Il saluto del presidente Palma al convegno sul popolarismo nel Mezzogiorno

Il convegno è stato dedicato ad Antonio Guarasci, Pietro Borzomati, Luigi Intrieri e Maria Mariotti: gli storici calabresi che hanno aperto le prime piste della ricerca su questi temi e hanno ben meritato della cultura storiografica nazionale.

Mercoledì 13 novembre si è svolto all’University Club dell’Università  della Calabria il convegno nazionale “Alla scuola di don Sturzo: il popolarismo nel Mezzogiorno. A cento anni dall’Appello ai Liberi e Forti” organizzato dall’ICSAIC in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Unical, l’Istituto Luigi Sturzo di Roma e la Fondazione Carical.


Pubblichiamo il saluto del presidente Paolo Palma.

L’anno sturziano volge al termine. È stato un anno di riflessioni intense per il centenario del Partito Popolare Italiano. Questo è uno degli ultimi, forse l’ultimo, convegno del 2019 sul tema, al quale l’ICSAIC, piccolo ma antico e operoso istituto di ricerca e di didattica della storia, radicato in questa regione, ha voluto dare un respiro meridionalistico, un territorio di riferimento più ampio in cui inserire il popolarismo calabrese.
Questo convegno segue di poche settimane al seminario di verifica della ricerca sul popolarismo nel Mezzogiorno, coordinata dal qui presente prof. Violi per conto dell’Istituto Sturzo di Roma e dell’Istituto di Studi Politici San Pio V, cui ho avuto il piacere di partecipare il 25 settembre scorso. Oso sperare che la pubblicazione degli Atti di quella ricerca e dell’odierno convegno possano costituire, insieme, un aggiornamento serio degli studi sul Partito Popolare Italiano in un’ottica meridionalistica.
Parlando alla Sorbona nel 1950, Federico Chabod disse – è noto – che la fondazione del PPI era l’avvenimento più notevole della storia d’Italia nel XX secolo. Il grande storico valdostano parlava a soli trentuno anni da quell’evento. Settanta anni dopo è il caso di chiedersi se il primato indicato da Chabod abbia resistito o sia stato abbattuto. Un rapido sguardo alla più recente storia d’Italia induce a rispondere che quel primato resiste. E, inoltre, che il popolarismo ha ancora una sua attualità  in relazione a certi problemi della società  italiana e del Mezzogiorno in particolare. Anche in questo caso la storia è storia contemporanea. Quell’evento conserva dunque, e soprattutto, tutta la sua importanza per aver sanato il trauma della Breccia di Porta Pia e inserito a pieno titolo, non più furbescamente, come era avvenuto durante il pontificato di Pio X, le masse cattoliche nella vita della nazione.
E veniamo a noi. “Alla scuola di don Sturzo. Il popolarismo nel Mezzogiorno. A cento anni dall’Appello ai Liberi e Forti”. Titolo suggestivo, credo di poter dire. Ma come escludere che questo titolo possa essere sottoposto a verifica critica in questa nostra giornata di studio? I vari PPI del Sud erano realmente guidati da allievi di don Sturzo? Qual era la reale influenza del segretario fondatore in queste regioni? Intendo certo riferirmi alle tante realtà  clerico-moderate presenti nel partito, anime che diventeranno clerico-fasciste e metteranno in minoranza Sturzo al momento della formazione del governo Mussolini.
Ma parlo anche delle realtà  cattolico-sociali più vicine a Sturzo, dei cosiddetti preti sturziani. Era sturziano don Carlo De Cardona? O non rimaneva piuttosto maggiormente legato alla originaria idea democratico-cristiana murriana, per la quale aveva avuto peraltro i suoi bei fastidi durante la persecuzione antimodernista? Idea che aveva come è noto una forte componente integralista di sinistra, che era invece estranea a don Luigi. E non è forse un caso che nella fase originaria di Comunione e Liberazione, prima del suo scivolamento a destra, tra le gigantografie esibite nei raduni di quel movimento integralista vi fosse quella di don Carlo. Né forse è un caso che la prima biografia su De Cardona di Antonioli e Cameroni (coeva di quella del compianto collega e amico Ferdinando Cassiani) sia apparsa nel ’76 per i tipi di Jaca Book, quando questa casa editrice pubblicava Rosa Luxemburg. È del resto noto che dopo il famoso discorso di Murri a San Marino, don De Cardona prese le distanze da lui, ma continuò a difendere l’idea democratico-cristiana e i cattolici sociali cosentini aderirono poi alla Lega Democratica Nazionale di Murri.
Parleremo credo dei limiti, delle contraddizioni, oltre che delle luci, del popolarismo meridionale. Limiti risalenti a quella che si deve definire “la questione meridionale ecclesiale”, di cui ci ha parlato Borzomati, all’interno di un mondo cattolico sofferente di anemia religiosa e culturale, secondo la definizione di Scoppola. Una Chiesa e la sua Opera dei Congressi decisamente, nel suo complesso, incapace di comprendere il Mezzogiorno, a volte ostile a esso, con qualche punta di “razzismo” e di spirito colonialistico.
