Pci cent’anni dopo: il legame con l’Urss da forza a zavorra

In occasione del centenario della Scissione di Livorno, che il 21 gennaio 1921 diede vita al Partito Comunista d’Italia, l’ICSAIC propone una lettura dell’avvenimento attraverso gli articoli di tre personalità legate al Pci per studi o attività politica. Dopo i testi degli storici Giovanni De Luna e Marcello Flores, presentiamo oggi un intervento di Franco Ambrogio, già deputato del Pci e socio dell’ICSAIC. Ambrogio è autore di Venti di speranza. La Calabria tra guerra e ricostruzione (1943-1950), Rubbettino 2018, con premessa di Rosario Villari.

Pci cent’anni dopo: il legame con l’Urss da forza a zavorra
di Franco Ambrogio

Cento anni dalla nascita e trenta dallo scioglimento del Pci sono sufficienti per analizzare con distacco il suo ruolo nella storia d’Italia. Lontani da tentazioni strumentali rivolte al presente, possiamo oggi offrire un giudizio, che non si risolva in un processo alla storia, a ciò che è stato e non doveva essere. Se sin dal principio il Partito Comunista fosse stato solo portatore di catastrofi – come qualcuno dice – la ricerca critica sarebbe semplice e non susciterebbe il largo interesse che, invece, trova non solo fra gli intellettuali, ma in una parte considerevole di opinione pubblica. Solo analizzando i fatti ed il loro contesto, si possono comprendere le idee e le scelte compiute.
La scissione di Livorno non fu certo un’anomalia italiana. Alla fine della guerra, in tutt’Europa il clima era caratterizzato da attese rivoluzionarie o da tentativi rivoluzionari in atto, dopo l’ottobre russo. In molti paesi dei diversi continenti nascevano i partiti comunisti. Nel biennio 1919-20 l’Italia aveva vissuto una straordinaria stagione di lotte sociali e di vittorie del Partito Socialista. Tutti i socialisti ritenevano e proclamavano imminente l’avvento del socialismo, esaltavano la rivoluzione, ma non la attuavano; all’interno della borghesia industriale e terriera dilagava invece la paura dell’evento rivoluzionario. Il Psi era d’accordo ad aderire all’Internazionale Comunista. Nel Congresso di Livorno, si decideva se espellere o meno la corrente riformista e questo determinò la rottura. Poteva l’Italia essere un paese, dove non veniva costituito un partito comunista o per trasformazione o per scissione? Fu la scissione. Ci fu sottovalutazione del fascismo da parte dell’insieme delle forze socialiste? Sì, quando già il fascismo aveva cominciato a sferrare i colpi di un’inaudita violenza proprio in Emilia, dove più forte era la presenza socialista-riformista. Ma non mancò la consapevolezza che la reazione sarebbe stata estremamente violenta, se non si fosse compiuta la rivoluzione, ritenuta erroneamente possibile anche quando la situazione era cambiata rispetto al 1919-20. Il fatto è che la scissione fu un elemento di un più complessivo sfarinamento del Partito socialista.
Capo del Partito Comunista era Amadeo Bordiga, napoletano, personalità forte e rigorosa, di grande fascino, astensionista e critico irriducibile del Psi. La sua linea entrò presto in conflitto con l’Internazionale di Mosca. Nel 1923 il gruppo ordinovista torinese di Antonio Gramsci, insieme ad altri, si staccò da Bordiga e, sostenuto dall’Internazionale, assunse la direzione del partito. Ne derivò un conflitto con i bordighiani, che si concluse nel 1926 con il Congresso di Lione. Qui infatti furono gettate le basi della strategia comunista, fondata su una rilettura della società italiana (con attenzione alla questione meridionale) e della formazione dello Stato unitario. L’ancoraggio agli interessi nazionali fu il fulcro della strategia dalla “svolta di Salerno” in poi.  La formazione dei governi di unità nazionale, il decisivo contributo alla Resistenza, con carattere di massa e indirizzo unitario, la soluzione democratica della questione istituzionale con il referendum e la Costituente, l’elaborazione e l’approvazione di un’originale Costituzione della Repubblica sono momenti concatenati di una politica coerente. È in questi momenti che il Pci acquisì definitivamente il suo carattere e la sua legittimità nazionali. Non è un caso che il Pci sia stato l’unico partito comunista a contribuire alla fondazione di una repubblica democratica. La trama dell’azione politica è la ricerca di un’intesa con le altre componenti ideali e politiche, in primo luogo con i cattolici. La “questione cattolica” è un punto fisso nella strategia togliattiana, non solo come rapporto tra Stato e Chiesa, ma come necessità di un dialogo con i caratteri ideali e sociali del cattolicesimo democratico.
