte-fabon-un-pittore-calabrese-del-nost.htm;
  • Domenico Stranieri, L’Universo artistico di Fàbon, «Il Quotidiano della Calabria», 16 febbraio 2014;
  • Domenico Stranieri, Fàbon e il suo amore poeta, «Aspromonte», luglio 2015.

Berardelli, Adolfo

Adolfo Berardelli (Cosenza, 8 dicembre 1879 – Roma, 13 agosto 1938)

Nato a Cosenza da una famiglia della borghesia liberale (il padre Pietro è uno stimatissimo avvocato e funzionario dello Stato), ha un’infanzia difficile. Ancora infante, perde un occhio e a sette anni muore anche uno dei genitori, il che lo costringe a sostentarsi da solo, alternando lo studio al lavoro come scrivano al Comune e presso lo studio del famoso penalista cosentino Francesco Alimena o, semplicemente, dando lezioni private a scolari e studenti poco inclini allo studio delle famiglie più in vista della città. 
Conseguita con ottima votazione la licenza liceale nel famoso «Telesio» di Cosenza, grazie a una borsa di studio del «legato Pezzullo» può iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma, dove per le sue doti di intelligenza e bontà si conquista l’apprezzamento dei professori e dei colleghi studenti. Nel 1901, conseguita la laurea con una tesi sul suffragio universale, fa ritorno a Cosenza, affermandosi come insigne giurista e magnifico oratore. Accanto ad un’intensa attività forense, si impegna in molteplici altre attività: da Presidente dell’Unione Magistrale Italiana – sezione di Cosenza – denuncia le difficili condizioni della scuola in Calabria e nel Mezzogiorno, diffondendo lo spirito associativo e prospettando soluzioni possibili ai problemi sollevati. E da Presidente della Camera di Commercio di Cosenza e del Consorzio Agrario dà un impulso decisivo all’asfittica economia calabrese.
Giornalista tra i più acuti, fonda nel 1906 «L’Avvenire», un giornale di lotta a difesa degli interessi della povera gente, e collabora attivamente a varie testate, fra cui «Cronaca di Calabria», il suo giornale preferito.
Negli anni della grande Guerra, alla quale da volontario non partecipa per il suo problema all’occhio, conduce un’intensa campagna interventista con comizi in tutta la provincia che gli causano anche l’arresto.  Validamente aiutato dalla moglie Ida Caruso, appartenente a una nota famiglia cittadina e infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana, che con lui condivide le privazioni dei primi anni e le iniziative umanitarie e le lotte politiche degli anni successivi, si prodiga con tutte le sue forze nel dare assistenza alle famiglie dei soldati impegnati al fronte e ai reduci della guerra, dispensando, in qualità di rappresentante della Croce Rossa americana, viveri, vestiari e medicinali in diversi paesi della Calabria.
Nel 1919, desideroso di respirare aria nuova, torna a Roma, dove esercita con grande successo la professione forense, conquistandosi credibilità e apprezzamenti negli ambienti che contano e per questo è chiamato ad occupare posti di alta responsabilità.
Sensibile alle idee socialiste maturate al seguito del medico cosentino Pasquale Rossi, ma con qualche simpatia anarchica (negli anni universitari a Roma è sorpreso assieme a giovani anarchici ad affiggere manifesti contro il Re, con reato amnistiato), si iscrive al neonato Partito socialista, dal quale prende le distanze alla vigilia della grande Guerra divenendo un fervente interventista a fianco del socialista riformista Leonida Bissolati. Nelle liste liberali e radical-riformiste è eletto alla Camera dei deputati nella XXV (1919) e XXVI (1921) legislatura, occupando posti di responsabilità e uffici tra i più contesi e difendendo sempre gli interessi della Calabria con appassionati interventi in Commissione e in Aula. Dimentico del suo socialriformismo, nel 1922 aderisce al fascismo e due anni dopo, alla vigilia delle elezioni, annuncia l’intenzione di non ricandidarsi con una dichiarazione in Parlamento che gli vale il plauso e l’onore di una lettera autografa di Mussolini. Fuori dal Parlamento continua la sua opera al servizio del Regime e della Calabria.
Muore nel 1938, alla vigilia di ferragosto, in una Roma desolatamente deserta, a soli 59 anni, nel pieno di una vita interamente dedita al bene comune e alla gente povera della sua Regione.
Uomo di eccezionale produttività, è valente avvocato e abile oratore. Nel volume Arringhe penali del 1931 sono pubblicati alcuni degli interventi che lo hanno reso famoso per cultura giuridica e capacità oratoria, e per questo molto apprezzati dal pubblico, al punto che alcune volte i presidenti dei processi hanno dovuto minacciare lo sgombero dell’aula per i troppi consensi che essi suscitavano. 
