Oliva, Nicola

Nicola Oliva [Palmi (Reggio Calabria), 5 settembre 1850 – 20 novembre 1915]

Nato da Tommaso e da Domenica Elisabetta Saffioti, fu dichiarato allo Stato civile con altri due nomi (Pasquale e Rosario) com’era consuetudine fare nelle nobili famiglie del tempo.
A Palmi iniziò i suoi primi studi per continuare quelli superiori e universitari a Napoli dove si laureò in Giurisprudenza col massimo dei voti lasciando un buon ricordo tra tutti i suoi colleghi e tra i molti docenti che lo stimarono e lo apprezzarono per il suo ingegno versatile e per la profondità della sua erudizione.
Ritornato a Palmi 1898, con l’avvocato Domenico Morabito e Nicola Ciancio (direttore), fondò il giornale politico letterario Il Metauro nel quale scrisse interessanti articoli di storia, di arte critica letteraria e di politica.
Richiamandosi nella sua poesia a Torquato Tasso e a Vincenzo Monti, nel 1890 pubblicò una cantica sul monte Aulinas, dov’è narrata la leggenda del Monte S. Elia, di profondo interesse culturale e in cui traspare nettamente l’amore profondo per il luogo natio.
Alle battaglie forensi, però, preferì quelle letterarie e quelle sulla cultura classica in generale nelle quali mise sempre in rilievo e in prim’ordine la sua nobile figura.
Nel 1894 scrisse una bella novella calabrese intitolata «Sara», in ottava rima, in cui si riscontra, per dirla col nipote Tommaso Oliva, «una potente sentimentalità e nel contempo una bella dipintura dei costumi locali». Con «Sara», «la novella calabrese ebbe un ultimo sussurro». Per la morte della madre avvenuta l’anno successivo, volle scrivere degli appassionati versi che intitolo «Funeralia».
Nel 1899 pubblicò un volume in versi molto interessante che fu poi ripubblicato nel 1969 e nel quale Nicola Rovere, nella presentazione, scrisse che Oliva «è il poeta nostro e come tale dobbiamo serbare di lui il perenne ricordo che si incide in questi versi come s’incide in tutte le altre opere che ci ha lasciate».
Altre sue opere rimasero inedite mentre molte poesie (quasi cento) furono pubblicate sui giornali Il Metauro e Il Situro,diretto da G. De Martinis. Egli, infatti, oltre a essere un collaboratore stimato e ricercato, fu pure un valente consulente legale per entrambe le testate.
Nel 1900, a seguito dell’attentato mortale compiuto contro re Umberto I, scrisse una particolare cantica in terzina dal titolo «ll martire di Monza».
Pur essendo la sua una famiglia di nobili discendenze, egli visse sempre con grande dignità ma con altrettanta semplicità, amato e stimato da tutti. «Di incomparabile modestia visse appartato lungi dai lusinghieri rumori spesso immeritati, nel sogno che formò la meta dei suoi studi, amando la Calabria e la sua cara e ridente Palmi, per i quali, nelle colonne del suo giornale, scrisse magnifici articoli», ha scritto Giuseppe Silvestri Silva, nel volume Memorie storiche della città di Palmi.
Volle trascorrere gli ultimi anni della sua vita nella casina di campagna sita nella contrada “Pietrosa’, quella zona tanto cara a Leonida Repaci ed a sua moglie Albertina.
Per la sua elevata cultura poté beneficiare dell’amicizia di una eletta schiera di letterati, poeti, scrittori e giornalisti Fu un personaggio illustre, insomma, ma anche un uomo dotato di una eccezionale favella, tanto che non ci fu celebrazione o commemorazione che non lo vide impegnato nella sua squisita oratoria; virtù, comunque non esclusiva in quelle situazioni dato che egli fu pure un brillante avvocato e un eccellente poeta, oltre che pubblicista dotato di una grande dignità.
Mori a Palmi all’età di 65 anni. La città lo ricorda con una via a suo nome (Bruno Zappone, con aggiornamenti) © ICSAIC 2023 – 01 

Opere

  • l monte Aulinas, Cantica, Tip. G. Lo Presti, Palmi 1890;
  • Sara. Novella calabrese in ottava rima, Tip. G. Lo Presti, Palmi 1894;
  • Funeralia, in morte di Mia Madre signora Elisabetta Oliva Saffioti, avvenuta il 17 agosto 1894: Versi, Tip. G. Lo Presti, Palmi 1895;
  • Versi, Tip. G. Lopresti, Palmi 1899 (poi MIT, Cosenza 1969);
  • Il martire di Monza, Cantica, Tip. G. Lopresti, Palmi 1900.

Nota bibliografica

  • Giuseppe Silvestri Silva, Memorie storiche della città di Palmi, vol. I, Tip. Nazionale, Palmi 1932;
  • Bruno Zappone, Uomini da ricordare. Vita e opere di palmesi illustri, Arti Grafiche Edizioni. Ardore Marina 2000, pp. 157-159;
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, p. 330.

Dieci nuove biografie sono on line grazie all’impegno dei collaboratori

In primo piano

Grazie all’impegno dei nostri collaboratori, il Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea cresce ancora di dieci voci, mentre altre numerose sono già arrivate in redazione e quanto prima saranno online.
Queste le biografie di gennaio 2023:

Buona lettura e grazie per l’attenzione.

Vitetti, Ernesto

Ernesto Vitetti (Cotrone, ora Crotone, 3 dicembre 1867 – Roma, 11 aprile 1948)

Apparteneva ad antica famiglia, ascritta al patriziato della città di Cotrone. Un ramo si trasferì a Cirò. Il papa Pio VI creò conte palatino e cavaliere dello Speron d’Oro monsignor Leonardo Vitetti, vescovo di Castellaneta dal 1764 al 1778. Un altro membro della famiglia, Domenico Vitetti, fu governatore di Rossano.
Ernesto Vitetti si laureò in giurisprudenza a Roma. Nel 1893 entrò per concorso nell’Amministrazione dell’Interno e fu destinato alla sottoprefettura di Gerace. Nel 1894 sposò Carmelina Iemma. Dal matrimonio nacquero Leonardo avviatosi alla carriera diplomatica (sub voce), Giuseppe illustre medico e Maria Noemi.
All’inizio la sua carriera si svolse nelle regioni del Sud: Catanzaro, Salerno, Reggio Calabria, anche con incarichi di regio commissario presso i comuni di Siderno, Tropea, Pellezzano, Bovalino. Passato nel ruolo dell’amministrazione centrale (all’epoca era distinto da quello dell’amministrazione periferica), il curriculum negli uffici romani lo vide Primo segretario, Capo sezione, Capo divisione, Vice direttore generale. Collaborò a quel tempo al «Manuale degli amministratori comunali e provinciali e delle opere pie», importante rivista diretta da Carlo Astengo.
Per un decennio Ernesto Vitetti fu addetto e poi diresse l’ufficio speciale istituito dopo il terremoto del 28 dicembre 1908 che distrusse Messina e Reggio Calabria. Fu allora emanata una legislazione di emergenza che, in deroga alla normativa ordinaria, introdusse nuovi istituti e procedure. La legislazione speciale s’ampliò attraverso successive stratificazioni e mirò a superare il previgente sistema di controlli, decisioni collegiali, pareri preventivi o consultivi. Nacque una vera e propria burocrazia dell’emergenza, incardinata, oltre che nel ministero dei Lavori Pubblici, in quello dell’Interno. A quest’ultimo fu attribuita la tutela (cioè vigilanza) dei comuni danneggiati dal terremoto, compresi i neonati enti edilizi, la ricostruzione o riparazione degli edifici destinati a servizi pubblici nonché delle chiese, la concessione di mutui per l’attuazione dei piani regolatori, la gestione dei fondi raccolti dai vari comitati di soccorso sorti in tutt’Italia.
Vitetti divenne il dominus di quella complessa macchina organizzativa e, in riconoscimento dell’impegno profuso, ricevette medaglia d’oro di benemerenza. Nel luglio 1919 fu promosso prefetto e destinato a Treviso, dove rimase un anno. Successivamente fu collocato a disposizione per dirigere l’ufficio italiano della commissione interalleata per le riparazioni di guerra, dal luglio 1921 al febbraio 1922 (governo Bonomi) ricoprì l’incarico di Capo gabinetto di Giuseppe Bevione, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Dal maggio 1922 ebbe la presidenza del consiglio di amministrazione dell’importante Pio Istituto di Santo Spirito in Sassia e Ospedali Riuniti di Roma. Mantenne questo incarico sino al dicembre 1926, quando tornò alle funzioni prefettizie, destinato a Piacenza sino al settembre 1927, poi a Messina sino al giugno 1928. Nella città dello stretto gli succedette Agostino Guerresi (sub voce).
Nominato consigliere di Stato, svolse l’incarico sino al 70° anno di età e fu collocato a riposo nel dicembre 1937. Si ventilò anche che potesse essere nominato senatore del Regno, il che sarebbe stato il coronamento di tanti anni di onorato servizio. Con motu proprio del 7 agosto 1936 Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di conte.
Vitetti era insignito delle onorificenze di Cavaliere di gran croce dell’ordine della Corona d’Italia e di Grand’ufficiale dell’ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.
Morì ultraottantenne nel secondo dopoguerra. (Donato D’Urso) © ICSAIC 2023 – 01 

Nota archivistica

  • Archivio Consiglio di Stato, Vitetti, Ernesto, fasc. pers., n. 613.

Nota bibliografica

  • «Bollettino ufficiale del Ministero dell’Interno», XXXI, 1922, p. 1062; 
  • Oliviero Savini Ricci, Le spedalità romane, Società editrice del Foro italiano, Roma 1936, p. 56; 
  • «XXX annuario del Consiglio di Stato, anno 1937», Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1938, p. 54;
  • Mario Missori, Governi, alte cariche dello Stato, alti magistrati e prefetti del Regno d’Italia, Ministero per i beni culturali e ambientali, Roma 1989, pp. 520, 554, 613;
  • Il Ministero dell’Interno, a cura di Giovanna Tosatti, il Mulino, Bologna 1992, pp. 143-144;
  • Paolo Gaspari, Terra patrizia: aristocrazie terriere e società rurale in Veneto e Friuli, Istituto editoriale veneto friulano, Udine 1993, pp. 303, 309, 312, 330; 
  • La Santa Sede, i vescovi veneti e l’autonomia politica dei cattolici 1918-1922, a cura di Antonio Scottà, Lint, Trieste 1994, p. 197; 
  • Paolo Gaspari, Grande guerra e ribellione contadina, Chiesa e stato, possidenti e contadini in Veneto e Friuli (1866-1921), Istituto editoriale veneto friulano, Udine 1995, p. 283; 
  • Guido Melis, Storia dell’amministrazione italiana, il Mulino, Bologna 1996, pp. 249-260;
  • Luisa Cardilli Alloisi, Il palazzo del Commendatore di Santo Spirito: le collezioni storico-artistiche, Artemide, Roma 1998, p. 191;
  • Alberto Cifelli, I prefetti del regno nel ventennio fascista, Scuola superiore dell’Amministrazione dell’Interno, Roma 1999, pp. 285-286;
  • Gabriella D’Agostini, Vitetti Ernesto, in Il Consiglio di Stato nella storia d’Italia: le biografie dei magistrati 1861-1948, a cura di Guido Melis, Giuffrè, Milano 2006, ad vocem.

Solano, Achille

Achille Solano [Nicotera (Vibo Valentia), 1 gennaio 1933 – 25 settembre 2012]

