ICSAIC: presentati il volume sul popolarismo nel Mezzogiorno e la nuova edizione della Rivista

Giovedì 11 novembre l’ICSAIC ha presentato al pubblico i suoi ultimi due lavori: il volume “Alla scuola di don Sturzo. Il popolarismo nel Mezzogiorno a cento anni dall’Appello ai liberi e forti”, curato da Lorenzo Coscarella e Paolo Palma, e la nuova edizione della “Rivista calabrese di storia del ‘900”, diretta da Vittorio Cappelli.
Dopo l’introduzione di Fabio Mandato, che ha moderato la presentazione, e il benvenuto dell’editore Walter Pellegrini, che ospitato l’iniziativa nel Terrazzo Pellegrini di Cosenza, il presidente ICSAIC Paolo Palma ha salutato i presenti sottolineando il momento significativo per l’Istituto, che riprende in presenza le sue attività dopo l’ulteriore pausa dovuta alla pandemia in corso.
Palma ha ricordato nel suo intervento anche lo studioso cosentino Emilio Tarditi, alla presenza della moglie e delle figlie. A Tarditi, socio ICSAIC e autore di numerose pubblicazioni, la Rivista ha dedicato un ricordo a firma del prof. Mario Iazzolino dell’Accademia Cosentina.

Mario Bozzo, della Fondazione CARICAL, ha presentato il volume sul Popolarismo nel Mezzogiorno fornendone un’ampia lettura ed evidenziando aspetti dell’opera sturziana nel Sud della penisola, sottolineandone l’attualità del pensiero e dell’azione. Antonio Costabile, docente dell’Università della Calabria, partendo dal volume e dal rapporto popolarismo/populismo, ha portato all’attenzione dei presenti alcune questioni di stretta attualità politica e sociale che, al confronto con l’esperienza popolare di un secolo fa, mostrano quanto siano cambiati l’agire della classe politica del paese e le modalità che i cittadini hanno di rapportarsi ad essa.
Il volume “Alla scuola di don Sturzo. Il popolarismo nel Mezzogiorno” raccoglie gli atti del convegno tenutosi presso l’Università della Calabria nel novembre 2019 in occasione del centenario dell’Appello ai liberi e forti. Lorenzo Coscarella, membro del direttivo ICSAIC e curatore del lavoro insieme al presidente Palma, si è soffermato sull’esperienza del convegno e della curatela del volume, evidenziando gli apporti dei vari autori dei quali si pubblicano le relazioni e sottolineando come l’opera sia il risultato di un lavoro collettivo che ha dato alla luce un contributo, si spera significativo, alla storiografia del Partito popolare sturziano. Lo stesso Coscarella ha ricordato come nelle prossime settimane l’ICSAIC sarà impegnato in un nuovo evento, il convegno dedicato al centenario della fondazione del PCI, che raccoglierà studiosi dell’argomento che analizzeranno il periodo tra le origini e i primi anni ’50 in Calabria e nel Mezzogiorno.

Il prof. Vittorio Cappelli, direttore scientifico dell’Istituto, ha presentato quindi la nuova edizione della rivista, da lui diretta. Edita da Pellegrini, la nuova serie si presenta in veste grafica rinnovata e con tante alte novità, mantenendo il suo carattere scientifico e il filo conduttore con le altre esperienze editoriali ICSAIC.

Presentazione del volume sul popolarismo nel Mezzogiorno e della nuova edizione della rivista ICSAIC

