D’Agostino, Francesco

Francesco D’Agostino [Cassano Jonio (Cosenza), 8 febbraio 1882 – Bologna, 27 gennaio 1944]

Nacque nella frazione Doria di Cassano Jonio in una numerosa famiglia arberesc originaria di Plataci, da Gioacchino Vincenzo, capostazione, e dalla gentildonna Maria Giuseppa Chiappetta.
Dopo gli studi fatti localmente, nel 1901 s’iscrisse alla Facoltà di Medicina dell’Università di Roma. Nella capitale frequentò fino al terzo anno per trasferirsi poi all’Ateneo napoletano dove si laureò il 22 luglio 1907. A Napoli fu allievo dei professori Antonio Cardarelli e Otto von Schrön mentre il professor Miranda lo ammise alla guardia medica dell’Istituto di Clinica ostetrico-ginecologica. Si appassionò alla chirurgia frequentando le sale operatorie prima con il prof. D’Antona e successivamente col prof. Padula, ordinario di Medicina operatoria, che negli anni 1906-1907, lo nominò preparatore aggiunto.
Dopo la laurea, pur avendo importanti opportunità di carriera in ambien te accademico e ospedaliero, per motivi economici e familiari rientrò in Calabria e fu nominato medico condotto interino di Plataci, incarico che dovette lasciare per il servizio di leva prestato alla Scuola di Sanità militare di Firenze. Sottotenente medico di complemento del 48° Fanteria, agli inizi del 1909 operò, con abnegazione. In soccorso delle popolazioni della provincia di Reggio Calabria, devastata dal terribile terremoto del 28 dicembre 1908, guadagnandosi diversi encomi per il sacrificio dimostrato.
Congedato, nell’anno accademico 1909-1910, divenne assistente professor Padula, che intanto era diventato direttore della Clinica chirurgica e contemporaneamente frequentò il corso di perfezionamento in Ostetricia e Ginecologia del professor Mancusi nell’Ospedale degli Incurabili.
Sposatosi nel 1910, per motivi economici si trasferì a S. Gregorio delle Alpi, come medico condotto. Nello stesso anno vince il concorso per la condotta di San Martino di Lupari, ma dopo sei mesi si spostò a Venezia per lavorare nella sezione chirurgica dell’Ospedale Civile diretta dal prof. Davide Giordano. Qui il 1° agosto 1911 vinse il concorso per assistente effettivo e l’anno gli fu assegnato il Premio Minich per il miglior lavoro scientifico degli assistenti dell’Ospedale veneziano.
Nel maggio 1913 vinse il concorso per primario chirurgo e direttore dell’ospedale di Roverbella in provincia di Mantova ma pochi mesi dopo optò per il posto di aiuto chirurgo nell’Ospedale di Venezia. Nel contempo si preparava all’esame per ottenere la libera docenza in Medicina Operatoria all’Università di Napoli per la quale presentò domanda nel 1914 ma la guerra bloccò i suoi progetti e la ottenne solo nel 1921, discutendo una tesi su Chirurgia dello stomaco e tenendo una lezione su Cura chirurgica degli ematomi endocranici traumatici. Infatti, nell’aprile del 1915, vigilia dell’entrata dell’Italia nel conflitto mondiale, fu richiamato alle armi, come tenente medico di complemento e fu assegnato alla Direzione di Sanità della Piazza Marittima di Venezia, dove in pochi giorni riuscì a organizzare miglia di posti letto, Nel 1917 il Ministero della Guerra, lo inviò come primario chirurgo all’Ospedale di Faenza. Quindi, con il grado di capitano medico, prestò servizio presso altri ospedali militari delle zone di guerra. Nel febbraio 1919, assunse l’incarico di direttore dell’ospedale militare di Imola, dove per chiara fama era stato assunto dall’Ospedale Civile come primario chirurgo.
Partecipò alla marcia su Ronchi e all’impresa di Fiume, e divenne medico personale di Gabriele D’Annunzio, quando il poeta ebbe un distacco di retina all’occhio destro e lui lo visitò assieme ai professori Orlandini e Vitali. Divenne amico intimo del vate che lo chiamava scherzosamente «dottor toccasana», occupandosi poi dei suoi disturbi dopo la caduta a testa in giù dal davanzale della sua villa di Gardone, mentre molestava una ragazza diciassettenne.
Aderì subito al fascismo. 
Il 2 febbraio 1932 subì un grave lutto, la morte della figlia Gigliola, quattordicenne, dopo una lunga malattia.
Appassionato di meccanica, costruì, tra l’altro, un apparecchio per narcosi con vapori d’etere surriscaldata che riscosse ampi consensi tra i chirurghi
Allo scoppio della seconda guerra mondiale, anche se esonerato dal servizio, organizzò a Imola un Ospedale Militare Territoriale che ospitava 300 feriti provenienti dal fronte greco.
Il suo rapporto con il fascismo però arrivò alla fine e abbandonò il partito non condividendone più la linea. Alla caduta di Mussolini fece parte del Comitato unitario delle forze antifasciste costituitosi in Imola per coordinare la manifestazione di giubilo che si tenne due giorni dopo. Il suo fu considerato un “tradimento” che i fascisti imolesi non gli perdonarono, specialmente dopo una sualettera aperta pubblicata dal quotidiano «Il Resto del Carlino» di Bologna il 29 agosto 1943, con la quale prese le difese di D’Annunzio, che il «Corriere della sera», aveva definito «sfruttatore del fascismo».
Dopo l’8 settembre 43, venne incluso nella lista dei proscritti compilata dal Fascio repubblichino imolese che dalle pagine del settimanale «La Voce di Romagna» il 10 ottobre 1943 intimò al «Ten. Colonnello Prof. Francesco D’Agostino» di presentarsi nella sede del partito per giustificarsi delle critiche nei confronti del fascismo. Tre giorni dopo fu arrestato e incarcerato nella Rocca di Rimini. Dopo l’uccisione del seniore della Milizia di Rimini, Gernando Barani, avvenuta il 28 ottobre successivo, fu trasferito al carcere di San Giovanni in Monte a Bologna.
Uscì l’11 novembre, liberato dal Comando politico tedesco delle SS per l’inconsistenza delle accuse. Ma il suo destino era ormai segnato per l’accanimento dei fascisti imolesi nei suoi confronti. Lo stesso giorno, infatti, i repubblichini lo arrestarono nuovamente appena rientrato a casa e fu incarcerato in cella d’isolamento nella Rocca di Imola.
«La Voce di Romagna» lo mise alla gogna, pronosticando per lui, il 23 gennaio 1944, il plotone di esecuzione. Il 26 gennaio 1944 fu prelevato con altri antifascisti e rinchiuso in cella S. Giovanni in Monte a Bologna, accusato di complicità nell’assassinio del commissario straordinario della Federazione Fascista di Bologna Eugenio Facchini, giustiziato dai partigiani.
Processato da un sedicente tribunale militare straordinario, presieduto dal gen. D’oro, dai ten. colonnelli Morelli e Petroncini. dal pm Cosimi, fu condannato a morte con l’accusa di  tradimento al «giuramento di fedeltà prestato all’idea e al Duce nella loro qualità di iscritti al Pnf», per aver fornito alla Resistenza materiale sanitario dell’ ospedale e «per avere dal 25 luglio 1943 in poi con scritti e con parole, con particolari atteggiamenti consapevoli e volontarie omissioni e con atti idonei ad eccitare gli animi, alimentato l’atmosfera del disordine e della rivolta e determinato gli autori materiali dell’omicidio a compiere il delitto allo scopo di sopprimere nella persona del Caduto (Eugenio Facchini, ndr) il difensore della causa che si combatte per l’indipendenza e l’unità della patria».
Al termine del processo fu ricondotto in cella e scrisse due biglietti indirizzati alla moglie che furono censurati dai suoi aguzzini.
Il 27 gennaio 1944 fu fucilato alla schiena al poligono di tiro di Bologna, insieme agli altri imputati (Alfredo e Romeo Bartolini, Alessandro Bianconcini, Cesare Budini, Zosimo Marinelli, Silvio Bonfigli ed Ezio Cesarini), tutti, come lui, personaggi di primo piano dell’antifascismo di Imola. 
Aveva 62 anni. Fu sepolto fuori della Certosa di Bologna.
Lasciò diverse pubblicazioni professionali. Imola lo ricorda con un viale intestato a suo nome. (Francesca Raimondi) © ICSAIC 2022 – 3 