Intellettuale di gramsciana memoria, archeologo attivo sia come studioso sia come operatore sul campo, nacque da Mario e da Romana Berlingò.
Studiò a Nicotera e concluse il ciclo scolastico con la maturità presso il Liceo classico “Bruno Vinci”. Quindi conseguì la laurea in Lettere classiche nell’Università di Messina e, attratto dall’archeologia, si specializzò in “Topografia tardo antica e alto medioevale”. Il suo deciso impegno di archeologo lo ha indotto a fondare, nel 1969-1970, il Museo Civico Archeologico (ormai scomparso) e nel 2002 il Museo Provinciale di Mineralogia e Petrografia, del quale fu nominato Direttore. Abile a riunire attorno a sé una nutrita cerchia di volenterosi, nei momenti liberi si dava a ricercare possibili siti e dagli scavi recava sovente in sede interessanti manufatti tramandati dalle civiltà fiorite nelle terre del Poro, nella Valle del Mesima e pure oltre.
Sposato con Maria Assunta Bevilacqua, ha avuto tre figli, Mario, Gabriella e Carlotta.
Notevoli le sue scoperte: la cava di granito a Nicotera nel 1972 (intuì anche l’utilizzo di tale granito per il Foro Traiano a Roma), la stazione paleolitica in area di tre Calogero, l’insediamento rupestre di Zungri del XII-XIII secolo, il casale fortificato di Marmo presso Piperno, in Basilicata; la Massa Nicoterana; la chiesetta rupestre bizantina con le reliquie di San Leoluca presso S. Gregorio d’Ippona; la grotta di Santa Cristina nei pressi di Filandari dal bios di S. Elia lo speleota. 
Del suo amore per il mondo antico è iniziale e vivido testimone nel 1967 il volume Liguri, Siculi e Greci nella Regione del Poro e le note storiche Di Medma, città-stato dello stesso anno. Seguì nel 1976 una seria e corposa fatica intitolata Bruttium paleocristiano, che l’anno dopo gli varrà l’assegnazione del Premio Sybaris Magna Grecia, ex aequo con Ettore Paratore, uno dei massimi latinisti italiani.
Sulla cava di granito di Nicotera il 4 marzo 1982 presentò una comunicazione alla Giornata di studio sul marmo nell’antichità organizzata dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Roma. Riprese in seguito l’argomento sviluppando il tutto e affidandolo, nel 1985, ad apposita pubblicazione con titolo La cava romana di granito di Nicotera accolta nel numero uno di Quaderni di Antropologia Archeologia Storia con l’egida dell’Assessorato alla cultura del Comune di Nicotera. Nel medesimo anno darà vita a un lavoro ricco di linde immagini dei ritrovamenti sparsi per il territorio, Il Museo Archeologico di Nicotera.
Esperto in topografia agiografica, collaborò col Laboratorio di analisi dei materiali antichi (LAMA) dell’Università DSA IUAV di Venezia. Fu socio dell’Associazione Italiana di Archeometria dell’Università di Bologna e del Centro Studi Preistorici di Trento.
Docente, studioso, e ricercatore, oltre ai volumi citati, tra i suoi studi vanno ricordati: Contributo per una lettura topografica delle fonti e primi orientamenti su un gruppo d’inediti nella Calabria meridionale normannaLimbadi, località Braghò-Montalto: tombe ad incinerazione entro urnaCalabria paleocristiana: nuove testimonianze per la storia e la topografia della Massa Nicoterana; Fonti letterarie e problemi di topografia sul Monte Poro medievale.
Per i suoi meriti scientifici (la studiosa Emilia Zinzi lo definì “Il Fonseca della Calabria”) è stato nominato Ispettore Onorario della Soprintendenza.
Già tra 1969 e 1974 aveva espresso peculiari saggi, affidati alla rivista Studi Meridionali, il cui fondatore e direttore era il palmese Vincenzo Saletta. Negli articoli, tra i quali si discetta della necropoli romana del Diale, della penetrazione etrusca sulle coste del Tirreno, delle terrecotte figurate di Medma, se ne ravvisano anche di tutt’altro genere, come le Lettere di Vincenzo Padula a mons. Vincenzo Brancia.
Questo suo rapporto con Studi Meridionali lo ha spinto a costituire una sezione correlata allo stesso periodico, col cui sostegno ha varato un intrigante convegno intitolato “Documenti di civiltà in Terra di Calabria”, che si è svolto dal 3 al 4 gennaio del 1974. A detto convegno hanno partecipato studiosi nel settore dell’archeologia: Dario Leone, che ha trattato della ricerca preistorica in Calabria, il modenese Enzo Gatti, che si è concentrato sull’antica toponomastica del Bruttium, il prefato Saletta, che si è occupato delle incursioni barbaresche a Nicotera, Natale Pagano, che si è intrattenuto sulla vetusta Medma e in merito alle origini di Nicotera, Domenico Teti, Saverio Di Bella e altri. In riferimento all’intervento del “padrone di casa”, a firma Rocco Liberti, così era scritto sul giornale cosentino La Calabria del 28 febbraio 1974: «Il dottor Solano, che ha iniziato il suo dire con dei preliminari polemici nei confronti della scienza ufficiale, che ignora volutamente gli sforzi dei dilettanti, ha tracciato un quadro completo di quelle che furono le campagne di scavi nella zona del Mesima durante un settantennio, da quelle promosse dall’Orsi e dal Ferri a quelle dei nostri giorni ed ha affermato come l’antica Medma sia esistita in contrada Sovereto III quale villaggio ancor prima dell’arrivo dei coloni greci, un’esistenza che risulta suffragata dai molti reperti riuniti nel civico museo».
Parallelamente alla sua attività di studioso-ricercatore, nonché di docente di materie letterarie nelle scuole medie, era impegnato anche in politica, svolta a lungo come militante del Partito comunista italiano (fu anche segretario della locale sezione), in posizione sempre critica con la dirigenza regionale e nazionale, e quando il Pci è scomparso ed è diventato Democratici di Sinistra ha militato nella sinistra estrema.
In gioventù è stato anche appassionato di calcio praticato. Giocò per molti anni come portiere-kamikaze della squadra locale e della vicina Limbadi.
Dopo una parentesi di vita disordinata, si è spento serenamente all’età di 79 anni assistito dai familiari.
A tre anni dal decesso, il 25 aprile 2015, è stato organizzato nella sua città un interessante meeting dal titolo “Achille Solano, ricercatore gentiluomo”. I relativi atti, allestiti da Maria D’Andrea e Margherita Corrado, contengono proficue fatiche di cultori: Giovanni Durante, Maurizio Carlo Alberto Gorra, Fabrizio Sudano, Fabrizio Mollo, Foca Accetta e le stesse curatrici. L’appendice contiene peraltro un pezzo precedentemente pubblicato da Solano in collaborazione col prof. Lazzerini dell’Università di Venezia. Nella prefazione così lo ricordava il prof. Gian Pietro Givigliano dell’Università della Calabria e a sua volta autore di scritti di natura archeologica: «[Solano] mi sembrò veramente incarnare la figura dello studioso appassionato, particolarmente sensibile alle reali esigenze sociali della Regione …, ma anche in possesso di quegli strumenti culturali, scientifici e metodologici che ne facevano un interlocutore importante, a volte capace per passione anche di trascurare le regole, ma sempre con l’obiettivo di conoscere di più».
L’amministrazione comunale di Zungri, il cui sito rupestre conosciuto come degli “Sbariati”, è stato scoperto proprio dallo studioso nicoterese, non poteva sicuramente fare a meno di commemorarlo nel migliore dei modi e nella seduta del 29 novembre 2021 ha stabilito di conferirgli pure se postuma la cittadinanza onoraria alla memoria con questa motivazione: «Per il lodevole impegno profuso nello studio e nella conoscenza del patrimonio culturale di Zungri avendone compreso, primo fra tutti, il grande valore Storico-Archeologico e con ciò avendo dato impulso alla scoperta dell’Insediamento Rupestre degli Sbariati, che ha fatto di Zungri uno dei centri culturali più importanti della Calabria».
La cerimonia ha avuto luogo nella sala consiliare l’11 dicembre successivo. In quella occasione l’amministrazione comunale ha offerto alla famiglia un’artistica pergamena con la motivazione ufficiale. L’artista zungrese Luigi Di Mari si è reso partecipe con un quadro recante l’effigie dello studioso. Precedentemente, nel 2019, Salvatore Berlingieri gli aveva dedicato la sua opera Achille Solano e l’eremita della Ruga SantaSanta Ruba e le reliquie di San Leoluca. (Rocco Liberti e Pantaleone Sergi) © ICSAIC 2023 – 01

Opere

  • Liguri, Siculi e Greci nella Regione del Poro, Tip. Gigliotti, Vibo Valentia 1967;
  • Di Medma, città-stato, Tip. La Elle Esse, Nicotera 1967;
  • Bruttium paleocristiano, Barbaro, Oppido Mamertina 1976;
  • Il museo archeologico di Nicotera, Comune di Nicotera, Nicotera 1985;
  • La cava romana di granito di Nicotera, in «Quaderni di Antropologia Archeologia Storia», Comune di Nicotera, Nicotera 1985.

Nota bibliografica

  • Margherita Corrado e Maria D’Andrea (a cura di), Achille Solano, ricercatore gentiluomo, Adhoc, Vibo Valentia 2018;
  • Salvatore Berlingieri, Achille Solano e l’eremita della Ruga Santa. Santa Ruba e le reliquie di San Leoluca, Accademia, Roma 2019;
  • Maria Caterina Pietropaolo, Gli Sbariati. La Memoria e Achille Solano, Meligrana Editore, Tropea 2021;
  • Rocco Liberti, Achille Solano, in «Senza tempo magazine.it», https://www.academia.edu/86196734/Achille_Solano

Signorello, Nicola

Nicola Signorello [San Nicola da Crissa (Vibo Valentia), 18 giugno 1926 – Roma. 26 dicembre 2022]

Nicola Signorello nacque dall’unione tra Domenico e Caterina Sanzo, cugini tra loro, figli di fratello e sorella. Studiò al Liceo Michele Morelli di Vibo Valentia, dove conseguì la maturità classica. Dopo gli studi liceali, a vent´anni si trasferisce a Roma, dove si laurea in Giurisprudenza, e in seguito diventò anche giornalista pubblicista. Sposò Francesca Busiri Vici (1930-2006), appartenente a una importante famiglia romana di architetti, e dal matrimonio nacquero due figli, Domenico e Clemente. 
Incominciò giovanissimo a fare politica entrando nel movimento giovanile della Democrazia Cristiana, inizialmente nella corrente di Mario Scelba. In seguito aderì a quella di Giulio Andreotti e a Roma diventò uno degli esponenti più in vista insieme ad Amerigo Petrucci e a Franco Evangelisti. Tra i tanti incarichi, tra l’altro fu presidente dell’Eca (Ente comunale di assistenza) di Roma e dell’Anea (Associazione nazionale fra gli enti di assistenza), membro dei Consiglio d’amministrazione dell’Università di Roma “La Sapienza”, membro del Consiglio di amministrazione del Fondo di beneficenza e di religione per la città di Roma, membro del Consiglio d’amministrazione del Consorzio industriale Roma-Latina.
La sua carriera politica è stata folgorante. Fu eletto consigliere provinciale di Roma nel 1952, e rieletto nel 1956 e nel 1960. Quindi fu alla guida della provincia fino al 1965: fu il primo presidente democristiano dopo due giunte di sinistra a guida Pci. Fu eletto senatore della Democrazia Cristiana il 19 maggio 1968 e sedette a Palazzo Madama per 5 legislature (V, VI, VII, VIII, IX). Tra il 1980 al 1981 presentò 16 progetti di legge, 5 come primo firmatario. Ebbe più volte incarichi di governo. Dal 7 luglio 1973 al 14 marzo 1974 fu Ministro del Turismo nel IV governo di Mariano Rumor (VI legislatura). Nella VIII legislatura fu nominato Ministro della Marina Mercantile dal 4 marzo 1979 al 4 aprile 1980 nel I governo di Francesco Cossiga, in sostituzione del dimissionario Franco Evangelisti, e fu confermato allo stesso posto nel II governo Cossiga (4 aprile 1980 – 18 ottobre 1980), e successivamente ricopri nuovamente l’incarico di Ministro del turismo, sport e spettacolo dal 18 ottobre 1980 al 4 agosto 1983, nei governi Forlani, Spadolini I e II e Fanfani V.
Dal 26 ottobre 1983 al 24 settembre 1985 fu presidente della Commissione di Vigilanza Rai, della quale ha fatto parte per diversi anni. 
Nel 1985, tuttavia, per una strana coincidenza fu eletto primo cittadino di Roma e si dimise da senatore per incompatibilità con il nuovo mandato. Accadde che, in vista delle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale del maggio 1985, l’allora segretario nazionale del partito Ciriaco De Mita lo nominò commissario del comitato romano della Dc, al posto di Salvatore La Rocca, leader storico della corrente di Base di Roma. 
«Per Nicola Signorello – ricorda uno sei suoi vecchi amici, Maurizio Eufemi, Senatore nella XIV e nella XV legislatura – la DC mette in piedi una brillante campagna elettorale per il Campidoglio. 100.000 romani risposero a un questionario sulla città predisposto dalla Dc in collaborazione con il Censis (Michele Dau fu particolarmente attivo)».
Candidatosi come capolista, quindi, Signorello entrò nel Consiglio comunale e fu eletto sindaco della Capitale, a capo della prima giunta pentapartito Dc-Psi-Psdi-Pri-Pli dopo nove anni di amministrazioni di sinistra a guida comunista. Svolse tale incarico dal 31 luglio 1985 al 10 maggio 1988 quando si dimise per la conflittualità esistente tra i partiti che facevano parte della maggioranza. Fu sostituito il 6 agosto dello stesso anno da Pietro Giubilo alla guida di una maggioranza ancora di pentapartito.
Le cronache politiche di quegli anni e di quei mesi in cui Signorello fu primo cittadino della Capitale, lo accusavano di eccessivo immobilismo. Gli attacchi più diretti e più feroci gli vennero dall’ala socialista in consiglio comunale. Fatto sta che la sua è stata una delle gestioni più travagliate della capitale con una crisi all’anno della giunta a causa dei contrasti all’interno della maggioranza, fino ad arrivare alle sue dimissioni. Si guadagnò tuttavia la nomea di politico al di sopra delle parti, e la sua indiscussa integrità morale gli garantì l’ammirazione e il rispetto degli avversari politici, anche dei comunisti.
Nel 1989 annunciò il suo definitivo ritiro dalla vita politica, dopo essere stato, grazie al suo capocorrente Andreotti, anche Presidente del Credito Sportivo Italiano, banca che fa capo al Coni, alla BNL e altri istituti pubblici.
È stato un uomo che non ha mai dimenticato la sua terra di origine e che, fin quando ha potuto, per rivedere vecchi amici di infanzia e parenti ancora lì residenti, tornava spesso nel centro delle Pre Serre che gli era rimasto nel cuore e che nel 2008 gli consegnò il premio Nicolino d’argento, assegnatogli dall’amministrazione comunale del tempo.
È morto la notte di Santo Stefano del 2022 nella sua casa romana all’età di 96 anni. I funerali sono stati celebrati il 30 dicembre successivo nella parrocchia di Maria S.S. Annunziata a San Nicola da Crissa. Su suo espresso desiderio la sua salma è stata tumulata nella tomba di famiglia nel cimitero del paese, accanto alla moglie Francesca Busiri Vici scomparsa nel 2006.
La comunità di San Nicola da Crissa lo ha ricordato «con stima per la sua lunga e proficua attività politica al servizio delle istituzioni e per le sue doti umane».
Ha scritto, tra l’altro, un saggio autobiografico, A piccoli passi, nel quale, servendosi anche di documen-tazione fotografica e documentaria su aspetti sconosciuti della vita italiana a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, racconta il percorso di un giovane calabrese che arriva nella Capitale e per un lungo periodo diventa protagonista della vita politica. (Pino Nano) @ ICSAIC 2023 – 02

Opere

  • La migrazione a Roma. Esperienze e riflessioni, Istituto di studi romani, Roma 1965;
  • Un progetto politico per lo sviluppo dello sport in Italia, Arti grafiche italiane, Roma 1982;
  • A piccoli passi. Storie di un militante dal 1943 al 1988, Newton Compton Editori, Roma 2011.

Nota bibliografica

  • Roberto Petrini, Blitz di Andreotti al Credito Sportivo. Arriva Signorello, in «la Repubblica», 6 settembre 1991;
  • Nicola Pirone, A Signorello il Nicolino d’argento, http://www.sscrocifisso.vv.it/art2008/artcalabriaora/artsignorello/asignorello.htm;
  • Morto Nicola Signorello, ex sindaco di Roma e ministro Dc, in «roma.repubblica.it», 27 dicembre 2022;
  • È morto Nicola Signorello, ministro Dc ed ex sindaco di Roma, in «corriere.it», 27 dicembre 2022;
  • Pino Nano, Nicola Signorello, quel calabrese illuminato che fu sindaco di Roma, in «calabria.live», 28 dicembre 2022.