L’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea riparte in presenza dopo tanto tempo per portare alla conoscenza di tutti gli ultimi suoi lavori. Giovedì 11 novembre, alle ore 17.30, il Terrazzo Pellegrini di Cosenza, ospiterà la presentazione del volume “Alla scuola di don Sturzo. Il popolarismo nel Mezzogiorno a cento anni dall’Appello ai liberi e forti” e la nuova edizione dello storico periodico dell’Istituto, la “Rivista calabrese di storia del ‘900”.
Il volume, curato da Lorenzo Coscarella e Paolo Palma, raccoglie gli atti del convegno nazionale sul popolarismo nel Mezzogiorno organizzato dall’ICSAIC e tenutosi nel novembre 2019 presso l’Università della Calabria. La “Rivista calabrese di storia del ‘900”, diretta da Vittorio Cappelli ed edita anch’essa da Pellegrini, si presenta in una veste rinnovata e continua a rappresentare un punto di riferimento nel panorama della storiografia calabrese.
All’iniziativa, moderata dal giornalista Fabio Mandato, dopo l’introduzione del presidente ICSAIC Paolo Palma interverranno Mario Bozzo, della Fondazione CARICAL, Antonello Costabile, dell’Università della Calabria, Lorenzo Coscarella, membro del direttivo ICSAIC, e Vittorio Cappelli, direttore scientifico dello stesso Istituto.
La partecipazione all’evento è consentita a tutti coloro che sono dotati di green pass, nel rispetto delle regole di sicurezza anti-Covid. Sarà un modo per l’ICSAIC per riallacciare il contatto con soci e amici e presentare anche le prossime iniziative in programma, tra cui il convegno sul centenario del PCI in programma all’Unical per i prossimi 24 e 25 novembre.

Contro i luoghi comuni neoborbonici. Una lettura del presidente Palma al volume di Pino Ippolito Armino

Il recente volume di Pino Ippolito Armino Il fantastico regno delle Due Sicilie. Breve catalogo delle imposture neoborboniche presenta ai lettori una operazione di fact checking sulle tante inesattezze sull’Unità d’Italia che tanti storici revisionisti hanno contribuito a diffondere. Il presidente ICSAIC Paolo Palma, in un articolo pubblicato su “Il Quotidiano del Sud” del 22 luglio 2021, fornendo una propria lettura del volume di Armino sottolinea alcuni dei più diffusi luoghi comuni neoborbonici da sfatare.

