Pizzini, Pompeo

Pompeo Pizzini [Paola (Cosenza), 28 febbraio 1899 – Buenos Aires, 2 maggio 1994]

Figlio di Salvatore, piccolo proprietario terriero, e di Emilia Morabito, fu fratello di Attilio, Maria, Ida, Emilia e Salvatore (Nuzzo). Frequentò le elementari a Paola, quindi il ginnasio-liceo Telesio a Cosenza. Conseguita la maturità classica si iscrisse alla facoltà di Chimica dell’Università di Napoli.
«Ragazzo del ’99» evitò i combattimenti della Grande Guerra anche se fu arruolato e frequentò il corso allievi ufficiali. Rientrato a Paola dopo il conflitto, fu attratto dalla politica e dal giornalismo. Per cui, fino al 1928 quando scelse di emigrare in Argentina, la sua storia personale si sovrappone sostanzialmente a quella dei giornali da lui fondati e all’azione política svolta, che lo distrassero a lungo dagli studi universitari.
In un contesto locale editorialmente molto dinamico (dal 1919 al 1928 a Paola nacquero numerosi periodici), egli fu un protagonista, in quanto fondatore di diverse testate e collaboratire di altre.
Assieme a Francesco Pisani, Silvio Mollo, Michele Stumpo e Michele Giacomantonio, fondò il settimanale «Il Popolo di Calabria», che apparve il 26 gennaio 1919 (gerente Angelo Blasco). Il periodico da lui diretto, che nel complemento di testata si qualificava «Giornale delle classi lavoratrici», con l’aggiunta del motto «Lavoratori! L’Avvenire è vostro», fu stampato a Cosenza nella tipografía Riccio. Anticlericale, il giornale nacque con un programma di lotta contro l’amministrazione comunale del tempo d’ispirazione “popolare”. Era tuttavia un foglio modesto e senza mezzi, che rimase in vita fino al 1920. Sulle sue pagine egli iniziò la sua intensa attività pubblicistica, ostinatamante critica nei confronti dell’on. Gustavo Pompeo Pizzini, suo lontano parente, deputato del Collegio e sindaco della città dal 1908 e del deputato popolare Francesco Miceli Picardi che gli sottrasse il seggio alla Camera.
Chiuso nel 1921 quel settimanale, non se ne stette con le mani in mano. Visse anni di profondi mutamenti politici a livello nazionale, con la nascita del partito Popolare di Sturzo nel 1920, la scissione socialista di Livorno con la nascita del Partito Comunista, la marcia su Roma con l’avvento del Fascismo che ebbero ovvie ricadute locali.
Mentre Blasco nel 1921 diede vita al periódico «L’Idea calabra», egli tentò di far risorgere «Il Popolo di Calabria» ma una testata con lo stesso nome era stata pubblicata nel frattempo a Reggio Calabria dal 1922, per cui nel 1923 diede vita al settimanale satirico del sabato «Fra Galdino», che si dichiarava «giornale poco serio», stampato presso la tipografia Luigi Vigna di PaolaSenza rinuciare ai toni polemici che avevano caratterizzato la sua prima creatura, grazie anche alle vignette del fratello Attilio di due anni più giovane, diede al nuovo settimanale un tono ironico e mordace. Anche «Fra Galdino» durò poco tempo ma egli non si fermò: già all’inizio del 1924 – quando ormai il fascismo era già diventato intollerante nei confronti della libertà di stampa – lo sostituì con il settimanale della domenica «La Bussola» («Organo ufficiale dei disorientati di Calabria»), che si stampava pure nella tipografia Vigna. In aggiunta alle caratteristiche critico-satirico del predecessore, «La Bussola» assunse un dichiarato e pungente programma di lotta al fascismo. Ma il regime non poteva tollerare un organo di stampa come «La Bussola»: il settimanale, così, subì censure e sequestrì e dopo il tredicesimo numero fu infine chiuso per ordine del prefetto fascista.
Ormai, diventato attivista socialista (col fratello Attilio e altri, costituì a Paola la Sezione del Partito Socialista Unitario), finché la stampa italiana non fu tutta fascistizzata, la sua firma apparve in tre giornali antifascisti: «Il Mondo» di Giovanni Amendola, «Il Paese», di Francesco Ciccotti e «Le tre Calabrie», di Rosalbino Santoro. Aveva collaborato anche alla «Cronaca di Calabria» e anche al «Giornale d’Italia».
Per la sua attività antifascista subì pesanti minacce e in seguito alla chiusura de «La Bussola», decise di riprendere gli studi dopo una interruzione di tre anni, conseguendo nel 1926 la laurea in chimica con specializzazione industriale. Iniziò allora un’attività professionale negli stabilimenti «Soda, cloro e cellulosa» di Napoli. E qui – come ricorda Attilio Romano – preparò dei campioni di cellulosa (materia prima essenziale per la fabbricazione di prodotti diversi) impiegando il procedimento Pomilio, applicato sulla fibra di ginestra. Questi campioni furono presentati alla fiera di Tripoli del 1928 e la giurìa assegnò a Pizzini il Gran Premio con medaglia d’oro. 
Per evitare problemi con il regime, scelse di andare esule in Argentina, attratto anche dalla possibilità di partecipare all’avvio di un impianto di cellulosa con il procedimento Pomilio da lui valorizzato. 
Prima di lasciare l’Italia, il 2 aprile 1928, si sposò a Napoli con Elena Chiariello, laureata in scienze naturali, figlia di Luigi, un giudice mal visto dal fascismo, e di Adele Mastursi, famiglia di professionisti molto vicina a Giovanni Amendola. La coppia ebbe tre figli: nel 1929 a Buenos Aires nacque María; nel 1934, durante un soggiorno della moglie in Italia, nacque Tulio e nel 1937 nella capitale argentina nacque Lidia.