Selvaggi, Vincenzo

Vincenzo Selvaggi [San Marco Argentano (Cosenza), 6 febbraio 1823 – 16 settembre 1845]

Quinto di sette figli, nacque da Giovanni, dei baroni Selvaggi, e da Rosina Vercillo, di famiglia nobile e ricca. Rimasto presto orfano di entrambi i genitori, dai fratelli fu affidato alle cure dei padri del Seminario Diocesano di San Marco Argentano, ove compì gli studi fino ai sedici anni. Fu un allievo modello e brillante ma, ciononostante, non fu apprezzato, perché non amava gli studi canonici di grammatica e di teologia impartiti rigidamente in quell’istituto, e a essi preferiva i classici e soprattutto gli autori moderni. Fu entusiasta de I Lombardi alla prima crociata di Tommaso Grossi, de I Sepolcri del Foscolo, dei poemetti del poeta inglese George Byron. In un suo articolo apparso nel 1844 su Il Calabrese, dove firmava col doppio cognome Selvaggi-Vercillo, indica il Byron come uno dei quattro pilastri del romanticismo: Goethe, Chateaubriand, Byron, Manzoni; e del Byron cita e commenta il Manfredo, il Corsaro, Il Caino e il Lara.
A 16 anni, compiuti gli studi in seminario, si recò a frequentare a Napoli la facoltà di Giurisprudenza, seguendo però con poca assiduità i corsi del giurista cosentino Vincenzo Clausi, perché non aveva un vero interesse per gli studi di diritto. Lo attraevano di più gli studi letterari e la poesia, ma anche l’impegno politico-patriottico.
A Napoli, frequentando il famoso e antico “Caffè d’Italia”, luogo di incontro dei liberali napoletani, conobbe Domenico Mauro, più anziano di lui di dieci anni, esponente di spicco del romanticismo calabrese ma anche fervido patriota e rivoluzionario, a capo di un “comitato insurrezionale” che aveva il compito di allertare il popolo calabrese. Selvaggi si associò a questo gruppo di rivoluzionari e prese parte all’insurrezione antiborbonica del 1844, quando approdarono in Calabria i fratelli Bandiera, che, però arrivarono troppo tardi in soccorso degli insorti calabresi, e anch’essi furono catturati e poi fucilati nel vallone di Rovito. Dopo il fallimento dell’insurrezione antiborbonica del 1844, ormai schedato come mazziniano, liberale e rivoluzionario, rientrò al suo paese, a San Marco Argentano, e ottenne l’insegnamento di lettere italiane, latine e greche in quel seminario.
Nel periodo del suo ultimo soggiorno a San Marco, terminò la composizione del suo dramma Il Barone di Vallescura, considerato come un grido di libertà contro la tirannia del governo borbonico.
La notte del 16 settembre 1845 il poeta, a 22 anni, morì prematuramente di tisi e la sua salma fu tumulata nella chiesa dei Padri Riformati in San Marco Argentano.
Il paese natale gli ha intitolato una piazza. Al suo nome è intestato anche l’Istituto Comprensivo della cittadina normanna.
Selvaggi è annoverato tra i massimi esponenti del romanticismo calabrese, insieme a Vincenzo Padula e a Domenico Mauro. Il suo modello prediletto fu Padula al quale indirizzò anche un canto in versi sciolti. «I suoi argomenti principali – rileva il Piromalli – sono autobiografici o briganteschi, canti sull’invasione francese del 1806, inni per monache, canzoni di streghe, canzoni patriottiche, canti lirico-scenici».
L’opera sua più famosa è un poemetto in ottava rima dal titolo Il Vecchio Anacoreta, pubblicato a Cosenza nel 1843 e dedicato a Domenico Mauro. Si tratta, secondo Pasquino Crupi, di «una storia aggrovigliata di amori torbidi e suicidi sullo sfondo povero della povera Calabria», una storia – continua il critico reggino – «affidata a un vecchio, al vecchio anacoreta che riempie della sua tenebrosa presenza il dramma in cui Dorinda contende alla figlia Fiordiligi l’amato Costantino». Tradizionale è la struttura narrativa del poemetto, in ottave, come quella dei poemi cavallereschi; il linguaggio è quello della poesia italiana classica, con la sola libertà di qualche inserto lirico. 
Ha scritto, inoltre, varie poesie, drammi e articoli di critica letteraria, alcuni di essi pubblicati sul periodico Il Calabrese, e altre riviste di lettere, scienze ed arte.
Fra le opere rimaste inedite, si ricordano Il Barone di Vallescura, un dramma su un episodio della fine del feudalesimo, ambientato intorno al 1775 e scritto fra l’aprile 1842 e il maggio 1845, definito dal critico Vincenzo Julia un “dramma popolare” o “dramma dei nuovi tempi”; Il Parricida, una cantica in due parti; Ulderiga, una cantica; Bellezze che Natura ha compartito a Napoli, ode patriottica; Ode a Suor Maria Clarice
Scrisse anche dei saggi critici sul Monti, sul Manzoni, sulla Sambucina di Padula. (Franco Liguori) © ICSAIC 2023 – 01 

Opere

  • Il vecchio anacoreta. Novella calabrese, Tipografia Migliaccio. Cosenza 1843;

Opere inedite

  • Il Barone di Vallescura;
  • Il Parricida;
  • Ulderiga;
  • Bellezze che Natura ha compartito a Napoli;
  • Ode a Suor Maria Clarice

Nota bibliografica

  • Domenico Mauro, L’Anacoreta, poemetto di Vincenzo Selvaggi, in «Il Calabrese», I, 22, 30 settembre 1843;
  • Vincenzo Padula, In morte di Vincenzo Selvaggi, in «Il Calabrese», III, 23, 15 ottobre 1845;
  • Vincenzo Julia, Di Vincenzo Selvaggi e dei suoi scritti, in «La Scena», XII, 27 e 28, 19 e 27 dicembre 1847;
  • Pasquale Candela, Vincenzo Selvaggi, in «Biografie degli uomini illustri delle Calabrie», a cura di Luigi Accattatis, Cosenza 1877;
  • Vincenzo Julia, Saggio di studii critici su Vincenzo Selvaggi e la calabra poesia, Tipografia Migliaccio, Cosenza 1878;
  • Luigi Stocchi, Biografie calabre. Vincenzo Selvaggi, in «Il Calabrese», XII, 6, 14 aprile 1880;
  • Giuseppe Selvaggi, Centenari di meridionali. Un poeta rivoluzionario tra il 1821 e il 1848, in «Il Risveglio», I, 42, 19-26 dicembre 1945;
  • Francesco Selvaggi (a cura di), Il vecchio anacoreta, novella calabrese di V. Selvaggi, Pellegrini, Cosenza 1970;
  • Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, Guida Editore, Napoli 1977;
  • Attilio Marinari (a cura di), Romanticismo calabrese, Grisolia Editore, Belvedere Marittimo 1988;
  • Pasquino Crupi, Storia della letteratura calabresi. Autori e Testi, vol. III, Periferia, Cosenza 1996, pp. 66-67;
  • Rinaldo Longo, Un capolavoro inedito di Vincenzo Selvaggi, in «Il Serratore», IX, 41, marzo-aprile 1996;
  • Aldo Maria Morace, La novella romantica in Calabria, Iiriti editore, Reggio Calabria 2006;
  • Gustavo Valente, Il dizionario biografico geografico storico della Calabria, a cura di Giulio Palange, Mario Caterini, Ettore Merletti, G. Valente, vol. VI, Geo-Metra, Cosenza 2006.

Piccoli, Raffaele

Raffaele Piccoli [Castagna di Soveria Mannelli (Catanzaro) 10 ottobre 1819 – Catanzaro, 27 agosto 1880]

Nato a Castagna, all’epoca frazione del comune di Soveria Mannelli in provincia di Calabria Ulteriore seconda (oggi frazione di Carlopoli), da Bernardo, calzolaio, e Maria Antonia Piccoli. Per volontà paterna trascorse l’adolescenza e parte della giovinezza in vari conventi dei Padri cappuccini in Calabria Citeriore, a Rogliano, a San Marco Argentano, a Scigliano e nel seminario di Nicastro. Non solo indossò l’abito talare ma assunse anche il nome di Frate Antonio.
Ottenuta la nomina a diacono, ben presto, attratto dalle idee politiche di Mazzini, abbandonò la vocazione religiosa.
Ridotto allo stato laicale, intraprese una vita errabonda e movimentata, a volte anche azzardata. Oltre a seguire gli studi di teologia dogmatica e morale e di diritto canonico, girò per tutta Italia facendo opera di proselitismo della dottrina repubblicana. Dapprima nelle città del Regno di Napoli, in seguito da Roma iniziò un lungo viaggio nelle regioni e città del Centro-Nord: in Piemonte, a Venezia, a Milano, a Firenze, ad Arezzo, a Pistoia e a Pisa, nella cui città, da autodidatta, completò la sua formazione filosofica. 
Nel gennaio del 1848, aderì ai fatti rivoluzionari della Sicilia, innalzando la bandiera della ribellione contro il Borbone e nel marzo dello stesso anno intervenne con i volontari di Francesco Stocco, allo scontro dell’Angitola in Calabria. Dopo il fallimento dei moti calabresi, si recò nuovamente a Roma e prese parte nel 1849 alla difesa della Repubblica, retta dal triunvirato di Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi. 
Sfruttando una rassomiglianza col cardinale Armellini, fratello di Carlo, Piccoli diede luogo a un’avventura romanzesca. Assumendo le funzioni del porporato e professando “intendimenti” liberali, il falso prelato, muovendo da Roma e accompagnato da due preti, volle emulare la spedizione sanfedista del cardinale Ruffo. Occupò alcuni paesi del Molise per farne il centro dell’insorgenza. A Benevento, ricevuto dal clero al suono delle campane, impartì ordini alla Guardia nazionale. Alla fine il gioco fu scoperto e il Piccoli arrestato. Condotto a Caserta davanti all’intendente della Terra di Lavoro, fu rinchiuso nel carcere di Gaeta. 
Ritornato a Castagna, nel giugno del 1851 fu sottoposto a un processo a Catanzaro di fronte alla Gran Corte speciale di Calabria Ulteriore seconda. Accusato per attentati contro la sicurezza dello Stato e, tra l’altro, per usurpazione di titolo e funzioni pubbliche esercitandone gli atti, fu condannato a 30 anni di ferri da scontare, in isolamento forzato, nell’isola di Pantelleria.
Nel 1852 fu trasferito nel bagno penale di Nisida, in un apposito reparto riservato ai preti, ma, per lo spirito ribelle e insofferente di cui era animato, la convivenza con gli altri reclusi non fu facile e il comandante lo fece spostare a Santo Stefano nell’isola di Ventotene.
Nel carcere dell’isola tirrenica, erano imprigionati Raffaele Settembrini, figlio di Luigi, e Silvio Spaventa. Un colpo di mano del patriota napoletano riuscì a dirottare nel Regno Unito la nave che avrebbe dovuto deportare i prigionieri politici in Argentina. Sbarcato a Cork, Piccoli s’incontrò a Londra con Mazzini, col quale rimase sempre legato. Rientrato in Italia con un passaporto rilasciatogli dal marchese Vittorio D’Azeglio, fratello di Massimo, fece in tempo per presentarsi a Garibaldi, pronto a imbarcarsi da Quarto con i Mille. Presente a Marsala, alla battaglia di Calatafimi e a Palermo, seguì il generale in Calabria e nel napoletano sino al Volturno e a Teano col grado di maggiore e dando esempio di valore e di abnegazione.  
Conseguentemente all’operato dei Mille, Garibaldi gli affidò l’incarico di arruolare a Catanzaro volontari, radunando anche i militari borbonici sbandati, per la costituzione dell’esercito meridionale che doveva liberare Roma e il Veneto.  Il progetto non fu portato a termine perché, cambiata la situazione politica, l’esercito garibaldino fu sciolto.
Nel maggio del 1870, insieme con uno dei figli di Garibaldi, Ricciotti, e con Giuseppe Giampà, scrittore e avvocato di Catanzaro, nonché teorizzatore del piano e direttore della Luce calabra, giornale di tendenza prettamente repubblicana al quale anche il Piccoli collaborava come redattore, partecipò all’insurrezione nella cittadina calabrese di Filadelfia. La sommossa inquadrata nel piano generale di sollevamento di un partito sovversivo, come era in quel tempo il partito repubblicano di Mazzini, molto attento, peraltro, a quanto sul piano cospirativo avveniva in Calabria, divampò il 6 maggio 1870 ed ebbe una larga eco nel Parlamento e nel paese, ma non fu coronata dal successo. Fu proclamata la Repubblica e si decise di marciare su Catanzaro e le altre città della regione. Gli insorti capitanati da Piccoli, mossisi anticipatamente contro il parere degli altri, riuscirono a raggiungere Filadelfia, a scarcerare i detenuti, a distruggere gli stemmi reali, ma, all’arrivo, a Monterosso e Filadelfia, dei soldati (due battaglioni di linea e due di bersaglieri), furono dispersi e lasciarono anche qualche ferito. Piccoli, come capo dello Stato Maggiore del Comitato catanzarese della Alleanza Repubblicana Universale (ARU), in contatto con quello di Messina e di Reggio Calabria, riparò a Malta per poi rientrare in Calabria il 5 agosto con la speranza di riprendere l’impresa. 
Processato in contumacia, il 20 ottobre 1870, gli venne estinta la pena perché la Corte applicò il decreto d’amnistia del 9 ottobre concessa per la liberazione di Roma. Nonostante l’intercessione di persone influenti come Giovanni Nicotera e altri politici della Sinistra quale Luigi Miceli, gli fu revocata, tuttavia, la pensione attribuitagli come veterano dei Mille, unica fonte di sopravvivenza per la moglie Giulietta Granato, una donna di Tiriolo sposata nel 1864 e i cinque figli Marsalino, Palermina, Giuseppe Mazzini, Quinzio Cincinnato e Italia.
Stabilitosi in patria, ormai in miseria, nella notte del 27 agosto 1880, all’età di 61 anni, in una locanda di Catanzaro si tolse la vita in maniera orrenda, conficcandosi un chiodo nella tempia destra. 
Catanzaro lo ricorda con una via a suo nome. (Giuseppe Masi) © ICSAIC 2023 – 01 

Nota archivistica

  • Archivio di Stato di Catanzaro, Processi politici e brigantaggio n.297 Procedimento penale contro Raffaele Piccoli ed altri imputati di cospirazione contro lo Stato e n. 311 Cospirazioni ed attentati contro lo Stato commessi nel circondario di Nicastro, Monteleone e Catanzaro, maggio 1870;
  • Biblioteca comunale Catanzaro, Archivio De Nobili, manoscritti n. 19;

Nota bibliografica

  • Giuseppe Paparazzo, Raffaele Piccoli, Roma, La Calabria, s. d. ma 1898;
  • Francesco Landogna, Il moto repubblicano in Calabria nel 1870, in Ricordi e studi in memoria di Francesco Flamini, Società Editrice Dante Alighieri, Roma-Napoli-Città di Castello 1931, pp. 185-197;
  • Claudio Pavone, Le bande insurrezionali della primavera del 1870, in «Movimento Operaio», nn. 1-3, 1956, pp. 42-107;
  • Paolo Alatri, Il moto repubblicano del 1870 in «Almanacco Calabrese», 1970-1971, pp. 19-28;
  • Antonio Basile, Raffaele Piccoli liberale calabrese, in «Nuovi Quaderni del Meridione», n. 32, ottobre-dicembre, 1970, pp. 433-456; n. 35, luglio-settembre, 1971, pp. 278-300;
  • Francesco Tigani Sava, La Luce calabra ed il moto garibaldino di Filadelfia del 1870, in «Regione Calabrese», nn. 6-7, 1972, pp. 13-18;
  • Giovani Sole, Le origini del socialismo a Cosenza (1860-1880). Carte dell’Archivio di Stato, Edizioni Brenner, Cosenza 1981;
  • Gaetano Boca, Contributo della Calabria al Risorgimento italiano periodo 1848-1860, Grafica Reventino Editrice, Decollatura 1982, pp. 74-79;
  • Michele Rosanò, Il movimento repubblicano del 1869-1870 in provincia di Catanzaro, Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli 1990;
  • Salvatore Piccoli, Il Soffio del silenzio. Romanzo di un ribelle, InCalabria Edizioni, Lamezia Terme 2009.

