Casalinuovo, Giuseppe

Giuseppe Casalinuovo [San Vito Jonio (Catanzaro), 16 agosto 1885 – Catanzaro, 25 ottobre 1942]

Poeta e penalista, nacque da Vito e da Eleonora Nisticò. Dopo aver completato le scuole elementari nel paese natale, si trasferì con la famiglia a Catanzaro dove frequentò il Ginnasio e poi il Liceo “Pasquale Galluppi”. Qui nel 1905 conseguì la maturità classica, sotto gli insegnamenti del professore d’italiano Vincenzo Vivaldi, umanista e studioso di fama nonché fondatore di una Associazione progressista che si opponeva agli esponenti della Destra locale. E alla figura del Vivaldi, professore, letterato e operatore culturale, Casalinuavo rimarrà per il resto della vita influenzato e riconoscente.
A Catanzaro, durante gli anni adolescenziali, furono date alle stampe le prime raccolte di versi: nel 1900 Prima luce e nel 1903 Tra due fosse. In Prima luce, la sua prima raccolta di poesie dedicate alle persone care, alla madre e alla nonna defunte, alla sorella, ci sono tutti i motivi di ispirazione che accompagneranno la sua opera poetica. Gli affetti familiari, l’evasione georgica, i casti e teneri amori, le delusioni e le tristezze giovanili. Il linguaggio e la forma poetica rinviano alle poesie ottocentesche di un Carducci minore. Nella raccolta Dall’ombra, pubblicata a Torino nel 1907, il linguaggio si fa più vivo e meno letterario, rifacendosi a Pascoli con influssi dei crepuscolari Corazzini e Gozzano. 
Nel 1909 si laureò in giurisprudenza all’Università di Roma da dove preferì ritornare a Catanzaro per esercitarvi la professione di avvocato penalista, divenendo ben presto punto di riferimento nell’area socialista tra gli intellettuali emergenti, ostili contro la vecchia classe dirigente, espressione degli interessi dei grandi proprietari terrieri e delle forze clericali. 
Nel 1903 pubblicò sulla «Giostra» una analisi sulle condizioni della Calabria, e nel 1905, pochi mesi prima di conseguire la maturità, dedicò a Giolitti Anno di Sangue, nel quale condannò gli eccidi di Cerignola, Buggerru e Castelluzzo, propendendo una formula di lavoro più umanizzato. 
Nelle elezioni del 1904 sostenne il filosofo Alfonso Asturaro, catanzarese e docente di filosofia morale all’Università di Genova, nelle liste dei socialisti e lo stesso fece nelle successive elezioni del 1909 contro Giolitti. In quelle del 1913 appoggiò Enrico Mastracchi, sempre nelle file socialiste, schierandosi contro i giolittiani e i cattolici conservatori. Durante il periodo della grande guerra, Casalinuovo fu combattuto tra il pacifismo di ispirazione socialista da un lato e la condanna cristiana della guerra e il patriottismo tipico di tanta piccola borghesia dall’altro. Nel dopoguerra gli interessi professionali presero il sopravvento su quelli politici fino al definitivo ritiro dalla vita pubblica, continuando un’azione moderata di impegno culturale. D’altra parte il suo socialismo poggiava su un fondo di umanitarismo e di evangelismo in cui si perdevano le reali dimensioni della lotta politica. 
Nel 1919 fu eletto presidente del Circolo di cultura catanzarese che guidò con notevole competenza e tanta passione. E anche se tale istituto fu in genere dichiarato lontano dagli ambienti politici, le autorità fasciste si dovettero ben presto accorgere delle correnti antifasciste manifestate da parte delle nuove leve per cui il Circolo fu sciolto. Sempre nel 1919 fondò «Calabria giudiziaria», rivista di dottrina e di giurisprudenza, che diresse per tutta la vita.
L’opera che come poeta gli diede una forte cassa di risonanza in campo nazionale e quindi una forte notorietà fu sicuramente la Lampada del poeta, data alle stampe nel 1929 a Bologna presso l’editore Zanichelli, che, dopo soli tre mesi, fu costretto a ristampare una nuova edizione. Qui la vena poetica si fa molto più sincera per quell’aria di provincia che si avverte nei versi e per un linguaggio, questa volta, semplice e chiaro che da all’opera una impronta serena di pacatezza. Troviamo motivazioni autobiografiche come l’insofferenza di un’esistenza tra l’esercizio a malincuore di una professione e il grigiore di una città di provincia. Ormai gli echi patriottici sono lontani. Il suo modello ora si rifà al Pascoli delle Myricae e dei Canti di Castelvecchio, al gusto delle cose piccole e semplici, all’amore per la povera gente, all’invito alla bontà ed alla fratellanza, all’idillio agreste, al senso fortissimo del nido familiare, alla rievocazione dei propri morti, al gusto del dolore e delle lacrime tristi. 
Sposato con Giuseppina Perricone, ebbe tre figli, Aldo, Mario e Clara. i primi due penalisti di grido, entrambi uomini politici e di governo.
Alla sua morte avvenuta a Catanzaro nell’ottobre 1942, le autorità fasciste cercarono inutilmente di evitare che si formasse un corteo durante la cerimonia funebre.
Il suo paese natale lo ricorda con una statua dell’artista Anna Parvis, inaugurata nel 1967 vicino alla villa comunale. Vie a suo nome esistono in diversi centri anche fuori dalla Calabria, tra cui a Roma nel quartiere Ardeatino. Catanzaro gli ha intitolato anche un Premio nazionale di poesia. (Salvatore Libertino) © ICSAIC 2022 – 12

Opere

  • Prima luce, Tipografia Nuova, Catanzaro 1900;
  • Tra due fosse, s.n., Catanzaro 1903;
  • Anno di sangue, Tip. Economica, Catanzaro 1905;
  • Dall’ombra, Soc. Tipografico editrice nazionale, Torino 1907;
    La lampada del poeta, Zanichelli, Bologna 1928 (II ed., 1929);
  • Preludio su Wagner, Italia nuova, Catanzaro 1933;
  • Celebrazioni, La Toga, Napoli 1936; 
  • Giornata breve: poesie, Laterza, Roma-Bari 1981;

Nota bibliografica

  • Gaetano Sardiello, Giuseppe Casalinuovo poeta, in «Nosside», 10, 1928, pp. 30-35;
  • Ugo Bosco, La lampada del poeta, in «Leonardo», 1930, pp. 667 s.;
  • Vito Galati, La lampada del poeta, in «Il Pensiero», 1931, 7. pp. 19 s. 
  • Roberto Bisceglia, Toghe alla sbarra, Tip. Imperia, Roma 1934, pp. 90-98;
  • Alfredo Galletti, Il novecento, F. Vallardi, Milano 1935, p. 494;
  • Nicola Lombardi, Giuseppe Casalinuovo, Tipografia Bruzia, Catanzaro 1943;
  • Alfredo De Marsico, Giuseppe Casalinuovo, in «Calabria Giudiziaria», 1-2, 1943, p. 46-50;
  • Alessandro Turco, Il Circolo di Cultura e Giuseppe Casalinuovo, Tipografia Bruzia, Catanzaro 1944;
  • Gaetano Sardiello, Giuseppe Casalinuovo. In celebrazione del poeta nel terzo anniversario della morte, Ed. La Toga, Napoli 1945 (II ed. 1946);
  • Franco O. Palermo, Il poeta Giuseppe Casalinuovo, Candia & Le Pera, Corigliano Calabro 1947;
  • Antonio Piromalli, In memoria di Giuseppe Casalinuovo, in «Il Calabrese», ottobre 1947; 
  • Gaetano Sardiello, Giuseppe Casalinuovo, Candia & Le Pera, Corigliano Calabro 1947; 
  • Alfredo De Marsico, In onore di un poeta-avvocato: Giuseppe Casalinuovo, Edizioni de L’eloquenza, Roma 1949;
  • Paolo Apostoliti, Scrittori calabresi del Novecento, Edizioni Campanile, Catanzaro 1953;
  • Ugo Bosco, Per la sua gloria: Giuseppe Casalinuovo, in «L’Eloquenza», 5-6, 1954, pp. 1-22;
  • Luigi Aliquò Lenzi, Filippo Aliquò Taverniti, Gli scrittori calabresi, I, Reggio, Tip. “Corriere di Reggio Calabria”, Reggio Calabria 1955, ad vocem;
  • Pietro de Seta, La grande poesia silenziosa, Tipografia dell’Orfanotrofio maschile Vittorio Emanuele, Cosenza 1955, pp. 115-156;
  • Giuseppe D’Agostino, Giuseppe Casalinuovo poeta del canto universale, in «Cronaca di Calabria», 4 novembre 1965;
  • Antonio Piromalli, La Letteratura Calabrese, Pellegrini, Cosenza 1965, pp. 112-115; 
  • Saverio Agresta, Calabresi illustri. Giuseppe Casalinuovo poeta-avvocato, in «Cronaca di Calabria», 1 maggio 1966;
  • Giuseppe Carrieri, Giuseppe Casalinuovo, avvocato poeta, in «Cronaca di Calabria», 20 novembre 1966;
  • Alceste Santini, Umanesimo e religiosità di Giuseppe Casalinuovo, in «Religiosi oggi», 1967, pp. 26 ss.; 
  • Salvatore Blasco, San Vito Ionio per Giuseppe Casalinuovo, Giuffrè, Milano 1967; 
  • G. Guasco, La poesia di Giuseppe Casalinuovo, in «Nuovi Quaderni del Meridione», 2, 1969, pp. 50-58;
  • Domenico Scafoglio, Dizionario biografico degli italiani, 1977, ad vocem, https://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-casalinuovo_%28Dizionario-Biografico%29/;
  • Gaetano Susanna, Giuseppe Casalinuovo, un insegnamento, un esempio, una luce, in «Calabria Letteraria, aa. 1977-1978, pp. 51-54;
  • Saverio Strati, Casalinuovo, Palazzo dei Nobili, Catanzaro, 25 ottobre 1985;
  • Salvatore G. Santagata, Franco Spadafora (a cura di), Giuseppe Casalinuovo. La vita e le opere, «La Provincia di Catanzaro», (numero speciale) 1, 1986;
  • Coriolano Martirano, Giuseppe Casalinuovo poeta, Santelli, Mendicino 1993;
  • Carmine Chiodo, Giuseppe Casalinuovo, Parallelo 38, Reggio Calabria 2003;
  • Luigi Reina, Percorsi di poesia: occasioni, proposte, indagini, Alfredo Guida Editore, Napoli 1993, pp. 199, 201, 211;
  • Nino Gimigliano, Concertino, a cura di Raffele Gaetano, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, pp. 72-73 (nota 5).
  • Antonio Barbuto, Giuseppe Casalinuovo, in «La Radice», 31 agosto 2008;
  • Salvatore Libertino, Giuseppe Casalinuovo, un poeta da ricordare, in http://www.tropeamagazine.it/giuseppecasalinuovo/.

Carvelli, Luigi

Luigi Carvelli [Petilia Policastro (Crotone), 2 gennaio 1816 – Mileto (Vibo Valentia), 31 maggio 1888]

Nacque in una famiglia agiata e distinta e fu educato nei seminari di Santa Severina e di Nola. Compiuto il corso di lettere, si recò a Napoli per gli studi scientifici, e qui ricevette lezioni di filosofia e di matematica dai calabresi Galluppi e Scorza, di fisica dal Fazzini, ed alle scienze canoniche e legali coll’insigne Mons. Tommaso Michele Salzano. Studiò anche le lingue greca, francese, e inglese, nonché la musica.
Dottore in utroque iure, fu ordinato diacono il 22 settembre 1838 e presbitero il 22 dicembre dello stesso anno. Sacerdote nel 1841, compi gli studi teologici l’anno dopo a Roma con la laurea. Prelato domestico di Sua Santitàe protonotario apostolico, operò nella Curia romana come referendario dell’una e dell’altra Segnatura Apostolica.
Rientrato poi in Calabria insegnò nel seminario della sua arcidiocesi, quella di Santa Severina. Protonotaro apostolico e referendario di segnatura, in seguito fu chiamato all’ufficio di vicario generale in diverse diocesi: Avellino, Andria, Salerno, Cassano allo Jonio e, ultima, Reggio Calabria dove in data 28 febbraio 1879 gli giunse la nomina da parte di papa Leone XIII a vescovo coadiutore della Diocesi di Marsico Nuovo e Potenza e di vescovo titolare di Etalonia. Fu consacrato a Roma, nella chiesa di San Carlo dei Catinari, il 2 marzo 1879 dal cardinale Luigi Maria Bilio, un barnabita vescovo di Sabina e dai due (co-consacranti, l’arcivescovo metropolita di Chieti e amministratore perpetuo di Vasto, Fulco Luigi Ruffo-Scilla e  Francesco Folicaldi, arcivescovo titolare di Efeso.
Il 23 gennaio 1880, in seguito alla morte, del vescovo Antonio Maria Fanìa dei Minori Osservanti, diventò vescovo della diocesi lucana.
Si trattò di un breve episcopato, però. Nel concistoro del 3 luglio 1882 Leone XIII lo tasferì da Marsico-Potenza alla sede di Mileto, rimanendo amministratore provvisorio della diocesi lucana. II regio-exquatur alla bolla papale di trasferimento, però, tardò non poco a a essere emesso, per cui da Potenza passò a Mileto soltanto nel 1883, prendendo possesso per procura il 10 giugno, e facendo il solenne ingresso il 27 agosto successivo.
Primo suo pensiero fu quello di mettere ordine «con una uffizialità tutta nuova nella curia» che monsignor Filippo Mincione, suo predecessore, aveva tenuta priva del vicario generale da lunghissimi anni. Lo fece con una minuziosa e dotta lettera circolare, spedita in data 8 novembre 1883. E nominò vicario generale mons. Enrico De Biase. 
Altra sua prevalente cura fu il seminario. Per la legge 7 luglio 1866, insieme alla mensa vescovile, anche il seminario aveva subito la chiusura con la confisca e la conversione dei suoi beni. Il vescovo diede il via a un’ennesima stagione dell’istituzione seminarile. Ottenne il dissequestro e la restituzione dei beni a suo tempo confiscati e con essi procurò delle rendite giacenti dei beni già venduti del seminario e potè ampliare i locali riaccogliendo così convittori, dopo lunghi anni che era rimasto chiuso, e offrendo loro al completo i corsi di studio dalle elementari alle scienze teologiche. La rettorìa fu affidata a Domenico Cerantonio. L’operosità del vescovo, in questa occasione, ebbe una eco anche nella capitale, dove Il Corriere di Roma esaltò l’opera del vescovo di Mileto e il «Programma delle scuole elementari, ginnasiali, liceali e sacre” da lui preparato.
Con editto a stampa del 6 gennaio 1885 indisse la prima visita pastorale, che dichiarava di considerare compito principale del suo ministero episcopale. Purtroppo gli atti di questa visita, eccetto pochi frammenti, risultano ancora dispersi.
Fu pure pensiero di monsignor Carvelli portare a compimento la fabbrica della cattedrale e dell’episcopio, a cui il suo predecessore aveva dedicato tutte le sue sostanze e la sua vita. Ebbe cosi la consolazione di poter celebrare la solenne consacrazione del sacro tempio il 18 dicembre 1887, con intervento di tutto il presbiterio diocesano. E in seguito si adoperò per abbellirlo: nel 1889, chiamò i pittori Andrea Anfuso, siciliano, e Domenico Monacelli, romano, con l’incarico di dipingere la chiesa Cattedrale. Magari a sue spese come fece con il seminario e il Palazzo vescovile.
Mori all’età di 72 anni e fu sepolto in cattedrale. (sulla base di una biografia di Vincenzo Francesco Luzzi). © ICSAIC 2021 – 12 

Nota bibliografica

  • Domenico Taccone-Gallucci, Monografia della città e diocesi di Mileto, Tipografia degli Accattoncelli, Napoli 1881;
  • Senza titolo, in «Il Corriere di Roma», 21 ottobre 1883, a. 9, n. 42, p. 833;
  • Domenico Taccone-Gallucci, La chiesa cattedrale di Mileto: memoria, storia e descrittiva, Tipografia di Francesco Morello, Reggio di Calabria 1888;
  • Vito Capialbi, in «Archivio Storico della Calabria», 1914;
  • Domenico Sisca, Petilia Policastro, Editrice Mit, Cosenza 1964, p. 196;
  • I Vescovi di Mileto, Pro Loco, Mileto 1989, pp. 283-284;
  • Imperio Assisi, Storia religiosa della Calabria: le confraternite laicali nella diocesi di Mileto, vol. 2, Pellegrini, Cosenza 1992;
  • Alberto Fico, Policastro, Booksprint, Romagnano al Monte (SA) 2016.