Analogo successo arride al volume Vita e arte del 1929, nel quale sono raccolte le commemorazioni di alcuni personaggi famosi della politica (Nazario Sauro, Cesare Battisti, l’on. Francesco Arcà), delle professioni (l’avv. Francesco Alimena, la maestra Carolina Arnone) e delle arti (Giuseppe Verdi, Pietro Mascagni, Alfonso Rendano, Claudia Muzio, Leonardo Bistolfi), che si fanno apprezzare per la versatilità dei suoi interessi, la vastità delle sue conoscenze e la sensibilità del suo animo.
Michele Bianchi nella vita e nelle opere del 1930 è il testo della commemorazione dell’illustre calabrese, pronunciata dinanzi ad uno stuolo di gerarchi e rappresentanti del fascio in occasione del trigesimo della sua scomparsa. In esso il Berardelli ricostruisce con accenti molto partecipati il profilo umano, intellettuale e politico dell’amico, a partire dagli esordi socialisti in terra calabrese e fino all’approdo al fascismo, passando per il sindacalismo rivoluzionario. Profondo conoscitore dei bisogni del Mezzogiorno Michele Bianchi ha legato il suo nome ai successi del fascismo e ad una politica di lavori pubblici in Calabria destinata a mutarne il volto.
Nel 1932 pubblica La Sila, il gran bosco d’Italia, con una nobile dedica al padre «che con la sua opera infaticabile seppe assicurare allo Stato il patrimonio demaniale silano e per premio ebbe soltanto una povertà onorata e la soddisfazione del dovere compiuto».
Dopo alcuni richiami alla storia della Sila l’Autore presenta un piano organico di interventi nei settori dell’agricoltura, dell’industria, del turismo e della viabilità, strettamente legato alle particolarità e alle risorse naturali, ambientali e paesaggistiche di cui il Gran bosco d’Italia è ricco. Il saggio si conclude con l’auspicio che dal Duce, il quale ha dato più volte prova tangibile del suo grande amore per la Calabria, «arrivino le nuove provvidenze che condurranno alla sicura valorizzazione della nostra terra».
Convinto meridionalista, le sue proposte, corroborate da una fine analisi della situazione del Mezzogiorno e da una frenetica attività politica e organizzativa, puntano decisamente all’intervento dello Stato nei settori dei lavori pubblici, delle infrastrutture viarie, dell’agricoltura e della scuola. Nel biennio della sua presidenza alla Camera di Commercio di Cosenza (1912-13), oltre che all’organizzazione dei servizi dell’ente camerale e all’ampliamento della rete associativa, dà un forte impulso al miglioramento della vita economica della provincia reclamando con forza il potenziamento dei servizi di comunicazione ferroviari, marittimi, postali e telegrafici, dando concreto sostegno all’industria, soprattutto serica, all’agricoltura e al commercio, mediante accordi con gli istituti di credito per agevolazioni al prestito, e finanziando con risorse camerali le scuole pratiche di agricoltura, quelle industriali e di arti e mestieri. Come deputato, difende con interrogazioni e proposte di legge la linea meridionalistica nei settori agricolo e industriale e in quelli della scuola, della sanità e delle comunicazioni.
Generoso e altruista per temperamento, si è sempre speso a favore delle fasce più deboli e delle persone in difficoltà. Durante gli anni del conflitto mondiale organizza in diversi comuni della provincia comitati civici a favore delle famiglie dei soldati in guerra; durante l’epidemia della Spagnola previene disordini tra le popolazioni colpite dal morbo e distribuisce materiali di cura acquistati col denaro ricavato dalle sottoscrizioni da lui stesso promosse. In occasione del terremoto del Vulture (1930) corre in soccorso delle popolazioni lucane colpite, assieme ai figli (ne ebbe cinque: Pietro, Letizia, Paolo, Mario e Guido) e da una squadra di calabresi dell’Associazione «Michele Bianchi». Al ritorno a Roma porta con sé 10 bimbi orfani dei genitori che tiene per qualche tempo nella sua abitazione prima di smistarli in istituti di accoglienza della Capitale, di Anzio e di Mantova.
Profondamente convinto dell’importanza dell’istruzione nel processo di sviluppo della società, Berardelli si batte per il superamento dei mali storici della scuola, soprattutto al Sud e in Calabria. Come rappresentante dell’Unione Magistrale Italiana fa un’opera instancabile di proselitismo associativo tra i maestri della provincia, che considera il modo più efficace per ottenere il riconoscimento dei diritti di una categoria socialmente poco considerata. Attraverso scritti, convegni e manifestazioni di piazza, sono continue le sue denunce sugli alti tassi di analfabetismo che si registrano nelle scuole della Calabria, incompatibili per una società civile, sull’inesistenza di un’edilizia scolastica decente, nonostante le diverse leggi che ne favoriscano la realizzazione, e sull’indifferenza delle amministrazioni comunali nei riguardi della scuola, che lo convince a sostenere l’avocazione allo Stato dell’istruzione elementare prima della legge Daneo-Credaro del 1911. (Giovanbattista Trebisacce) © ICSAIC 2022 – 4 