Galasso, Francesco Maria

Francesco Maria Galasso [Cutro (Crotone) 7 ottobre 1878 – Londra, ? 1940]

Nasce a Cutro, all’epoca in provincia di Catanzaro, da Giovanni e Vittoria Greco. Fin da giovane manifesta idee socialiste, delle quali svolge anche attiva propaganda. Conclusi gli studi superiori si trasferisce a Messina per frequentare l’università, e da studente si iscrive al partito socialista, allacciando strette relazioni con colleghi di studio che hanno le sue stesse idee politiche. Nel periodo messinese diviene collaboratore dei giornali socialisti La Propaganda, Avanti! e ll Lavoro che riceve periodicamente, e partecipa a tutte le manifestazioni organizzate dal partito. Il Primo maggio 1899, ad esempio, festeggia la festa del lavoro con alcuni compagni in una bettola in contrada Montepiselli, mentre il 28 marzo 1900 prende parte con un breve discorso a un comizio tenutosi nei locali dell’università per protestare contro l’arresto e l’assegnazione al domicilio coatto degli elementi considerati sovversivi, provvedimento nel quale era incorso in quel periodo Luigi Fabbri. In tale circostanza è nominato membro di una commissione incaricata di redigere l’appello agli atenei del Regno per un’agitazione che avrebbe dovuto svolgersi a livello nazionale.
Aderente alla sottoscrizione permanente a favore del giornale I’Avvenire sociale, nel luglio del 1900 si laurea in Scienze naturali e nel 1901 si trasferisce a Napoli, dove consegue anche la laurea in Medicina. In seguito si sposta a Firenze per frequentare la Scuola superiore di sanità militare e nel 1911 presta servizio come allievo ufficiale.
Dopo aver lavorato per un certo periodo come medico interno all’ospedale di Imola, nel 1912-1913 emigra in Inghilterra dove dirige, assieme al fratello, una casa di salute ed esercita una apprezzata attività presso il locale Ospedale italiano. A Londra, durante la dittatura in Italia, si mette a capo degli antifascisti italiani e si adopera allo scopo di stampare ll Comento, l’organo di propaganda antifascista tra gli italiani a Londra (omettendo polemicamente una “m” nel titolo proprio in contrapposizione alla retorica e alla propaganda fascista), attraverso il quale attaccava duramente e sistematicamente le autorità diplomatiche e consolari e il governo italiano. Durante una perquisizione personale eseguita nel 1923 viene trovato in possesso di un foglio intestato delle “Logge druidiche italiane” contenente il suo indirizzo; un appunto della polizia avverte: «si ha fondato motivo di credere che sia anarchico ed emissario russo».
Le autorità scoprono allora che non solo è affiliato alla massoneria, ma che a Londra ha costituito o rappresenta logge italiane e – in particolare – che fa parte della “Concordia Lodge” e che nel 1923 è stato a capo della “Humanity Lodge”, associazioni segrete ritenute eversive. In questo periodo i suoi contatti con l’ambiente antifascista sono stretti e variegati; il Consolato italiano, in una comunicazione riservata del 1924, avverte le autorità nazionali che «essendo egli di convinzioni politiche nettamente socialiste si è reso capo del partito anti-fascista e contrario in tutto e per tutto all’attuale governo».
E certamente non si cura di nascondere i suoi sentimenti nei confronti di Mussolini, che attacca anzi personalmente. Il 19 ottobre 1925, ad esempio, gli scrive – in quanto ministro della Guerra ad interim – una lettera avente per oggetto «liquidazione d’indennità», riferita a un mancato pagamento per il servizio svolto in Italia. Nella lettera definisce la linea adottata del Ministero, che boicottava sistematicamente le sue richieste, «contemporaneamente ridicola ed assurda».
La strettissima sorveglianza cui è sottoposto non gli impedisce di proseguire con tenacia la sua azione di resistenza al fascismo. In questo periodo, infatti, mantiene tra l’altro stretti rapporti con gli anarchici Pietro Gualducci – assieme al quale tenta di fondare un nuovo giornale antifascista – e Giuseppe Sinicco, mentre nel 1926 il sovversivo calabrese Bruno Borrello di Bova (RC), nel corso di un interrogatorio dichiara di avere alloggiato a Londra, per un certo periodo, presso Galasso, affermando che quest’ultimo aveva scritto un libro a carattere antifascista che avrebbe fatto pubblicare in Francia.
Nel 1927, insieme a Gaetano Salvemini e ad altri, si dà da fare per reperire i fondi necessari alla pubblicazione di un periodico sovversivo, collaborando tra l’altro alla redazione – oltre che de ll Comento – del giornale Truth and Common Sense. Nello stesso anno don Luigi Sturzo, nel corso di una sua visita a Londra, si ferma a pranzo con lui. Nel 1929 partecipa ad alcune riunioni indette dalla “International League of the Right of Man”, che secondo la polizia fascista era sorta sotto gli auspici della massoneria francese. Nello stesso anno è probabilmente autore di un manifesto anonimo contro i Patti lateranensi, rivolto agli italiani residenti a Londra e inviato in busta chiusa a quella sede del Fascio. Il manifesto recitava tra I’altro: «Benito Mussolini, il rinnegato di tutte le fedi, il traditore di tutti i partiti, il venduto di tutti i mercati, servitore della plutocrazia affarista e tirapiedi della Compagnia di Gesù, guidando verso gli “immancabili destini” il suo Impero della Quartarella, mutila la capitale per rendere la lustra del potere temporale alla cupidigia senile del secolare Nemico del Progresso Umano, della Libertà e dell’Unità d’Italia». 
In quegli anni era anche in contatto con il compagno Giuseppe Polidori, denunciato al tsds perché ritenuto complice di Michele Schiru, l’anarchico arrestato a Roma il 3 febbraio 1931 per avere cospirato contro la vita del duce. Per la frequentazione di esuli di idee libertarie, gli informatori della polizia fascista lo indicano come «pericoloso antifascista anarchico» e segnalano anche il suo ruolo etichettandolo come «uno dei maggiori esponenti in questa Loggia massonica».
Anarchico improbabile ma massone “accanito” secondo Santi Fedele, nel 1929 s’impegna nella costituzione della Loggia “Ettore Ferrari”. Prosegue quindi nella sua ascesa ai vertici della massoneria del Grande Oriente d’Italia, tanto che il 18 dicembre 1932 viene confermato nella carica di membro del comitato esecutivo, mentre nel 1935 presiede la loggia Hiram.
Nel 1933 è iscritto in «Rubrica di frontiera» e nel «Bollettino delle ricerche» per il provvedimento di fermo e l’anno successivo in un elenco di antifascisti italiani residenti in Inghilterra.
Scultore dilettante, per sfogare la sua avversione al regime scolpisce nei pomi di bastoni da passeggio, con i quali spesso si aggirava, le caricature del re e del duce.
Nel 1936 si incontra nuovamente a Londra con don Sturzo e, insieme a Vero Recchioni, figlio del noto anarchico Emidio, vuole sovvenzionare un nuovo giornale antifascista – denominato Libera Italia o Italia Libera – scritto in parte in inglese e in parte in italiano e polemico nei confronti del settimanale fascista di Londra Italia Nostra.
Nel 1938 la polizia scopre che nella sua abitazione, rispettivamente al primo e al secondo piano, avevano trasferito i loro uffici Emma Goldman ed Emidio Recchioni; svolgeva la funzione di segretaria la moglie di Recchioni, Maria Luisa Berneri, figlia di Camillo. Proprio in quei locali, nell’aprile dello stesso anno, allo scopo di promuovere comizi per protestare contro l’annessione dell’Austria alla Germania si tiene una riunione alla quale partecipano i sovversivi italiani Decio Anzani, Alessandro Consani, Angelo Parussolo, Nicola Tamburrini e Vittorio Taborrelli. Al programma è probabilmente interessato anche Galasso, il quale, nel 1939, insieme alla Goldman e a Recchioni, invita i compagni di fede ad aiutare venti rifugiati che consumavano i pasti preparati dalla madre del Recchioni nella redazione dell’ex giornale Spain and the world, sito sempre nella sua abitazione. A tale proposito, le autorità di polizia fasciste scrivono: «l noti sovversivi Vero Recchioni, la Emma Goldman ed il dott. Galasso hanno invitato i loro compagni di fede ad aiutare detti rifugiati […]. Si tratta di 20 persone della peggiore risma, di bassa estrazione e privi di qualsiasi istruzione. Ogni loro mossa verrà attentamente seguita e segnalata». Anche in seguito continua a svolgere la sua attività politica.
Muore all’età di 62 anni. Per ricordarlo l’amministrazione comunale di Cutro gli ha intitolato una via della cittadina. Sempre a Cutro, il 10 dicembre 2011 la sua figura è al centro di un convegno dal titolo: «Francesco Galasso. Un cutrese antifascista a Londra combattente per la libertà». (Katia Massara) © ICSAIC 2023 – 0X 


Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di PS, Divisione Affari generali riservati, Casellario politico centrale, Galasso Francesco, b. 223 1, f. 2998, + un ritagli del «Times» del dicembre 1934, 1900 e 1923-1940.

Nota bibliografica

  • Santi Fedele, Il retaggio dell’esilio. Saggi sul fuoriuscitismo antifascista, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000, pp. 61-63; 
  • Dizionario Biografico degli anarchici italiani, 2 voll., BFS, Pisa 2003-2004, ad indicem;
  • Katia Massara, L’emigrazione “sovversiva”Storie di anarchici calabresi all’estero, Le nuvole, Cosenza 2003, pp. 71-73 e 85;
  • Katia Massara, Gli esuli calabresi fra dissenso e impegno politico, in Amelia Paparazzo, Katia Massara, Marcella Bencivenni, Oscar Greco, Emilia Bruno, Calabresi sovversivi nel mondoL’esodo, l’impegno politico, le lotte degli emigrati in terra straniera (1880-1940), Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, pp. 76-77;
  • Francesco Galasso, massone antifascista che portò a Londra la sua attività politica, in «Il Crotonese», 10 dicembre 2011.

Gaetano, Rino

Rino Gaetano (Crotone, 29 ottobre 1950 – Roma, 2 giugno 1981)