Battaglia, Felice

Felice Battaglia [Palmi (Reggio Calabria), 23 maggio 1902 – Bologna, 28 marzo 1977]

Figlio di un impiegato statale, Antonio, che incoraggiò sempre la sua vocazione per gli studi, e di Luisa Zetera,lasciò Palmi all’età di sei anni in seguito al terremoto del 1908, quando la famiglia si trasferì a Roma, dove compì tutto il corso di studi, dalle elementari all’università, fino alla laurea in Giurisprudenza il 18 dicembre 1925.
Ebbe come maestri Giorgio Del Vecchio e Giovanni Gentile. ma frequentò anche i corsi di Vittorio Emanuele Orlando, Antonio Salandra, Gaetano Mosca, Maffeo Pantaleoni, De Viti De Marco, Cesare Vivante, Vittorio Polacco ed Emilio Chiovenda.
Pur vivendo nella capitale, rimase sempre legato alla sua Calabria e alla sua Palmi, in modo particolare. Infatti, trascorreva le vacanze estive presso uno zio cancelliere della Corte d’Assise di Palmi. E lì ritrovava gli amici d’un tempo, gli avvocati Annunziato Gerocarne, Michele Loiaconi e Francesco Barone, l’avvocato e poeta Nino Fondacaro, il filosofo Domenico Cardone, il geografo Luigi Lacquaniti e altri giovani studiosi.
Nel 1920 con questi amici a Palmi fondò la rivista letteraria Ebe. Nel 1923 venne fondato un periodico di cultura,intitolato Rivista, al quale collaborò.
Appena laureato, in seguito alla morte del padre, fu costretto a lavorare e si impiegò come funzionario avventizio al Ministero della Pubblica Istruzione. Come ha confessato nel suo Testamento spirituale, quelli furono anni «duri» in quanto, assieme al lavoro di ufficio, dovette provvedere anche alla propria formazione culturale. Che fu brillante come testimoniato dal fatto che a due anni dalla laurea (1927) conseguì la libera docenza in Filosofia del diritto. Iniziava così, assai giovane, una brillante carriera accademica. Nel 1930 l’Università di Siena gli affidò l’incarico di Filosofia del diritto, materia di cui divenne titolare nel 1932. 
In quell’anno 1932 sposò Concetta Sarz, detta Tina, che gli fu compagna amorevole per tutta la vita.
Sei anni dopo – aveva 36 anni – su proposta del preside della Facoltà di Lettere e filosofia Leonardo Bianchi – fuchiamato all’Università di Bologna, dove insegnò Filosofia morale nella facoltà di Giurisprudenza (per vent’anni tenne pure l’insegnamento di Filosofia del diritto). Anche se spesso amava ricordare la sua Palmi e gli amici, Bologna divenne la sua città. Qui, infatti, svolse la parte più importante delle sue meditazioni filosofiche e partecipò alla vita culturale. 
Il 21 aprile del 1945, giorno della Liberazione della città dai nazisti, quando si seppe della sua nomina a Commissario straordinario per l’Università da parte del Comitato di liberazione nazionale (faceva parte del Cln sin dal periodo cospirativo in rappresentanza del Partito d’Azione), era però un perfetto sconosciuto per i bolognesi, anche se molti docenti dell’ateneo e le forze politiche antifasciste, durante il periodo dell’occupazione tedesca erano ben a conoscenza del suo coraggio e della sua fermezza, manifestate nei diversi scontri con il rettore Goffredo Coppola.
Bologna lo accolse subito, comunque, tra i suoi cittadini, testimoniandolo anni dopo, nel 1953, con il premio dello Studio bolognese.
Ebbe molti incarichi pubblici e non solo accademici. Dal 1945 al 1950, fu preside della facoltà di Lettere. Dal 22 ottobre 1950 al 1956 e poi nuovamente dal 1962 al 1968, fu rettore dell’ateneo bolognese cambiandone il volto. Ufficialmente in quanto redattore del periodico La riforma della scuola, nel 1948 fu chiamato dal ministro Guido Gonella a far parte della sottocommissione dell’istruzione superiore della Commissione nazionale d’inchiesta per la riforma della scuola. Dal 1954 al 1962, fu membro del Consiglio superiore della Pubblica istruzione di cui fu anche presidente.
Il suo itinerario filosofico è tutto incentrato sul problema della storia. In un primo momento aderì al Neoidealismo di Bendetto Croce e all’Attualismo di Giovanni Gentile per poi approdare alla concezione “spiritualistica cristiana”, che si richiama a Sant’Agostino, Blaise Pascal e Antonio Rosmini, da lui stessa definita “spritualismo valorativo”. Egli pone al centro della storia, che è insieme di razionalità e irrazionalità, l’uomo finito che con il suo agire ècontemporaneamente soggetto e oggetto. Critica non solo la dottrina del Neopositivismo, ma anche quella del Marxismo e dell’Esistenzialismo.
Nel corso degli anni, ebbe molti riconoscimenti e onorificenze nazionali e internazionali. Ne citiamo alcune: cavaliere ed ufficiale di gran Croce al merito della Repubblica italiana; commendatore dell’ordine della corona d’Italia e dell’ordine de SS. Maurizio e Lazzaro; ufficiale della Legion d’onore di Francia. Ottenne numerose lauree “honoris causa” da moltissime università tra le quali S. Paolo del Brasile, Berkeley in California, Salamanca inSpagna, Columbia University di New York, Università di Montpellier in Francia.
Fu socio di numerose accademie, tra le quali l’Accademia cosentina.
Morì all’età di 75 anni
Nel 1982 Bologna gli intitolò una via e l’anno successivo gli fu intitolata anche la biblioteca dell’istituto di Filosofia dell’Ateneo bolognese. Anche a Palmi c’è una via a suo nome. (Francesca Raimondi) © ICSAIC 2022 – 12 

Opere principali

  • L’opera di Vincenzo Cuoco e la formazione dello spirito nazionale in Italia, Bemporad, Firenze 1925;
  • Marsilio da Padova e la filosofia politica del Medioevo, Le Monnier, Firenze 1928;
  • La crisi del diritto naturale: saggio su alcune tendenze contemporanee della filosofia del diritto in Francia, La Nuova Italia, Firenze 1929;
  • Diritto e filosofia della pratica: saggio su alcuni problemi dell’idealismo contemporaneo, La Nuova Italia, Firenze 1932;
  • Le carte dei diritti: dalla Magna Charta alla carta del lavoro, Sansoni, Firenze 1934;
  • Lineamenti di Storia delle dottrine politiche, Ed. del “Foro Italiano”, Roma 1936;
  • Cristiano Thommasio (filosofo e giurista tedesco), Ed. del “Foro Italiano”, Roma 1936;
  • Scritti di teoria dello stato, Giuffré, Milano 1939;
  • Problemi metodologici nella storia delle dottrine politiche ed economiche, con A. Bertolino, Ed. del “Foro Italiano”, Roma 1939;
  • Corso di Filosofia del Diritto, 2 vol., Ed. del “Foro Italiano”, Roma 1940;
  • Il domma della personalità giuridica dello Stato, Zanichelli, Bologna 1942;
  • Impero, Chiesa e stati particolari nel pensiero di Dante, Zanichelli, Bologna 1944;
  • Libertà ed uguaglianza nelle dichiarazioni francesi dei diritti dal 1789 al 1795: testi, lavori preparatorii, progetti parlamentari, Zanichelli, Bologna 1946;
  • Il valore della Storia, UPEB, Bologna 1948;
  • Il problema morale nell’esistenzialismo, Zuffi, Bologna 1949;
  • Saggi sull’Utopia di Tommaso Moro, Zuffi, Bologna 1949;
  • Filosofia del lavoro, Zuffi, Bologna 1951;
  • Lineamenti di storia delle dottrine politiche, Giuffré, Milano 1952;
  • Morale e storia nella prospettiva spiritualistica, Zuffi, Bologna 1953;
  • Nuovi scritti di teoria dello stato, Giuffré, Milano 1955;
  • I valori fra la metafisica e la storia, Zanichelli, Bologna 1957;
  • Linee sommarie di dottrina morale, Patron, Bologna 1958;
  • I valori della pratica e l’esperienza storica, Patron, Bologna 1959;
  • Il pensiero pedagogico del Rinascimento (a cura di), Coedizioni Giuntina-Sansoni, Firenze 1960;
  • Antologia degli scritti politici di John Locke, il Mulino, Bologna 1962;
  • Il valore estetico, Morcelliana, Brescia 1963;
  • Cinque saggi intorno alla sociologia, Istituto Luigi Sturzo, Roma 1969;
  • Parva Desanctisiana, Patron, Bologna 1970;
  • Economia, diritto, morale, Clueb, Bologna 1972;
  • Rosmini tra l’essere e i valori, Guida, Napoli 1973;
  • Mondo storico ed escatologia, Clueb, Bologna 1997.

Nota bibliografica

  • Giuseppe Marchello (a cura di), Felice Battaglia, Edizioni di Filosofia, Torino 1953;
  • Nicola Matteucci, Felice Battaglia, filosofo della pratica, in Atti della Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, Classe di Scienze Morali, Rendiconti, vol. LXVI, 1977-78 (LXXII), pp. 297–305 (ora in Id., Filosofi politici contemporanei, Il Mulino, Bologna 2001, pp. 55–66);
  • Franco Polato, Battaglia, Felice, in «Dizionario Biografico degli Italiani», Vol. 34, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1988;
  • Nicola Matteucci e Alberto Pasquinell (a cura di), Il pensiero di Felice Battaglia, Atti del Seminario promosso dal Dipartimento di Filosofia di Bologna (29-30 ottobre 1987), Clueb, Bologna 1989;
  • Franco Polato, Bibliografia degli scritti di e su Felice Battaglia, Clueb, Bologna 1989;
  • Alberto Scerbo, Felice Battaglia: la centralità del valore giuridico, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1990;
  • Giuseppe Chiofalo (a cura di), Dal filosofo all’uomo, Atti del convegno di studi su Felice Battaglia (Palmi 12-13 maggio 1990), AGE, Palmi 1991;
  • Massimo Ferrari, La filosofia italiana, in «Storia della Filosofia», vol. XI (La filosofia contemporanea. Seconda metà del Novecento), t. I, a cura di M. Paganini, Vallardi, Milano 1998, p. 30;
  • Scritti su Felice Battaglia. A cent’anni dalla nascita, Baresi, Bologna 2002;
  • Alberto Calogero e Claudio Carbone (a cura di), Felice Battaglia e Domenico Antonio Cardone, Atti del convegno di studi nella ricorrenza del centenario della nascita (Palmi, 9-10 novembre 2002), Laruffa, Reggio Calabria 2004;
  • Girolamo Cotroneo, Felice Battaglia e la “filosofia dei valori”, in Benedetto Croce e altri ancora, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, pp. 173-194;
  • Angelo Anzalone, La integración europea como modelo para Latinoamérica según Felice Battaglia, in «Temas de Filosofía Jurídica y Política», Córdoba, 5, 2011, pp. 11-41.
  • A. Anzalone, Lo abstracto y lo concreto en la Teoría del Derecho de Battaglia. Felice Battaglia y el dilema entre Croce y Gentile, Atelier, Barcelona 2013;
  • A. Anzalone, Las aparentes contradicciones de la filosofía jurídica y política de Felice Battaglia, in «Studi in onore di Augusto Sinagra», Vol. V – Miscellanea, Aracne, Roma 2013, pp. 101-121;
  • A. Anzalone, El Estado, sus fines y su relación con el derecho. La perspectiva de Felice Battaglia, in «Lex Social», Siviglia, vol. 3, 1, 2013, pp. 59-74;
  • A. Anzalone, Felice Battaglia. Per una teoria giuridica tra idealismo crociano e gentiliano, Euno edizioni, Leonforte 2014;
  • Giuseppe Russo, Lo Stato e l’etica. Il carteggio di Felice Battaglia con Benedetto Croce (1927-1951), in «Peloro», vol. 6, 1, 2021, pp. 45-80;
  • Simona Salustri, Felice Battaglia e l’università del dopoguerra, in «E-Review», https://e-review.it/salustri-battaglia-e-universita-del-dopoguerra.

Adilardi, Francesco

Francesco Adilardi [Limbadi (Vibo Valentia), 29 agosto 1815 – Cariati (Crotone), 14 ottobre 1852]

Giovanni, Antonio, Francesco, così nel registro delle nascite del 1815, nacque da Paolo e da Rosa Brancia a Mandaradoni a quel tempo frazione del comune di Motta Filocastro, ora di Limbadi, nell’odierna provincia di Vibo Valentia (all’epoca Calabria Ultra Seconda). Ebbe una sorella, Maria Antonia, che andò sposa a Domenico Carratelli di Briatico dei patrizi di Amantea. Figura della cultura calabrese dell’Ottocento, con una formazione di matrice giuridica, accompagnata da una solida preparazione classica di tipo storico-letterario, erudito e archeologico. La sua personalità di uomo di legge e di cultura e i suoi scritti hanno interessato anche il maggiore biografo degli «uomini illustri delle Calabrie», Luigi Accattatis, che, a lui riserva un ampio profilo nella sua celebre opera dedicata all’esposizione della vita e delle opere dei calabresi illustri, edita a Cosenza nel 1870. Ma ancora prima dell’Accattatis, altri studiosi scrissero sulla vita di Adilardi, tra i quali Filippo Cirelli (in «Poliorama pittoresco», XVII, 1856-57), Nicola Falcone (in «Biblioteca istorica e topografica della Calabria», 1846) e, soprattutto a soli due anni dalla morte (1854), il canonico Vincenzo Brancia, suo congiunto. 
La famiglia Adilardi era tra le più ragguardevoli famiglie patrizie di Nicotera, imparentata con le più prestigiose casate del territorio.
Fu la madre, donna Rosa Brancia, colta e di elevati sentimenti, a fornire la prima educazione a Francesco. Seguirono, poi, gli studi di lettere e filosofia sotto la guida di un colto sacerdote di Motta Filocastro, don Francesco Antonio Pupa e, successivamente, lo studio del diritto alla scuola dei valorosi avvocati Paolo Inglese e Giuseppe Marzano. Vennero, infine, gli studi universitari e la laurea in Giurisprudenza a Napoli.
A Monteleone (odierna Vibo Valentia), il giovane Adilardi godette dell’amicizia e della simpatia del conte Vito Capialbi, celebre letterato, bibliofilo e studioso di antichità, che lo definisce «amicissimo mio», che gli mise a disposizione la sua ricca biblioteca, dalla quale trasse molto profitto negli studi di archeologia e di storia patria. Dal Capialbi, Adilardi derivò anche la passione per gli studi di storia ecclesiastica calabrese, che si tradurrà nella pubblicazione di alcuni importanti saggi storici.
Completati gli studi legali a Napoli, Adilardi si ritirò nuovamente, per volontà dei suoi familiari, a Mandaradoni, dove si dedicò con passione a quella che era la sua inclinazione naturale, e cioè, «raccogliere notizie di antichità e porle nell’ordine dei tempi». Nel 1838, quando aveva soltanto 23 anni, pubblicò a Napoli la sua opera più importante: Memorie storiche sullo stato fisico, morale e politico della città e del circondario di Nicotera, opera per l’epoca modernissima e assai documentata, che riscosse l’apprezzamento degli eruditi e storici del tempo, tra cui Filippo Cirelli, Leopoldo Pagano, Nicola Falcone, Luigi Grimaldi, nonché dello stesso Capialbi.
Nel 1840, per attingere notizie storiche necessarie alle sue ricerche, si recò a Napoli presso la Real Biblioteca Borbonica e Brancacciana. I suoi interessi erano principalmente rivolti a ricostruire, attraverso fonti documentali, le origini storiche e le vicende di alcune diocesi della Calabria. Nel 1847 furono editi i Cenni storici dei Vescovadi di Nicotera e Tropea, di Cariati e Nicastro; che furono molto apprezzati da papa Pio IX, che conferì ad Adilardi la croce di Cavaliere di S. Gregorio Magno.
Va rilevato che Adilardi fu il primo storico attendibile delle origini della sede vescovile di Cariati. Dopo le informazioni approssimative e, a volte, errate, fornite dal Barrio, da Girolamo Marafioti e da Ferdinando Ughelli, che ne datarono la fondazione al V secolo, finalmente gli studi di Adilardi accertano, in base a un diploma del Marzano a Giovanni, vescovo di Cerenzia e Cariati, che la diocesi di Cariati fu creata da papa Eugenio IV nel 1437, su istanza della principessa Covella Ruffo, all’epoca feudataria della cittadina ionica.
Nel 1848 Adilardi pubblicò la Biografia di Ercole Coppola, vescovo di Nicotera dal 1651 al 1656..
Molti furono gli scritti che rimasero inediti, per la precoce morte dello scrittore.
Non meno importante rispetto a quella di storico ed erudito, fu la sua attività di avvocato e di giudice. Laureatosi in Giurisprudenza all’Università di Napoli. Iniziò la sua carriera nella cittadina di Nicotera, dove il 4 marzo 1850 fu chiamato a ricoprire temporaneamente la carica di Regio Giudice. L‘anno successivo, con decreto del 7 aprile 1851, fu nominato Presidente del Consiglio Distrettuale di Monteleone (odierna Vibo Valentia). Scrive Brancia che «in questa onorevole ed importante condizione, desideroso del bene comune, non mancò nell’autorevole adunanza di far quelle proposte, che rilevavano al miglioramento fisico, commerciale e civile del distretto. E tanta bontà ebbe a dimostrare in quel nobile consesso, che si acquistò la benevolenza del Sotto-Intendente Giuseppe De Nava». Tra le tante proposte quella della fondazione dell’Accademia Medamea.
Il 20 ottobre 1851 Adilardi fu nominato Regio Giudice del Circondario di Cariati, dove si distinse per l’imparzialità e la rettitudine, guadagnandosi la stima e la considerazione in tutti i paesi del Mandamento cariatese e della Provincia cosentina. L’Adilardi operò a Cariati per un solo anno, perché l’anno successivo, il 13 ottobre del 1852, «colpito da febbre terzana» (cosi riferisce Brancia), a soli 37 anni, «venne a morte», fu sepolto nel cimitero del paese, che era stato realizzato pochi anni prima (1847), e poi traslato a Limbadi. Con lui morto celibe si estinse il ramo Adilardi nato da Princivalle e Delia Braghò.
Antonino Di Grillo, di Mandaradoni, in un profilo biografico del suo illustre concittadino, pubblicato sul sito “Il Poro.it”, si sofferma sulla morte un po’ “misteriosa” del giudice e storico di Limbadi: alcuni ritengono che perse la vita battendosi in un duello con il suo predecessore perché si congtendevano il cuore di una donna; altri invece sostengono che il vero motivo è stato determinato dal fatto che il suo predecessore, non accettando di essere stato rimosso da una carica cosi prestigiosa, si ritenne offeso nell’onore e sfidò Adilardi in un duello all’arma bianca. Nella contesa questi fu ferito con un pugnale che lo sfidante aveva provveduto a ungere nel veleno, procurandogli una febbre che lo vide soffrire per diversi giorni prima della morte. 
L’Adilardi, con le sue appassionate ricerche sulla storia ecclesiastica, i suoi studi storici sulla città e sul circondario di Nicotera, le sue ricerche araldiche sulle famiglie Adilardi e D’Aflitto, si inserisce in uno dei filoni tipici della cultura calabrese dell’Ottocento: quello degli studi eruditi ed archeologici, solitamente praticati dai giovani rampolli delle famiglie nobili.
Limbadi lo ricorda con una via intestata a suo nome. (Franco Liguori) © ICSAIC 2022 – 12 

