Velonà, Fortunato (Fort)

Fortunato Velonà, [Bova (Reggio Calabria), 3 agosto 1893 – New York, 9 maggio 1965] 

Nacque a Bova (Reggio Calabria) da Domenico, falegname, e da Domenica Marino, casalinga. Imparò a leggere e scrivere, denotando propensione anche per il disegno, ma svolse attività manuali facendo il sarto e il falegname. Attratto dalla politica, si iscrisse alla sezione del Partito Socialista e alla Camera del Lavoro, lottando per la giustizia sociale e per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori. Si formò leggendo “La Luce”, periodico della Federazione socialista reggina, il mensile varesotto “Germinal” e altri fogli che costituivano espressioni del partito, attraverso i quali veniva manifestato il dissenso verso la politica governativa e i privilegi di industriali e latifondisti, avverso lo sfruttamento della classe operaia. Contribuì all’apertura di diverse sezioni socialiste nel territorio dell’area jonica grecanica ed ebbe come punto di riferimento la figura di Nicola Palaia, tra i primi sostenitori del pensiero socialista nella provincia reggina.
Nel 1913 emigrò negli Stati Uniti, stabilendosi a New York e assumendo il nome “americanizzato” di Fort Velona. Fece lavori di varia natura prima di iniziare a integrarsi sia all’interno della comunità italiana colà insediatasi sia nella realtà newyorkese, avendo imparato a parlare e scrivere correttamente anche in lingua inglese.  Il 19 febbraio 1916 sposò Angelina Patanè, sua coetanea e anch’essa originaria di Bova, dalla quale ebbe due figli, Walter Domenico, nato a novembre del 1916, e Saverina, nata nel 1919, entrambi stabilitisi nello stato di New York.
Alcuni anni dopo, tra il dicembre 1921 e l’aprile 1922, rientrò temporaneamente in Italia per far visita ai parenti propri e della moglie. Poco meno di un anno prima del suo rientro era avvenuta la scissione del Partito socialista, con la nascita del Partito comunista d’Italia, per il quale Velonà manifestò dapprima interesse, ma che in seguito condannò per le attività oppressive del regime bolscevico. Non svolse, però, alcuna attività di propaganda in Calabria, considerato il programmato rientro a New York.
Tornato sotto la statua della Libertà, iniziò a diffondere le sue convinzioni antifasciste attraverso alcuni giornali in lingua italiana chiaramente contrari al regime di Mussolini, “La Parola del Popolo” (edita a Chicago), “La Stampa Libera” e “Il Nuovo Mondo”. Su quest’ultimo foglio e su altre pubblicazioni radicali italo-americane dai primi anni venti fino al termine della seconda guerra mondiale iniziò a fare satira politica, sbeffeggiando Mussolini e i suoi gerarchi, attraverso quelle che l’allora console italiano nella città definì “ignobili vignette contro il fascismo e i suoi capi”. Le strisce di Velonà, molto pungenti, vennero pubblicate non solo negli Stati Uniti, facendo presa soprattutto nei già numerosi gruppi di immigrati, peraltro poco adusi alla politica e spesso poco istruiti, in contrasto con la popolarità che Mussolini aveva anche oltre Oceano, ma furono riprese anche in molti Paesi europei su fogli prevalentemente clandestini. Vennero in molti casi riprodotte in grandi poster utilizzati nelle manifestazioni di protesta antifascista ed erano politicamente impegnate, focalizzando l’attenzione sulla repressione, sul terrore, sulla corruzione e sulla guerra (i “cartoni radicali” nell’allegoria del fascismo, scrive la storica Marcella Bencivenni). Quella pubblicata il 22 novembre 1925 su “Il Nuovo Mondo” divenne molto nota perché ritraeva il Duce e un uomo con un megafono che simboleggiava la stampa di regime, ed era intitolata “La stampa filofascista a sostegno del randello”.
I documenti originali (dal 1919 al 1962), costituiti da foto, ritagli di giornale, articoli e vignette pubblicati (sia in italiano che in inglese), sono custoditi presso la Biblioteca Elmer L. Andersen presso l’Università di Minneapolis, nello stato del Minnesota.
Attivo nel sindacato, soprattutto a favore degli “Amalgamated Clothing Workers of America” (settore tessile – abbigliamento), fece parte dal 1925 anche del Direttorio Nazionale provvisorio della Federazione garibaldina d’America. Il suo fervore politico non passò inosservato alle autorità che, ritenendolo “anarchico pericoloso”, nel 1931 lo iscrissero nel “Bollettino delle ricerche” e nella “Rubrica di frontiera”, che contemplavano la perquisizione e il fermo di polizia.