Salvatore Antonio, questo il suo nome sull’atto di nascita, figlio di Domenico e di Maria Riseta Cipale. Quando nasce la famiglia è appena rientrata da Dolo (Venezia) dove era riparata durante a Seconda guerra mondiale e dove è nata la sorella maggiore, Anna, che ama chiamarlo Rino, nome che prevarrà su Salvatorino usato dai genitori.
Vive a Crotone la prima infanzia. Nel marzo 1960, infatti, i Gaetano si trasferiscono a Roma per motivi di lavoro del capofamiglia. Viene mandato a studiare a Narni, nel seminario della Piccola Opera del Sacro Cuore, dove viene espulso dal coro perché stonato. Finite le medie si iscrive all’Istituto di Ragioneria che frequenta per soli tre anni (si diplomerà più tardi). Lì compone il poemetto E l’uomo volò. È attratto infatti dal mondo dello spettacolo. Si interessa di teatro, impara a suonare la chitarra, scrive le prime canzoni, con la sua vena ironica e uno suo stile orecchiabile che incuriosiscono alcuni discografici romani.
Con un gruppo di amici nel 1968 crea il quartetto dei Krounks, che eseguiva soprattutto cover. In quel gruppo musicale egli suonava il basso ma nel contempo scriveva canzoni avendo come riferimenti internazionali i Beatles e Bob Dylan e un gruppo di cantanti italiani, come è annotato su un quaderno di accordi e canzoni da lui scritte: Battisti, De André, Celentano, Jannacci, I Gufi, Gian Pieretti e Ricky Gianco.
Nel 1969 inizia a frequentare il Folktudio, dove conosce Antonello Venditti, Ernesto Bassignano e Francesco De Gregori. È lì, esibendosi, che si fa notare per l’ironia nelle sue canzoni: sembrava che volesse prendere in giro tutti. Era soltanto dissacrante. Entra così nel mondo artistico, canta con Venditti, interpreta Estragone in Aspettando Godot di Samuel Beckett e la volpe nel Pinocchio di Carmelo Bene, e recita poemi di Majakovskij riuscendo, nel frattempo a diplomarsi in ragioneria.
Il suo debutto discografico avviene nel 1973, con il suo stile troppo giocoso per la casa discografica “It” incide un 45 giri (I Love You, Marianna), dove si cela sotto lo strano pseudonimo di Cammamouris. 
L’anno dopo scrive il suo primo album, Ingresso libero, pubblicato a novembre, che non ha grande fortuna, sebbene il 45 giri tratto dall’album Tu, forse non essenzialmente tu I tuoi occhi sono pieni di sale, è inserito diverse volte nel programma radiofonico Alto gradimento condotto da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni.
Tramite la RCA Italiana, intanto, sempre nel 1974, scrive tre canzoni per Nicola di Bari: Prova a chiamarmi amoreQuesto amore tanto grande e Ad esempio a me piace… il Sud.
La sua consacrazione avviene nel 1975 con il singolo Ma il cielo è sempre più blu, sarcastica filastrocca che sotto il sorriso ironico mostra una buona dose di impegno civile, che in meno di cinque mesi (è pubblicato ad agosto) vende ben 100 000 copie. Fu il primo grande successo del cantautore calabrese. Nel 1976, incide il suo secondo album, Mio fratello è figlio unico, e l’anno dopo il terzo, Aida che la rivista Ciao 2001 definì come il «frutto di un piacevole incontro fra testi estemporanei, felici anche se un po’ amari, e musichetta piacevole, poco invadente, fatta apposta per sottolineare dei momenti particolari».
È il momento della sua definitiva affermazione: fa le prime tournée e si impone come uno dei cantautori più controcorrente, con una serie di canzoni su vizi e virtù degli italiani. Soprattutto con un paio di filastrocche dall’apparenza scanzonata e surreale, Aida e Nuntereggaepiù, aumenta la sua popolarità.
Il vero exploit lo raggiunge al Festival di Sanremo 1978 con la canzone Gianna, non solo per il terzo posto in classifica ma perché è subito al primo nelle vendite.
Sempre quell’anno Gaetano conduce un programma su Radio uno dal titolo Canzone d’Autore nel quale musicisti emergenti commentavano un proprio brano. La sigla del programma era E cantava le canzoni, tratta dal suo quarto album, quello che contiene Nuntereggaepiù. È ormai popolarissimo in tutta Italia. Passa dalla casa discografica It alla multinazionale Rca.
A Città del Messico, nel marzo 1979, incide il suo nuovo album, Resta vile maschio, dove vai?, il primo pubblicato con la Rca. Il suo periodo di gloria è molto breve. L’anno dopo incide E io ci sto, suo sesto e ultimo album, che cantò nella sua ultima apparizione in tv. Artista esuberante e satirico, morì a soli 30 anni, infatti, il 2 giugno 1981 in un tragico incidente d’auto, come quello da lui decritto nella canzone La ballata di Renzo di dieci anni prima e mai pubblicata, in cui un ragazzo con quel nome muore in simili circostanze.
Nel novembre 2007, Rai Uno lo ha ricordato con una miniserie in due puntate sulla sua vita del cantante intitolata Rino Gaetano – Ma il cielo è sempre più blu. Per Claudio Santamaria, che interpretò il cantautore, Rino era «un poeta prima di ogni altra cosa, e un giullare, un dissacratore che sapeva sdrammatizzare ma senza essere superficiale… Cantava più col cuore che con la tecnica, le sue erano performance. Ho visto che una volta si presentò a uno show di Corrado con indosso una muta da sub…».
A un anno dalla morte, nacque il “Premio Rino Gaetano”, uno spettacolo per lanciare giovani cantanti ricordando nello stesso il cantautore deceduto. Crotone lo ricorda con una piazza a suo nome con un centro polifunzionale di musica per la Calabria e il Meridione chiamato “Una casa per Rino”, e aperto ai nuovi artisti. Roma, città d’adozione del cantante, gli ha intitolò una via a Vigne Nuove. Così come hanno fatto diverse città in tutta Italia. (Leonilde Reda) © ICSAIC 2023 – 01 

Discografia

Album in studio

  • 1974 – Ingresso libero (It)
  • 1976 – Mio fratello è figlio unico (It)
  • 1977 – Aida (It)
  • 1978 – Nuntereggae più  (It)
  • 1979 – Resta vile maschio, dove vai? (RCA Italiana)
  • 1980 – E io ci sto (RCA Italiana)
  • 1981 – Q Concert

Album dal vivo

  • 2007 – Figlio unico

Nota bibliografica

  • Peppe Casa e Dario Marigliano, Rino Gaetano. La vita, le canzoni, le poesie e l’ironia di un grande artista, s.n., Roma 1999;
  • Stefano Calò e Massimiliano Gentile, Fontana chiara, Editrice Letterecaffè, Roma 2001;
  • Yari Selvetella, Rino Gaetano. Il figlio unico della canzone italiana, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2001 (poi: Red Star Press, Roma 2017);
  • Emanuele Di Marco, Rino Gaetano Live, Nuovi equilibri e Stampa Alternativa, Livorno-Roma 2001;
  • Massimo Cotto (a cura di), Rino Gaetano. Ma il cielo è sempre più blu. Pensieri, racconti e canzoni inedite, Mondadori, Milano 2004;
  • Alfredo Del Curatolo, Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano, Selene, Milano 2004;
  • Silvia D’Ortenzi, Rare tracce. Ironie e canzoni di Rino Gaetano, Arcana, Roma 2007;
  • Carmine Bizzarro, Abbasso e Ale’ viaggio nel mondo di Rino Gaetano, AcidoClub Edizioni, Bologna 2008;
  • Nicodemo Iapalucci, Io scriverò… per Rino Gaetano, N, Iapalucci editore, Campobasso 2008;
  • Andrea Scoppetta, Sereno su gran parte del paese. Una favola per Rino Gaetano, BeccoGiallo, Padova 2009;
  • Enrico Deregibus, Dizionario completo della Canzone Italiana, Giunti Editore, Firenze 2010, ad nomen;
  • Bruno Mautone, Rino Gaetano. La tragica scomparsa di un eroe, L’ArgoLibro, Grisignano 2013;
  • Enrico Gregori, E io ci sto ancora. Rino Gaetano raccontato da un amico, Giubilei Regnani, Cesena 2014;
  • Gian Luigi Caron, Gianna. Rino Gaetano, un cantautore controcorrente, Lampi di stampa, Vignate (Milano) 2015;
  • Massimo Del Papa, Il Mare sulle Labbra. Affettuoso ricordo di Rino Gaetano in un singolo atto, Smashword Inc., 2015;
  • Enrico Gregori, Quando il cielo era sempre più blu. Rino Gaetano raccontato da un amico, Historica, Cesena 2015;
  • Gian Luigi Caron, Gianna. Rino Gaetano, un cantautore controcorrente, Lampi di stampa, Vignate (Milano) 2015;
  • Bruno Mautone, Chi ha ucciso Rino Gaetano? Il coraggio di raccontare: un’indagine tra massoneria, servizi segreti e poteri economici, Revoluzione, Orbassano 2016;
  • Bruno Mautone, Il coraggio di raccontare. Un’indagine tra massoneria, servizi segreti e poteri economici, Uno Editori, Torino 2017;
  • Stefano Micocci e Carlotta Ercolino, Rino Gaetano, un mito predestinato. La favola del successo e della fine di Rino Gaetano e degli anni ’70, Terre Sommerse, Roma 2017;
  • Matteo Persica, Rino Gaetano. Essenzialmente tu, Odoya, Bologna 2017;
  • Annibale Gagliani, Impegno e disincanto in Pasolini, De André, Gaber e R. Gaetano, I quaderni del Bardo, Lecce 2018;
  • Emiliano Ventura, Il giorno in cui la musica morì. Buddy Holly, Ritchie Valens, Big Bopper, Fabrizio de André, Rino Gaetano, goWare, Firenze 2019;
  • Bruno Mautone, Rino Gaetano. Segreti e misteri della sua morte. L’ombra dei servizi segreti dietro la morte di Pasolini, Pecorelli e Gaetano, Uno Editori, Torino 2020;
  • Simone Zaccaria, Rino Gaetano. La storia a fumetti, Historica, Cesena 2020;
  • Michelangelo Iossa, Rino Gaetano. Sotto un cielo sempre più blu, Hoepli, Milano 2021;
  • Angelo Sorino, Rino Gaetano e il regno di Salanga. Una biografia in autostop, Sagoma, Vimercate 2021.

Familiari, Guido

Guido Familiari (Sondrio, 31 maggio 1943 – Milano, 24 ottobre 2020)

Non è nato in Calabria ma lo steso è stato un calabrese. Era il secondogenito di Demetrio, dirigente dell’Amministrazione statale con la qualifica di Ispettore Superiore del Compartimento della Lombardia per le Tasse e le Imposte Indirette sugli Affari, originario di Melito di Porto Salvo (Reggio di Calabria), e di Silvia Ida Imparato, nativa di Scalea (Cosenza), appartenente a una delle famiglie storiche del centro tirrenico cosentino, fortemente legata a questo luogo. Venne registrato allo Stato civile anche con i nomi Olindo e Carmelo, quest’ultimo per devozione della madre alla Madonna del Carmelo, venerata a Scalea. Per i suoi rapporti con la Calabria, può essere considerato “di diritto” un calabrese.
I genitori si conobbero proprio a Scalea nel 1933, allorquando il padre Demetrio fu mandato a reggere il locale Ufficio del Registro e prese alloggio presso una famiglia del luogo, dal momento che all’epoca non vi erano alberghi. Fu così che conobbe Silvia, amica della suddetta famiglia. Ebbero altri due figli, Aldo, nato nel 1941 e scomparso nel 2006, avvocato e dirigente dell’Ufficio Legale dell’IBI (Istituto Bancario Italiano) a Milano e poi di altri primari Istituti di Credito, e Vincenza, venuta alla luce nel 1946, che ha ricoperto ruoli di funzionario presso l’allora Ufficio IVA del Ministero delle Finanze, sempre a Milano.
Dopo la scuola dell’obbligo, Guido conseguì il diploma di maturità classica presso il Liceo Giovanni Berchet di Milano nel 1964 e si iscrisse nello stesso anno alla facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’Università della stessa città, laureandosi nel 1970 con il massimo dei voti e lode. La sua tesi di laurea, di natura sperimentale, verteva sulle reazioni immunitarie dell’organismo alle cellule tumorali e venne pubblicata sugli Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei.
Nel marzo del 1971 iniziò l’attività clinico-chirurgica presso l’Ospedale Fatebenefratelli di Milano, al fianco del prof. Marcello Fincato, tra i più autorevoli studiosi di fisiopatologia chirurgica.
Nel 1975 conseguì, con il massimo dei voti, la specializzazione in Chirurgia Generale, seguita nel 1979 da quella in Anatomia e Istologia Patologica e nel 1987 da quella in Chirurgia Toracica.
Divenne Primario chirurgo di ruolo nel 1988 presso l’Ospedale Galmarini di Tradate (Varese), struttura già all’avanguardia sotto il profilo della tecnologia applicata alla medicina e alla chirurgia, eseguendo – tra i primi in Italia – anche interventi mini-invasivi, come la “videolaparocolecistectomia”. A Tradate rimase sino al 1993, quando ritornò al Fatebenefratelli da Primario chirurgo, ruolo che ricoprì sino al 2010, anno in cui andò in pensione. Dal 1999, peraltro, presso la stessa struttura ospedaliera ebbe l’incarico di Direttore del Dipartimento di Chirurgia e successivamente del Dipartimento DEA (Emergenze e Accettazione), e dal 1994 fu docente nella Scuola di Specializzazione in Chirurgia presso l’Ateneo milanese.
Nella sua carriera eseguì migliaia di interventi nel campo della chirurgia d’urgenza e di elezione, prevalentemente nell’ambito dell’apparato digerente, di ordine epatobiliare, colon-proctologico, oncologico, in molti casi mini-invasiva toracica e laparoscopica.
Persona di grande modestia che, pur tra i numerosi riconoscimenti a livello professionale, ha sempre privilegiato i rapporti umani, senza distinzione di ceto, il prof. Familiari viene ricordato anche per la sua propensione all’ascolto e alla solidarietà.
Nel corso delle vacanze estive nella “sua” Scalea incontrava persone del circondario con vari problemi di salute, spesso gravi, che poi avrebbe curato a Milano, dove, con molta discrezione, com’era nella sua indole, si adoperava anche per la sistemazione logistica di parenti degli ammalati spesso con difficoltà economiche.
Nell’arco della sua brillante carriera sono state molte le testimonianze di pazienti grati al professionista e all’uomo. Tra le tante, una missiva di Elio Scopigno, campione italiano di motociclismo nell’immediato dopoguerra, nella quale si legge: «sportivamente al dott. Guido Familiari, noto campione nell’uso del bisturi, alleviatore e guaritore delle sofferenze altrui, con molta gratitudine», parole che sono emblematiche e rappresentative dell’anima e dell’opera del Familiari nell’arco di tutta la sua vita professionale e umana.
È stato autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali e internazionali e ha partecipato a moltissimi congressi sia in Italia che all’estero.
Nel 1971 sposò Raffaella Rucco, milanese, anch’essa medico, conosciuta quello stesso anno presso la sala anatomica dell’Istituto di Anatomia Patologica della Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Milano, dalla quale ebbe l’unica figlia, Chiara, alla quale è stato sempre particolarmente legato, al pari delle nipoti Giulia Maria e Margherita. Oltre che marito devoto e padre e nonno amorevole, fu amico sincero di moltissime persone di ogni levatura sociale e coltivò interessi per la pittura, realizzando anche dipinti, prevalentemente paesaggi che ritraevano Scalea, e per la cucina, spaziando dai piatti valtellinesi a quelli a base di pesce e frutti di mare.
La sua passione per il mare, già molto pronunciata in gioventù, si era consolidata nel corso degli anni e nelle estati scaleote si dedicava alla pesca d’altura, sia con il suo amico Pasquale Bergamo che con i componenti della marineria del luogo.
Benché avesse vissuto quasi sempre a Milano, dove lavorava, a Scalea trovava la sua dimensione ideale, nella casa di famiglia situata nel centro storico ma con il mare in prospettiva, che apriva ai molti amici, abitudine perpetuata anche dalla figlia, che da Milano raggiunge d’estate Scalea.
La comunità di Scalea è stata riconoscente a Guido Familiari per le sue qualità professionali e umane che hanno dato lustro alla cittadina, ancorché non sia stato il luogo di nascita, attribuendogli nel 2009 la cittadinanza onoraria per via del legame profondo con il territorio, mantenuto costantemente vivo pur a oltre mille chilometri di distanza.
Continuò, sia pure occasionalmente, a fornire consulenze professionali, tenendosi costantemente aggiornato sull’evoluzione delle tecnologie avanzate in medicina e chirurgia. Nell’ottobre del 2020, a seguito di sopraggiunte complicanze postoperatorie legate a un intervento di ordine ortopedico, si è spento a Milano nell’ospedale Fatebenefratelli. Riposa nel cimitero di Caravaggio (Bergamo), nella cappella di famiglia della moglie Raffaella. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2023 – 01 