Altro elemento: una inferiorità  culturale e morale, con le dovute eccezioni naturalmente, del clero al Sud. Ne parla Sturzo: i preti maggiordomi. E Murri: i preti non estranei alle “astute cupidigie delle clientele meridionali”. Tra il 1887 e il 1888 il milanese Emilio De Marchi diede origine al noir italiano con il romanzo Il cappello del prete, ambientato a Napoli. Il protagonista è don Cirillo ‘u prevete, dedito non alla cura delle anime ma ai traffici con i notabili e allo strozzinaggio. Figura letteraria certamente estrema, ma in qualche modo evocativa e rappresentativa di quel mondo religioso chiuso, retrivo, per anni ignorato dalla Chiesa e dal Movimento cattolico, che solo in parte alcuni grandi vescovi riuscirono a scuotere, anche grazie alla istituzione dei seminari regionali.
Ho parlato all’inizio di attualità  del popolarismo. Non è questa la sede per approfondire il tema. Accenno soltanto allo Sturzo “unitario” ma anche “federalista impenitente”, il quale già  nel 1901 lancia la sua sfida allo Stato accentratore: “Lasciate che noi del Meridione possiamo amministrarci da noi, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, assumere la responsabilità  delle nostre opere, trovare l’iniziativa dei rimedi ai nostri mali…”. Don Carlo De Cardona gli avrebbe fatto eco ricordando che era certo possibile, anche utile criticare il governo “e magari maledirlo, ma dopo aver badato a noi stessi, a quello che potremmo fare e, purtroppo non ci decidiamo a fare”. Sono parole che si collocano all’opposto rispetto alle stereotipo del meridionale arruffone e piagnone, sempre col cappello in mano. È un tema ancora caldo. Basti pensare al regionalismo differenziato di cui tanto si parla, anche in questi giorni.
Il filo conduttore del pensiero sturziano, posto alla base del nuovo partito, è la democratizzazione dello Stato liberale e quindi l’emarginazione attraverso la proporzionale, delle vecchie classi dirigenti inette e corrotte. Come? Con “l’impegno e l’onestà  dei cattolici”, diceva Sturzo. Aveva le carte in regola, perché a Caltagirone la svolta morale amministrativa c’era stata, nella Sicilia dominata dal “partito affarista”, come lo chiamava.
Cuore della democratizzazione dello Stato era per Sturzo il Mezzogiorno, secondo la lezione di Gabriele De Rosa. “Partito nazionale di estrazione meridionale” ha definito il PPI Guarasci. Ma pur mettendo al centro del programma del nuovo partito il Sud – per la prima volta – i risultati per il PPI in quelle regioni non furono lusinghieri. Poco più di 20 dei 100 deputati eletti nel ’19, proprio un secolo fa. Si votò infatti il 16 di novembre. Discrete percentuali soltanto in Campania e Calabria (18%), a fronte del 36% veneto e del 30 lombardo. Solo il 12 nelle due isole, il 10 in Puglia, il 7 in Abruzzo. E buona parte di quei consensi provenivano oltretutto da quelle clientele che don Luigi avrebbe voluto mandare in soffitta come vecchi arnesi arrugginiti, ma che avevano trovato modo invece di annidarsi nella sua creatura politica.
Ho concluso. Ma prima di dare l’avvio ai lavori, vorrei fare una dedica di questo nostro convegno: agli storici calabresi che hanno aperto le prime piste della ricerca su questi temi e hanno ben meritato della cultura storiografica nazionale.
Ad Antonio Guarasci, al meridionalista Guarasci oltre che allo storico, cosentino della Valle del Savuto, pioniere degli studi decardoniani. Suo il primo saggio, apparso nel 1960, a soli due anni dalla morte di don Carlo. Sue le prime ricerche sul movimento cattolico cosentino al tempo del vescovo Camillo Sorgente, e gli studi sul giobertismo in Calabria e le riflessioni sul meridionalismo sturziano.
A Pietro Borzomati, reggino di Catona, storico della pietà  popolare oltre che del movimento cattolico. Sui cattolici e il Mezzogiorno, sugli aspetti religiosi del movimento cattolico in Calabria i suoi importanti studi.
A Luigi Intrieri, cosentino della Presila, più precisamente di San Pietro in Guarano, la principale base operativa del cooperativismo decardoniano. Anche lui biografo del sacerdote di Morano (con Borzomati), del movimento delle casse rurali, dell’Azione Cattolica, di don Luigi Nicoletti. Lo ricordiamo con affetto anche quale vicepresidente del nostro Istituto.
A Maria Mariotti, instancabile studiosa reggina che ci ha lasciato quest’anno ultracentenaria. Colonna anche dell’Azione Cattolica di quella diocesi fin dall’episcopato di mons. Montalbetti, in epoca fascista ma con stile antifascista come ci ricordò un altro grande storico calabrese, Gaetano Cingari. Studiosa delle istituzioni ecclesiali e della spiritualità  nella Calabria moderna e contemporanea, ma anche della recezione della Rerum Novarum nell’Italia meridionale.
Ad essi si può accostare la classica similitudine attribuita a Bernardo di Chartres da Giovanni di Salisbury: i nani che vedono lontano perché seduti sulle spalle dei giganti. Significa che anche noi possiamo vederci meglio e progredire negli studi grazie alle ricerche svolte da questi nostri giganti in anni lontani. È l’augurio che rivolgo a tutti noi per questa giornata.


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