Opere

  • La Camera di Commercio di Cosenza negli anni 1912 e 1913, Tipografia di Raffaele Riccio, Cosenza 1914;
  • Arringhe penali, Fratelli Bocca, Torino 1928;
  • Vita e arte: discorsi e conferenze, Sape, Roma 1929;
  • Contro la mafia e per la giustizia. Arringa pronunciata nell’assise di Termini Imerese nel marzo 1929, Sape, Roma 1929;
  • Pro veritate et jure. Arringa in difesa di Gabriele Cimino, Sape, Roma 1930;
  • La Sila, il gran bosco d’Italia, Sape, Roma 1932;
  • Michele Bianchi nella vita e nelle opere, Sape, Roma 1932;
  • Manlio A. D’ambrosio, Edit. Clet, Napoli 1932;
  • Leonardo Bistolfi, La Garangola, Padova 1935.

Nota bibliografica

  • Gennaro Cassiani, La Sila nel pensiero di Adolfo Berardelli, «Cronaca di Calabria» 3 settembre 1933;
  • Luigi Lenzi-Aliquò, Adolfo Berardelli, «Cronaca di Calabria», 13 ottobre 1938;
  • Riccardo Giraldi, Il popolo cosentino e il suo territorio, Pellegrini Editore, Cosenza 2003.
  • Ferdinando Cordova, Il fascismo nel Mezzogiorno: le Calabrie, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, ad indicem;
  • Giovanbattista Trebisacce, Adolfo Berardelli e la scuola in Calabria, «Scuola e Vita», 1, 2021, pp. 57-63.

Bardari, Giuseppe

Giuseppe Bardari [Pizzo (Vibo Valentia), 6 maggio 1817 –  22 settembre 1861]