Tra gli immigrati calabresi impegnati nelle lotte sindacali attraverso forme radicali di protesta, già in passato le attenzioni delle autorità newyorkesi si erano concentrate su Emilio Grandinetti, di Decollatura (Catanzaro), Francesco Alò, di San Lucido (Cosenza), Alfonso Balducci, di Reggio Calabria, Salvatore Zumpano, di San Nicola dell’Alto (Catanzaro, oggi Crotone), Francesco Luigi Perri, di Petronà (Catanzaro) e molti altri. Velonà, secondo la polizia e la diplomazia italiana, e gli altri anarchici che costituivano “L’Adunata dei refrattari”, avevano anche l’obiettivo di raccogliere fondi per rientrare clandestinamente in Italia e dare corso ad attentati terroristici contro il regime di Mussolini. Con una raccolta di fondi tra anarchici, socialisti e lavoratori italiani promossa attraverso la stampa (“Per la nostra guerra”), il denaro sarebbe pervenuto all’anarchico-giornalista italo-svizzero Carlo Frigerio e gestito dal gruppo francese “Il Monito” dalla “Banque francaise et italienne pour l’Amerique du Sud”. Nel gruppo de “L’adunata dei refrattari”, che non riuscì a compiere quell’impresa, vi erano anche altri calabresi, tra i quali Saverio Procopio, di San Sostene (Catanzaro), Pietro Baroni, di Maida (Catanzaro) e Francesco Michele Coco, di Morano Calabro (Cosenza), quest’ultimo fondatore del periodico “Lotta di classe”.
Nonostante il fiato sul collo della polizia, Velonà continuò a essere attivo in politica. Nell’aprile del 1933, quale esponente della delegazione socialista italiana, assieme al compagno socialista Girolamo Valenti, giornalista e co-fondatore della Camera italiana del lavoro a New York, siciliano di Valguarnera Caropepe (Caltanissetta), tenne un comizio di protesta contro il fascismo internazionale nella «Union Square» (Manhattan) davanti a più di ventimila persone. In quella sede sostenne, come gli altri oratori, le ragioni degli ebrei contro la campagna antisemita avviata da Hitler e da Mussolini. E pochi mesi dopo, il 14 luglio, fu a capo di un gruppo di sovversivi impegnati a ostacolare un comizio delle “Khaki Shirts of America” (camicie color cachi), organizzazione fascista che aveva raccolto consensi tra molti italiani che vivevano a New York e in altri stati. Lo scontro a fuoco che ne scaturì fece rimanere sul campo il giovane Antonio Fierro, mentre egli rimase ferito, al pari di due esponenti del gruppo fascista. Nel corpo di un rapporto riservato, poi desecretato, del regio console Antonio Grossardi inviato all’Ambasciata italiana a Washington e per conoscenza al Ministro degli Interni si legge, tra l’altro, «Ho l’onore di riferire che venerdì sera 14 luglio 1933 nella Columbus Hall […] ebbe luogo un comizio della Terza Brigata delle “Khaki Shirts of America” con l’intervento del comandante nazionale Art Smith, il quale, presentato all’auditorio di Astoria l’italo-americano Antonio Pessolano, pronunciò un breve discorso. Dopo di lui prese la parola il capo di stato maggiore dell’organizzazione, Antonio Siani, anch’esso italo-americano. Nel frattempo un gruppo di facinorosi con a capo Fortunato Velonà […] introdottisi nella sala cominciarono a interrompere l’oratore…(omissis)».
Velonà e gli altri attivisti e sindacalisti portavano avanti anche principi e valori antimilitaristi e organizzavano costantemente incontri nelle città e nei quartieri di New York per spiegare le motivazioni delle lotte avviate e condotte, coinvolgendo la gente del posto, sia immigrati che indigeni. Nelle varie organizzazioni, soprattutto nel Comitato direttivo segreto per la lotta antifascista in America, assieme agli anarchici vi erano anche massoni. Le lotte antifasciste negli anni Trenta si richiamarono anche all’ingiusta esecuzione, avvenuta nel 1927, degli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, anche se non si poté mai affermare la prevalenza della sinistra italo-americana nei confronti del fascismo, radicato attraverso i poteri forti anche negli Usa.
Terminata la seconda guerra mondiale e indenne da rappresaglie da parte della polizia newyorkese, anche se successivamente schedato quale comunista, caduto il fascismo in Italia, Velonà continuò a svolgere attività di propaganda antifascista e libertaria, incontrando la gente dei quartieri e soprattutto attraverso la stampa con articoli e vignette, sino al 1962. Continuò a mantenere contatti con amici e parenti di Bova e dell’area grecanica reggina, ma non vi fece più ritorno. Morì a New York, dov’è sepolto, a pochi mesi dal compimento dell’ottantesimo anno di età. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2022 – 10

Nota bibliografica

  • Katia Massara, L’emigrazione “sovversiva”. Storie di anarchici calabresi all’estero, Le Nuvole, Cosenza 2003;
  • Amelia Paparazzo (a cura di), Calabresi sovversivi nel mondo: l’esodo, l’impegno politico, le lotte degli emigranti in terra straniera (1880-1940), Rubbettino, Soveria Mannelli 2004;
  • Katia Massara e Oscar Greco, Rivoluzionari e migranti. Dizionario biografico degli anarchici calabresi, Ed. BFS, Pisa 2010, pp. 212-213.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, Direzione Generale P.S. Divisione Affari Generali e Riservati, b. 5346, f. 15567, con annotazione dei connotati ma privo di foto segnaletica e annotazioni dal 29 gennaio 1925 al 19 novembre 1940.

Ringraziamenti

L’A. ringrazia la prof.ssa Katia Massara e il prof. Carmelo Giuseppe Nucera per notizie, dati e documenti forniti.