Principali pubblicazioni

  • Studio cromosomico dei cloni cellulari del sarcoma murino 180 (con Raffaella Rucco), Istituto di Anatomia e Istologia Patologica dell’Università di Milano, 1973;
  • Riscontro di colite ulcerosa nel corso di accertamenti in soggetti proctocolopatici (con F. Mannina), Chirurgia Gastroenterologica, Milano, 1975;
  • Considerazioni sui casi di retto colite idiopatica diagnosticati in una Divisione di Chirurgia Generale(con F. Mannina, A. Nava), Estratto dagli Atti del Congresso Internazionale sulla Patologia del Colon e del Sigma – retto, Salerno, 1975;
  • Il lisozima serico nelle malattie infiammatorie dell’intestino (con F. Mannina, A. Nava, G. Porro, L. Saldutti), Rivista di Morfologia Clinica, Milano, 1976;
  • Sindrome post-colecistectomia – Stenosi delle vie biliari extraepatiche (con L. Saldutti, A. Nava, F. Mannina), Atti dell’Accademia Medica Lombarda, Milano, 1978;
  • Perianal Fistulous Abscesses and Cloacogenic Cancer (con M. Fincato, C. Corsi, A. Perrone, M. Gargiulo), Proktologie, Monaco di Baviera, 1980;
  • Approccio Trans-Sfinterico di York Mason nella Chirurgia del Retto (con C. Corsi, A. Perrone, M. Gargiulo), Atti Società Italiana di Chirurgia, 1979;
  • Il carcinoma cloacogenico, Rivista di Morfologia Clinica, Milano, 1980;
  • Sialic Acid as marker of colorectal cancer (con G. Creperio, C. Ranzini), European Society of Surgical Research, 20th Congress, Rotterdam, 1985 – The British Journal of Surgery, 1985;
  • Le malattie infiammatorie intestinali (con C. Corsi, F. Scroppo, R.D. Villani, G. Creperio), presentata alla Società Lombarda di Chirurgia, 1986;
  • Fibronectin and Wound Healing in Gastrointestinal Surgery (con M. Fincato, G. Creperio, C. Ranzini), Digestive Surgery, Collegium Internationale Chirurgiae Digestivae, Jerusalem, 1986;
  • L’amputazione tendoplastica sovracondiloidea secondo Callander, presentata alla Società Lombarda di Chirurgia, 1991;
  • Laparoscopy for Blunt Abdominal Trauma (con G. Maione, M. Bianchi, D. Forti), Endosurgery, 1994;
  • Il trattamento degli ascessi addominali (con G. D’Ambrosi, M. Preziosa, G. Caldarola, R. Raimondi), Chirurgia Generale – General Surgery, 1995;
  • Acute pancreatitis: state of the art and risk factors (con C. Baratti, S. Costieri, D. Ubezio, R. Paternollo, E. Agabiti, C. Raimondi), International Journal of Surgical Sciences, 1996;
  • I carcinoidi nell’urgenza chirurgica (con G. D’Ambrosi et al.), Minerva Chirurgica, 1996;
  • Occlusione intestinale secondaria ed invaginazione intestinale nell’adulto: protocollo diagnostico-terapeutico, Chirurgia Generale – General Surgery, 1997;
  • Gastric Re-section in Emergency (con R. Paternollo et al.), Hepato-Gastroenterology, 1998.

Ringraziamenti

  • L’A. ringrazia l’avvocato Chiara Familiari, la dott.ssa Raffaella Rucco e la dott.ssa Vincenza Familiari, rispettivamente figlia, vedova e sorella del biografato, per le notizie e il materiale posto a disposizione.

De Nava, Pietro

Pietro de Nava (Reggio Calabria, 11 ottobre 1870 – Reggio Calabria, 17 febbraio 1944.

Secondogenito del barone Giuseppe, Ufficiale del Regno, e di donna Marianna Valentino, rimase orfano di padre all’età di nove anni. Con i suoi fratelli (la maggiore, Isabella, Giovanni, terzogenito, e la piccola Maria che non superò i sei anni d’età), crebbe sotto la tutela dello zio, cavalier Marcello de Nava. Si distinse presto negli studi: frequentò il liceo Classico ToNOmmaso Campanella, conseguendo la maturità con il massimo dei voti. Studiò all’Università di Napoli, laureandosi giovanissimo in ingegneria civile con il massimo dei voti e la lode. Nel 1893 iniziò la sua carriera professionale a Reggio Calabria e viaggiò per tutta la penisola per visitare le più importanti città con i relativi cantieri e industrie. Dal 1896 in poi, in qualità di corrispondente, collaborò con la rivista Il Monitore Tecnico, giornale di architettura.
Sposò Giuseppina Catanoso dalla quale non ebbe figli. I due coniugi si dedicarono con affetto e sollecitudine ai nipoti Giuseppe de Nava, figlio di Giovanni, e Giuseppe Laurenzi, figlio di Isabella, entrambi residenti a Roma ma spesso presenti a Reggio durante le vacanze invernali ed estive.
Dopo il terremoto del 1894 partecipò alla ricostruzione dei danni causati dal sisma. Vittorio Emanuele III lo nominò membro del Consiglio della Sanità della Provincia di Reggio Calabria e fu membro del Consiglio delle Acque Pubbliche Nazionali. Quando, a seguito del sisma del 1908, si trattò di provvedere con immediatezza alla ricostruzione di Reggio, Pietro, allora Prosindaco e Assessore ai Lavori pubblici, fu incaricato dal Sindaco, Giuseppe Valentino, di redigere il principale strumento urbanistico necessario per la riedificazione della città: un nuovo piano regolatore che attendesse al processo di ricostruzione. 
Nel 1910 incaricò l’ingegnere Spinelli, suo collega di fiducia, di visionare a Monaco in Germania i nuovi materiali antisismici e di studiare il piano urbanistico di una città Europea che vantava tecniche di costruzione pionieristiche.
Si interessò all’utilizzo delle Acque Pubbliche e pubblicò sull’argomento un breve ma fondamentale saggio nel 1917. 
La sua attività fu impegnata su più fronti e spaziò dal campo urbanistico a quello costruttivo, da quello politico a quello storico. 
Nel 1912 (ministro dei Lavori Pubblici Giuseppe de Nava, che fu parte molto attiva nel promuovere la ricostruzione della città), l’Assemblea della Società Artistica Operaia di Reggio Calabria approvò all’unanimità il piano finanziario per la ricostruzione del distrutto teatro Garibaldi. Il progetto venne affidato a lui che offrì la sua Opera gratuitamente. I lavori procedettero fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Dal 1912 in poi iniziò la sua lunga e intensa attività di progettazione di edifici privati, affiancata anche al grande progetto per il nuovo Ospedale civico cittadino, dei Ricoveri Riuniti e dell’Ospedale Ortopedico, in seguito intitolato al prof. Faggiana. Nei palazzi signorili da lui progettati e realizzati lungo le principali vie e nelle opere per le famiglie più in vista del tempo, si nota una particolare attenzione all’aspetto decorativo e stilistico, alla simmetria dei prospetti e all’armonia di insieme delle forme architettoniche. La struttura dei nuovi edifici venne realizzata in cemento armato e all’esterno venne esposto un gusto decorativo “neogotico” e Liberty, un nuovo approccio nelle soluzioni d’angolo e nell’inserimento di elementi decorativi; l’armonizzazione delle nuove tecniche di costruzione, antisismiche, con gli originali stili architettonici, costituisce il vero apporto, pionieristico, di De Nava.
Nel 1923 partecipò alla prima Mostra Internazionale delle Arti Decorative.
Nell’attuazione del Piano Regolatore si confrontarono due criteri: da una parte quello di Giuseppe Valentino, tenace e impaziente, che non ammetteva ritardi e faceva apportare modifiche al piano dall’ing. Narbone per spianare interamente la parte collinosa, demolire le vecchie mura, allineare le vie, ampliare e squadrare le piazze; dall’altra parte, quella di De Nava che, con senso storico, voleva rispettare i pochi ricordi superstiti. 
Tra le varie proposte, il Regolamento Edilizio della città di Reggio prevedeva un recupero e un piano di restauro per le opere meno danneggiate e difese la salvaguardia dei monumenti della città che si sarebbero potuti riparare con poca spesa. 
Per il suo piano regolatore fece riferimento al “Piano Mori” del 1785 e ai “Piani di Ampliamento” del 1868 e del 1898, in più dichiarò che per terminare i lavori ci sarebbero voluti almeno 5 anni. Del piano Mori modificò l’assetto urbanistico rendendolo più simmetrico e ne regolarizzò definitivamente l’impianto a scacchiera, potenziandone gli aspetti peculiari. 
La ricostruzione fu lenta fino agli anni Venti. La ricca progettazione architettonica prevista dal piano produsse una controllata articolazione di spazi pubblici, piazze, strade, monumenti e numerosissime case sociali e pubbliche per cittadini. L’articolato insieme costituì il carattere di alta qualità della Reggio “bella e gentile” pianificata dall’ingegnere. 
Il tutto fu basato sui seguenti principi regolatori: spazi aperti tangenti al sistema rettilineo del corso, arricchiti da borghi sempre verdi, da porticati, da monumenti centrali e da un telaio di geometrie spaziali eclettiche, configurando un prospetto unico per i monumenti più importanti della città. 
Nella Reggio della ricostruzione prevalse una tendenza che privilegiava le nuove tecniche del costruire e l’applicazione e sperimentazione tecnologica dei nuovi materiali, come il cemento armato. Allo stesso tempo si vollero dare alla città forme che evocassero riferimenti storici e caratteristiche stilistiche passate.
Tra le varie proposte elencate, risaltarono quelle riguardanti la capitalizzazione del tasso fisso dell’1%, per tutti i terremotati. Altre proposte da lui avanzate furono quelle di una rete tramviaria o automobilistica e la realizzazione di una circonvallazione urbana ed extraurbana per i quartieri più vicini al centro. Oltre a questo, chiedeva una sistemazione del porto di Reggio, aggiungendo tre provvedimenti previsti solo per Messina: depositi franchi, zona industriale con agevolazioni tributarie ed esenzione delle tasse per le navi che attraccavano nel porto. Senza queste modifiche, avvertiva, gli investitori avrebbero preferito il porto di Messina penalizzando e emarginando Reggio. Chiese di estendere a Reggio tutti i provvedimenti adottati su Messina per l’istituzione di una tariffa ferroviaria provinciale. Chiese infine l’esenzione dal pagamento dell’imposta di ricchezza mobile per le nuove industrie di prossimo impianto.
Operò anche a Bagnara Calabra, Scilla e Taormina, di quest’ultima si innamorò e nacque la sua passione verso l’architettura siciliana del medioevo e quella taorminese del Quattrocento.
Chiari esempi del suo linguaggio stilistico si ritrovano nella Cattedrale di Villa S. Giovanni.
Poco si sa della sua attività fuori della Calabria, ma certamente realizzò edifici anche nel Lazio.
Dopo una vita impegnata e operosa, morì nel 1944, all’età di 74 anni. Riposa all’interno della Cappella di Famiglia, da lui stesso progettata e fatta edificare, nel Cimitero Monumentale di Reggio. (Luca Giammarco) © ICSAIC 2023 – 01

Opere progettate e realizzate

Edifici pubblici

  • Baglio di S. Pasquale, Bova Marina, 1898;
  • Chiesa S.S. Rosario Piazza del Rosario, Bagnara Calabra, 1910;
  • Ospedale Civico di Reggio Calabria, 1914;
  • Complesso dei Ricoveri Riuniti (Casa di riposo comunale), 1921;
  • Istituto Ortopedico “Faggiana”, 1922;
  • Casa degli Agricoltori di Leprignano (oggi Capena, provincia di Roma), 1928;
  • Chiesa di S, Gaetano, via Aschenez 174, Reggio Calabria, 1922-1929;
  • Chiesa di Maria Santissima Immacolata di Villa San Giovanni, Via Ammiraglio Curzon, 1927.

Edifici privati

  • Palazzo Vitale, Corso Garibaldi – via Lemos – via XXI agosto, Reggio Calabria, 1914;
  • Palazzo Manganaro, Piazza Camagna Reggio Calabria, 1921;
  • Palazzo Catanaoso, via del Torrione 81, Reggio Calabria, 1921;
  • Palazzo De Nava, via del Torrione N°88, 1926;
  • Case Impiegati dello Stato, Reggio Calabria, 1928;

Pubblicazioni

  • Torrenti della prima Calabria ulteriore, fra la punta di Calamizzi e il capo Vaticano e sul modo di sistemarli, Tip. Morello, Reggio Calabria 1894;
  • La ferrovia Reggio-Eboli, in «Vita iyaliana», a. I, fasc. 20, 1895;
  • Le opere idrauliche di terza categoria e i torrenti calabresi. Memoria letta al Collegio degli Ingegneri ed Architetti di Reggio Calabria nell’Assemblea generale straordinaria del 23 maggio 1897, Tip. Giuseppe Moscato, Villa San Giovanni 1897;
  • Progetto di una opera di difesa della spiaggia lungo il tratto litorale antistante all’abitato di Catona in provincia di Reggio Calabria. Relazione. Tip. Paolo Siclari, Reggio Calabria 1902;
  • Progetto di una condotta d’acqua potabile a servizio dell’abitato di Melito Porto-Salvo, provincia di Reggio Calabria. Relazione, Tip. Paolo Siclari, Reggio Calabria 1900;
  • Lo sfruttamento delle risorse idrogeologiche della Calabria per il rilancio dell’Agricoltura e dell’Industria manifatturiera, in «Nuova Antologia», 1917.