Opere edite

  • Memorie storiche sullo stato fisico, morale e politico della città e del Circondario di Nicotera, Tipografia Porcelli, Napoli 1838;
  • Cenno storico del vescovato Cariatese, Tipografia di G. Ranucci, Napoli 1847;
  • Biografia di Ercole Coppola, Tipografia Porcelli, Napoli 1848;
  • Cenno storico sul vescovato di Nicotera, dai torchi di G. Ranucci, Napoli 1848 (estr. da «Enciclopedia dell’ecclesiastico», t. IV, pp. 833-84);
  • Cenno storico sul vescovato di Nicastro, dai torchi di G. Ranucci, Napoli 1849 (estr. da «Enciclopedia dell’ecclesiastico», t. IV., p. 816-883);
  • Cenni storici delle Chiese vescovili di Cariati, Nicastro, Nicotera e Tropea, Tip. All’Insegna del Diogene, Napoli 1849.

Opere inedite

  • Nunzi apostolici nel reame di Napoli;
  • Notizie sul l’istoria naturale civile e religiosa della città di Nicastro;
  • La Provincia Cappuccina di Reggio descritta ed illustrata con brevità;
  • Notizie genealogiche della famiglia Adilardi;
  • Memoria per la istituzione di un Ordine equestre in San Marino a ricompensa del merito, che avea dedicato a Carlo Venturini.

Nota archivistica

  • Archivio Vescovile di Cariati, Atto di morte di Francesco Adilardi, n. 232, 1852,

Nota bibliografica

  • Nicola Leoni, Il cavaliere Francesco Adilardi, autore delle Memorie del Circondario di Nicotera, in «Della Magna Grecia e delle tre Calabrie», Tip. di Vincenzo Priggiobba, Napoli 1846, vol. III, pp. 91-92;
  • Vincenzo Brancia, Biografia di Francesco Adilardi, Tipi di Andrea Festa, Napoli 1854;
  • Luigi Accattatis, Francesco Adilardi, in «Biografe degli uomini illustri della Calabria», Cosenza 1870, pp. 413-416;
  • Luigi Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Taverriti, GIi scrittori calabresi, vol. I, Tip. Corriere di Reggio, Reggio Calabria 1955, ad nomen;
  • Franco Liguori, Risale al 1807 l’istituzione della Pretura di Cariati, in «Il Ponte» (Cariati), febbraio-marzo 1997, p. 3;
  • Gustavo Valente, Adilardi Francesco, in «Dizionario bibliografico biografico geografico storico della Calabria», a cura di G. Palange, M. Caterini, E. Merletti, G. Valente, vol. I, Cosenza 2004;
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, pp.16-17;
  • Franco Liguori, Francesco Adilardi e Cariati: il giudice regio e lo storico della diocesi, s.n., Cariati 2015;
  • Franco Liguori, Francesco Adilardi, un uomo di legge e di cultura della Calabria dell’Ottocento, in «Mondiversi», XIII, 5, 2015, pp. 22-23;
  • Antonino Di Grillo, Mandaradoni, paese natale dello Storico Francesco Adilardi, in «il Poro.it», http://poro.it/mandaradoni/index.htm.

Misefari, Paola Caterina

Paola Caterina Misefari [Palizzi (Reggio Calabria), 9 novembre 1906 – Tropea (Vibo Valenti), 22 settembre 1986]

Nasce da Carmelo e Francesca Autelitano, in una famiglia numerosa, penultima di nove figli, tre femmine e sei maschi. “Rina”, come veniva chiamata in famiglia, trascorre l’infanzia nel suo paese natale all’ombra dei fratelli che, sulla scia di Bruno, intraprendono a Reggio Calabria gli studi superiori.
Nelle intenzioni paterne le donne di casa avrebbero dovuto ricevere, al massimo, una sommaria formazione scolastica poiché destinate a contrarre un buon matrimonio. Infatti le due sorelle maggiori Vincenza Maria Caterina, di undici anni più grande, e Amelia Pasqualina, maggiore di 9 anni, non proseguono gli studi, mentre i promettenti risultati che la bambina ottiene alle elementari, unitamente alle sollecitazioni che arrivano dalle maestre, convincono i genitori, anche per le insistenze dei due fratelli maggiori Bruno ed Enzo, a permetterle di continuare a studiare. Ancora una volta, come era stato nel caso di Bruno e di Enzo, è grazie all’aiuto dello zio materno, Vincenzo Auteliano, facoltoso commerciante, che Rina può trasferirsi a Reggio per iscriversi alle scuole ginnasiali. In famiglia la vorrebbero maestra elementare, un titolo di studio ritenuto più idoneo per una ragazza e che, in ogni caso, le darebbe modo di poter subito lavorare. Invece il Ginnasio le apre la strada verso il Liceo Classico, l’unico corso di studio che consente l’accesso a qualsiasi facoltà universitaria e la giovane “Rina” sta, infatti, maturando un progetto alquanto ambizioso ed audace. Terminato il Liceo decide, tra mille dubbi e dopo non poche discussioni, di iscriversi alla facoltà di Medicina e consegue la laurea all’Università di Messina il 31 ottobre 1933, stupendo un po’ tutti perché era ancora una delle prime e poche donne a laurearsi in medicina, specialmente in Calabria.
Dopo un approfondimento degli studi nell’ambito della dermatologia e della ginecologia sia presso l’Università di Messina, sia all’estero (a Zurigo e a Colonia) sposa il dottor Pasquale Angiò, che si era laureato giovanissimo, all’età di 21 anni, sempre in medicina e chirurgia all’Università di Roma. Il matrimonio e la nascita delle figlie, ma anche una serie di eventi luttuosi, rallentano, il suo ingresso nell’attività professionale. La perdita dolorosissima della prima, bellissima bambina, scomparsa ad appena dieci mesi e quella prematura dell’adorato fratello maggiore, Bruno, morto poco più che quarant’enne, segnano due pagine tristissime della sua vita. A questo si aggiunge la persecuzione da parte del regime fascista nei riguardi degli altri due fratelli Enzo e Florindo, nonché del marito e la lontananza di tutti i suoi congiunti a causa della guerra e le non poche difficoltà nel far crescere le due figlie nel primo dopoguerra.
Subito dopo la fine della guerra comincia a esercitare regolarmente la professione a Reggio. 
In una città devastata dai bombardamenti e messa a durissima prova dalla penuria di cibo, con passione e dedizione e, naturalmente dati i tempi, con compensi scarsi se non pressoché inesistenti, avvia la sua opera di assistenza a una popolazione stremata e bisognosa. Si dedica in particolare alla cura delle malattie veneree e all’assistenza alle donne. Viene ricompensata con la gratitudine dei pazienti e soprattutto delle pazienti, ben felici di potersi affidare alle cure di una donna. Tutti i giorni, a piedi, percorre le aree periferiche che circondavano la città e che ancora costituivano aperta campagna, per visitare i malati, portando loro le medicine che poteva avere a disposizione e soprattutto trasmettendo ottimismo, per il suo carattere estremamente aperto e socievole. 
La sua naturale tendenza all’allegria e all’ironia, in verità, non erano mai venute meno nonostante le non poche avversità e le tante traversie. La famiglia del marito, sebbene di tendenze politiche diverse, l’aveva in ogni modo accolta con grande affetto nella dimora familiare di Tropea nel periodo degli eventi bellici. Nella piccola città aveva sconvolto tutti non fasciando le figlie neonate, come a quei tempi ancora si usava e come imponevano le regole della puericultura.
Quando la situazione economica dell’Italia cominciò ad assestarsi, il suo lavoro si svolse soprattutto nel laboratorio di analisi aperto con il marito. In tarda età aveva voluto prendere la patente di guida e comprare una macchina, con cui andava trionfalmente in giro con le amiche, anche se, si racconta, guidasse solo “in seconda” e per le manovre di parcheggio preferiva rivolgersi con la massima disinvoltura e con la gentilezza che le era congeniale ai vigili urbani, che non si tiravano mai indietro. La sua vecchiaia è stata rallegrata dalla nascita di quattro nipoti.
Grazie all’intelligenza e alla lungimiranza sua e del marito, le figlie hanno potuto avere, parallelamente agli studi normali, un’educazione allo studio delle lingue straniere, con soggiorni all’estero a partire dall’età adolescenziale in un periodo in cui non erano assolutamente di moda. Analogamente, venne consentito alle due ragazze, le professoresse Anna e Francesca Angiò, l’una docente di Letteratura tedesca e l’altra di Latino e Greco, di frequentare l’università abitando lontano da casa, anche dopo la laurea, per ulteriori periodi di studio e di ricerca.
“La dottoressa Rina” ha lasciato l’esempio della vita di una donna moderna, priva di pregiudizi, che ha saputo anticipare i tempi nella dedizione a un’attività ancora insolita per le donne come il delicato e difficile lavoro del medico e nell’educazione aperta al nuovo delle figlie. Credeva nell’importanza della cultura e della ricerca e per questo cercava di incoraggiare nello studio molte delle persone che incontrava, che avrebbero altrimenti del tutto rinunciato, ritenendo di non averne la possibilità o le capacità.
Sicuramente essere in controtendenza le era connaturato e si alimentava dell’ambiente progressista e rivoluzionario in cui era cresciuta. (Antonio Orlando) © ICSAIC 2022 – 11 

Nota bibliografica

  • Enzo Misefari, Bruno. Biografia di un fratello, Edizioni Zero in condotta, Milano 1989;
  • Associazione Korai, Donne che intrecciano fili, Quaderno n. 3 “Caterina”, Romano Editore, Tropea 2020.

De Simone, Alfredo

Alfredo De Simone [Lattarico (Cosenza), 29 ottobre 1892 – Montevideo, 27 gennaio 1950]

Artista tormentato e acclamato, figura tipica del Barrio Sur della capitale uruguayana, nacque da Francesco e da Filomena Ferrari. Il padre, sarto, emigrò da Lattarico in Uruguay nel 1900; nel 1904, si trasferirono anche sua moglie e due figli, Valentina e Alfredo. Rimasero al paese altre tre figlie: Rosina, Guglielmina e Concetta che raggiunsero i genitori successivamente.
Alfredo ebbe un grave incidente quando ancora era al paese natale. Aveva solo tre mesi e in tragiche circostanze cadde dal balcone mentre era in braccio alla sorella Concetta, subendo conseguenze visibili e dolorose per il resto della sua vita: una semi-paralisi sul lato sinistro del corpo che si aggraverà col passare degli anni.
Vivendo in una famiglia molto umile, la sua istruzione primaria forse non fu nemmeno completa, dovendo lavorare per contribuire al bilancio familiare: da bambino era un “canillita”, cioè vendeva giornali per strada. Tra il 1911 o 1912, poi, fece il fattorino presso la libreria Monteverde di Montevideo.
Nel 1916 ottenne una borsa di studio al Círculo de Bellas Artes diretto da Pedro Blanes Viale, e lì ebbe come insegnanti, tra gli altri, gli uruguaiani José Belloni, Guillermo Laborde, Carmelo de Arzaduny e Vicente Puig. Lasciò il lavoro da Monteverde per dedicarsi completamente alla frequentazione dei corsi serali e ben presto venne fuori il suo stile espressivo molto personalizzato nonostante le influenze ricevute dai suoi maestri.
A metà degli anni Venti (nel 1924 ottenne la cittadinanza dell’Uruguay) si avvicinò ai gruppi intellettuali di Montevideo e iniziò una vita bohemienne con la frequentazione dei vari caffè della città, tra cui El Cosmos, Tupì Nambà, La Giralda e altri. Tra questi, frequentò il gruppo guidato da Eduardo Dieste che si riuniva nel caffè Tupí Nambá (di fronte al Teatro Solís). Di lui si ricorda che «parlava molto piano e il meno possibile, sorrideva sempre». Ma il locale più frequentato all’epoca, dove De Simone ritrovava la sua cerchia di amici, era il Gran Café Ateneo. A quel tempo il pittore viveva in via Tacuarembó 1080. Ed è in quegli anni che dipinge “Las Negras” e il ritratto di sua madre. Nel 1925 Julio Verdié, riferendosi a lui sulla rivista Surcos, scrisse: «Le sue poche tele danno un’idea di personalità quasi assoluta. Non ha imitato nessuno, né qualcuno gli ha suggerito il suo genio». 
Dal 1926, e fino alla sua morte, lavorò al Museo di Belle Arti.  È il periodo in cui cominciò a presentare le sue opere.
Nel 1927 espose col Grupo Teseo a Buenos Aires, nel 1929 al Terzo Salone d’autunno; l’anno dopo all’Esposizione ibero-americano a Siviglia, dove ebbe una medaglia d’argento. Alla Mostra Nazionale di Belle Arti Centennial, in seguito, vinse la medaglia di bronzo.
La maggior parte dei critici, tuttavia, sono concordi nell’affermare che il suo periodo migliore ebbe inizio nella seconda metà degli anni Trenta, quando cominciò a preoccuparsi della materia pittorica e dell’impasto dei colori. Dipingeva a spatola e in maniera gestuale.
Nel 1935, insieme a molti artisti, fu chiamato a formare l’Uapu (Unione degli artisti uruguaiani). In questo periodo, un episodio ebbe un impatto sulla svolta passionale che si può vedere nelle sue opere: l’amore a distanza, solitario e impossibile per una donna. Appare la sua opera “Notturno”. Intorno al 1940 crea quelle che sarebbero considerate le sue opere migliori.
Nel 1943 realizzò una mostra personale nella Metropolitana Municipale, e nel 1949, quando ormai la ua vita stava per abbandonarlo, espose per la seconda volta a Buenos Aires.
Secondo la descrizione di Raúl López Cortéz, unico discepolo avuto da De Simone, il pittore eseguiva le sue opere come un indemoniato, sudando, ingerendo vernice, tanto da essere ricoverato all’ospedale Maciel di Montevideo perché intossicato, sporcandosi la faccia, gli occhi e le orecchie, non sentiva, non vedeva nessuno: «ha lavorato con una spatola, con le dita e con i coltelli, la vernice gocciolava dai dipinti su di sé…».
Negli ultimi anni il suo squilibrio si è accentuato ed è diventato ossessionato dalla nostalgia per il paese natale, il che spiega l’apparizione di Lattarico nelle sue ultime opere, in cui utilizza i suoi impasti più forti. De Simone, però, è considerato il paesaggista del Barrio Sur della capitale uruguaya, delle sue strade e palazzi.
Morì a 58 anni in un letto dell’ospedale Maciel, assistito dalla sorella Concetta che da sei anni, rimasta vedova, viveva con lui accudendolo.
Le sue opere fanno parte delle collezioni del Museo Blanes e del Museo Nazionale delle Arti Visive di Montevideo. Molte sono di proprietà del Consiglio dipartimentale di Montevideo. Una sua opera si trova nel Museo di Montevideo che conserva anche un suo archivio. Nei decenni seguiti alla sua morte il suo nome non è stato dimenticato. Fernando Esteban Garcia, uno dei critici più importanti dell’Uruguay, nel suo saggio sulla pittura contemporanea del suo Paese, nel 1965 ha scritto che De Simone è stato uno degli artisti più originali, per la sua forte personalità, la drammaticità del lavoro e la soluzione figurativa. Molti anni dopo, Gabriel Peluffo Linari, direttore Museo Blanes, nella sua storia della pittura uruguaiana 1930-1960 analizza l’opera dell’artista, assegnandogli un posto di primo piano.
Una retrospettiva. Dopo quella del 1965 al Museo di Belle Arti,intitolata «Alfredo De Simone, l’insegnante e l’altro», è stata presentata al Centro Culturale di Spagna a Montevideo nel 2006, a cura dell’artista Mario Sagradini e con testi di Carlo Terzaghi. Nel 2011 l’ambasciatore dell’Uruguay in Libano ha inaugurato, presso l’antica Sidone e in collaborazione con il Centro culturale francese, una grandiosa mostra nella quale le opere di De Simone hanno costituito il fiore all’occhiello.
Il compositore uruguayo Juarés Lamarque Pons scrisse per lui un’opera da camera col titolo: «Homenaje a Alfredo De Simone».  E nel 1980 Juan Carlos Onetti ottenne il premio Cervantes dopo la pubblicazione del romanzo “Los Amigos”, ispirato alla vila dell’artista. Una via di Montevideo porta il suo nome. (Pantaleone Andria) © ICSAIC 2022 – 11

