Longobucco, Silvio

Silvio Longobucco [Scalea (Cosenza), 5 giugno 1951 – 2 aprile 2022]

I genitori erano Faustino, dipendente del Consorzio di Bonifica del Lao, e Cristina Papasidero che ebbero altri quattro figli: Antonio (primogenito), Dante, Anna e Domenico.
Come tutti i bambini della sua epoca – lo raccontò lui stesso in più interviste – aveva cominciato a dare i primi calci al pallone in mezzo alla strada o in campetti improvvisati e il calcio divenne la sua passione. Portava lo stesso nome di battesimo di Piola, campione degli anni Quaranta, ma non avrebbe mai immaginato di vestire un giorno, come lui, la maglia della Juventus.
Andò a scuola fermandosi a quella dell’obbligo. Conseguì solo in seguito il diploma di perito commerciale.
Con la compiacenza dei dirigenti della squadra, a 13 anni giocò in prima categoria, sotto falso nome – come dichiarato in alcune interviste – perché si poteva essere tesserati solo dai sedici anni in su.
L’anno dopo, nel 1965, andò a fare un provino al Torino, squadra dove aveva giocato Antonio Cardillo, anch’egli di Scalea il quale nei primi anni Ottanta divenne direttore sportivo del Milan, per interessamento del fratello di questi, Osvaldo. Il provino fu positivo ma venne colto dalla nostalgia di casa e tornò a Scalea dopo una settimana.
A Scalea, però, rimase solo per poco tempo, giocando nel frattempo in una delle due squadre locali in seconda e prima categoria. Un altro Cardillo, Mario, osservatore della Ternana, zio di Antonio (che andò a giocare nella squadra umbra) e di Osvaldo, gli procurò un provino che superò anche quella volta e da lì iniziò la sua brillante carriera professionistica nel calcio italiano.
Nella squadra dai colori rossoverdi, dopo aver disputato i tornei giovanili, fu aggregato alla prima squadra ed esordì tra i professionisti nel corso della stagione 1969-1970 nella partita Ternana-Varese, disputata il 3 maggio 1970 e conclusasi con un pareggio (1-1): quel giorno marcò Bettega, che ritrovò più in là come compagno di squadra nella Juventus. Giocò altre 5 gare prima della fine del campionato. Nella stagione successiva (1970-1971), sempre in serie B, sotto la guida dell’allenatore Luis Vinicio, giocò 28 gare e finì sotto i riflettori delle squadre di serie A. Era un difensore completo, nonostante la giovane età, ma prediligeva la posizione di cursore sulla fascia sinistra, potendo in quel ruolo mettere a frutto le doti di velocità che permettevano ottimi recuperi, un interprete di un calcio moderno che già le grandi squadre italiane iniziavano a praticare, sull’onda della “rivoluzione olandese”. «Terzino con sinistro e scatto rapace», lo descrisse Vladimiro Caminiti, scrittore e giornalista di «Tuttosport».
Sembrava adatto a questo ruolo anche nella Juventus. Si disse che l’allora presidente della squadra torinese avesse perorato in prima persona il trasferimento in una squadra che già contava altri calciatori meridionali, Causio, Furino e Cuccureddu, nonostante le critiche antimeridionaliste di Gianni Brera sulla stampa. Silvio seppe del trasferimento alla radio, a Orvieto nel periodo del CAR per il servizio militare. Il calcio scaleota visse in quegli anni un periodo felice: la U.S. Scalea 1912 aveva vinto nel 1971 il campionato italiano dilettanti juniores, l’osservatore Cardillo aveva portato nei campionati professionistici, sempre attraverso la Ternana, altri calciatori calabresi (Carmelo Bagnato e Carmelo La Torre, entrambi di Scalea, i cosentini Sandro Crispino e Salvatore Garritano), Pasquale Bergamo, pure di Scalea, militava nelle giovanili della Fiorentina (diventò poi medico sociale di Inter e Juventus), e Longobucco era arrivato a vestire la maglia della squadra più amata d’Italia.
Esordì in serie A il 21 maggio del 1972 nella gara Fiorentina-Juventus, terminata – come nella partita di esordio in serie B – con il risultato di 1-1. Con la maglia bianconera, in quattro stagioni, disputò 47 gare, segnando solo un gol, all’Inter in una gara di Coppa Italia. Vinse tre scudetti, di cui due consecutivi, ottenendo la fiducia da parte degli allenatori, prima il boemo Cestmir Vycpalek e poi, nell’ultima stagione, Carlo Parola.
Rimase un ragazzo modesto pur con la sfrenata passione per le auto di grossa cilindrata che fece storcere il naso a qualche dirigente juventino perché non erano del gruppo Fiat. Trascorreva le estati a Scalea con gli amici di sempre e con la propria famiglia. 
Nella gara del 29 aprile del 1973, la Juventus giocò in casa della Ternana, nel frattempo promossa in serie A e a Longobucco venne affidato il compito di marcare proprio il suo conterraneo Cardillo: era imbarazzante, ma la sua partita (vinta per 3-2 dalla squadra bianconera) fu di ottimo livello. 
C’è stato un momento molto significativo nel quadriennio in cui Silvio ha vestito la maglia della Juventus: la finale di Coppa dei Campioni giocata a Belgrado il 30 maggio 1973 contro l’Ajax di Amsterdam. Disputare quella partita, che sarebbe rimasta negli annali della storia del calcio fu per Longobucco motivo di orgoglio e di responsabilità, il tecnico Vycpalek lo mise in campo dal primo minuto, ma all’inizio della gara gli olandesi andarono in vantaggio con una rete di testa di Rep che, ricevendo un cross dal compagno di squadra Blankenburg, sovrastò Longobucco tenendolo per il braccio e impedendogli di saltare, un gol che già dopo la gara e negli anni successivi in molti ritennero che era da annullare, ma che fu concesso, permettendo all’Ajax di vincere quel prestigioso trofeo. Non mancarono, però, le critiche al terzino calabrese e a Zoff per il tiro beffardo del calciatore olandese. L’amarezza rimase per sempre, anche molti anni dopo. Vestì la maglia azzurra una sola volta, quella della Nazionale B in una gara del 1973 contro la Svizzera, e venne convocato per le squadre Under senza però essere utilizzato.
Al termine della stagione 1974-1975 venne ceduto al Cagliari. Nella squadra isolana rimase ben 7 stagioni, di cui 4 in serie A, collezionando in tutto 172 presenze e 3 reti. Nei primi due campionati con la maglia rossoblù ebbe il privilegio, dopo aver giocato al fianco di Altafini, Zoff, Bettega e Capello, di essere compagno di squadra di Gigi Riva, che però anticipò il ritiro nel 1976 a causa di un grave infortunio.
In quel periodo la vita di Silvio venne segnata da una tragedia familiare che gli procurò una profonda ferita: il fratello minore Domenico, da molti ritenuto ancor più bravo di lui, tornando da Terni dopo un provino, morì a soli 18 anni in un incidente stradale sull’autostrada. A questo giovane prematuramente scomparso è intitolato lo stadio comunale di Scalea.
Nonostante avesse avviato in Sardegna un’attività produttiva, pensando al dopo-carriera, decise di tornare in Calabria e di accasarsi al Cosenza, squadra che allora militava in serie C1, dove giocava anche Fausto Silipo, tra i protagonisti delle stagioni del Catanzaro in serie A. In quella stagione il Cosenza si aggiudicò la Coppa Anglo-Italiana per le formazioni di serie C. Dopo aver superato in semifinale gli inglesi del Wycombe Wanderers alzò il trofeo battendo il Padova per 2-0 allo stadio San Vito di Cosenza e una delle reti la segnò proprio lui. Non era certo la Coppa dei Campioni, ma fu comunque una soddisfazione per il calcio calabrese. Un solo anno nella squadra bruzia che, in pratica, coincise con il ritiro dall’attività agonistica all’età di 32 anni, anche se continuò a essere presente nel mondo del calcio giocando per altre tre stagioni e poi occupando più ruoli nella squadra dello Scalea, tra i dilettanti, ma fu molto attivo anche nel sociale, anche attraverso le scuole di calcio, e in politica, rivestendo la carica di assessore allo sport e allo spettacolo.
Tornò alla vita di tutti i giorni frequentando gli amici di sempre e coltivando la passione per la caccia. Sposò Elena Esposito, di Scalea, dalla quale ebbe due figlie, Fabiana e Silvia. Mantenne però intensi rapporti con alcuni ex-compagni di squadra della Juventus e, soprattutto, con il fraterno amico Roberto Quagliozzi, centrocampista del Cagliari. 
Cominciò ad accusare problemi di salute che lo portarono progressivamente a seguire cure di lunga durata, aggravatisi negli ultimi anni prima della scomparsa. È mancato all’età di 71 anni non ancora compiuti e riposa nel cimitero di Scalea.
La squadra della Juventus, giocando con il lutto al braccio, lo ha ricordato prima della partita del giorno successivo alla sua scomparsa giocata a Torino contro l’Inter, così come è stato commemorato a Cagliari in occasione della successiva gara interna della squadra isolana proprio contro la Juventus, il 9 aprile 2022 e dalla dirigenza delle squadre del Cosenza e dello Scalea nel corso delle esequie. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2022 – 4