Il “partito nuovo” di Togliatti è lo strumento funzionale a quella visione, al di fuori dell’esperienza del movimento comunista internazionale e del socialismo italiano.
Se in Italia “non si fa come in Russia” …, il partito non poteva essere un ristretto gruppo di propagandisti del socialismo, ma una forza capace di proporre soluzioni ai problemi della nazione e lottare per la loro realizzazione. Una forza, che concepiva la democrazia non come momento di passaggio ad un altro regime, ma come elemento irriducibile dell’Italia da costruire, all’insegna di una maggiore giustizia sociale. Era un’innovazione dirompente, che incontrò resistenze, scetticismi, opposizioni nel nord e nel sud del Paese. Si pensi a cosa ha significato la formazione del “partito nuovo” nel Mezzogiorno, cioè in una società disgregata, lacerata da spinte centrifughe, condizionata dai personalismi, dove, prima del fascismo, la dimensione politica era stata il notabilato ed il localismo. Un obiettivo ambizioso, che recò un contributo decisivo all’affermazione della democrazia nel Sud, allargando la partecipazione alla vita politica di classi sociali, a partire dai contadini più poveri, private dei loro diritti anche dopo la formazione dello stato unitario. La nascita e la formazione dei due grandi partiti nazionali di massa, quello comunista e quello cattolico, rappresentavano una novità, che cambiò il volto politico del Mezzogiorno.
Il legame fondativo con la Rivoluzione di Ottobre costituì un elemento di forza del Pci negli anni della guerra e alla sua conclusione, considerato il ruolo decisivo ed il successivo prestigio della Russia. Ma presto divenne il suo limite.
La formazione di due blocchi ideologici e statali su scala internazionale, già a partire dal 1947, impedì alla democrazia italiana uno sviluppo autonomo. Togliatti, che aveva temuto e valutato come una sciagura la divisione dell’Europa in due blocchi, fu colpito dalle critiche di Stalin ed ostacolato nel portare avanti la sua politica. La cosiddetta doppiezza del Pci nasceva da un’inevitabile contraddizione: l’adesione alla democrazia da una parte e il legame con l’Urss dall’altra. Da essa poteva scaturire una rottura delle forze seguaci del Pci dal momento che al suo interno non mancavano orientamenti critici ed alternativi a quelli di Togliatti. Era il limite di una politica costretta nel suo tempo. È tuttavia innegabile che, nei momenti drammatici di quegli anni, furono proprio le posizioni di Togliatti da una parte e di De Gasperi dall’altra ad evitare lo scoppio di una guerra civile. Quello facendo prevalere il partito della nazione, questo mostrandosi indisponibile ad assecondare le spinte a mettere fuori legge il Pci. È altresì oggettivo che il rapporto con l’Urss costituì una zavorra di cui, in particolare dal 1956, occorreva sbarazzarsi.
Ad ogni modo, il Pci si avviò in un lungo cammino di lotte sociali e politiche. Il carattere riformista dei suoi obiettivi – il miglioramento salariale, i diritti dentro e fuori i luoghi di lavoro, i diritti civili, le riforme previdenziali e sanitarie, ecc. – è innegabile. La rete di organizzazioni sociali e culturali, fatta di sindacati, associazioni, cooperative, ha consentito una partecipazione popolare permanente, che ha dato vigore al sistema democratico. Obiettivi ed organizzazioni che hanno condizionato anche la politica dei governi e non hanno ostacolato lo sviluppo economico, ma anzi contribuito alla modernizzazione.
Negli anni Settanta, le due maggiori forze antagoniste, la Dc e il Pci, convennero sulla necessità di normalizzare la democrazia italiana, creando le condizioni dell’alternanza al governo del Paese. Moro fu ucciso per impedire questo processo. Avremmo raccontato un’altra storia degli ultimi quaranta anni.