Nota bibliografica

  • De Blanes a nuestros días, Catálogo, Montevideo 1961;
  • Alfredo De Simone, Museo Nacional de Bella Artes, Ministerio de Instruction Pùblica, Montevideo 1965;
  • Plásticos uruguayos. Tomo 2. Biblioteca del Poder Legislativo. Montevideo 1975;
  • Silvia Segui Correa e Juan Antonio Varese, En busca de Alfredo… Testimonios de familia, in «Cronicas Culturales», suppl a «El Dia», Montevideo, 3 aprile 1988, pp. 10-12;
  • Juan Carlos Risso, Asì lo recuerdo a Alfredo, in «Cronicas Culturales», suppl a «El Dia», Montevideo, 3 aprile 1988, p. 11;
  • Silvia Segui Correa e Juan Antonio Varese, En busca de Alfredo… “Una tarde en el Ateneo”, in «Cronicas Culturales», suppl a «El Dia», Montevideo, 17 luglio 1988, pp. 8-10;
  • Juan Antonio Varese, El centenario de Alfredo de Simone, in «El Pais de los Domingos», suppl a «El Dia», Montevideo, 2 novembre 1992;
  • Pinacoteca, Banco Central del Uruguay, Montevideo 1997;
  • Varios autores, Quién fue quién en la cultura uruguaya, Ediciones de la Plaza, Montevideo 1998;
  • Gabriel Peluffo Linari, Historia de la pintura uruguaya, Ediciones de la Banda Oriental, Montevideo 1999;
  • Enrique Estrazulàs, Los fuegos de Ansina e otros cuentos, Ediciones Banda Oriental, Montevideo 1999;
  • Walter Rela, Personalidades de la cultura en el Uruguay, Biblioteca Nacional de Uruguay, Montevideo, 2002; 
  • Mario Sartor, Arte latinoamericana contemporanea: dal 1825 ad oggi, Jaca Book, Milano 2003;
  • Jacqueline Lacasa, El pintor Alfredo De Simone (1898-1950). Lo llamaban Doctor, in «El Pais», 17 agosto 2007;
  • Artes visuales en Uruguay: diccionario crítico. Nelson Di Maggio, s.l. 2013;
  • Roberto Mazzei, L’artista nostalgico di Lattarico, in «Parola di Vita», 23 ottobre 2014;
  • Enzo Le Pera, Gli artisti della Calabria. Dizionario degli Artisti Calabresi dell’Ottocento e del Novecento, Pellegrini, Cosenza 2019, ad nomen;
  • Antonietta De Fazio, La Calabria e i suoi artisti. Dizionario dei pittori (1700- 1930), Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp. 131-132.

Sitografia

  • https://www.facebook.com/people/Gli-amici-di-Alfredo-De-Simone-lartista-nostalgico-di-Lattarico/100066735492736/

Cipparrone, Luigi

Luigi Cipparrone (Napoli, 24 luglio 1947 – Cosenza, 14 agosto 2013).

Anche se è nato a Napoli, può essere considerato calabrese perché è vissuto e ha lavorato per tutta la vita a Cosenza. Figlio di Giovanni e di Carolina Giannone ha conseguito la maturità classica al Bernardino Telesio nell’anno scolastico 1966-1967 e poi si è iscritto alla facoltà di Ingegneria presso l’università di Bologna. 
Nel 1980 ha sposato Gabriella Lo Feudo. La coppia ha avuto una figlia di nome Anna, storica dell’arte.
Sin da ragazzo si è occupato di fotografia dedicandosi alla ripresa e alle stampe delle sue foto in una casalinga camera oscura, dimostrando una passione non comune verso la sperimentazione delle immagini. Passione che ha sempre coltivato e che pian piano lo ha condotto a compiere studi sempre più approfonditi.
Studioso di fotografia, è stato un precursore di ciò che adesso fa parte del quotidiano di molti studiosi. La ricerca intrisa di approfondimenti socio-antropologici sull’identità dei luoghi, la valorizzazione dei territori, i luoghi e i non luoghi, le archeologie industriali, sono stati temi che ha trattato già dalla fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta. 
Pioniere della fotografia stenopeica, è stato storico, critico e docente, oltre che editore fotografico. Ha iniziato la sua attività negli anni Settanta avviando «molto presto una personale sperimentazione sulle tecniche della fotografia “off camera” e sulla “camera stenopeica” in particolare, tendente alla creazione di immagini uniche e irripetibili tali da potersi configurare come espressione di una nuova forma artistica nell’ambito delle arti figurative tradizionali». Instancabile sperimentatore non solo in ambito tecnico, attraverso la macchina fotografica ha indagato tematiche identitarie sia su un piano sociale sia su un piano personale. Non si è mai limitato, a ogni modo, alla riproduzione meccanica «intesa come fotocopia della realtà», preferendo a questa una sua rielaborazione critica, una riflessione che fosse analisi dell’immagine latente, dell’idea che vi sta dietro.
Intensa è stata la sua collaborazione con il Musinf di Senigallia È stato uno dei protagonisti della fondazione dell’Osservatorio nazionale della fotografia stenopeica e dell’Archivio della fotografia stenopeica del Musinf, dove sono conservate alcune sue opere esposte nelle mostre di fotografia stenopeica tenutesi negli anni al Palazzo del Duca di Senigallia. Nel primo convegno nazionale di fotografia stenopeica, tenutosi sempre a Senigallia, il suo intervento è stato ritenuto tra i più importanti e costruttivi.
Per alcune ricerche e sperimentazioni, insomma, è stato un vero precursore. È stato, inoltre, un attento osservatore e un acuto interprete della realtà che ha trasferito sulle sue immagini; era un ricercatore, uno studioso della fotografia che amava sperimentare.
Ha collaborato per anni con il compianto prof. Marcello Walter Bruno nell’ambito del corso di Storia della fotografia al Dams dell’Università della Calabria, svolgendo seminari dedicati alla fotografia sperimentale e alla fotografia stenopeica.
Nel 1984 ha fondato il Centro Sperimentale Produzione Audiovisivi, avviando così una personale sperimentazione sulla fotografia con la camera stenopeica e sulle tecniche della fotografia off camera. Dal 1889 al 1995, ha realizzato alcuni articoli visivi per la rivista dell’Ordine degli Ingegneri di Cosenza, «Il Politecnico». Nel 1994 ha frequentato uno stage diretto da Gabriele Basilico. Dalla frequentazione di artisti di ricerca, ha cominciato ad approfondire i legami tra fotografia e arte contemporanea. 
Dal 1996 è stato responsabile della casa editrice Le Nuvole nata a Cosenza per valorizzare un’editoria legata a temi e argomenti specifici del territorio calabrese e meridionale in genere. Negli anni 1997-1999 ideò e realizzò il progetto AdA anno d’artista. Nel 1999 partecipò con il video Via alla XLVIII Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia. Sempre del 1999 è la personale Così vicino Così lontano a Bruxelles. Nel 2001 organizzò la collettiva residenziale d’arte contemporanea Dal Due L’Uno e nel 2002 la rassegna Minimalia. Negli anni 2002-2004 promosse e realizzò i due laboratori didattici L’immagine dello spazio
Nel 2005, a Parigi, ha partecipato alla collettiva Le Polasér immaginaire
Nel 2008 ha partecipato alla VII edizione del Festival Internazionale di Fotografia di Roma e nel 2009 alla Quinta edizione della Giornata del Contemporaneo dell’AMACI.
Numerose le mostre personali e collettive, i progetti e i laboratori didattici, i diatapes, le pubblicazioni.
Nel 2004 la sua ricerca è sfociata nella fotografia automatica e istantanea.
Nel 2005 ha fondato «Fuoriquadro»rivista d’informazione e di approfondimento sui beni culturali della Calabria (formato tabloid, 8 pagine a colori, illustrazioni originali, fotografie). La rivista è stata integralmente digitalizzata dall’Associazione Art&mente che ne ha proseguito la pubblicazione ed è disponibile sul sito www.allascopertadelpatrimonio.it/fuoriquadro.
È morto prematuramente all’età di 66 anni e il Comune di Cosenza, insieme all’Ordine degli Architetti, gli ha immediatamente dedicato una mostra allestita nella sede dell’Ordine, dal titolo «Retrospettiva Luigi Cipparrone».
A un anno dalla sua scomparsa, l’Associazione Culturale Aleph Arte di Lamezia Terme gli ha dedicato la Decima giornata del contemporaneo come promotore della fotografia stenopeica in Italia, rendendo omaggio alla sua ricerca più recente, presentando per la prima volta, presso i locali dell’Associazione, l’installazione fotografica «Io è un altro». 
L’Associazione Culturale Fata Morgana con Caterina Martino e Loredana Ciliberto hanno inteso omaggiarlo con un ciclo di seminari a lui dedicati attraverso il progetto «Luigi Cipparrone (1947-2013). La fotografia come archivio del territorio calabrese»; dal 27 aprile al 3 giugno 2021 esperti a livello nazionale hanno discusso e approfondito le tematiche oggetto dei suoi studi favorendo uno scambio culturale che era sempre stato un obiettivo da raggiungere. L’iniziativa si è conclusa nel giugno 2021 con una mostra presso Villa Rendano, sede della Fondazione Attilio e Elena Giuliani, un tempo casa del fotografo, nella quale sono state esposte fotografie di Cipparrone sul centro storico di Cosenza.
A lui si devono numerose pubblicazioni sulla Pinhole Photography, ma soprattutto a lui, ha sottolineato ricordandolo la Fiaf (Federazione italiana associazioni fotografiche) «devono la propria passione almeno tre o quattro generazioni di fotografi di una terra che ha sempre dovuto conquistare con fatica i propri spazi culturali».
La famiglia Cipparrone insieme a un gruppo di amici ha istituito una borsa di studio a suo nome per approfondire temi legati alla fotografia stenopeica. Il premio voluto e gestito dalla famiglia vuole costruire e rappresentare un ponte in continuità con le sue aspirazioni che tanti giovani aveva avvicinato alla fotografia affinché il patrimonio di conoscenza e di competenza non venga disperso nel tempo.
Sue opere sono state esposte a Milano nel 2017 nell’ambito di «sottese attese», una mostra allestita dall’Associazione Quintocortile. (Leonilde Reda) @ ICSAIC 2022 – 11 

Opere principali

  • La camera obscura, ovvero il negativo di carta, Brenner, Cosenza 1989;
  • Tracce di treno, Edizioni Pubblisfera, S. Giovanni in Fiore 1994;
  • Cosenza, una città antica (con Beniamino Fioriglio e Eugenio Anselmo), Le nuvole, Cosenza 1997;
  • Il teatro dei cosentini. Il Rendano: origini e decorazioni (con Donatella Chiodo e Franco Flaccavento), Le Nuvole, Cosenza 2001;
  • Mercanti di luce. La fiera di s. Giuseppe a Cosenza (con Tobia Cornacchioli), Le Nuvole, Cosenza 2002
  • Sono stato alla 51ª Biennale di Venezia, Le Nuvole, Cosenza 2006;
  • Meccanica fotografia. Alla ricerca di un’idea, Le Nuvole, Cosenza 2006;
  • Linea di confine. Fotografie in tempo reale in Cassano allo Jonio il 22, 23, 24 agosto 2007, Le Nuvole, Cosenza 2008;
  • Didattica della fotografia stenopeica (con Vincenzo Marlocchini), vol. I, Le Nuvole, Cosenza 2008;
  • Dalla silhouette all’impronta, vol. II, Le Nuvole, Cosenza 2008;
  • Sul ‘buco’. Riflessioni e considerazioni; vol. III, Le Nuvole, Cosenza 2008;
  • Esperienze di fotografia stenopeica, Le Nuvole, Cosenza 2008;
  • Pinhole Italia 2009. Autori, immagini, strumenti della fotografia stenopeica in Italia (curato con Vincenzo Marlocchini), Le Nuvole, Cosenza 2009.

Nota bibliografica

  • Marcello Walter Bruno, Alla luce dell’ombra. Ricordo di Luigi Cipparrone, fotografo e teorico, in «Corriere della Calabria», 23 maggio 2014, www.corrieredellacalabria.it/2014/05/23/alla-luce-dell-ombra-ricordo-di-luigi-cipparrone-fotografo-e-teorico/;
  • Daniela Santelli, Luigi Cipparrone e l’arte della fotografia, in Cosenza, in italiani.it, 25 aprile 2021, https://cosenza.italiani.it/scopricitta/luigi-cipparrone-e-l-arte-della-fotografia/;
  • Domenico Ritorto, Luigi Cipparrone (1947-2013). La fotografia come archivio del territorio calabrese, in «Cosenza Chanell», 28 maggio 2021, https://www.cosenzachannel.it/2021/05/28/progetto-luigi-cipparrone-la-fotografia-come-archivio-del-territorio/.

Tajani, Diego

Diego Tajani [Cutro (Crotone), 8 giugno 1827 – Roma, 2 febbraio 1921)

Nato da Giuseppe, generale dell’esercito borbonico, e da Teresina Fattizza, famiglia originaria di Vietri sul Mare «che si era distinta per le armi e per la toga» , allo stato civile fu dichiarto con i nomi di Diego e Antonio. studiò a Napoli nella cui Università nel 1858 conseguì la laurea in Diritto e studiò anche filosofia e belle lettere, fisica, chimica patologica e anatomia pratica.
Iniziò l’attività di avvocato con grande successo. Il primo tra i tanti processi che lo resero celebre fu quello in cui difese Giovanni Nicotera e altri superstiti della Spedizione di Sapri, davanti alla Gran Corte Speciale di Salerno
Per l’impegno politico manifestato fu controllato dalla polizia borbonica e dopo il domicilio coatto nella sua casa di Vietri sul Mare, fu accusato di essere iscritto alla società segreta “Unione Italiana”, ma riuscì a sfuggire all’arresto e a recarsi a Torino, ove Cavour volle vederlo per avere notizie sul Regno di Napoli. A Torino, Tajani scrisse un Commentario al codice penale sardo in vigore nel Regno, e tale opera fu ufficialmente raccomandata alla magistratura dal ministro della Giustizia Giovanni De Foresta. Aveva partecipato già ai moti liberali del 1848 e dopo aver preso parte alla guerra d’indipendenza del 1859, arruolandosi come soldato nella Brigata Casale dell’XI reggimento di fanteria Cacciatori delle Alpi , ebbe le funzioni di vice Uditore Militare e i gradi di Colonnello, 
Tajani ebbe una vita familiare molto difficile e inizialmente triste. Sposò una prima volta la francese Giuseppina Sevoulle che morì di parto il 4 aprile 1858 dando alla luce la figlia Pina; pure di parto, dopo la nascita del figlio Giovanni, morì la seconda moglie, Fanny, sorella di Giuseppina. La terza e ultima moglie fu Teresina Foresta, originaria di Cutro, con la quale ebbe ben cinque figli: Chiara, Vittorio, Anna, Alberto e Ida.
Dopo l’Unità d’Italia entrò in magistratura. Fu Procuratore Generale del Re presso le Corti di Appello dell’Aquila nel 1865 (prima come reggente e poi titolare), di Ancona l’anno dopo come reggente dal 6 dicembre, di Catanzaro (reggente dal 22 settembre 1866, quindi titolare dal 21 marzo 1867) e Palermo (dal 17 ottobre 1868). Infine fu Consigliere della Corte di cassazione di Napoli (dal 28 aprile 1872). Era Procuratore a Palermo quando, ritenendo che il questore di quella città, Giuseppe Albanese, fosse complice della mafia, ne ordinò l’arresto. Entrato così in aperto conflitto con il prefetto, generale Giacomo Medici, e con il guardasigilli Giovanni De Falco, il 21 ottobrelasciò Palermo e sebbene il 28 aprile 1872 gli fosse stato offerto il posto di consigliere della Cassazione di Napoli, il 6 giugno successivo lasciò la magistratura e tornò alla libera professione. Questa accrebbe ancora di più la sua fama per via di altre clamorose vicende giudiziarie; difese Raffaele Sonzogno nel processo contro Giuseppe Luciani, Francesco Crispi accusato di bigamia (1878), nel 1879 si batté (a la ottenne, per la grazia sovrana all’anarchico lucano Giovanni Passanante attentatore di Umberto I, e si adoperò per annullamento del matrimonio di Garibaldi con la marchesina Giuseppina Raimondi.
Scegliendo di candidarsi con la Sinistra storica, nel 1874 fu eletto deputato nel collegio di Amalfi per la XII legislatura e fu riconfermato nel mandato per sette volte (tre nel collegio di Amalfi e 4 in quello di Salerno). Sedette sempre sui banchi della sinistra e fece una rapida carriera politica. Per due volte fu Vice Presidente della Camera (1876-1880; 1881-1886).
Dei suoi discorsi parlamentari sono rimasti famosi quelli pronunciati nelle tornate dell’11, 12 e 16 giugno 1875 nella discussione sui provvedimenti eccezionali di pubblica sicurezza in Sicilia. In quell’occasione, infatti, Tajani affermò che la mafia aveva trovato vita facile in Sicilia sia perché le corporazioni religiose, che possedevano quasi il terzo di tutta la proprietà fondiaria dell’Isola, proteggevano e sfamavano gli oziosi, sia perché vi era una bolla pontificia che autorizzava i confessori a transigere su qualsiasi delitto mediante un certo compenso secondo una tariffa stabilita; narrò, inoltre, di tante cose viste e di cui aveva le prove ed affermò che anche il nuovo Governo, non diversamente da quello borbonico, non disdegnava di venire a patti con i mafiosi.
I fatti rivelati dell’ex Procuratore Generale suscitarono le ire della Destra e gli applausi della Sinistra. Giovanni Lanza protestò e chiese che la Camera nominasse una Commissione di nove deputati con il mandato di verificare i fatti denunciati e, occorrendo, di procedere contro i responsabili.
I provvedimenti eccezionali vennero approvati ma non applicati. Petruccelli della Gattina disse allora a Tajani: «Aspettatevi di diventare ministro guardasigilli o di essere assassinato». La profezia si verificò per la prima parte. 
Tajani divenne ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti nel terzo (dal 19 dicembre 1878-14 luglio 1879) e nel quinto Gabinetto Depretis (29 giugno 1885-4 aprile 1887). E anche da Guardasigilli, Tajani si rivelò «un Giove Olimpico saturato di fulmini»: epurazione, su vastissima scala, del personale giudiziario (1879); abolizione delle ferie dei magistrati; nuovo ordinamento giudiziario e nuova delimitazione delle circoscrizioni; proibizione di celebrare il matrimonio religioso se prima non fosse stato celebrato quello civile; punizione degli abusi del clero, e così via.