Nota bibliografica essenziale

  • Almanacco Illustrato del Calcio Italiano, Edizioni Panini, Modena 1970-1982;
  • Vladimiro Caminiti, Juventus ’80 – Storia della squadra più amata d’Italia, Suppl. al mensile «Hurrà Juventus», 9, 1981;
  • Piergiorgio Licordari, Longobucco e le finali stregate, «Calabria Ora», 18 giugno 2009;
  • Sebastiano Vernazza, Longobucco e il gol di Rep, era da annullare, www.gazzetta.it, 12 agosto 2009;
  • Stefano Bedeschi, Gli eroi in bianconero: Silvio Longobucco, www.tuttojuve,com, 5 giugno 2021
  • Maurizio Crosetti, È morto Silvio Longobucco: con la Juventus vinse tre scudetti e sfiorò la Coppa dei Campioni, «la Repubblica», 2 aprile 2022;
  • La Juventus ricorda Silvio Longobucco, www.juventus.com/it, , 2 aprile 2022;
  • Nicola Balice, La Juventus piange Longobucco, www.corriere.it (corriere torino), 2 aprile 2022
  • Paride Leporace, Longobucco, la finale di Coppa Campioni a Belgrado e quel gol da annullare, www.quotidianodelsud.it/calabria, 2 aprile 2022;
  • Iacopo Catarsi, Addio a Silvio Longobucco, l’ex terzino della Juve è morto nella sua Scalea, www.rainews.it/tgr/calabria/, 2 aprile 2022.