In Argentina, dove sbarcò il 12 agosto 1928 con la moglie, dopo il viaggio in terza classe sulla nave Principessa Giovanna, arrivò con una lettera di  raccomandazione del suo professore, l’ingegnere Umberto Pomilio, per lavorare alla «Chicago Argentina» di Rosario di Santa Fè, che sarebbe diventata «La Celulosa Argentina S.A.», dove nel febbraio 1931 cominciò la produzione di carta con la nuova tecnica che utilizzava la paglia di grano, tecnica ideata e brevettata proprio dal prof. Pomilio. 
Lasciò presto Rosario per Buenos Aires negli anni della Decada infame, il decennio seguito al colpo di stato militare. Non furono anni facili. Anzi.
Non ci sono evidenze di una sua partecipazione ai diversi movimenti antifascisti promossi dagli emigrati italiani sebbene nella capitale argentina avessero riparato, tra i tanti, Sigfrido e Brunilde Ciccotti di Vella, col il padre Francesco, suoi vicini di casa a Olivos. 
Per la sua famiglia fu un periodo di ristrettezze, causato anche dalla crisi economica mondiale. Per poter svolgere la sua attività professionale si estraneò, in sostanza, dalla attività política. Si considerava un ospite nel Paese e fu sempre fiducioso delle sue possibilità: l’Argentina, spiegava molti anni dopo, sembra sempre sprofondare ma trova sempre le risorse per risorgere. 
Lontano anche dalla comunità italiana, i visitatori di casa Pizzini furono, per molto tempo, chimici di laboratorio, molti cittadini russi emigrati, ebrei del centro d’Europa, alcuni svizzeri, pochi argentini, qualche francese, e qualche italiano emigrato. L’amicizia più solida, leale, intelligente e permanente che ebbe la famiglia fu quella con il loro medico, un argentino che diventó col tempo direttore dell’Ospedale italiano di Buenos Aires, Juan Bautista Borla, una specie di intermediario con la mentalitá del paese.
Nel 1932, sollecitato da Ernesto Leggerini, connazionale e leale amico di famiglia, lavorò per un imprenditore svizzero, l’importatore Ernesto Bossart. Questi aveva la rapprentanzza di coloranti e aniline della svizzera Geigy e nello stesso anno ottenne la licenza per la fabricazione dei ciocolati Suchard. Il rapporto con Bossart e la Geigy mantenuto quasi fino alla fine della sua vita lavorativa.
Il suo lavoro divenne quello di rappresentante e di vendita di coloranti a fabbricanti di tessuti, e i suoi contatti furono i titolari di aziende e i loro capi tintori.
Dal 15 maggio 1932, diede vita e diresse RACA («Revista Argentina de Colorantes y Auxiliares de la Industria»), un mensile illustrato, formato 30×23 cm, 24 pagine interne che ebbe l’appoggio pubblicitario di grandi aziende straniere (Farben, Geigy) e alcune locali (Celulosa Argentina) che col tempo aumentarono. Difese il processo di industrializzazione in atto, sottolineando i risultati positivi (finanche con il petrolio nazionale) ma indicando anche l´obbligata improvvisazione iniziale che poteva nuocere. Si occupò di manifatture e servizi per esse, di tessile, carta, cuoio, pitture e vernici. 
Collaborò anche a riviste di settore. 
A giugno del 1945 tra la J. R. Geigy svizzera ed Ernesto Bossart fu fondata la società Geigy Argentina (con 21 dipendenti che anni dopo divennero 850) della quale Bossart divenne presidente. Pompeo lavorò in questa azienda oltre l’età pensionabile.
Un chimico di origine svizzera, Juan Gamper, entrato ai laboratori della Geigy di Buenos Aires nel 1967, ha lasciato una testimonianza sull’ambiente di lavoro nella seconda metà del secolo XX e sul carattere professionale di Pompeo: «La concorrenza per arrivare a essere un fornitore di fiducia era feroce. Non bastava avere il miglior prezzo, né la migliore amicizia o vincolo familiare. Era necessario superare questi campi e agire con discrezione e empatia. Pochi dei cosiddetti “venditori di coloranti” vi riuscirono. Do fede – sopra i detti dei suoi ex compagni – che quello che piú brillava nel mondo tessile argentino, era il dottor Pizzinni».
Ormai settantenne, sollecitato da membri della famiglia Pomilio e aiutato da Ernesto Leggerini, si occupò della commercializzazione dei liquori dell’Aurum Argentina. Ma l’industria non prosperò, forse per la mancanza di un prodotto di vasta risonanza popolare.
Il 31 dicembre 1985 morì la moglie e nove anni dopo anche lui: aveva 95 anni. Si trascinò sempre dentro una forte nostalgia della Calabria. (Leonilde Reda) © ICSAIC 2021 – 2 

Nota bibliografica

  • «Cronaca di Calabria», 29 aprile 1928;
  • Attilio Romano, C’era… la stampa locale, in «Paola e Dintorni», I, 3, marzo 1993, pp. 17-20;
  • Con Raíces en la Patria, luglio 1980, in www.celulosaargentina.com.ar.

Nota archivistica

  • Intervista a Pompeo Pizzini novantenne. Registrazione in cassetta molto deteriorata, conservata dai familiari in Argentina.

Nota

  • Si ringrazia per collaborazione Tulio Pizzini che dall’Argentina ha fornito preziose e necessarie informazioni sul padre.