Come ti smonto le frottole dei neoborbonici

So di entrare a gamba tesa, ma lo dico in premessa: del libro di Pino Ippolito Armino, Il fantastico regno delle Due Sicilie. Breve catalogo delle imposture neoborboniche (Editori Laterza), c’era bisogno. Non perché manchino gli studi seri sull’Unità d’Italia, il brigantaggio, la questione meridionale, Mazzini e Garibaldi, ma perché l’agile strumento scelto dall’autore, il cosiddetto fact checking, è molto utile per contrastare le dieci principali baggianate (scusate se la gamba resta tesa) che hanno fatto la fortuna di un “pensiero” sostanzialmente reazionario, qual è il neo-borbonismo dilagante sui social.
A me è sempre parso, in realtà – e il libro di Armino rafforza questa convinzione – che il neoborbonismo rappresentasse la faccia sudista del leghismo nordista, da esso peraltro generato come rivalsa del povero Sud contro il ricco Nord; ma che al leghismo fosse in realtà omogeneo tanto da essere sostenuto da un’accozzaglia di “intellettuali” in cui spiccano i nomi dell’indipendentista piemontese Roberto Gremmo e del fascioleghista Mario Borghezio. L’importante, per questi signori, è colpire l’identità nazionale, da Nord e da Sud. Perché l’obiettivo comune, sostenendosi leghisti e neoborbonici a vicenda, è quello di trasmettere – come nota Arminio – lo stesso desiderio di separazione. Ben venga perciò chi combatte questa pericolosa deriva a viso aperto.
L’Autore fa correttamente risalire l’esplosione del neoborbonismo al fortunato, ma anche raffazzonato, libro Terroni di Pino Aprile (Piemme 2010) che a sua volta ha come progenitore il romanzo La conquista del Sud (Rusconi 1972) dello scrittore nostalgico Carlo Alianello, ma dimentica di ricordare (lacuna che non inficia la bontà del suo lavoro) che le prime tesi storiografiche sostanzialmente filo-borboniche nacquero a sinistra-sinistra, con il volume Contro la “questione meridionale”. Studio sulle origini dello sviluppo capitalistico in Italia, degli storici campani Edmondo M. Capecelatro e Antonio Carlo (Savelli 1972). Capecelatro e Carlo aprono addirittura il loro saggio contestando la tesi di Engels secondo cui il Mezzogiorno d’Italia soffriva per la mancanza di uno sviluppo capitalistico; e si sforzano di dimostrare che tale sviluppo si era in realtà realizzato e al momento dell’Unità d’Italia non esisteva divario tra Nord e Sud! Che come sappiamo è falso.
Dieci baggianate, dicevo, presenti qua e là in tutta la “storiografia” neo-borbonica che fa da coro al guru Aprile. La prima: il “genocidio meridionale”, che Armino dimostra essere definizione irresponsabile, fondata su dati vaghi, manipolati, ed episodi alterati come le detenzioni nella fortezza alpina di Fenestrelle e le stragi di Casalduni e Pontelandolfo, che egli ridimensiona nel numero delle vittime e correttamente contestualizza come rappresaglia seguita a un agguato brigantesco che aveva causato la morte di quarantuno militari piemontesi.
La seconda: la spedizione dei Mille frutto di un complotto inglese con la complicità del Piemonte, della massoneria e della mafia. Ma l’Autore ha gioco facile a dimostrare che Cavour cercò di ostacolare l’iniziativa garibaldina e che semmai furono i Borbone a non saper cogliere i fermenti di rinnovamento presenti nella società meridionale mettendosi essi alla testa di un movimento di unità nazionale.
E che dire del povero Garibaldi, che era certamente massone (ma non un Licio Gelli!), oggetto di accuse anche infamanti da parte della “storiografia” neo-borbonica? Garibaldi assassino del primo marito di Anita e schiavista senza scrupoli. Le prove? Nessuna per il presunto omicidio. Per quanto riguarda l’accusa di essere un mercante di schiavi, il grossolano fraintendimento di un documento dovuto a una cattiva traduzione dallo spagnolo. In realtà, quando Lincoln gli offrì il comando delle armate nordiste nella guerra civile americana, Garibaldi rispose che alla sua accettazione era d’ostacolo la mancanza di una chiara presa di posizione sull’abolizione della schiavitù, come documenta uno storico serio, Alfonso Scirocco, nella biografia dell’Eroe dei Due Mondi. Che strano schiavista!
Ma è sulle frottole e sugli svarioni di storia economica che l’agile volume di Armino risulta particolarmente convincente: il saccheggio del Mezzogiorno da parte dei piemontesi, i furti di preziosi e le razzie del denaro e dell’oro del Banco delle Due Sicilie, sia a Palermo sia a Napoli, la questione della unificazione dei debiti degli ex Stati nel nuovo debito pubblico nazionale, la ricchezza del Sud prima dell’Unità, l’industrializzazione del Mezzogiorno e la famosa siderurgia del distretto calabrese di Mongiana in tandem con le napoletane officine di Pietrarsa. L’Autore smonta queste fole una per una, rilevando giustamente che quelle meglio riuscite «mescolano sempre un po’ di cose vere a molte cose false», e riesce a distinguere tra le une e le altre dimostrando ad esempio la falsità dei presunti primati europei del Regno delle Due Sicilie in campo industriale, mercantile e militare. La realtà era molto meno rosea di come la dipingono i vari Aprile, Ciano, Del Boca (Lorenzo, non, per carità, il grande Angelo recentemente scomparso!). Alla base del ritardo del Sud borbonico c’era un grave deficit infrastrutturale, la mancanza cioè delle precondizioni per lo sviluppo. Basti pensare che alla vigilia dell’Unità le strade ferrate napoletane si estendevano per 124 chilometri, contro i 200 della Lombardia, i 308 della Toscana, gli 807 del Piemonte.
Quel Regno era tutt’altro che fantastico, soprattutto a partire dagli anni ’40 dell’Ottocento, quando piombò nell’oscurantismo mentre il Regno di Sardegna realizzava la modernizzazione aprendosi alle riforme istituzionali ed economiche.
Anche l’unificazione italiana fu però tutt’altro che fantastica. Armino non ne nasconde i limiti, non manipola i dati relativi ai contraccolpi negativi, per l’industria meridionale, dell’accentramento cavouriano culminato nell’estensione della politica doganale piemontese al nuovo Regno. Ma fa giustamente notare che in Parlamento l’abbattimento delle tariffe doganali fu sostenuto da quasi tutti i deputati meridionali, espressione di quei ceti possidenti agrari che dalle misure liberiste di Cavour traevano benefici per le esportazioni di vino, olio e altri prodotti di qualità.
La storia non si presta alle fantasie semplificatrici dei secessionisti e alle loro mistificazioni. L’arretratezza meridionale non nasce con l’Unità, come dicono i neoborbonici, ma ha origini remote. L’Unità la fanno i Savoia e Cavour, non Mazzini e Cattaneo, che vengono sconfitti. Ma con tutti i suoi limiti fu una grande conquista e nessun meridionalista, da Salvemini a Gramsci, da Dorso a Fortunato l’ha mai messa in discussione. Parlo di meridionalisti seri, non di pseudostorici che paragonano, vergognosamente, Cavour a Hitler.