Scritti

  • Curriculum vitae, Coop. Tip. Edit. Paolo Galeati, Imola 1926.

Nota bibliografica

  • Guglielmo Cenni, Imola sotto il terrore della guerra. 25 Luglio 1943 – 14 Aprile 1945, Tipografia S.C.O.T., Bagnacavallo 1948, pp. 30-32.
  • Luciano Bergonzini, Luigi Arbizzani, La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti, Voll.1-5, Istituto per la storia di Bologna, Bologna 1969;
  • Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri, Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese (1919- 1945), ISB, Bologna 1985;
  • Isolo Sangineto, I Calabresi nella guerra di Liberazione, vol. I – I Partigiani della Provincia di Cosenza, Icsaic-Pellegrini, Cosenza 1992, pp. 110-112.
  • Nazario Galassi, Imola dal fascismo alla liberazione 1930 – 1945, University Press, Bologna 1995, pp. 242-245.
  • Luciano Bergonzini, La svastica a Bologna. Settembre 1943-aprile 1945, il Mulino, Bologna 1998;
  • Leonardo R. Alario, Francesco D’Agostino, martire della libertà, «Simposio», V, 8, maggio 2010 (http://www.sibari.info/index.php?option=com_content&task=view&id=3565&Itemid=62#_ftnref1);
  • In memoria del Prof. Dott. Francesco D’Agostino, s.n, s.l, s.d

Nota archivistica

Comune di Cassano Jonio, Registro degli Atti di nascita, n. 79 del 12 febbraio 1882.s