Apparteneva a famiglia benestante impegnata in campo agricolo e commerciale. Nativo di Pizzo, al tempo in Calabria Ulteriore II, compì gli studi a Monteleone (oggi Vibo Valentia), poi nel seminario vescovile di Mileto, infine a Napoli. Eccelleva negli studi letterari e filosofici. Giovanissimo si dilettò di poesia e scrisse, a soli 17 anni, il libretto dell’opera Maria Stuarda, tragedia lirica musicata da Gaetano Donizetti.
Il musicista bergamasco, per lavoro, viaggiava freneticamente attraverso l’Italia e a Napoli rappresentò molte opere, alcune composte in poche settimane. Il Real Teatro di San Carlo era allora gestito dal vulcanico Domenico Barbaia, che gli commissionò l’opera tratta dal dramma Maria Stuart del tedesco Friedrich Schiller. Il libretto scritto da Bardari non piacque però ai censori napoletani, soprattutto perché trattava la cruenta vicenda coinvolgente una famiglia reale. Imposero perciò la revisione del testo. Se ne occupò in fretta e furia Pietro Salatino, che trasportò l’ambientazione nella Firenze del Duecento, cambiando il titolo in Buondelmonte. La rappresentazione avvenne nell’ottobre 1834. L’anno dopo, nel dicembre 1835, alla Scala di Milano andò in scena la Maria Stuarda, secondo il libretto di Bardari. L’interprete principale fu la famosa Maria Malibran. Tuttavia, dopo 6 sere («e nel momento il più felice», secondo Donizetti), le autorità austriache imposero la sospensione dello spettacolo.
Quella burrascosa esperienza rimase l’unica di Giuseppe Bardari come librettista d’opera. Tornò agli studi di giurisprudenza, rimanendo sempre in cordialissimi rapporti con Donizetti, che fu suo ospite in Calabria, apprezzando molto il buon vino locale.
Laureatosi col massimo dei voti, nel 1840 entrò in magistratura per concorso. Aveva maturato solide convinzioni liberali e, non a caso, era legato da amicizia con Michele Bello, il patriota fucilato il 2 ottobre 1847 presso il convento dei Cappuccini di Gerace, insieme con quattro compagni.
Nel 1848 Bardari prestava servizio presso l’ufficio giudiziario di Monteleone quando, scoppiato il moto rivoluzionario calabrese, lo sostenne apertamente, incitando la popolazione a opporsi alle truppe capitanate dal generale Nunziante. Quando i vecchi poteri furono restaurati, Bardari fu inquisito e allontanato dal corpo giudiziario. In sua difesa, cercò di giustificare la presenza tra i ribelli intendendo moderarne gli eccessi e, quanto ai maltrattamenti subiti a Monteleone da soldati napoletani infermi, sostenne che aveva saputo del fatto riprovevole quando esso s’era ormai compiuto.
Perso l’impiego, prese dimora a Napoli dedicandosi alla libera professione. Non mancò di frequentare i salotti “liberali” e la polizia borbonica lo schedò come persona poco affidabile. Nella capitale conobbe e strinse un forte legame con l’avvocato pugliese Liborio Romano che, nel 1860, fu uno dei protagonisti del passaggio dal vecchio al nuovo regime e tacciato per questo d’essere un formidabile doppiogiochista.
Il 19 agosto 1860, con decreto firmato da Francesco II, Giuseppe Bardari, che era stato riammesso in magistratura con funzioni di giudice presso la Gran corte criminale, fu nominato prefetto di polizia (oggi diremmo questore), essendo amico Romano ministro segretario di Stato dell’interno e polizia. 
Poche settimane dopo, il 6 settembre, il giorno prima che Garibaldi arrivasse a Napoli in treno proveniente da Nocera, alle cantonate fu affisso il proclama, redatto da Bardari, col quale il partente Francesco II salutava i sudditi. Il testo iniziava così: «Fra i doveri prescritti ai Re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, e io intendo compierli con rassegnazione scevra di debolezza». Contemporaneamente Bardari fece affiggere un manifesto a suo nome, invitando i napoletani alla concordia e alla moderazione. Questo l’incipit: «Cittadini! Il Re parte. Tra un’eccelsa sventura che si ritira e un altro principio che, trionfando, si avanza, la vostra condotta non può essere dubbiosa». Tenuto conto del diffuso analfabetismo e dei toni aulici dei due testi, è dubbio che essi siano stati conosciuti e compresi dai contemporanei. Possiamo pensare piuttosto che furono scritti per la Storia.
Andò incontro a Garibaldi al suo arrivo a Napoli e come prefetto di Polizia sedette nella stessa carrozza del generale. L’8 settembre 1860 il Dittatore delle Due Sicilie, che lo considerava un patriota, lo nominò consigliere della Corte dei Conti, sostituendolo come prefetto di polizia con Ferdinando Cito. E pochi giorni dopo, il 13 settembre, lo nominò anche presidente della Commissione amministrativa dei beni appartenenti al disciolto Ordine dei Gesuiti.
Fu proprio Bardari a stendere la relazione a corredo del decreto («magnitiva pagina di prosa Italiana») che abolì i privilegi, a suo tempo concessi da re Ferdinando al comune di Pizzo, per la condotta tenuta dai napitini nel 1815, in occasione dello sfortunato sbarco di Gioacchino Murat. 
Ritornato a Pizzo, morì all’età di 44 anni, un anno dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli. Dei figli nati dal matrimonio con Carlotta Salomone, si ricordano Giovanni ufficiale garibaldino, Renato Luciano magistrato, Domenico alto funzionario dell’amministrazione dell’Interno. (Donato D’Urso) © ICSAIC 2022 – 4 

Opere

  • Maria Stuarda. Tragedia lirica in quattro parti da rappresentarsi nell’Imp. Reg. Teatro alla Scala il carnevale 1835-36, Luigi di Giacomo Pirola Milano s.d (ma 1835).