Il 25 ottobre 1896 fu nominato senatore per la 3ª categoria e subito assegnato alla Commissione Permanente d’accusa dell’Alta Corte di Giustizia, dove elaborò il nuovo regolamento giidiziario. Ormai molto anziano frequento poco l’aula del Senato, Il 21 maggio 1915, sebbene molto vecchio e ammalato, si fece tuttavia a Palazzo Madama per votare la legge dei pieni poteri al Governo di Salandra alla vigilia della entrata in guerra.
Si spense alla veneranda età di 93 anni.
In vita ebbe diverse onorificenze. Tra le altre: Ufficiale dell’Ordine dei anti Maurizio e Lazzaro, Cavaliere di Gran Croce decorato Gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia 1879, Cavaliere di Gran Croce decorato Gran cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. (Leonilde Reda e Jole Giugni Lattari) @ ICSAIC 2023 – 1 

Opere

  • Commentario al codice penale sardo per l’avvocato Diego Tajani., Tip. Eredi Botta, Torino 1859;
  • Mafia e potere. Requisitoria, 1871, a cura di Paolo Pezzino, ETS, Pisa 1993; 
  • Discorsi parlamentari 1874-1921, a cura di Maurizio Mesoraca, s.n.t.;
  • L’Italia meridionale. Discorsi pronunciati alla Camera dei Deputati da Diego Tajani… nella seduta dell’11 e 12 giugno 1875, Napoli 1875.

Nota bibliografica

  • Giuseppe Mirabelli, L’inamovibilità della magistratura nel Regno d’Italia, Stab. tip. Cas- sazione, Napoli 1880, passim;
  • Marco Minghetti, I partiti politici e l’ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione, Nicola Zanichelli, Bologna 1881, passim;
  • Domenico Amato, Cenni biografici d’illustri uomini politici e dei più chiari scienziati, letterati ed artisti contemporanei italiani, I, Stab. tip. Partenopeo, Napoli 1875, ad vocem;
  • Telesforo Sarti, Il Parlamento subalpino e nazionale. Profili e cenni biografici di tutti i deputati e senatori eletti e creati dal 1848 al 1890, Tipografia editrice dell’industria,  Terni 1890, ad vocem;
  • Vincenzo Riccio, Diego Tajani. Pagine di storia contemporanea, in «Nuova antologia di lettere, scienze ed arti», Serie 6 v. 213, 1921, pp. 28-41;
  • Vincenzo Riccio, Saggi biografici, Unitas, Milano 1924, ad ind.;
  • Tajani, Diego, in Enciclopedia Italiana, I, Appendice, Roma 1938, ad vocem;
  • Alberto Malatesta, Ministri, deputati, senatori dal 1848 al 1922, III,  EBBI Istituto editoriale italiano B. C. Tosi, Roma 1941, ad vocem;
  • Amedeo Moscati, I ministri del Regno d’Italia, IV, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Napoli 1955, ad vocem;
  • Mario D’Addio, Politica e Magistratura (1848-1876), Giuffrè, Milano 1966, ad ind.;
  • Jole Giugni Lattari, I parlamentari della Calabria. Dal 1861 al 1967, Morara, Roma 1967, pp. 411-412;
  • Diego Tajani. Ritratto di un politico meridionale fra sinistra e trasformismo, in «ll Piacentino», a. CIX, n. 3-4, dicembre 1974;
  • Carlo Quarany, Diego Tajani iniziò sotto i Borboni a combattere la mafia in Calabria, in «Il corriere di Roma», n. 461, 1984, p. 8;
  • Mario Missori, Governi, alte cariche dello Stato, alti magistrati e prefetti del Regno d’Italia, Ministero Beni Att. Culturali, Roma 1989, ad ind.;
  • Giovanni Tajani, Diego Tajani. Patriota insigne giureconsulto, Tip. A. De Petrillo, Napoli 1990;
  • Carlo Guaranè, L’abbraccio di Cutro a Diego Tajani, in «Il corriere di Roma», n. 611, 1992, p. 22;
  • Pietro Saraceno, Le «epurazioni» della magistratura in Italia. Dal Regno di Sardegna alla Repubblica 1848-1951, in «Clio», XXIX, 3, 1993, pp. 505-523;
  • Mario Scarpelli (a cura di), Diego Tajani giureconsulto, statista, oratore, patriota: un grande uomo di Calabria, Tipolitografia di Roberto Reggio, S. Marco Argentano 2001;
  • Cristina Ivaldi (a cura di), I Ministri della Giustizia nel primo trentennio del Regno d’Italia. Da Cassinis a ZanardelliRepertorio biobibliografico, Vecchiarelli, Roma 2010, ad vocem;
  • Elena Gaetana Faraci, Il caso Tajani. Storie di magistrati nell’Italia liberale. Con appendice documentaria, Bonanno, Acireale-Roma 2013;
  • Maurizio Mesoraca, Diego Tajani. Un cambiamento atteso un secolo e i nodi irrisolti dell’Italia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2019; 
  • Antonella Meniconi, Tajani, Diego Antonio, in «Dizionario Biografico degli Italiani», Vol. 94, Roma 2019;
  • Marco Scarponi, Toghe di cristallo. Storia di Diego Tajani, Aracne, Canterano 2020;
  • Archivio storico del Senato, Banca dati multimediale (4 maggio 2020), I senatori d’Italia, II, Senatori dell’Italia liberalesub voce,http://notes9.senato.it/web/senregno.nsf/T_l2?OpenPage.

Zaffino, Francesco

Francesco Zaffino [Anoia (Reggio Calabria), 8 febbraio 1943 – Melbourne (AUS),  8 maggio 2003]

È nato in una angusta casetta della frazione Anoia Superiore, in Via Lorenzo Gallo, da Domenico e Assunta Macrì.  Viaggiando sulla nave Ugolino Vivaldi, la famiglia Zaffino emigrò a Melbourne, dove arrivò il 16 giugno 1951. Qui i due coniugi anoiani iniziarono una nuova vita, fatta di sacrifici enormi, ma anche di soddisfazioni, circondati dai tre figli: Francesco, che aveva solo 8 anni, Michele e Rita. 
Domenico e Assunta Macrì tornarono ad Anoia solo un paio di volte, mentre Francesco, invece, ebbe modo di rientrare più volte in Calabria, grazie anche ai premi-viaggio per la vincita del festival della canzone italiana in Australia. Personaggio conosciutissimo tra gli Italiani d’Australia per le sue spiccate doti musicali, sebbene ignorato in Calabria, infatti, fu più volte vincitore di rassegne canore e del Festival della canzone italiana (Australian Song Festival of Italian songs),
Conobbe e collaborò con numerosi artisti della canzone italiana ed era legato da profonda amicizia con il cantante calabrese Mino Reitano che fu ospite nella sua casa a Melbourne. 
Nel 1964 con Franco Cambareri, Tony Midolo, Sergio Giovannini e Luciano Mangarelli creò il quintetto Jolly, che ottenne grande affermazione di pubblico, partecipando a numerosi tour con Peppino di Capri, Nico Fidenco, Arturo Testa, Isabella Iannetti, e altri. 
Nel 1966 Sergio Giovannini si staccò dal gruppo e formò una sua rock band, Sergio G and the Flippers, e l’esperienza del quintetto si concluse. 
Franco Zaffino, Franco Cammareri e Tony Midolo continuarono insieme con una band che chiamarono il Trio Franco. Zaffino fu il cantautore del gruppo e la musica della band era ricercatissima non solo dagli italiani residenti in Australia, ma anche dai turisti e dai viaggiatori che albergavano nel prestigioso Park Royal dove il trio si esibiva. 
Nel 1967 il Trio vinse il secondo premio al festival Internazionale della Canzone Italiana a Melbourne. 
A rendere ancora più famoso il terzetto contribuì la nascita del Carosello televisivo di Melbourne, sulla scia di quello italiano.
Anche l’esperienza del Trio Franco, però, ebbe fine, ma non la notorietà del cantautore calabrese sempre più popolare per la sua inconfondibile voce melodica. 
Nel 1961 conobbe e sposò Maria Mosca, dalla quale ha avuto due figli, Mimmo e Mario. 
Tra le sue canzoni più celebri e cantate dagli italiani d’Australia, ricordiamo: Ogni giorno t’amo di più, Sei tu, La solitudine, Ricordo dell’emigrante, Vagabondo innamorato, Voglio ritornare a casa mia, Mi piaci così, Una ragazza come lei, L’oscurità, ecc.
Dopo la sua morte, avvenuta a Melbourne quando aveva 60 anni, la moglie ha fatto incidere un CD, Loving Memory of Francesco Zaffino. The Hits, che raccoglie una parte dei suoi successi.
Con la scomparsa del cantautore italiano, sparisce anche una parte della memoria storica della nostra terra, quella del riscatto sociale di un popolo che ha fruttificato in terra straniera dando lustro alla Calabria onesta, laboriosa e umile. Il quotidiano italiano Il Globo di Melbourne, nel comunicare la dipartita di Francesco Zaffino l’omaggia con parole di rimpianto e riconoscenza: «Unico padre della musica leggera italo-australiana. Il musicista compositore lascia a tutti noi ricordi musicali bellissimi. Con l’anima e brio lo ricorderemo per la sua simpatia, bravura e dolcezza, che firmano il suo carattere indimenticabile». 
Il suo corpo riposa nel cimitero di Fawkner Memorial Park di Melbourne, ma il suo spirito, ne siamo certi, aleggia anche sulla Calabria che tanto amava, e sul suo indimenticabile paesino di Anoia che nel lontano 1943 gli diede i natali. (Giovanni Mobilia) @ ICSAIC 2022 – 11

Nota bibliografica

  • John Whiteoak, Family, friendship and a magic carpet: the music of Franco Cambareri, in «Italian Historical Society Journal», Vol. 16, No. 1, Janary-June 2007;
  • Giovanni Mobilia, Ricordando Francesco ZaffinoIl padre della musica leggera italo-australiana, In «L’Alba della Piana», dicembre 2014, p. 26.

Spadei, Carlo 

Carlo Spadei [Montauro (Catanzaro), 14 settembre 1836 – Roma 29 giugno 1921] 

Sacerdote, educatore, poeta e rettore, appartenente a una nobile famiglia, Carlo Spadei nacque da Pantaleone, capitano dei militi a cavallo sotto Gioacchino Murat, all’epoca Sindaco del Comune di Montauro, e da Maria Bisceglia, discendente da un’agiata famiglia napoletana. 
Fu battezzato presso la locale Parrocchia di S. Pantaleone il 15 settembre 1836, e gli vennero imposti i nomi di Carlo Raffaele Maria Tommaso. Madrina la sorella D. Elisabetta Spadei.
Compì i primi studi presso il Convitto Nazionale “P. Galluppi” di Catanzaro, dove, poi fu anche docente e rettore, ed ebbe come compagni o alunni, molti giovani, che illustrarono l’Italia con l’ingegno e la virtù, quali gli on.li Bernardino Grimaldi, Bruno Chimirri e Baldassarre Squitti, il sen. Antonio Cefaly, il prof. Felice Tocco, il gen. De Cumis e tanti altri, che si distinsero nella magistratura, nella scuola e nell’esercito.
Per realizzare la sua vocazione religiosa, nel 1852 entrò nel Seminario Vescovile di Squillace e il 27 marzo dello stesso anno ricevette la prima tonsura.
Il 12 marzo dell’anno successivo fu ordinato all’Ostiariato, mentre l’1 aprile 1854 ricevette l’ordinazione al Lettorato, per giungere, il 24 marzo 1860, alla promozione al Presbiterato.
Nel 1862, aderendo all’iniziativa del sac. Carlo Passaglia per una raccolta firme, fu uno dei circa 9.000 sacerdoti italiani cattolici liberali di idee antitemporaliste che sottoscrissero la petizione al Papa Pio IX con la quale si chiedeva la rinuncia spontanea al potere temporale per agevolare l’unità d’Italia.  
A circa ventisette anni intraprese l’ardua carriera di educatore dei giovani, iniziando dal più basso gradino, con qualifica di Istitutore. Dal 27 novembre 1863, infatti, risulta esercitare l’incarico di Istitutore supplente di II classe presso il Convitto Nazionale “P. Galluppi” di Catanzaro. Sotto il rettorato di Nicola Stranieri, svolse il ruolo di Prefetto supplente negli anni scolastici dal 1865 al 1868 ed ebbe anche l’incarico di Prefetto di Compagnia e quello di Economo.
Ben presto ottenne la promozione a professore di Scuole Secondarie e nel 1882 insegnò presso il Convitto Nazionale di Reggio Calabria, dove nel settembre 1885 ricoprì l’incarico di Direttore Spirituale.
Nel volgere di pochi anni, per le sue spiccate competenze e capacità didattiche e organizzative, giunse all’apice della carriera dirigenziale scolastica, occupando il ruolo di rettore del Convitto Nazionale “G. Bruno” di Maddaloni, che lodevolmente svolse per oltre un quinquennio: dal 6 novembre 1885 al 31 gennaio 1891.
Oltre all’impegno per il miglioramento della gestione dell’Istituto e delle attività formative dei convittori, gli eventi più significativi di cui fu protagonista e che di lui hanno lasciato segni indelebili nel Convitto maddalonese, tali da poterli ammirare ancora oggi, sono almeno tre: l’apposizione della lapide commemorativa del filosofo calabrese Francesco Fiorentino, già professore di filosofia in quel Liceo, l’inaugurazione del monumento a Giordano Bruno, cui è intitolato il Convitto e la creazione di un grande quadro con le foto ricordo degli alunni, professori e rettore, datato «1° luglio 1889».
Nel periodo maddalonese ebbe diversi riconoscimenti onorifici dell’Ordine della Corona d’Italia da parte del Re: la nomina a Cavaliere nel 1887 e quella a Uffiziale in gennaio 1891. 
Da rettore non ebbe, purtroppo, la fortuna di vedere la tanto agognata realizzazione dell’ampliamento del Convitto “G. Bruno”, compiuta solo nel 1906, per la quale aveva sostenuto una parte attiva molto importante.
Dall’1 febbraio 1891 al 31 gennaio 1898 svolse il ruolo di rettore del Convitto Nazionale “D. Cirillo” di Bari.
Anche a Bari profuse il suo impegno nel miglioramento delle condizioni e delle opportunità di studio dei giovani per aver intuito e istituito, col consenso ministeriale, l’opportunità di estensione dell’offerta formativa agli alunni esterni a pagamento per la frequenza delle scuole elementari interne, rivelatasi anticipatrice della successiva norma legislativa dei semi-convittori introdotta dal Ministero della P. I. col Regolamento per i Convitti del 18 dicembre 1898.
Nunzio Cantarano, riferisce che: «All’entrata del Rettore Spadei il Convitto riguadagnò la fiducia delle famiglie ed ebbe vita florida per più anni, fino a raggiungere il numero di oltre 150 convittori».
Agli inizi del periodo barese, verosimilmente nel 1891 o 1892, pubblicò in Maddaloni, il volume di poesie: Versi, attualmente irreperibile, ma che ha avuto, a suo tempo, una lusinghiera recensione scritta dal prof. Ernesto Passamonti nella «Rivista Italiana di Filosofia» (a. VII, vol. II, lug.-ago. 1892, p. 389).
A questo periodo dovrebbe risalire la pubblicazione dei versi dell’Inno trionfale al Re, con musica del violinista Luigi Albanese, per coro e banda o pianoforte.
Nel 1896 pubblicò Il genetliaco del re Umberto: Scherzo poetico, una graziosa commedia in versi, scritta per i suoi convittori e recitata dagli alunni per festeggiare un compleanno del Re Umberto I.
Lo stesso anno diede alle stampe una delle sue opere più importanti: Pensieri Aurei dedicati alla gioventù, in cui sono raccolte 1.093 massime su vari argomenti, tratte da autori dell’antichità classica greco-romana e del mondo moderno e contemporaneo, di varia nazionalità, professione e fede. L’opera non ha scopo di erudizione, ma un fine prettamente educativo e morale. Il volume riscosse vasti consensi e recensioni su ben 16 giornali qualificati dell’epoca, enucleati, poi, in una pubblicazione dal titolo: Pensieri aurei: giudizi della stampa.
Dall’1 febbraio 1898 al 19 ottobre 1903 fu rettore del Convitto Nazionale “Vittorio Emanuele II” di Roma. Anche qui si mostrò attento ai bisogni formativi e al profitto scolastico degli alunni e in particolare al sostegno didattico dei convittori necessitanti di lezioni di ripetizione. Introdusse anche delle innovazioni nel campo delle discipline scolastiche, ad esempio: la formazione di una fanfara e l’insegnamento facoltativo della musica. Ha svolto un ruolo importante per essersi prodigato nella non facile e travagliata ricerca di una nuova sede per il Convitto, rendendosi necessario abbandonare quella di Piazza Nicosia per la ristrettezza, insalubrità e poca sicurezza statica del fabbricato.
Infatti, fu il primo traghettatore del Convitto dalla vecchia sede storica del Clementino di Piazza Nicosia a quella nuova e provvisoria, nel palazzo del Collegio Irlandese di Via Piemonte, che venne ufficialmente inaugurata l’1 novembre 1902, in previsione che si realizzasse un nuovo edificio per una prestigiosa sede definitiva, da lui tanto desiderata.  La nascita della definitiva sede odierna del Convitto, ebbe, purtroppo, un lungo e tormentato iter, parzialmente seguìto da lui stesso, che si concluse con l’inaugurazione l’11 novembre 1935.
Con Decreto del Ministro della P. I. del 20 ottobre 1903 fu nominato rettore del Convitto Nazionale “P. Galluppi” di Catanzaro, rimanendo in tale carica fino al 3 agosto 1904, data del suo pensionamento.
Almeno dal 1910 risulta essersi ritirato a Roma, dove pubblicò il volume In solitudine, dedicato a Giacomo Leopardi e contenente 177 poesie tradotte in italiano da vari autori stranieri.
Si può dire, quindi, che è stato un precursore della globalizzazione della cultura.
Nella serena tranquillità durante il suo ritiro romano, si dedicò allo studio delle letterature straniere e alla creazione di poesie in italiano ispirandosi e traducendo versi di poeti stranieri in artistica sintonia con essi. 
Nel 1912 pubblicò sempre a Roma la poesia: A Leopardi. Risale ad aprile del 1914, poi, la pubblicazione, ancora nella capitale, del volume Rabindranath Tagore – Liriche – Saggio di versioni di Carlo Spadei, contenente, in maggior parte, delle versioni in italiano di poesie dell’indiano Tagore. Il volume raccoglie 16 liriche tratte da Gitañjali, collezione di poemi religiosi di Tagore, altre 14 tratte dalla raccolta The Gardenerdello stesso poeta indiano; seguono 21 versioni di poesie di vari autori stranieri, tra cui Goethe, Keats, Byron, Hood, Carmen Sylva; e infine 9 poesie dello stesso Spadei.
Morì a Roma alla veneranda età di 84 anni. (Giuseppe Zangari) © ICSAIC 2022-11