Nota archivistica

  • Archivio di Stato di Reggio Calabria, B6, fasc. 3, certificato di licenza liceale 1887-1888; B6, fasc. 2, diploma di laurea e punti di merito conseguiti nel triennio di Applicazioni, 1893.

Nota bibliografica essenziale

  • Filippo Aliquò Taverriti, Reggio 1908-1958, Stab. Tip. “Corriere di Reggio”, Reggio Calabria 1958, pp. 363-366;
  • Rosa Maria Cagliostro, Ricostruzione e linguaggi. Reggio Calabria: per una storiografia delle scritture architettoniche dopo il 1908, Gangemi, Roma 1981;
  • Giuseppe Valentino, La ricostruzione di Reggio, Tip.  Morello, Reggio Calabria 1928;
  • Enzo Zolea, Là, dove c’era il Teatro Garibaldi… sorge il Palazzo della Questura, «Calabria sconosciuta», XV, 55, 1992, pp. 11-19;
  • Simonetta Valtieri (a cura di), 28 dicembre 1908. La grande ricostruzione dopo il terremoto del 1908 nell’area dello stretto, Clear, Roma 2008.

Bonfà, Alberto

Alberto Bonfà [Bianco (Reggio Calabria), 28 luglio 1910 – Reggio Calabria, luglio 1998]

È nato da Pasquale, imprenditore del famoso Vino Greco che si produce localmente, e da Carmela Perrone. Dopo il liceo, ha proseguito il suo percorso di studi trasferendosi a Napoli dove frequentò l’Accademia di Belle Arti dove diplomandosi. Ebbe come maestri da cui apprese le diverse metodologie pittoriche, Carlo Siviero, Augusto Licata e Vincenzo Migliaro «dal quale in particolare ereditò il valore di dipingere en plein air, ossia immergendosi nella natura per studiare dal vero le variazioni luminose e trarne impressioni poi affinate e definite nello studio» (De Fazio 2020), La sua formazione, dunque, avvenne nell’ambito della scuola napoletana «ispirata – come si legge nella biografia sul sito a lui dedicato – al tardo impressionismo e alla pittura della luce».
La pittura rimase la sua grande passione per tutta la vita.
Terminati gli studi napoletani, infatti, rientrò in Calabria stabilendosi a Bianco, dove passò quasi tutta la sua vita. Esercitò contemporaneamente la professione di pittore nel suo studio in paese e quella di insegnante nel Liceo Artistico a Reggio Calabria, dove contribuì a formare diversi artisti di talento, tra cui Maria Arria Malara.
Ma chiaramente è ricordato per la sua attività artistica che ebbe l’attenzione del pubblico e della critica e del pubblico. Esordì nel 1934 alla prima mostra del Sindacato d’Arte della Calabria che si tenne a Reggio Calabria, dove sarà presente anche nel 1936 e 1938.
La sua prima personale fu organizzata nel 1945 nei saloni del municipio di Reggio Calabria e a essa ne seguirono altre anche fuori dalla Calabria dove fu molto apprezzato. Nel 1960 espose alla Galleria Barbaroux di Milano; nel 1964 a Padova alla Galleria Pro Padova; l’anno dopo a Locri; nel 1968 tornò a Milano esponendo alla Galleria Toselli; quindi nel 1969 a Messina nel Palazzo municipale, e nella sua Bianco nel 1981. Partecipò anche a numerose collettive. Fu presente alle Mostre sindacali di Reggio Calabria, Catanzaro e Napoli; alle Biennali calabresi 1947 al 1951; alle diverse edizioni del Maggio di Bari dal 1956 al 1958; ai Premi Tigullio, Ravello, Regione Valle d’Aosta e Città eterna. Alla rassegna Nazionale di Pittura ex tempore di Ravenna, nel 1971 gli fu assegnata la medaglia d’oro del Presidente della Repubblica, Sempre il Presidente della Repubblica il 2 giugno 1980, su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri, lo nominò Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana. 
Molti dei suoi quadri sono esposti in luoghi prestigiosi in tutto il mondo, tra cui la Pinacoteca Civica di Reggio Calabria, la galleria di W. H. Stokes Jr. di Pittsburg in Pensilvania, e alcuni i musei americani, a New York e Boston. Tre suoi oli raffiguranti splendidi paesaggi (Querce, Case a Samo di Calabria e Porticciolo) si trovano nella collezione del Quirinale e altri dipinti sono custoditi alla Camera dei Deputati.
La medaglia d’oro assegnatagli alla rassegna di Ravenna, è particolarmente significativa perché segna una tappa importante della sua carriera, con l’avvio di una nuova fase di quello che è stato il suo percorso espressivo. Senza rinunciare alla «sua cifra originaria, la liquidità e la trasparenza della luce, dimostra un interesse sempre più accentuato verso un racconto pittorico fatto «con colori – dati a larghe pennellate, ma anche materici e corposi vicini a quelli espressionisti –  e soggetti ricercati nella sua terra d’origine» (De Fazio, 2020). Ecco che i soggetti preferiti «diventano le barche, sui canali della Romagna come sulle spiagge bianchesi, solitarie o in coppia, la cui esplosiva corporeità è la corposità del colore, che nutre e ne fa creature parlanti».
Oltre ai paesaggi e ai dipinti di tipo espressionista dell’ultima stagione, egli si distinse nella pittura di soggetti sacri. Vanno ricordati i due affreschi che raffigurano Santa Teresa e Santa Rita nelle due cappelle laterali del duomo di Reggio Calabria. E va ricordata pure nella sua attività a Bianco, la Madonna di Pugliano, con la quale si dimostrò anche, un abile ritrattista. Negli anni Settanta, infatti, fu rubato un dipinto dell’Ottocento del pittore Giuseppe Cavaleri raffigurante la Madonna di Pugliano che si trovava nell’omonimo santuario di Bianco. In sostituzione di quella tanto cara ai fedeli dipinse lui la nuiva pala assicurando così la sopravvivenza dell’immagine storica: è sua, infatti, la raffigurazione che si trova adesso nel Santuario e che ogni anno, il 15 agosto, viene portata in processione per le vie della cittadina jonica.
È morto a Reggio Calabria all’età di 88 anni.
Il suo nome è presente in più di un Dizionario dell’Arte Contemporanea. Numerose riviste, tra cui Mondo Europeo, Calabria letteraria, Arte nostra, Mondo lirico, La follia di New York e diversi quotidiani, si sono occupati della sua attività artistica. La Pubblio Virgilio Marone lo ebbe tra i propri accademici. E nel suo biglietto da visita, oltre alla qualifica di pittore, evidenziava di essere «Membro dell’Accademia romana de “i Cinquecento”». Bianco, per iniziativa della Parrocchia, in collaborazione con l’amministrazione comunale, il Comitato festa di Maria SS. di Pugliano e l’Istituto d’Arte di Locri, lo ha ricordato nel centenario della nascita. Nel discorso commemorativo il prof. Ezio Flammia ha parlato di Bonfà dicendo che «con la sua arte, ha sviluppato una delle espressioni più autentiche della cultura di questa terra». (Pantaleone Andria) © ICSAIC 2023 – 01

Nota bibliografica

  • Giuseppe Andreani (a cura di), L’opera esposta. Idee per la Pinacoteca civica di Reggio Calabria, Rubbettino, Soveria Mannelli 1991;
  • M. Di Stefano, La Collezione d’arte del Comune di Reggio Calabria. Contributo critico ad una Galleria d’Arte Moderna, in Giuseppe Andreani (a cura di), L’opera esposta. Idee per la Pinacoteca civica di Reggio Calabria, Rubbettino, Soveria Mannelli 1991, p. 94;
  • Maria Angela Damigella, Bruno Mantura, Mario Quesada (a cura di), Il patrimonio artistico del Quirinale. La quadreria e le sculture. Opere dell’Ottocento e del Novecento, Electa, Milano – Editoriale Lavoro, Roma 1995, p. 58;
  • Angelo Calabrese e Daniele Giovanni, Verso il centenario della nascita del pittore Alberto Bonfà, Nuove Edizioni Barbaro, Delianova (RC) 2010;
  • Enzo Le Pera. Bonfà Alberto, in «Gli artisti della Calabria. Dizionario degli Artisti Calabresi dell’Ottocento e del Novecento», Pellegrini, Cosenza 2013, pp. 69-70;
  • Antonietta De Fazio, La Calabria e i suoi artisti. Dizionario dei pittori (1700-1930), Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p. 59.;
  • Ezio Flammia, Commemorazione del pittore Alberto Bonfà (1910-1998) nel centenario della nascita, https://www.inforestauro.org/alberto-bonfa-a-cento-anni-dalla-sua-nascita/.

Sono online dieci nuove biografie augurando a tutti un “felice 2023”

Il nostro Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea cresce ancora a ritmo costante. Nel 2022 che sta per lasciarci si è arricchito di ben 120 profili, portando così il numero di biografie di calabresi che hanno operato nella regione e fuori a ben 810. Tutto ciò è stato possibile grazie all’impegno esclusivamente culturale di una ricca squadra di collaboratori che non faranno mancare il loro ulteriore contributo per rendere ancora più ricco questa ammirata opera dell’Icsaic.
Queste le nuove 10 biografie:

Il nostro impegno prosegue e altre biografie sono in arrivo.
Intanto auguriamo a tutti gli amici e agli utenti del Dizionario un nuovo anno di

salute e successi

Auguri, auguri e auguri!

Vitetti, Leonardo

Leonardo Vitetti (Gerace Marina, odierna Locri, 15 dicembre 1894 – Roma 14 maggio 1973)

Era figlio di Ernesto (sub voce) e di Carmelina Jemma. Laureatosi in giurisprudenza a Roma, nel 1923 vinse il concorso per l’accesso alla carriera diplomatica. Giudicato uomo di Dino Grandi (che fu prima sottosegretario, poi ministro degli Affari Esteri), dopo un periodo trascorso al cerimoniale, fu inviato in missione presso la Società della Nazioni a Ginevra. In seguito, svolse incarichi nell’ambasciata a Washington, negli uffici della Corte di giustizia internazionale dell’Aja, nell’ambasciata a Londra. Tra le due guerre mondiali partecipò a importanti conferenze intergovernative, quale membro della delegazione italiana.
Nel 1934 sposò Natalie Mai Coe (1910-1987), ricca ereditiera statunitense. L’anno dopo a Londra nacque il figlio Ernesto Guglielmo.
Rientrato a Roma, ricoprì il ruolo di direttore generale col grado di ministro plenipotenziario. Entrò nella cerchia dei più stretti collaboratori di Galeazzo Ciano, che lo ricorda nel diario come «professionista del cavillo». Sovente accompagnò il ministro degli Affari Esteri alle cene esclusive presso i principi Colonna. Il diplomatico calabrese fu «testimone diretto delle principali decisioni di politica estera prese dal nostro governo in quegli anni tremendi, presente a tutte le riunioni ad alto livello» (Enrico Serra), compresi gli incontri tra Mussolini e Hitler. Nel maggio 1939 fu al seguito di Ciano nei giorni dell’occupazione dell’Albania.
Il nome di Leonardo Vitetti ricorre continuamente nei documenti dell’epoca, in quanto consigliere del ministro, esperto di trattati, dominus dell’apparato burocratico. «Ciano ne aveva bisogno, ma non lo amava affatto. Gli rimproverava i suoi modi “ancien régime” e non perdeva occasione per punzecchiarlo ma si appoggiava a lui» (Giordano Bruno Guerri).
Negli anni della seconda guerra mondiale, Vitetti fu membro della commissione d’armistizio con la Francia e sovrintese all’amministrazione dei territori occupati dall’Italia. Nel 1943, quando le sorti del conflitto volgevano al peggio, Ciano lo incaricò di elaborare una bozza di riforma costituzionale, in vista del dopoguerra, poiché evidentemente il genero del duce pensava di potere ancora avere un ruolo. La fatale notte del 25 luglio 1943 fu tra i pochissimi a ricevere le confidenze di Ciano, sull’andamento della drammatica seduta del Gran Consiglio del fascismo.
Dopo la liberazione di Roma, evidentemente compromesso col fascismo, chiese il collocamento a riposo. Nel 1950, fatto inusuale, fu riammesso in servizio, ricoprendo nel decennio successivo nuovi importanti incarichi: membro della delegazione italiana all’assemblea dell’Onu, quando ancora l’Italia non ne faceva parte a pieno titolo, rappresentante permanente presso l’Oece (Organizzazione europea per la cooperazione economica), dal 1956 rappresentante ufficiale dell’Italia all’Onu, infine ambasciatore a Parigi sino al giugno 1961. In quegli anni, avendo stretto legami con Amintore Fanfani, tentò anche la carriera politica, candidandosi in Calabria con la Democrazia cristiana. 
Nel 1962, in occasione del Concilio, fu nominato presidente del comitato istituito dal governo italiano per favorire l’ospitalità e agevolare il soggiorno dei padri conciliari e delle molte personalità convenute a Roma da tutto il mondo.
Negli anni giovanili aveva collaborato a periodici tra cui «Politica» e «L’Idea Nazionale» organo dell’Associazione nazionalista italiana. I repertori bibliografici riportano a suo nome parecchi scritti su temi di politica e storia. Era uomo di vasta cultura, noto anche per studi specialistici sulla poesia medioevale. Collaborò all’Enciclopedia Treccani anche per la storia americana (sua la voce sul presidente Thomas Jefferson). Si spettegolava che «prima di andare a un pranzo si leggesse una pagina dell’Enciclopedia italiana e ne parlasse per tutta la sera» (Giordano Bruno Guerri).  
Leonardo Vitetti aveva titolo nobiliare di conte ed era insignito delle onorificenze di Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana (Omri) e dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.
Morì all’età di 79 anni. A Roma dimorava in una sontuosa villa nel quartiere Giuliano-Dalmata, oggi centro ricettivo.
Il figlio Ernesto Guglielmo, sposato alla contessa Antonella Martini e deceduto nel maggio 2021, studiò negli Usa e in Gran Bretagna. È ricordato come uno dei maggiori collezionisti ed esperti di divise storiche militari, membro del comitato scientifico dell’Annuario della nobiltà italiana, fondatore del museo storico del Corpo militare EI-SMOM (Sovrano militare ordine di Malta). Con lui si è estinto il casato. (Donato D’Urso) © ICSAIC 2022 – 12

Opere principali

  • Vita di Pietro Perugino (curatela)  Bemporad & Figlio, Firenze 1914;
  • Canzoniere di Giusto de’ Conti (curatela)Carabba, Lanciano 1918;
  • Il conflitto anglo-americano, Zanichelli, Bologna 1920;
  • L’alleanza anglo-giapponese, Stabilimento tipografico Garroni, Roma 1921;
  • La politica del presidente Harding, Società editrice Politica, Roma 1921; 
  • La conferenza di Washington, Società editrice Politica, Roma 1922;
  • Civiltà europea e civiltà americana, Reale Accademia d’Italia, Roma 1932;
  • Considerazioni sui criteri della pace, s.n., Roma 1944;
  • Gli Stati Uniti e l’Europa, s.n., Roma 1948.

