“Lina Merlin, madre costituente”. La postfazione di Saverio Regasto al libro di Bruno Gemelli

Sulla vita e sulla figura di Lina Merlin, una delle tre grandi figure femminili dell’Italia repubblicana assieme a Tina Anselmi e Nilde Iotti, è in uscita per Città del Sole Edizioni di Reggio Calabria il volume del giornalista Bruno Gemelli dal titolo “Lina Merlin, Madre Costituente”, che si avvale della prefazione della parlamentare Lia Quartapelle e della postfazione di Saverio Regasto, professore di Diritto pubblico comparato all’Università di Brescia, nonché Socio dell’ICSAIC.

Riportiamo, di seguito, il contributo fornito dal nostro Socio alla pubblicazione di Gemelli, ricordando e riconoscendo lo spessore politico ed etico di Lina Merlin, socialista, nota non solo per la Legge che porta il suo nome con la quale vennero chiuse le case di tolleranza nel 1958 e per la sua tenacia nei lavori parlamentari, che venne licenziata dall’insegnamento e inserita nell’elenco dei “sovversivi” per essersi rifiutata di prestare il giuramento di fedeltà al regime fascista e condannata a 5 anni di confino in Sardegna, e partecipò poi alla Resistenza partigiana, divenendo in seguito una delle fondatrici dell’UDI (Unione Donne Italiane).

(Ange)Lina Merlin è passata alla storia del nostro Paese per aver voluto strenuamente che il Parlamento approvasse la Legge – che da allora porta il suo nome – con cui sono state “chiuse” le case di tolleranza; con un gioco di parole, persino abusato, si è anche scritto che sono state “chiuse le case chiuse”. Ma questo non era certo il principale obiettivo della tenace senatrice, veneta e socialista, che in realtà non combatteva la prostituzione in senso stretto, ma il suo sfruttamento, volendo dare dignità alle migliaia di ragazze praticamente prive di diritti e sottoposte a un regime molto simile a quello carcerario.

In un Paese bigotto e ipocrita, ma vien da chiedersi se sia cambiato qualcosa da allora, una donna, in una società oscenamente maschilista, che osa mettere in discussione uno dei portati dell’organizzazione sociale di allora, non può non essere al centro dell’attenzione. Eppure pochi ricordano che la Nostra è stata Madre costituente (insieme ad altre 20 donne coraggiose, determinate e brillanti), componente della Commissione dei 75 (il gruppo ristretto a cui l’Assemblea Costituente “delegò” l’incarico di redigere il primo testo scritto della Costituzione), prim’ancora laureata e docente di francese, poi Senatrice di lungo corso, mentre tutta la sua notorietà è dovuta alle feroci polemiche, innescate da insospettabili influencer del tempo come Indro Montanelli, che l’approvazione della sua legge si è portata dietro fino ai giorni nostri. Non sono pochi, infatti, i politici, persino taluni Ministri, che ritengono si debba tornare indietro, riaprendo i bordelli, sotto il controllo più o meno stretto dell’autorità pubblica al solo fine di “nascondere” taluni vizi degli italiani e di far salva, come spesso è accaduto, quella “doppia morale” che contraddistingue larga parte del popolo italico.

Lina Merlin ha rappresentato, ad avviso di chi scrive, uno degli esempi più fulgidi di correttezza e, soprattutto, di coerenza, senza peraltro cadere nella facile trappola del moralismo, tanto di matrice cattolica, quanto di matrice socialcomunista, sin dal tempo in cui fu chiamata a “scrivere” talune disposizioni costituzionali riguardanti i diritti delle donne e l’organizzazione della famiglia, in questo peraltro, insieme a un’altra madre costituente destinata ad avere un ruolo di fondamentale importanza nella storia della repubblica come Nilde Iotti.

Appare di palmare evidenza, a noi oggi come a Lina allora, che stare dalla parte delle donne e riconoscere diritti pieni (sorrido, col senno del poi, quando qualche studente e persino qualche collega, volendosi riferire alla riforma elettorale di Giolitti, la esemplifica con il termine “suffragio universale maschile”, con ciò creando il più classico degli ossimori), non era oltremodo tollerabile che le “signorine” fossero non solo oggetto di mercimonio, poste sotto la tutela delle tenutarie, sotto il controllo dell’Autorità di pubblica sicurezza e quella sanitaria e da ultimo, ma non per ultimo, fossero state private di taluni fondamentali diritti costituzionali. Questa la motivazione profonda dell’azione politica di questa donna che, come spesso è capitato nella storia del nostro tormentato Paese, con una sorta di eterogenesi dei fini, viene ricordata poco o nulla per la sua lunga attività politico-istituzionale, che si è conclusa con l’abbandono polemico del suo partito e il ritiro a vita privata, mentre deve la sua notorietà a un provvedimento legislativo che ha caparbiamente, ma che le è sempre sembrato solo un piccolo mattone nella costruzione della emancipazione femminile. Alla Senatrice è stato risparmiato l’epilogo triste della fine della prima repubblica, la triste dissoluzione del suo partito, travolto dagli scandali e, infine, la discesa in campo del Cavaliere che con i suoi comportamenti ha profondamente modificato, talvolta travolto, non solo la cultura del tempo, faticosamente costruita dalla classe dirigente di allora, ma anche l’idea che l’immagine possa prevalere sulla sostanza.

Lo scritto che precede, con metodo scientifico, capacità storica e, soprattutto, con prosa semplice e tutt’altro che noiosa – tratto che contraddistingue Bruno Gemelli da sempre – riporta al centro del dibattito la figura di Lina Merlin che appare (e soprattutto mi appare) un fulgido esempio di donna delle istituzioni. Affermare che l’Italia, a un certo punto della sua storia, è diventato un Paese di “nani e ballerine” mi sembra francamente ingeneroso, ma a rileggere gli Atti dell’Assemblea costituente e, in particolare, il contributo che diedero le poche elette di allora, fra cui Lina Merlin, mi induce a pensare che la nostra generazione è davvero cresciuta, forse inconsapevolmente, sulle spalle di Giganti.

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