Paolo Palma

La rassegna stampa del volume sul popolarismo nel Mezzogiorno

Presentiamo una breve rassegna stampa sul volume “Alla scuola di don Sturzo. Il popolarismo nel Mezzogiorno a cento anni dall’Appello ai liberi e forti”, curato da Lorenzo Coscarella e Paolo Palma. Il libro, con il quale si pubblicano gli atti del convegno nazionale organizzato dal nostro istituto e tenutosi presso l’Università della Calabria il 13 novembre 2019, raccoglie gli interventi effettuati durante l’iniziativa e presenta un bilancio critico del popolarismo nel Sud Italia.

  • Alla scuola di don Sturzo. Il popolarismo nel Sud, in «Gazzetta del Sud», 21 marzo 2021, p. 24.
  • Filippo Veltri, Alla scuola di don Sturzo contro il populismo, in «Il Quotidiano del Sud», 26 marzo 2021, p. 31.

“Alla scuola di Don Sturzo”, bilancio critico del popolarismo nel Mezzogiorno

La scuola di don Sturzo non fu sufficiente al Ppi, un secolo fa, per radicarsi nel Mezzogiorno per come il suo fondatore avrebbe voluto, puntando a una radicale democratizzazione dello Stato. È questo il bilancio critico del popolarismo in Calabria e nelle altre regioni del Sud contenuto nel volume Alla scuola di Don Sturzo. Il popolarismo nel Mezzogiorno a cento anni dall’Appello ai liberi e forti. Il libro, appena pubblicato da Luigi Pellegrini Editore, raccoglie gli atti del convegno nazionale tenuto all’Università della Calabria il 13 novembre del 2019, organizzato dall’ICSAIC (Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea) in collaborazione con il DISPeS (Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali) in occasione del centenario dell’Appello ai Liberi e Forti.

L’opera, che ha approfondito notevolmente gli studi sull’esperienza del Partito popolare italiano nel Mezzogiorno d’Italia, è stata curata da Paolo Palma, presidente dell’ICSAIC, e da Lorenzo Coscarella, membro del direttivo dello stesso Istituto. Oltre che dei due curatori, raccoglie i contributi di Francesco Altimari, Nicola Antonetti, Leonardo Bonanno, Raffaele Cananzi, Vittorio Cappelli, Antonio Costabile, Daria De Donno, Vittorio De Marco, Giuseppe Ferraro, Francesco Milito, Giuseppe Palmisciano, Francesco Raniolo, Vincenzo A. Tucci, Roberto P. Violi.
Il volume, realizzato con il contributo dell’ICSAIC e della Fondazione CariCal, si inserisce così nel filone di studi sul popolarismo presentando non pochi aspetti inediti, con particolare attenzione alle esperienze calabresi e uno sguardo più ampio all’intero Mezzogiorno. L’esperienza del Ppi, infatti, iniziata nel 1919 e conclusasi con il consolidamento del potere da parte del governo fascista, fu relativamente breve ma lasciò un segno notevole nella storia politica italiana del ‘900, grazie anche all’apporto nei vari territori di personaggi come Luigi Nicoletti, Carlo De Cardona, Vito Giuseppe Galati, Giulio Rodinò, Vincenzo D’Elia e tanti altri che affiancarono il fondatore. I saggi contenuti nel volume ne analizzano così l’evoluzione in alcuni contesti locali, approfondiscono aspetti delle biografie di personaggi chiave nella vita del partito, e offrono nuovo materiale sulla parabola del Ppi nel Sud della penisola e sul ruolo della Chiesa nelle vicende politiche italiane di quegli anni.

L’ICSAIC invierà il volume ai soci in regola con la quota del 2021 e, a fronte di un contributo di 20 euro (spedizione inclusa) da versare sull’IBAN IT40U0306916200100000002325, a chi ne facesse richiesta all’indirizzo icsaic@icsaicstoria.it