Da Livorno al Gulag, sola andata. Marcello Flores sul Centenario del Pci

In occasione del centenario della Scissione di Livorno, che il 21 gennaio 1921 diede vita al Partito Comunista d’Italia, l’ICSAIC propone una lettura dell’avvenimento attraverso gli articoli di tre personalità legate al Pci per studi o attività politica.

Dopo quello di Giovanni De Luna, pubblicato venerdì 8 gennaio 2021 su Il Fatto Quotidiano, presentiamo qui un testo dello storico Marcello Flores, pubblicato su La Lettura, supplemento del Corriere della Sera, il 10 gennaio 2021. Domani comparirà infine un intervento di Franco Ambrogio, già deputato del Pci e socio dell’ICSAIC:

Pci, il doppiofondo della storia. Giovanni De Luna sul Centenario del Pci

In occasione del centenario della Scissione di Livorno, che il 21 gennaio 1921 diede vita al Partito Comunista d’Italia, l’ICSAIC propone una lettura dell’avvenimento attraverso gli articoli di tre personalità legate al Pci per studi o attività politica.

Presentiamo qui l’articolo dello storico Giovanni De Luna, pubblicato venerdì 8 gennaio 2021 su Il Fatto Quotidiano. Seguirà domani un testo dello storico Marcello Flores, pubblicato su La Lettura, supplemento del Corriere della Sera, il 10 gennaio 2021; dopodomani comparirà infine un intervento di Franco Ambrogio, già deputato del Pci e socio dell’ICSAIC:

ICSAIC: Call for papers convegno di studi in occasione dei 100 anni dalla fondazione del PCI

Il 21 gennaio 1921 nel Teatro San Marco di Livorno si svolse il Congresso costitutivo da cui sarebbe nato il Partito Comunista d’Italia, considerato come una Sezione dell’Internazionale comunista. Per settant’anni il partito fondato da Bordiga e Gramsci s’impose sulla scena politica italiana con alterne fortune. In occasione del centenario della sua fondazione, l’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (ICSAIC) intende promuovere un convegno di studi al fine di ripercorrerne i suoi primi trent’anni di attività (1921-1951) e analizzare l’operato di figure più o meno note al suo interno, con uno sguardo prevalente, ma non esclusivo, alla Calabria e al Meridione.

L’obiettivo del convegno è anche quello di ricostruire, attraverso la molteplicità degli interventi, il contesto sociale, economico e culturale di quegli anni. In tal senso s’invitano gli studiosi dotati di varie sensibilità e diversi approcci culturali a inviare proprie proposte d’intervento riconducibili alle seguenti aree tematiche:
1 – la ricostruzione di quei profili biografici che hanno svolto una particolare attività all’interno del partito e nella società del tempo a livello territoriale, nazionale e internazionale che permettono anche di offrire uno spaccato ampio e originale del contesto storico di riferimento;
2 – l’attività di organizzazione del partito prima dell’avvento della dittatura e subito dopo il settembre 1943, la nascita di sezioni, comitati, organizzazioni ed enti che a esso facevano riferimento, prendendo in considerazione anche le strategie messe in atto per la diffusione del partito tra le masse e i gruppi dirigenti locali; in questo caso sarebbe interessante anche approfondire il periodo di clandestinità durante il Ventennio;
3 – i canali di comunicazione e propaganda praticati dal partito e dalla sua organizzazione: da quella giornalistica a quella interna delle sezioni, dai comizi alle attività culturali;
4 – i rapporti che intercorrevano tra il gruppo dirigente nazionale e le realtà territoriali sia per quanto riguardava la propaganda politica sia a livello culturale e di azione sociale, con particolare attenzione a eventuali divergenze.
L’abstract della proposta, della lunghezza massima di 2500/3000 caratteri (spazi inclusi), dovrà pervenire all’indirizzo email icsaic@icsaicstoria.it entro e non oltre il 20 febbraio 2021 e dovrà essere corredato dall’indirizzo e-mail del proponente e l’ente, istituto o l’Università di appartenenza. L’eventuale accettazione della proposta verrà comunicata dal Comitato Scientifico entro il 30 marzo 2021. Il Convegno avrà luogo nel mese di novembre 2021.

Il Presidente                                                                                   Il Direttore
Prof. Paolo Palma                                                                    Prof. Vittorio Cappelli