Opere

Edite

  • Satana: innoTipografia dello Statuto, Palermo 1883;
  • Inno trionfale al Re, per coro e banda o pianoforte, versi del Cav. Carlo Spadei, musica del violinista Luigi Albanese, s. d.  (tra 1891-1896);
  • Se non torni? Canzonetta [per canto e pianoforte]: op. 37 / versi di Carlo Spadei… musica di Luigi Albanese, Napoli [1893];
  • Pensieri aurei dedicati alla gioventù, Tip. V. Vecchi Edit., Trani 1896;
  • Pensieri aurei: giudizi della stampa, Bari 1896;
  • Il genetliaco del re Umberto: Scherzo poetico, tipi di V. Vecchi, Trani 1896; 
  • Agli ufficiali ed alunni del Convitto Nazionale V. E. II in Roma, Tip. forense, Roma, 1903; 
  • In solitudine. Voci ed echi, Tip. dell’Unione, Roma 1910;
  • Rabindranath Tagore. Liriche. Saggio di versioni di Carlo Spadei, s.n., Roma 1914.

 Perse

  • Versi, Maddaloni s. d. (ma 1891-1892).

Nota bibliografica

  • Angelo De Gubernatis, Dictionnaire international des écrivains du monde latin, Chez l’Auteur, Roma-Firenze 1905, p. 1356, a.v.;
  • Antonio Pagliaro, Don Carlo Spadei Rettore del Regio Convitto Nazionale “G. Bruno” di Maddaloni (dal 6 novembre 1885 al 2 febbraio 1891), Maddaloni, 20 marso 2017, https://sites.google.com/view/toninopagliaro/storia; 
  • Antonio Pagliaro, Guida del Convitto Nazionale Statale “Giordano Bruno” (ex Convento di S. Francesco d’Assisi) Maddaloni (CE) di Antonio Pagliaro, Maddaloni, 2015, pp. 14, 16, https://issuu.com/tonino00/docs/guidaconvitto;
  • Giuseppe Zangari, D. Carlo Spadei. Sacerdote, educatore, poeta, rettore, Grafiche Falcone, Squillace 2022.

Perna, Amedeo

Amedeo Perna [Mormanno (Cosenza), 22 (o 24) ottobre 1875 – Carlino (Udine), 14 ottobre 1948]

Nacque da Vincenzo e da Lucia Cantisani. Dopo aver compiuti i primi studi nel Ginnasio di Castrovillari, si recò nel 1892 al Liceo di Cosenza. Per il primo e il secondo corso fu dispensato da tutti gli esami e per questo, secondo le norme in vigore in quel tempo, poté presentarsi agli esami di licenza liceale dopo il secondo anno di Liceo. Fu promosso a luglio al primo scrutinio col massimo dei voti e dalla Provincia gli fu conferita la borsa di studio del legato Pezzullo. Nel 1894 passò a studiare medicina all’Università di Roma, laureandosi nel luglio del 1900. Nel novembre si traferì a Firenze per compiervi il servizio militare nella Scuola di Sanità. Agli esami di nomina a Ufficiale Medico risultò tra i primi su 200 allievi e perciò poté essere destinato a Roma all’Ospedale del Celio, dove fu Direttore del gabinetto odontoiatrico fino al 1914. Nel 1905 passò tre mesi a Parigi per frequentarvi quella Scuola di Odontoiatria. Nel 1906 apri a Roma uno studio odontoiatrico privato, che prese un notevole sviluppo. Si segnaò nel portare soccorso alle popolazioni colpite dal terremoto del 28 dicembre 1908 che colpì Reggio Calabria e Messina e per il suo impegno fu decorato con medaglia d’argento.
Nel 1910 fece un viaggio negli Stati Uniti d’America per studiarvi l’organizzazione delle scuole dentarie. Tale organizzazione studiò pure a Ginevra nel 1911, dove fu in relazione con i professori Bardet, Julliard, Wartman, Metral e Pernod. Durante la guerra del 1915-1918 impiantò due ospedali per stomatolosi, assumendone la direzione. Nel 1917, mentre era Direttore dell’Ospedale di Treviso, fu insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Legion d’Onore da parte del Presidente della Repubblica Francese. Ebbe due promozioni per meriti di guerra. Dopo Caporetto fu chiamato a Roma per organizzare e dirigere il grande centro stomaiotrico regionale, che diresse dal gennaio del 1918 al giugno del 1919. Chiuso dopo la guerra, ne apri uno a sue spese a Napoli nello stesso 1919 e per questo consegui una seconda libera docenza in Stomatologia in quella Università, dopo quella in Odontoiatria e protesi dentaria già ottenuta per titoli a Roma nel 1913. 
Nel 1924 ebbe l’incarico dell’insegnamento ufficiale di odontoiatria all’Università di Bari, dove diresse pure l’ambulatorio di quella scuola odontoiatrica. Nel 1917 al concorso indetto dall’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna ottenne la targa d’oro e il diploma d’onore. Nel 1923 fu nominato dal Ministero delle Finanze e della Guerra componente della Commissione Medica Superiore, quale consulente della traumatologia della bocca. Dal 12 marzo 1929 fu Professore ordinario di Istituzioni di odontoiatria alla Università di Roma, in seguito assegnato alla Cattedra di Clinica Odontoiatrica.
Nel 1934 fu inaugurato a Roma il grandioso e moderno Istituto Superiore «Giorgio Eastman» di odontoiatria e ne divenne il primo direttore. Nell’agosto dello stesso anno il Congresso stomatologico italiano, promosso dalla Federazione Stomatolica ltaliana di cui era a capo il suo concittadino e amico Pasquale Lippo dell’Università di Napoli, gli decretò una medaglia d’oro per l’opera tenace, continua e coraggiosa da lui svolta per l’elevazione della cultura stomatolica, per la propaganda della profilassi e dell’igiene dentaria a favore del miglioramento sociale e per la difesa degli interessi morali e materiali della categoria.
Maggiore Medico in A.R.Q. in servizio permanente (nel marzo del 1932 fu promosso Generale Medico) e deputato al Parlamento per tre legislature, la XXVII, la XXVIII, la XXIX, candidato per volere di Michele Bianchi nel 1924 nel Collegio Calabria e Basilicata, nel 1929 e nel 1934 nel Collegio unico nazionale, il 20 ottobre 1939 fu nominato senatore, facendo parte della commissione legislativa degli Affari interni e della Giustizia.
Sposato con Ottorina Invernizzi, ebbe due figli, Ernesto e Maria.
Accademico ordinario dell’Accademia medica di Roma (dicembre 1929), nel 1937 fu eletto Presidente dell’Accademia Cosentina, nel 1941 membro onorario dell’Istituto giapponese di stomatologia, ottenendo che due sue opere fossero tradotte in giapponese. Ebbe diverse onorificenze, civili e militari. Le prime: Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia (16 luglio 1916); Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (24 luglio 1919); Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia (10 marzo 1921); Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia (22 dicembre 1921); Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia (15 novembre 1936); Gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia (24 novembre 1938); quelle milutari: Medaglia commemorativa della guerra 1915-1918; Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia; Medaglia interalleata della Vittoria; Medaglia di bronzo al merito di lungo comando di reparto; Croce al merito di guerra.
La seconda guerra mondiale, con il tracollo del Fascismo, ha portato con sé anche la sua caduta da quel fastigio cui era pervenuto con un’ascensione mai interrotta. Fu dichiarato decaduto dalla carica di senatore il 20 dicembre 1944 con ordinanza dell’Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il Fascismo (sulla base di una biografia di p. Francesco Russo) @ ICSAIC 2022 – 11

Opere monografiche

  • Sviluppo e anomalie dei denti, Tip. Fratelli Pallotta, Roma 1912, pp. 189;
  • Sullo sviluppo della bocca, Tip. Fratelli Pallotta, Roma 1913, pp. 88;
  • Sulle alterazioni del ganglo di Gasser in seguito all’ estrazione dei denti. Con la biografia del soggetto, Tip. dei Fratelli Pallotta, Roma 1912. pp. 67 (Estr. da «Ricerche fatte nel Laboratorio di anatomia normale della R. Università di Roma a. XVII f. I).
  • Piorrea alveolare, Casa Editrice Italiana, Roma 1913, pp. 88;
  • Protesi della mandibola. Con la biografia del soggetto, Casa Editrice Italiana Roma 1913, pp. 88 (Estr. da Odonto-stomatologia» a. XII, n. 5, 6 e 7).
  • Disodontosiasi del 3° multicuspidato inferiore (dente della saggezza, Casa Editrice Italiana, Roma 1913, pp. 58 (Estr. da «Giornale di Medicina militare» IV, 61 s).
  • Osservazioni sullo smalto e sulla dentina. Ricerche fatte nel Laboratorio di anatomia normale della R. Università di Roma e in altri laboratori biologici, Casa Editrice Italiana, Roma 1913. pp. 74;
  • Frattura delle ossa mascellari (considerate specialmente in relazione alle armi da fuoco), Tipografia della Camera dei Deputati di C. Colombo, Roma 1919, pp. 468;
  • Batterioemie di origine boccale in rapporto ai presunti gravi danni che la odontoiatria conservativa e la protesi dentaria arrecano allo stato generale dell’organismo, s.n., Roma 1922;
  • La riforma odontoiatrica, s.n., Roma 1924;
  • Contributo alla patogenesi delle cistonogene paradentarie, s.n., Roma 1925.
  • L’Assistenza odontoiatrica in Italia. Quanto si è fatto e quanto resta da fare, Tipografia della Camera dei Deputati del C. Colombo, Roma 1937, pp. 155;
  • Trattato pratico di odontoiatria per medici e studenti, A. Morano Edit., Napoli 1938, pp. XVIII-470.

Nota bibliografica 

  • Scritti in onore del Senatore Prof. On. Amedeo Perna in occasione del VI lustro del suo insegnamento, a cura dei suoi allievi, Roma 1939;
  • Angelo Fortunato Formiggini, Chi è? Dizionario degli Italiani d’oggi, Roma 1936, p. 710; Roma 1940, p. 730; Roma 1948, p. 703;
  • Jole Lattari Giugni, I parlamentari della Calabria: dal 1861 al 1967, Morara, Roma 1967,pp. 414-415;
  • p. Francesco Russo M.S.C., Gli scrittori di Castrovillari, II ed., Edizioni Prometeo, Castrovillari 1991, pp. 116-120;
  • Vittorio Cappelli, Emigranti, moschetti e podestà: pagine di storia sociale e politica nell’area del Pollino (1880-1943), Il Coscile, Castrovillari 1995, pp. 203-204.