Nota bibliografica

  • Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie dal 1° gennaio a tutto il 6 settembre 1860, Stamperia Reale, Napoli 1860;
  • Memorie politiche di Liborio Romano pubblicate per cura di Giuseppe Romano suo fratello con note e documenti, Giuseppe Marghieri editore, Napoli 1873;
  • La fine di un re. Murat al Pizzo (testimonianze inedite), a cura di Ettore Capialbi e Gaetano Gasparri, Passafaro, Monteleone di Calabria 1894;
  • Giuseppe Falcone, Poeti e rimatori calabri: notizie ed esempi, vol. 2°, Stabilimento tipografico Pesole, Napoli 1902;
  • Raffaele De Cesare, La fine di un regno, S. Lapi, Città di Castello 1908-1909;
  • Guido Zavadini, Gaetano Donizetti: vita, musiche, epistolario, Istituto Italiano d’Arti grafiche, Bergamo 1948;
  • Michele Topa, Così finirono i Borboni di Napoli, Fausto Fiorentino editore, Napoli 1960;
  • Franco Cortese, Giuseppe Bardari librettista di Donizetti, in «Calabria letteraria», XXVI, 3, 1978, pp. 19-20;
  • Antonio De Leo, Don Liborio Romano un meridionale scomodo, Rubbettino, Soveria Mannelli 1981;
  • William Ashbrook, Donizetti, Edt, Torino 1986-1987;
  • David Donato, Giuseppe Bardari, poeta e librettista, amico di Gaetano Donizetti, in «Calabria letteraria», XLVI, 4-6, 1998, pp. 95-96;
  • Nico Perrone, L’inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009;
  • Vincenzo Cataldo, Storie di idee e di rivoluzioni: i moti del 1847-48 in Calabria e i cinque martiri di Gerace, Laruffa, Reggio Calabria 2019.

Raso, Giuseppe Raffaele

Giuseppe Raffaele Raso (Cittanova (Reggio Calabria), 20(?) giugno 1787, Cittanova 12 gennaio 1861)