Nota bibliografica

  • «Annuario diplomatico del regno d’Italia 1931-IX», Tipografia del ministero degli Affari Esteri, Roma 1931, p. 465;  
  • Chi è? Dizionario degli italiani d’oggi, Casa editrice cenacolo, Roma 1940, p. 985;
  • Chi è? Dizionario biografico degli italiani d’oggi, Scarano, Roma 1957, p. 701; 
  • «La Civiltà Cattolica», CXIII, quaderno 2690, 21 luglio 1962, p. 181;
  • Enrico Serra, Leonardo Vitetti e una sua testimonianza, «Nuova Antologia», CVIII, fasc. 2076, dicembre 1973, pp. 487-492;
  • Leonardo Vitetti, Diario, «Nuova Antologia», CVIII, fasc. 2076, dicembre 1973, pp. 493-501;
  • Leonardo Vitetti, Ministero Affari Esteri, Roma 1976; 
  • Galeazzo Ciano, Diario 1937-1943, Rizzoli, Milano 1980; 
  • Renzo De Felice, Mussolini il duce: lo Stato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino 1981;
  • Alberto Pirelli, Taccuini 1922/1943, Società editrice il Mulino, Bologna 1984;
  • Giordano Bruno Guerri, Galeazzo Ciano, Bompiani, Milano 1985; 
  • Renzo De Felice, Mussolini l’alleato: l’Italia in guerra 1940-1943, Einaudi, Torino 1990;
  • Vincenzo Pellegrini, Il Ministero degli Affari Esteri, il Mulino, Bologna 1992; 
  • Enrico Serra, Professione: Ambasciatore d’Italia, FrancoAngeli, Milano 1999, pp. 185-196; 
  • Enzo Collotti-Nicola Labanca-Teodoro Sala, Fascismo e politica di potenza: politica estera 1922-1939, La Nuova Italia, Firenze 2000, pp. 285-286;
  • Federico Robbe, “Vigor di vita”: il nazionalismo italiano e gli Stati Uniti (1898-1923), Viella, Roma 2008;
  • I diari e le agende di Luca Pietromarchi (1938-1940), Viella, Roma 2009;
  • Giovanni Tassani, Diplomatico tra due guerre, Le Lettere, Firenze 2012, p. 43. 

Tocci, Guglielmo

Guglielmo Tocci [San Cosmo Albanese (Cosenza) 11 settembre 1827 – Cosenza 7 gennaio 1916]

Nacque in un piccolo centro arbëresh da Giovanni Andrea e da Mariangela Marchese. Apparteneva a un’antica famiglia calabrese, protagonista del periodo risorgimentale. Il fratello Francesco Saverio fu nel 1848 uno dei martiri a Rotonda. Il giovane Guglielmo fu sospettato di complicità nell’attentato dell’8 dicembre 1856 organizzato da Agesilao Milano nei confronti di Ferdinando II Borbone e condannato a quattro anni nel carcere di Santa Maria Apparente a Napoli. L’antica amicizia con Milano risaliva ai banchi di scuola nel collegio di S. Adriano a San Demetrio Corone. Liberato nel 1860 con l’arrivo di Garibaldi, ritornò in Calabria dedicandosi alla politica. 
Nelle elezioni provinciali del 1861 fu eletto consigliere di Cosenza. Il 19 ottobre 1861 fu individuato come agente demaniale per verificare le usurpazioni a Corigliano Calabro. Denunciò il grande divario nella distribuzione delle terre e avanzò la proposta per una nuova ripartizione delle terre pubbliche finalizzata alla creazione della piccola proprietà accanto al grande latifondo. Nel 1862 ricevette l’incarico di risolvere le controversie delle espropriazioni a Rossano e per le capacità dimostrate gli fu proposta una cattedra di economia da istituire nel collegio di S. Adriano a San Demetrio Corone. Nel 1865 il napoletano Giuseppe Mosciaro gli prospettò la carica di segretario generale di un possibile istituto bancario da istituire in Calabria. Nell’ottobre dello stesso anno fu indicato come direttore del ginnasio di Corigliano Calabro. 
Nel consiglio provinciale del 15 dicembre successivo fu tra i promotori per l’erogazione di una sovvenzione annuale dell’Accademia cosentina e nella seduta del 6 marzo 1866 si schierò a favore dell’accrescimento della raccolta documentaria dell’Istituto e per il mantenimento del sussidio. E il 30 maggio la Regia prefettura della Calabria Citeriore lo nominò delegato straordinario al comune di Terranova di Sibari, che il 2 febbraio 1867 gli assegnò la cittadinanza onoraria. Nel 1867 il ministero lo designò Regio delegato al comune di Cosenza, dove riscontrò carenze nell’organizzazione e nel funzionamento degli uffici pubblici. Inoltre, constatò la deplorevole situazione dell’archivio municipale.
Al consiglio provinciale, inoltre, avanzò progetti per la ferrovia Salerno-Reggio Calabria, di strade provinciali e intercomunali, contribuendo all’inizio dei lavori del primo tronco ferroviario alla foce del Crati. Fu particolarmente attento alla cultura, donando alla biblioteca Civica di Cosenza una raccolta libraria personale e fu protagonista delle pratiche concernenti la cessione del giardino di S. Chiara per l’edificazione del teatro Rendano. Fu un sostenitore della richiesta di affidamento dei comuni italo-greci del collegio di S. Basilio di Roma. Fu anche insegnante di lettere al ginnasio, pubblicista e giornalista.
Nelle elezioni politiche del 20 e 27 novembre 1870 si candidò con la Sinistra nel collegio di Rossano e con 62 voti al primo turno e 207 al ballottaggio fu eletto deputato.  Fu parlamentare assiduo ed attivo. Alla Camera si interessò della questione silana, della viabilità calabrese, della tassa per la macinazione dei cereali, del disavanzo dei bilanci comunali e dei problemi dell’emigrazione. Fu anche una voce economica autorevole sino a essere paragonato a Quintino Sella.
Con Bonaventura Zumbini e altri, nel 1871 contribuì alla nascita della Biblioteca civica di Cosenza, assumendo la presidenza della società promotrice delle biblioteche popolari della Calabria Citeriore. Il 21 maggio 1871 fu riconosciuto socio onorario dell’Accademia cosentina. Nell’XI legislatura del Regno sollecitò il governo a intervenire militarmente in Calabria per estirpare definitivamente il brigantaggio. La risoluzione del problema fu connessa al superamento dell’isolazionismo calabrese attraverso la realizzazione della rete telegrafica e stradale, per favorire le comunicazioni e sollevare il morale depresso della popolazione.
Nella discussione della legge 19 giugno 1873, «che estende[va] alla provincia di Roma le leggi sulle corporazioni religiose e sulla conversione dei beni immobili degli Enti morali ecclesiastici», fu avverso alla soppressione delle corporazioni religiose. Nel documentarsi sugli istituti religiosi si imbatté nel patrimonio del sacerdote Giovanni Pezzullo di Lattatico, gestito dai monaci della Fratte di Roma. Nel rivendicare il complesso di proprietà calabrese fu promotore con Luigi Miceli, Giacomo De Giudice, Giuseppe Nanni e altri deputati calabresi e meridionali dell’istanza che portò all’inserimento nell’art. 5 della legge 1402/73 del fondo Pezzullo. Il complesso di beni fu poi affidato con Regio decreto dell’11 settembre 1877 all’amministrazione di Cosenza e destinato all’istruzione universitaria laica. Con Regio decreto del 24 giugno 1888, fu approvato lo statuto della fondazione Pezzullo per la distribuzione delle borse di studio a studenti non abbienti meritevoli per favorire l’istruzione. Contribuì anche all’inserimento nel citato art. 5 della proprietà ecclesiastica del collegio di S. Basilio di Roma, sottoposto alla gestione amministrativa di Cosenza.
Durante la discussione della legge 16 giugno 1874, «portante modificazioni alla precedente sulla tassa del macinato» avanzò senza successo la richiesta dell’esenzione della tassa sul macinato per i percettori di reddito inferiore a 200 lire. Nelle elezioni dell’8 novembre 1874 si ricandidò con la Sinistra nel collegio di Rossano, dove senza avversari e con 270 preferenze riconfermò il suo seggio.
Nel 1875 fu nominato ispettore degli scavi e dei monumenti di Sibari. Nella XII legislatura fu membro, con Luigi Miceli, Francesco Martire e altri, della Commissione speciale che portò all’approvazione della legge del 25 maggio 1876 «Sulla Sila regia», dove per opportunità politiche si schierò a favore di una norma i cui principi erano stati in precedenza osteggiati
Nelle elezioni del 5 novembre 1876 si ricandidò nel collegio di Rossano e con 233 voti fu battuto dal barone Gaetano Toscano, esponente della Sinistra storica, latifondista e sindaco di Rossano. La sua candidatura fu sostenuta dal giornale «L’Avanguardia» che dichiarò di non accettare tutte le sue idee, ma di apprezzarne il tratto amministrativo ed economico nel cercare di risolvere le problematiche della Calabria. 
La sconfitta segnò la continuazione del lavoro di consigliere provinciale di Cosenza, dove rilevante fu l’interesse per i figli illegittimi «esposti». Nel 1877 portò all’attenzione dell’opinione pubblica il problema umanitario del brefotrofio di Cosenza, rilevando come nel decennio 1865-1876 su 7.447 “esposti” ben 6.107 erano deceduti nei primi tre mesi per malattia o fame e solo 206 erano sopravvissuti e allattati da un numero esiguo di nutrici, circa 17-18, sudice e male pagate.
Nel 1877 collaborò al periodico «Il Calabrese» che aveva ripreso le pubblicazioni per opera di Luigi Stocchi e con un indirizzo prevalentemente letterario.
Nel 1885 rappresentò a Napoli l’amministrazione di Corigliano nella commemorazione dei caduti del 1879, dove spiccava il nome del coriglianese Antonio Toscano.
Nel 1912, giunto ad età avanzata e desideroso di lasciare ai posteri la memoria dei martiri albanesi del Risorgimento fu promotore del Comitato per le onoranze agli eroi della libertà. Nel 1915 fu riconfermato per un triennio come Regio ispettore onorario degli scavi e dei monumenti.
Morì all’età di 89 anni.
Il 2 marzo 1916 fu commemorato alla Camera dei deputati da Francesco Joele. (Prospero Francesco Mazza) © ICSAIC 2022 – 12 

Pubblicazioni

  • Memoria per i comuni albanesi di San Giorgio, Vaccarizzo, San Cosmo nella causa di scioglimento di promiscuità contro il comune di Acri, Bruzia, Cosenza 1865;
  • Riunione straordinaria del Consiglio Provinciale e progetto della rete stradale, Migliaccio, Cosenza 1865-1885;
  • La quistione della Sila di Calabria sua storia ed esame del relativo progetto di legge, Migliaccio, Cosenza 1866;
  • Relazione sull’amministrazione del comune di Cosenza, Indipendenza, Cosenza 1867;
  • La beneficenza pubblica della Calabria Citeriore, Migliaccio, Cosenza 1870;
  • Strade provinciali e comunali della Provincia di Calabria Citeriore, Migliaccio, Cosenza 1869;
  • Lettera del deputato Guglielmo Tocci ai suoi elettori politici del Collegio di Rossano, Cannone, Bari 1876;
  • Sulla questione dei demani comunali di Corigliano Calabro, Torino, Roux-Favale 1877;
  • Gli esposti e l’organizzazione della carità pubblica della Cosenza, Gissi, Bari 1878;
  • Intorno alle condizioni degli stabilimenti pii nella città di Cosenza ed ai provvedimenti del riordinamento degli stessi, Migliaccio, Cosenza 1885;
  • Regolamento e relazione sul servizio degli esposti nella provincia di Cosenza, Migliaccio, Cosenza 1886;
  • Raccolta di memorie diverse pubblicate dal 1874 al 1890 relativamente alle varie quistioni della rivendicazione del patrimonio dell’Istituto Pezzullo, Aprea, Cosenza 1892;
  • Revisione degli statuti sugli stabilimenti provinciali della beneficenza pubblica di CosenzaAprea, Cosenza 1894;

Nota bibliografica

  • Camera dei deputati, Atti parlamentari, XXIV legislatura, discussioni, 2 marzo 1916, p. 8716.
  • Jole Lattari Giugni, I parlamentari della Calabria: dal 1861 al 1967, Morara, Roma 1967, pp. 414-415;
  • Francesco Spezzano, La lotta politica in Calabria: (1861-1925), Lacaita, Manduria 1968;
  • Cingari Gaetano, Storia della Calabria dall’unità a oggi, Laterza, Roma-Bari, 1982, ad indicem
  • Vittorio Cappelli, Politica e politici in Calabriadall’unità d’Italia al XXI secolo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018;
  • Michele Chiodo, L’Accademia cosentina e la sua biblioteca: società e cultura in Calabria, 1870-1998, Pellegrini, Cosenza 2002, ad indicem;
  • La figura e l’opera di Guglielmo Toccidal fondo Cesare De Novellis, Pellegrini, Cosenza 2006;
  • Enzo Stancati, Cosenza e la sua provincia: dall’unità al fascismo, Pellegrini, Cosenza 1988, ad indicem;

Nota archivistica

  • Archivio storico del comune di San Cosmo Albanese, Registro delle nascite, atto n. 14, p. I, anno 1827;
  • Archivio storico della Camera dei deputati, Guglielmo Tocci (1870-1876).