Morabito, Giuseppe

Giuseppe Morabito [Reggio Calabria, 5 giugno 1858 – Mileto (Vibo Valentia), 3 dicembre 1923]

Nato ad Archi di Reggio Calabria da Cosimo e Maria Romeo, ad appena dodici anni, nel 1870, entrò nel seminario di Reggio. Fu suddiacono il 20 dicembre 1879, diacono il 18 dicembre 1880, sacerdote l’11 giugno 1883. Frequentò l’Università Gregoriana a Roma negli anni 1882-1883, e vi consegui la laurea in teologia, poi fu chiamato a insegnare materie letterarie e scientifiche nel seminario reggino. Il cardinale Gennaro Maria Portanova, arcivescovo di Reggio, nel 1896 lo volle segretario generale del I Congresso Cattolico delle Calabrie. Due anni dopo, papa Leone XIII. Con bolla del 15 dicembre 1898di Papa Leone XIII, fu nominato vescovo di Mileto (il 56° della diocesi) al posto di mons. Antonio Maria De Lorenzo che proveniva, come lui, dall’archidiocesi di Reggio Calabria e del quale era stato allievo.
Fu consacrato nella Cattedrale di Reggio dal cardinale Portanova l’8 gennaio 1899. Il regio-exequatur alla bolla pontificia fu concesso con data Monza 11 luglio, e il 14 settembre arrivò in diocesi, la più vasta della Calabria. La prima sua bolla è del 1° ottobre 1899.
Sulla scia dei suoi predecessori, si diede subito a un intenso lavoro in tutti i settori della vita diocesana. A cominciare dal seminario. A questo dedicò le sue prime e principali attenzioni. Curò la sua ricostruzione. Attuò un moderno completo ordinamento scolastico dalle elementari ai corsi teologici, finché, nel 1912 il seminario venne ridotto alle sole classi elementari e ginnasiali, dopo l’apertura del seminario regionale filosofico e teologico Pio X di Catanzaro.
Chiamò una schiera di valorosi professori. Inaugurò un corso di conferenze culturali. fondò il giornale Il Normanno e impiantò una tipografia vescovile a Mileto, poi trasferita a Polistena.
Altro campo della sua attività fu la cura pastorale del clero e della diocesi. Sappiamo che fece delle visite pastorali, ma gli atti sono ancora dispersi. Anche lui aveva cominciato a servirsi di idonei sacerdoti diocesani per missioni preparatorie delle visite e, con bolla del 15 settembre 1907, eresse una Pia Unione dei sacerdoti missionari diocesani del S. Cuore Eucaristico di Gesù con propria regola da lui approvata. Per il clero promosse corsi periodici regolari di Esercizi Spirituali, acquistando tutta l’attrezzatura per l’ospitalità dei sacerdoti in seminario. Dal suo clero uscirono i vescovi Galati, Taccone Gallucci e Occhiuto.
Ma l’8 settembre 1905 e poi il 28 dicembre 1908 terribili terremoti sconvolsero tutta la diocesi, insieme a gran parte della Calabria.La cattedrale, l’episcopio, il seminario e gli uffici diocesani erano rase al suolo come tanti paese. Inviò un telegramma al Pontefice Pio X per informarlo dell’immane disastro: «Piangendo partecipo a Vostra Santità distruzione Mileto per orrendo terremoto. Cattedrale episcopio seminario chiese sconquassate: parecchi paesi distrutti: numerose vittime. Ci conforti Padre Santo con sua benedizione. Giuseppe Vescovo»
Monsignor Morabito fu subito luoghi dei disastri. Poi sulle vie d’Italia per sollecitare soccorsi, che i suoi sacerdoti e chierici amministravano e distribuivano, prevenendo gli stessi interventi dello Stato.
Gli orfani superstiti venivano indirizzati nelle varie regioni d’Italia. Intuendo i pericoli di questa operazione. Era un problema che lo angosciava, perr cui lanciò il grido: «Gli orfani calabresi alla Calabria».
Per loro fondò un giornale Gemiti di madri, asili infantili a Mileto e a Palmi, l’orfanotrofio maschile e femminile «S. Giuseppe» a Polistena, insieme a un ospizio per vecchi a Mileto e un ospedale-sanatorio antimalarico a Nao di Ionadi. Altra opera del vescovo Morabito fu l’Osservatorio Sismico-Meteorologico di Mileto, fornito dei più moderni apparecchi esistenti a quel tempo.
Il suo ventennale episcopato, fu segnato da altri eventi tragici: una epidemia di colera nel 1910 ela tragedia della Grande Guerra del 1915-198 che portò tanti lutti.
Uomo di profonda cultura umanistica, fu anche un poeta e scrittore che «sapeva cogliere sentimenti e voci della natura e dell’anima». Pubblicò alcuni volumi di versi e prose scritte con «stile imaginoso»: novelle e racconti che si accostano al poetico. come scrisse La Civiltà cattolica.
Tanta attività lo distolse però dalla iniziale intensa cura della diocesi, e minò la sua salute, già intaccata dal diabete, per cui nel 1919 giunse in diocesi il vescovo Paolo Albera come amministratore apostolico “sede plena”,
II 4 luglio 1922 mons. Morabito rinunciò all’ufficio «a causa della mia cecità e di altri non lievi inconvenienti», e da papa Pio XI funominato arcivescovo titolare di Cizico. Visse l’ultimo periodo della sua vita in assoluta povertà e in solitudine, accudito dal nipote Peppino e da poche altre persone, i canonici Clemente Silipo, Giacomo Mancuso, e Antonio Albanese. Si spenseall’età di 65 anni e fu sepolto nella cattedrale.
Nel ricordo dei miletesi, anzi dei calabresi e degli italiani, è rimasto il «vescovo buono», l’«apostolo della Calabria», il «vescovo dei terremoti», il «padre degli orfani». (sulla base di una biografia di Vincenzo Francesco Luzzi integrata dalla redazione) © ICSAIC 2022 – 11 

Opere

  • Conforti e Speranze. Prose e Versi, scene calabre, da un libro di memorie, sursum corda, F. Morello, Reggio Calabria 1889;
  • I sette sabati di N. S. della Consolazione, Morello, Reggio Calabria 1893;
  • Il libro pei soldati, Morello, Reggio Calabria 1895;
  • Dal convento di S. Domenico in San Giorgio Morgeto, Morello, Reggio Calabria 1900;
  • Orazione funebre pel barone Filippo Taccone-Gallucci letta nella chiesa cattedrale di Mileto il 2 gennaio 1905, Morello, Reggio Calabria 1905;
  • Ai Vulcani d’Italia. Carmi, Ufficio della Rassegna nazionale, Firenze 1906 (già pubblicato in «Rassegna nazionale», fasc. 1, feb. 1906).
  • Note d’igiene in Calabria, Tip. Vescovile A. Laruffa, Mileto 1908;
  • Nel primo anniversario del terremoto del 28 dicembre 1908, Tip. Vescovile A. Laruffa, Mileto 1910.

Nota archivistica

  • Archivio Storico Diocesano Mileto, Carte Morabito, fasc 19 (BX15).
  • Archivio Storico Diocesano Reggio Calabria-Bova, Fondo Giuseppe Morabito

Nota bibliografica

  • La Civiltà Cattolica, Serie XIV, vol. IV. fasc. 943, 5, 27 settembre 1889;
  • Secol si rinnova. Per la Consacrazione del Can Giuseppe Morabito a vescovo di Mileto. Gennaio 1899, Tip. Lit. D. D’Angelo, Reggio Calabria 1899;
  • Peppino Morabito, Mons. Giuseppe Morabito: note biografiche con ritratti e facsimili, Stab. Tip. degli orfanelli, Polistena 1924, pp. 80;
  • In memoria di Mons. Giuseppe Morabito, già vescovo di Mileto, arcivescovo titolare di Cizico, tip. degli Orfanelli, Polistena 1924;
  • Le carte di mons. Giuseppe Morabito, Tip. F.A.T.A, Catanzaro 1975, pp. 14; Estratto da «Calabria letteraria», 22, n. 4-5-6, 1975;
  • Vincenzo Francesco Luzzi, I vescovi di Mileto, Pro Loco, Mileto 1989, pp. 295-296;
  • Ramondino Filippo, Giuseppe Morabito vescovo di Mileto tra pastorale organica e problematiche della storia, Ed. Apoikia-Adhoc, Vibo Valentia 2011;
  • Alfredo Focà, Mons. Giuseppe Morabito, Vescovo di Mileto, Angelo d­ei Terremoti, Padre degli Orfani e Apostolo della Calabria­, in «Rivista storca calabrese», n.s. XL, n. 1-2, 2019, pp. 95-126
  • Vincenzo Guerrisi, Monografia da Altanum a Polistena, territorio degli Itali-Morgeti, Booksprint, Romagnano al Monte (SA) 2021, p. 211;

Mazziotti, Alighieri

Alighieri Mazziotti [San Demetrio Corone (Cosenza), 9 giugno 1949 – Bologna, 17 ottobre 2001]

Primogenito di Innocenzo (Croce al Merito di Guerra e preside nella Scuola Media di San Demetrio Corone) e di Cristina Baffa (docente di Educazione fisica). Dopo di lui sono nati i fratelli Adriano e Attilio. Le origini della sua famiglia, distintasi nella lotta antiborbonica e in alcune battaglie combattute per l’Unità d’Italia, risalgono alla fine del Settecento.
Dopo aver conseguito la maturità, con il massimo dei voti, nello storico Liceo Classico del suo paese, si iscrisse alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna, dove si laureò con lode e la “dignità di stampa” discutendo una tesi sperimentale sui criteri, all’epoca innovativi, del trattamento chirurgico dell’insufficienza epatica acuta. 
Sposatosi con una compaesana, Marisa Bloise, ha avuto un figlio, Marco.
La sua formazione professionale iniziò con il prof. Leonardo Possati, allora alla guida della Scuola chirurgica bolognese, e prosegui successivamente con i suoi “eredi”, il prof. Giuseppe Gozzetti e il prof. Antonino Cavallari, quest’ultimo calabrese di Nicotera.
Specializzatosi in Chirurgia vascolare nel 1976 e in Chirurgia generale nel 1979 con lode, si dedicò all’approfondimento delle tecniche chirurgiche sul fegato, soggiornando presso  l’Università di Lione che porta il nome del fondatore della medicina sperimentale, Claude Bernard.
Nel triennio 1976-1979 gli venne assegnata una borsa di studio del CNR per un progetto di ricerca sulla rigenerazione del fegato.
Nel 1980 divenne assistente universitario all’Alma Mater di Bologna e, nel 1983, a soli 34 anni, risultò idoneo al concorso per professore associato, diventando titolare della cattedra di Fisiopatologia Chirurgica.
Ancora molto giovane, con Antonino Cavallari e Roberto Bellusci, si dedicò in particolare alla sperimentazione del trapianto di fegato.
La svolta più importante della sua attività professionale, tuttavia, si registrò nel 1994 a Pittsburg (USA), dove fu accolto dal prof. Tomas Starzl, direttore dell’Organ Transplantation Foundation del Presbiterian Hospital. 
Grazie alla proficua esperienza americana, acquisì innovative tecniche chirurgiche sulle patologie del fegato che, una volta tornato a Bologna, gli consentirono di assumere un ruolo determinante nell’organizzazione e nello sviluppo del Centro trapianti di fegato del Policlinico Sant’Orsola-Malpighi, riuscendo così ad avviare con il prof. Gozzetti una brillante e lunga serie di trapianti epatici.
Nel 1998 fu chiamato dalla facoltà felsinea a ricoprire la cattedra di Patologia speciale chirurgica nel corso di laurea in Odontoiatria. 
Successivamente divenne professore associato nella Seconda Clinica Chirurgica della stessa Università, e nel novembre 1999 venne nominato direttore dell’Unità Operativa di Chirurgia Generale del Policlinico Sant’Orsola, incarico che ricoprì fino alla sua scomparsa.
Alighieri Mazziotti fu considerato il collante del gruppo originario dei chirurghi che si era formato a Bologna in ambito trapiantologico e ritenuto uno dei più affermati chirurghi epato-biliari in ambito europeo. Fu autore e co-autore di trattati scientifici, scritti o curati assieme ad altri colleghi, e di 132 pubblicazioni scientifiche che secondo il sito specializzato “researchgate.net” hanno avuto ben 2232 citazioni.
Le sue più importanti acquisizioni di patologia e di tecnica operatoria epato-biliare, sono state descritte nel trattato Techniques in Liver Surgery, realizzato in collaborazione con il prof. Cavallari, anche lui ordinario di Chirurgia presso l’Ateneo bolognese.
Diversi furono i riconoscimenti per la sua attività di chirurgo e di docente. 
Il 2 giugno 1996, su proposta del presidente del Consiglio dei ministri Lamberto Dini, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro lo nominò Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica.
Venne a mancare per un male incurabile a soli 52 anni, quando era nel pieno della sua maturità professionale che gli avrebbe consentito, di sicuro, di continuare a salvare tante vite e di alleviare le sofferenze dei suoi pazienti, molti dei quali venivano visitati nel periodo estivo nelle stanze della sua antica abitazione natia, adibite a piccoli ambulatori chirurgici.
La sua morte è stata una grave perdita per la famiglia, per i suoi colleghi, per il mondo scientifico ma, soprattutto, per i pazienti.
Diverse sono state le iniziative per ricordare il chirurgo calabrese partito da un piccolo paese albanofono della provincia cosentina. 
Tra le varie iniziative, vanno annoverati diversi seminari organizzati nel corso degli anni a Cosenza dal prof. Bruno Nardo, suo assistente dai tempi del Sant’Orsola e attuale Direttore della Uoc di Chirurgia generale dell’ospedale regionale dell’Annunziata di Cosenza, comprendenti anche uno speciale premio alla memoria del Mazziotti destinato al vincitore del migliore lavoro nell’ambito della chirurgia epatica.
Nella ricorrenza del decennale della sua scomparsa, i colleghi bolognesi ricordarono la sua figura dedicandogli un Memorial; e nella occasione un premio a suo nome fu istituito dai suoi fratelli e da loro consegnato al dott. Giorgio Ercolani, allievo del fratello e chirurgo al Policlinico Sant’ Orsola-Malpighi di Bologna, quale autore del miglior videoforum di chirurgia epato-biliare. 
Una lodevole menzione del Mazziotti è contenuta nella pubblicazione L’Ospedale dell’Annunziata e i grandi medici calabresi, curata dal chirurgo prof. Antonio Petrassi, che lo descrisse come il «bravissimo chirurgo calabrese di San Demetrio Corone». Del  prof. Mazziotti in più occasioni si è occupata la stampa calabrese attraverso le seguenti testate: Confronti, Gazzetta del Sud, La Provincia Cosentina, Il Quotidiano del Sud, Katundy Ynë. (Francesca Raimondi) @ ICSAIC 2022 – 11 

Opere essenziali

  • Ecografia intraoperatoria in chirurgia epato-biliare e pancreatica, con Giuseppe Gozzetti e Luigi Bolondi, Masson, Milano 1986;
  • La chirurgia degli epatocarcinomi su cirrosicon Giuseppe Gozzetti e Antonino Cavallari, Masson, Milano 1987;
  • 2nd World congress International hepato-pancreato-biliary association, Bologna (Italy), June 2-6 1996, con Antonino Cavallari e Alfonso Principe (eds), Monduzzi, Bologna 1996;
  • Techniques in liver surgery, con Antonino Cavallari, Greenwich Medical Media, London 1997;
  • Modelli sperimentali nel trapianto di fegato, con Giuseppe Gruttadauria, Medical Books, Palermo 1998.

Nota bibliografica

  • Antonio Petrassi, L’ospedale dell’Annunziata e i grandi medici calabresi, Editoriale Bios, Castrolibero (Cosenza) 2005;
  • La chirurgia calabrese ricorda il prof. Alighieri Mazziotti, in «Confronti», n. 2, febbraio 2009.

Gullo, Fausto

Fausto Gullo [Catanzaro, 16 giugno 1887 – Spezzano Piccolo (Cosenza), 3 settembre 1974]