Nacque a Casalnuovo, l’odierna Cittanova, quattro anni dopo il terribile terremoto (“il Flagello”) del febbraio 1783 che devastò la Piana cambiandone completamente la conformazione geografica, in una famiglia di facoltosi proprietari terrieri di idee liberaleggianti. Abbiamo scarse notizie della sua infanzia e sui suoi primi studi, ma lui stesso racconta della passione per le scienze naturali e di come, fin da giovinetto, gli piacesse osservare i fenomeni naturali così si recava a guardare, da un’altura sopra Cittanova, il sole al tramonto che, d’estate, sembrava immergersi dentro lo Stromboli. I primi rudimenti di latino e greco li apprese nel seminario di Gerace e poi a Reggio, sotto la guida di D. Domenico Pelusio, avvocato e giudice del Tribunale di prima istanza, completò la sua preparazione umanistica. Si addottorò in Medicina (“Dottore Fisico”) a Napoli nel 1810 nel pieno del Decennio francese, periodo di grandi cambiamenti e di fondamentali riforme, prima tra tutte l’eversione della feudalità. Aderì in maniera entusiastica alle nuove idee liberali schierandosi, però, su posizioni moderate e riformiste. L’anno successivo rientrò in Calabria per iniziare “la più benefica delle professioni” convinto che la migliore scuola fosse quella praticata sul campo. Si trovò subito (1811 – 1812) ad affrontare un’epidemia di dissenteria, diffusasi tra i contadini a causa di una forte carestia di cereali che li costrinse a nutrirsi di erbe e che egli curò soprattutto raccomandando igiene, consumo di acqua pulita e cibi ben cotti.  Partecipò in maniera attiva ai moti del 1815 e del 1821 ed arrivò a godere di tanta considerazione nei circoli liberali e massonici della provincia che il Procuratore Generale Giacinto Sacco, in una lettera dell’8 settembre 1821, gli scriveva: “…vi prego di interporre il vostro ascendente su quei pochi sconsigliati che fomentano le discordie nella vostra patria”.  Ed egli si prodigò, pur rimanendo saldo nelle sue convinzioni antiborboniche, affinché non venissero commessi inutili eccessi. Apprezzato per la sua grande disponibilità e magnanimità e per la sua attività di medico e di scienziato con altrettanta dedizione e fervore si dedicò all’attività politica assumendo ben presto il ruolo di guida dei patrioti della provincia di Reggio. La sua casa tra il 1849 e il 1859 subì ben tredici perquisizioni, ma per la sua particolare oculatezza, per l’autorevolezza acquisita, per il timore reverenziale che suscitava alle stesse autorità di polizia, non si giunse mai ad incriminarlo formalmente e, nell’unico processo che lo vide imputato presso la Gran Corte Criminale di Reggio nel 1851 con l’accusa di “attentato e cospirazione ad oggetto di distruggere e cambiar la forma del Real Governo”, in pratica per aver partecipato ai moti del 1848, venne prosciolto pienamente ed il procedimento penale venne dichiarato estinto.
Nel 1813 assunse la carica di sindaco di Casalnuovo e la mantenne fino al 10 marzo del 1816 allorquando, essendo mutato il clima politico e non riconoscendosi nel restaurato governo borbonico, intensificò la sua attività professionale, ma, al contempo, non abbandonò del tutto la sua azione di cospiratore e di patriota. La sua attività di medico lo portava fin nei più remoti paesi della provincia, e anche oltre, per cui ebbe modo di osservare e descrivere oltre le condizioni sanitarie anche la situazione sociale ed economica delle zone visitate. Compilava relazioni e memorie sulle malattie che affliggevano i ceti popolari e contadini ma non tralasciava di descrivere le condizioni di lavoro, di trattare della situazione produttiva, delle risorse naturali presenti in quel territorio e dei prodotti tipici della zona. Nel 1843, trovandosi a Bianco, ha modo di degustare del vino Greco e ne parla come «il più ricercato ed il più squisito della Provincia. Se provenisse dal Reno, dal Capo, da Madera, dal Tokai, da Lunelle, non basterebbe danaro a pagarlo». La produzione confidenziale e il decentramento geografico, annota nel Quadro statistico de’ Distretti di Palmi e Gerace nella prima Calabria Ultra   non aiutano la diffusione e la conoscenza di questa perla passita d’Italia e di Magna Grecia, unico vino dolce della provincia, che, perciò, è poco conosciuto.
A Bovalino, sempre nel corso di quel viaggio, nota che quando si vuol far riferimento a un cavallo particolarmente bello e di valore si usa dire che “è un cavallo di Calvizzano “come aveva scritto nel “Giornale di viaggio in Calabria del 1792” Giuseppe Maria Galanti. Tal modo di dire, sottolinea R. riferendosi alle razze di cavalli esistenti in Calabria, è ancora corrente poiché “la razza migliore è quella di Calvizzano, presente in Bovalino.” Nel 1845 partecipò a Napoli al VII congresso degli scienziati italiani (20 settembre – 5 ottobre) e presentò una comunicazione sulla classificazione delle febbri endemiche nella Calabria Ultra I nonché i risultati sulla somministrazione, in funzione anti spasmo, di una soluzione ricavata da una pianta paludosa, iniziata dieci prima e diretta a combattere gli effetti dell’epilessia, del tetano ed i disturbi ipercinetici (c.d. “ballo di san Vito”). Di questo farmaco, somministrato sotto forma di polverina solubile, il cardinale Antonelli, Segretario di Stato di Pio IX, chiese al R. alcune confezioni per cercare di lenire le sofferenze del Papa, affetto da periodiche convulsioni, diagnosticate, all’epoca, come “mal caduco”, una forma di eplessia. 
Nel 1848, insieme con l’avv. Domenico Muratori, membro della Giunta insurrezionale di Reggio, venne eletto deputato al Parlamento Napoletano per il distretto di Palmi, cui spettavano tre deputati. Per la precisione ebbero luogo due elezioni, la prima il 18 aprile, con ballottaggio il 2 maggio, in cui furono eletti De Lieto a Reggio, Ameduri e Falleti a Siderno ed il Raso a Casalnuovo, ma l’elezione di quest’ultimo, per una serie di malintesi, di equivoci e di ritardi, non venne convalidata. L’elezione venne ripetuta il 15 giugno e nel distretto di Palmi vennero eletti il Raso, praticamente riconfermato, ed il Muratori, entrambi di Casalnuovo. La proclamazione ufficiale da parte del collegio elettorale di Palmi porta la data del 21 giugno 1848 e consente al R. di intervenire immediatamente nel dibattito parlamentare. Presentò subito una mozione diretta ad impegnare il Parlamento a favorire l’istituzione di una Banca di prestito governativa nel Circondario di Casalnuovo-Palmi allo scopo di sottrarre i proprietari terrieri “…dal monopolio usuraio esercitato in larga e frana scala dai mercanti di olio”.  Soppresso il Parlamento si ritirò a vita privata dedicandosi, con rinnovato impegno, alla professione non prima però di lasciare ai suoi compagni le sue riflessioni su quella esperienza politica rivoluzionaria. Nella “Memoria sul Parlamento Napoletano del 1848”, sorto in tempi difficili e durato così poco tempo, ricostruisce le vicende politiche ed istituzionali di un’assemblea legislativa moderna che sia la Corte che la nobiltà consideravano un nemico da combattere piuttosto che un’opportunità. 
Nel 1854, nonostante i lutti e le sciagure domestiche, prestò la sua instancabile opera di medico in occasione della violenta epidemia di colera che colpì Casalnuovo e l’intera provincia di Reggio. Con abnegazione, assistito dal suo degno discepolo, il dottor Camillo Palermo, accorse al capezzale di ogni ammalato senza distinzioni e senza discriminazioni di sorta. Ebbe la soddisfazione di poter votare nel Plebiscito (domenica 21 ottobre 1860) indetto per l’annessione dell’ex Regno di Napoli al nuovo Regno d’Italia e, purtroppo, venne a mancare a due mesi dalla proclamazione dell’Unità italiana per la quale tanto si era battuto fin dalla giovinezza. Al figlio Girolamo, primo sindaco di Cittanova dopo l’Unità, e Vice-Governatore del Distretto di Palmi, affidò la sua eredità politica sicuro che avrebbe continuato l’opera patriottica nel solco di una tradizione che aveva le sue radici nella Rivoluzione del 1799. (Antonio Orlando) © ICSAIC 2022 – 4 