Statista e figura chiave nella lotta contro il latifondo, convinto sostenitore della riforma agraria, è nato da Luigi e Clotilde Ranieri, una famiglia cosentina che si era trasferita momentaneamente a Catanzaro per ragioni di lavoro del capofamiglia ingegnere. Rimasto orfano, da Catanzaro si trasferì a Cosenza, passando lunghi periodi nel paese d’origine della famiglia, Macchia di Spezzano Piccolo (ora nel comune di Casali del Manco), dove ebbe modo di toccare con mano i bisogni del mondo contadino.
Con gravi difficoltà venne mantenuto agli studi. Si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza a Napoli. Influenzato dal pensiero di Antonio Labriola, conosciuto e frequentato nei suoi anni napoletani, dal 1905 si iscrisse al Partito Socialista. Due anni dopo fu eletto consigliere comunale di Spezzano Piccolo e nel 1909 conseguì la laurea con una tesi in diritto civile. Tornato fefinitivamente a Cosenza esercitò la professione di avvocato, intensificando la sua attività politica a favore dei contadini sfruttati. A dieci anni dalla sua iscrizione al Partito Socialista, nell’estate del 1914, fu candidato al consiglio provinciale per il mandamento di Spezzano Grande (oggi Spezzano della Sila) e venne eletto battendo, a sorpresa, il favorito Tancredi, esponente liberale.
Il 3 giugno del 1916 sposò Dora Abbruzzini dalla quale ebbe quattro figli maschi e due femmine: Luigi, noto avvocato e senatore col Pci, Paolo, Pietro ed Eugenio; le due femmine, entrambe chiamate Clotilde, sono decedute prematuramente nel 1929 e nel 1933.
Tornando alla sua attività di consigliere provinciale nel 1916, come ricorda Marco De Nicolò, «si batté per il mantenimento dello ius venandi e per la tassazione delle rendite onde incrementare l’attivo di bilancio; nel 1918 chiese che fosse aumentato il finanziamento alla Biblioteca civica ed elevata la pensione annua dei cantonieri». Nello stesso anno intensificò l’attività politica. Entrò nel comitato esecutivo provinciale del Partito Socialista e fece parte del comitato di redazione de La Parola socialista fondata da Pietro Mancini nel 1905.
Pur contrario, dovette partecipare al primo Conflitto mondiale con il grado di tenente che per ragioni politiche in seguito gli fu tolto. Nel primo dopoguerra sostenne le lotte bracciantili per l’occupazione delle terre e per questo fu schedato e controllato dalla polizia. Incominciò ad avere un rapporto difficile con il suo partito per problemi di linea politica per cui nel 1920 si candidò come indipendente al Consiglio provinciale e fu eletto. Si batté per l’applicazione del decreto Visocchi e contro l’assenteismo dei proprietari terrieri.
Nel 1921 dopo la scissione al Congresso socialista di Livorno aderì senza alcun indugio al Partito Comunista d’Italia e si dedicò alla sua organizzazione nel Cosentino (fu il primo segretario della federazione) e in Calabria. Nel giugno di quell’anno partecipò alle elezioni per la Camera dei deputati. Ottenne 3444 voti, insufficienti e però importanti per dimostrare che il nuovo partito poteva di sicuro rafforzarsi sul territorio. Per aiutare questo radicamento, iniziò un’attività giornalistica che non avrebbe mai abbandonato. Nel marzo 1922 diede vita al settimanale Calabria proletaria, organo regionale del partito comunista, che ovviamente dedicava una particolare attenzione al mondo contadino. Il giornale, però, dovette interrompere le pubblicazioni l’anno dopo per l’arresto dei redattori. Nel 1924, a ogni modo, con Fortunato La Camera diede vita a un nuovo settimanale «organo del partito comunista d’Italia», che si chiamò L’Operaio, in vita fino al luglio 1925.
Sempre nel 1924 si candidò alla Camera nella circoscrizione Calabria-Basilicata con la lista di “Unità Proletaria” e fu eletto. La Camera, però, non convalidò il risultato assegnando il seggio al reggino Nicola Siles, primo dei non eletti nella lista dal Partito Popolare.
Con l’affermazione del regime fascista, iniziarono le persecuzioni nei suoi confronti che, tra perquisizioni e fermi giudiziari, durarono per tutto il Ventennio.
Nel 1925 fu arrestato e processato con l’accusa di «complotto contro la sicurezza dello Stato» ma fu assolto. L’anno dopo, però, fu inviato per cinque anni al confino nel comune di Nuoro ma fu poi liberato perché la pena fu cambiata in diffida. Tenne, in quegli anni, segretamente attiva una fitta rete di contatti politici e alla caduta del fascismo, fu riconosciuto leader di Partito di statura nazionale, con una avanzata posizione politica.
All’arrivo degli alleati a Cosenza, la folla lo acclamò prefetto ma gli fu preferito Pietro Mancini perché più moderato.
Dall’aprile del 1944, comunque, iniziò per lui un periodo molto impegnativo come uomo di governo che terminò a maggio del 1947 quando le sinistre vennero cacciate dall’esecutivo. Fu ministro in ben sette Governi. Palmiro Togliatti, infatti, lo volle accanto a sé come ministro dell’Agricoltura e Foreste nel secondo governo Badoglio e nei tre governi successivi. In tale veste emanò sei decreti, considerati “storici”, che gli valsero l’appellativo di Ministro dei contadini. Legò, infatti, il suo nome ai famosi “Decreti Gullo”, per la concessione delle terre incolte ai contadini e l’eliminazione del latifondo e alla nuova disciplina dei contratti agrari. 
Con il primo governo De Gasperi, confermato poi nel secondo, tra luglio 1946 e maggio 1947 fu Ministro di Grazia e Giustizia, succedendo a Togliatti. Ebbe modo di varare anche qui una riforma importante che reintrodusse le giurie popolari nei processi di Corte d’Assise, Approvò altri provvedimenti riguardanti la magistratura, le circoscrizioni e l’ordinamento giudiziario.
Eletto deputato all’Assemblea Costituente, fece parte della Commissione dei 75 e del “comitato di redazione” o “comitato dei diciotto” incaricato della stesura finale della Carta Costituzionale. Intervenne ben 76 volte nelle discussioni in Aula, fornendo un contributo di alto livello alla discussione sulle norme relative particolarmente l’organizzazione dello Stato e la divisione dei poteri.
Si occupò anche del Partito in Calabria, e assieme a Fortunato La Camera e Gennaro Sarcone diede vita al settimanale Ordine Proletario, di cui fu direttore responsabile fino a quando non divenne ministro.
Quando non fu più minostro, per circa quindici anni fu vicepresidente della Commissione Affari costituzionali e per oltre dieci anni fu vice di Togliatti alla guida del Gruppo Parlamentare Comunista. Tra il 1948, anno della sconfitta dei comunisti, e il 1972 fu ininterrottamente eletto alla Camera dei Deputati. Nel 1953, risultò in assoluto il primo eletto in Calabria. 
In conflitto con la dirigenza del Partito per le sue posizioni di estrema sinistra, nel 1968, per la prima volta non fu candidato come capolista. Quattro anni dopo decise lui di non ricandidarsi. Non abbandonò subito, però, l’attività politica e nel 1974 sostenne a Marco Pannella nella battaglia referendaria per il divorzio.
Morì tre mesi dopo il referendum all’età di 87 anni nella sua casa di Macchia.
I suoi discorsi in Parlamento sono stati pubblicati per deliberazioni della Camera dei Deputati. La Camera penale del Tribunale di Cosenza porta il suo nome, così come numerose vie e piazze un po’ ovunque e una scuola di Cosenza. (Pantaleone Sergi ) © ICSAIC 2022 – 11

Opere

  • La difficile via italiana alla costituente, Vallecchi, Firenze 1969;
  • Contadini, emigrazione e riforme: pagine meridionalistiche, Lerici, Cosenza 1978;
  • Discorsi parlamentari, voll. 1-3, Grafica editrice romana, Roma 1979-1980;
  • Scritti editi e inediti di Fausto Gullo, a cura di Rosanna Serpa Gullo, Associazione culturale Luigi Gullo, Cosenza 2004.

Nota archivistica

  • Archivio Icsaic, Fondo Fausto Gullo, Documenti, lettere e appunti;
  • Archivio della Fondazione Istituto Gramsci, Verbali delle riunioni del gruppo parlamentare comunista all’Assemblea costituenteBiografie, memorie, testimonianze
  • Archivio centrale dello Stato, Ministero dell’InternoDirezione generale di P. S.Divisione AA. GG. e RR.Casellario politico centrale, b. 2595, f. 25659; Confino politico, b. 523; Presidenza del Consiglio dei ministriGoverno di Brindisi-Salerno 1943-1944, categoria 15.

Nota bibliografica

  • Paolo Spriano, Storia dal Partito comunista italiano, I-V, Einaudi, Torino 1967-75, ad indices;
  • Sidney G. Tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno, Einaudi, Torino 1972, ad indicem
  • Pietro Mancini, Il Partito socialista italiano nella provincia di Cosenza (1904-1924), Pellegrini, Cosenza 1974, ad indicem
  • Piero Ardenti, La Calabria di Fausto Gullo, in «Il Giornale di Calabria», 5 settembre 1975;
  • Ferdinando Cordova, Alle origini del PCI in Calabria (1918-1926), Bulzoni, Roma 1977, ad indicem
  • Giorgio Galli, Storia del PCI, Bompiani, Milano 1976, ad indicem;
  • Paolo Cinanni, Lotte per la terra e comunisti in Calabria (1943-1953): “terre pubbliche” e Mezzogiorno, Feltrinelli, Milano 1977, ad indicem
  • Carlo Amirante e Vincenzo Atripalda (a cura di), Fausto Gullo fra Costituente e governo, ESI, Napoli 1977;
  • Fulvio Mazza e Maria Tolone, Fausto Gullo, Pellegrini, Cosenza 1982; 
  • Vito Barresi, Il ministro dei contadini: la vita di Fausto Gullo come storia del rapporto fra intellettuali e classi rurali, Franco Angeli, Milano 1983;
  • Anna Rossi Doria, Il ministro e i contadini, Bulzoni, Roma 1983; 
  • Tobia Cornacchioli, Il fondo documentario Fausto Gullo, in «Bollettino dell’ICSAIC», n. 1-2, 1994, pp. 64-73;
  • Marco De Nicolò, Lo Stato nuovo. Fausto Gullo, il PCI e l’Assemblea costituente, Pellegrini, Cosenza 1996;
  • Giuseppe Masi (a cura di), Mezzogiorno e Stato nell’opera di Fausto Gullo, Icsaic-Edizioni Orizzonti Meridionali,Cosenza 1998;
  • Emanuele Bernardi, Il Governo Bonomi e gli angloamericani. I «decreti Gullo» dell’ottobre 1944 come momento della politica nazionale e delle relazioni internazionali, in «Studi Storici», 4, 2002;
  • Marco De Nicolò, Gullo, Fausto, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 61, 2004, https://www.treccani.it/enciclopedia/fausto-gullo_%28Dizionario-Biografico%29/
  • Oscar Greco (a cura di), Caro compagno. L’epistolario di Fausto Gullo, Guida, Napoli 2014;
  • Oscar Greco, Fausto Gullo, in Vittorio Cappelli e Paolo Palma, I calabresi all’Assemblea Costituente 1946-1948, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp. 84-94;
  • Giuseppe Pierino, Un comunista nella storia d’Italia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2021.

D’Agostino, Francesco

Francesco D’Agostino [Cassano Jonio (Cosenza), 8 febbraio 1882 – Bologna, 27 gennaio 1944]

Nato a Doria di Cassano, in una famiglia numerosa originaria di Plataci, da Gioacchino Vincenzo, capostazione, e Maria Chiappetta, nobildonna.
Era un ragazzo sveglio e mostrava grande passione per lo studio, per cui, conseguito il diploma superiore, facendo enormi sacrifici la famiglia lo mantenne agli studi universitari. Nel 1901 si iscrisse così alla facoltà di Medicina a Roma e dal terzo anno si trasferì a Napoli, dove ebbe come maestri il prof. Antonio Cardarelli, che lo apprezzava molto, e il prof. Otto van Schrön. Scelse però, di fare il chirurgo per cui frequentò le lezioni e le sale operatorie dei professori Antonino D’Antona, tra il 1904 e il 1907, e poi Fabrizio Padula, ordinario di Medicina operatoria.
Laureatosi in Medicina e Chirurgia il 22 luglio 1907, rientrò in Calabria e fu nominato medico interino a Plataci. Qui rimase poco tempo in quanto fu chiamato per il servizio di leva presso la Scuola di Sanità militare di Firenze, dove rimase un anno. Con il grado Sottotenente medico di complemento del 48° Fanteria, infatti, venne inviato a prestare soccorso alle popolazioni colpite dal violento terremoto che il 28 dicembre 1908 colpì l’area dello Stretto, distruggendo Reggio Calabria e Messina. A Reggio, dove operò, ebbe modo di farsi apprezzare per lo spirito di sacrificio e l’abnegazione, meritandosi diversi riconoscimenti.
Proseguì la sua attività come medico in diversi paesi e partecipò a diversi concorsi per entrare in ospedale. Il professor Padula, passato alla Clinica chirurgica dell’Ospedale di Napoli, nell’anno accademico 1909-1910 lo chiamò come suo assistente. Nello stesso periodo, all’Ospedale degli Incurabili, frequentava il corso di perfezionamento in Ostetricia e Ginecologia del professor Mancusi.
Nel 1910 si sposò e per problemi economici verso la fine dell’anno, vinto un concorso, accettò un posto di medico condotto a S. Gregorio delle Alpi per spostarsi subito dopo a San Martino di Lupari. Nel 1913, divenne primario chirurgo e direttore nel piccolo ospedale di Roverbella in provincia di Mantova, incarico che lasciò per un posto di Aiuto nella sezione chirurgica nell’Ospedale Civile di Venezia, diretta dal prof. Davide Giordano.
Nel 1915 fu richiamato alle armi come tenente medico di complemento,  proprio quando stava per ottenere la libera docenza in Medicina Operatoria all’Università di Napoli, per la quale aveva fatto domanda l’anno prima. Fu assegnato alla Direzione di Sanità della Piazza Marittima di Venezia, che dipendeva dal Comando Supremo. Il suo impegno nell’assistenza ai feriti provenienti dal fronte fu ammirevole. Stesso impegno, nel 1917, profuse come primario chirurgo all’ospedale di Faenza.
Terminata la Grande Guerra e congedatosi dopo aver prestato servizio presso gli ospedali militari delle zone di guerra, nel febbraio 1919 fu chiamato come primario all’Ospedale Civile di Imola, ricoprendo l’incarico di direttore. Come capitano medico, gli venne affidato anche l’Ospedale militare di Imola.
In quell’anno seguì Gabriele D’Annunzio nella Marcia su Ronchi e poi nell’impresa di Fiume. Del poeta divenne amico e medico personale: lo curò quando il Vate perse un occhio e quando cadde a testa in giù dal balcone della sua casa di Gardone, ma si occupò dei suoi disturbi anche in seguito. Negli anni successivi la sua vita si svolse tra studio e sala operatoria. Pubblicò oltre trenta lavori scientifici, prese parte a congressi, registrò alcuni brevetti tra cui un apparecchio per narcosi con vapori d’etere surriscaldati, e finalmente ottenne a Napoli la libera docenza in Medicina operatoria. Aderì a diverse Società scientifiche. Membro della Società Italiana di chirurgia dal 1920, dal 1925 fece parte anche della Società Internazionale di Chirurgia, nel 1933 fu tra fondatori della Società emiliano-romagnola di Chirurgia e nel 1938, infine, della Società Romana di Chirurgia.
Scoppiata la Seconda guerra mondiale e non più giovane volle ugualmente dare il proprio contributo al Paese e, col grado di colonnello medico, organizzò un Ospedale Militare Territoriale a Imola.
Pur avendo aderito al Fascismo sin dalla fondazione, arrestato Mussolini fece parte del Comitato unitario delle forze antifasciste costituitosi a Imola per coordinare, tra l’altro, una manifestazione per la caduta del fascismo che si tenne il 27 luglio.
Dopo l’8 settembre 1943, venne incluso nella lista dei proscritti compilata dai fascisti imolesi. Partigiano dal giorno successivo, i suoi movimenti erano all’attenzione dei fascisti imolesi. Tanto che il settimanale La Voce di Romagna, organo del fascio repubblichino imolese, il 10 ottobre 1943 “invitò” il colonnello D’Agostino” nella sede del partito per discolparsi delle affermazioni critiche nei confronti del fascismo da lui espresse sul quotidiano bolognese Il Resto del Carlino. Tre giorni dopo fu arrestato e rinchiuso nella Rocca di Imola, per essere trasferito il 30 successivo, dopo l’assassinio del seniore della MVSN Gernando Barani avvenuto due giorni prima, nel carcere di S. Giovanni in Monte (Bologna) accusato di «avere svolto, durante il periodo partigiano attività antifascista mediante pubblicazione su giornali di articoli contro il Duce». Qui rimase fino all’11 novembre, allorquando il Comando tedesco lo liberò perché le accuse erano chiaramente inconsistenti. Il 10 gennaio 1944, in seguito ad “accertamenti”, venne di nuovo fermato da squadristi. Prelevato insieme ai fratelli Alfredo e Romeo Bartolini, Alessandro Bianconcini, Sante Contoli e Antonio Ronchi, fu tradotto nel carcere di S. Giovanni in Monte con l’accusa di complicità nell’assassinio di Eugenio Facchini, commissario Straordinario della Federazione Fascista di Bologna, giustiziato il 26 gennaio da tre gappisti. Processato da un tribunale speciale di guerra costituitosi per l’occasione, presieduto dal gen. D’oro, e formato dai ten. colonnelli Morelli e Petroncini, dal p.m. Cosimi, fu accusato di tradimento, di aver fornito ai partigiani materiale sanitario dell’ospedale, accusa quest’ultima mossagli per una delazione circostanziata proveniente dallo stesso ambiente ospedaliero. Al termine del processo sommario e senza prove, furono emesse 9 condanne a morte e una a 30 anni di reclusione. Queste le motivazioni ufficiali delle condanne: «Per avere dal 25 luglio 1943 in poi, in territorio del Comando militare regionale, con scritti e con parole, con particolari atteggiamenti consapevoli e volontarie omissioni e con atti idonei ad eccitare gli animi, alimentato in conseguenza l’atmosfera del disordine e della rivolta e determinato gli autori materiali dell’omicidio a compiere il delitto allo scopo di sopprimere nella persona del Caduto (il federale fascista, ndr) il difensore della causa che si combatte per l’indipendenza e l’unità della patria».
Venne fucilato il 27 gennaio 1944 al poligono di tiro di Bologna ed essendogli negata finanche la sepoltura nel Cimitero riposa fuori della Certosa di Bologna. Prima dell’esecuzione scrisse due lettere per la moglie che furono però censurate. Il 30 gennaio La Voce di Romagna, in prima pagina, informò delle avvenute esecuzioni. La notizia apparve anche sul settimanale comunista clandestino La Comune in data 1 febbraio 1944.Imola ha dedicato un viale al medico partigiano calabrese. (Pantaleone Andria) © ICSAIC 2022 – 11 

Nota archivistica

  • Archivio di Stato di Bologna, fascicolo Francesco D’Agostino

Nota bibliografica

  • Francesco D’Agostino, Curriculum vitae, Coop. Tip. Edit. Paolo Galeati, Imola 1926;
  • In memoria del prof. Dott. Francesco D’Agostino, s.n., s. l., s. d., 1955, p. 5;
  • Guglielmo Cenni, Imola sotto il terrore della guerra. 25 Luglio 1943 – 14 Aprile 1945, Tipografia S.C.O.T., Bagnacavallo 1948, pp. 30-32;
  • Luciano Bergonzini e Luigi Arbizzani La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti, voll. 1-5, Istituto per la storia di Bologna, Bologna 1969;
  • Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese (1919- 1945), vol. III, Dizionario biograficoD – L, Istituto per la Storia di Bologna, Bologna 1985;
  • Isolo Sangineto, I calabresi nella guerra di Liberazion. 1° – I partigiani della provincia di Cosenza, Pellegrini. Cosenza 1992, pp. 110-112;
  • Nazario Galassi, Imola dal fascismo alla liberazione 1930 – 1945, University Press, Bologna 1995, pp. 242-245
  • Luciano Bergonzini, La svastica a Bologna. Settembre 1943-aprile 1945, il Mulino, Bologna 1998;
  • Leonardo R. Alario, Francesco D’Agostino, martire della libertà, in «Sibari.info”, 30 settembre 2013, http://www.sibari.info/index.php?option=com_content&task=view&id=3565;
  • Pino Ippolito Armino, Storia della Calabria partigiana, Pellegrini, Cosenza 2019, p. 91-92;
  • http://www.storiaememoriadibologna.it/dagostino-francesco-486934-persona.