Opere

  • Cenno Storico sulla città di Gerace dall’era volgare fino ai nostri giorni, Tip. Zambraja, Napoli 1822;
  • Sulla facoltà autoposmotica dell’alisma plantago nella cura dell’epilessia – Memoria, Tip. Del Regio Albergo dei poveri, Napoli 1835;
  • Storia delle febbri endemiche della Calabria meridionale, Stamperia Dell’aquila di V. Puzziello, Napoli 1839;
  • Quadro statistico dei Distretti di Palmi e Gerace nella prima Calabria Ultra (redatto per incarico della Società Economica di Reggio), Stamperia Agrelli, Napoli 1843;
  • Storia e progressi della medicina nella prima metà del XIX secolo, Stamperia Vitali, Napoli 1851;
  • Memoria sul Parlamento Napoletano del 1848 (manoscritto inedito). 

Nota bibliografica 

  • Oreste Dito, La rivoluzione calabrese del 1848, Officine Tipografiche di G. Caliò, Catanzaro 1895;
  • Vincenzo De Cristo, Cittanova nei fasti del Risorgimento italiano dal 1799 al 1870, Tip. San Giuseppe, Messina 1913;
  • Arturo Zito de Leonardis, Cittanova di Curtuladi, Mit, Cosenza 1986;
  • Carla Lodolini Tupputi, Il Parlamento Napoletano del 1848 -1849. Storia dell’istituto ed inventario dell’archivio, Camera dei Deputati, Archivio Storico, Roma 1992;
  • Rocco Liberti, Tra mito e realtà: i Calabresi che fecero l’Unità d’Italia, Arti Grafiche Edizioni, Ardore Marina 2011.