Zitara, Nicola

Nicola Zitara [Siderno (Reggio Calabria), 16 luglio 1927 – 1 ottobre 2010]

Proveniente da una famiglia di imprenditori e commercianti, originaria di Maiori, e insediatasi alla Marina di Siderno nei primi anni del ’900, nacque da Vincenzo e da Grazia Spadaro, di origini siciliane. Compì gli studi primari nella sua città natale e proseguì gli studi superiori (“senza infamia e senza lode”, come, scherzosamente, amava ripetere) al Liceo Classico di Locri dove conseguì il diploma di maturità. Nel 1945 s’iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli ma poi si laureò a Palermo. Nel frattempo aveva abbracciato le dottrine marxiste e aderito al Partito Socialista, costituendo nel 1944 un Circolo del Movimento Giovanile Socialista. Non ancora maggiorenne, partecipò alla campagna per il referendum istituzionale e per l’Assemblea Costituente. Nel 1948 seguì Sandro Pertini nella campagna elettorale tenendo numerosi comizi sia in Calabria che a Napoli.
Conseguita la laurea, lavorò dapprima all’interno dell’impresa paterna e a metà degli anni Cinquanta, ottenuto un incarico di docente negli I.T. C., emigrò a Cremona. In questo periodo ebbe modo di frequentare a Viareggio Leonida Repaci, del quale divenne collaboratore e amico, e altri intellettuali e politici tra cui Pierpaolo Pasolini e Marco Pannella. Nel 1961, dopo la morte del padre, rientrò a Siderno e prese la conduzione dell’azienda, ma una serie di circostanze sfavorevoli lo portarono a chiuderla. Tentò anche di avviare una nuova attività imprenditoriale nel campo della fabbricazione di mobili, ma dopo appena tre anni fu costretto ad abbandonare. L’esperienza negativa lo segnò profondamente, e lo portò a iniziare uno studio intenso delle leggi economiche e a compiere un’approfondita riflessione sulle vicende dell’Italia meridionale pre- e post-unitaria.
Nel 1958 si distaccò dal Partito Socialista per aderire successivamente, dopo la scissione del gennaio 1964, al nuovo Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Psiup) di cui divenne segretario di federazione a Catanzaro. A quell’esperienza seguì una delusione e l’allontanamento definitivo dall’idea del “sistema-partito”, secondo lui strumento non più adatto a interpretare la nuova realtà meridionale. 
Si dedicò al giornalismo, con discreto successo, divenne pubblicista e fondò nel 1961 con Titta Foti il settimanale Il Gazzettino del Jonio, un battagliero foglio d’informazione al quale collaborarono molti intellettuali calabresi di ogni tendenza politica. A Vibo Valentia, sul finire degli anni Sessanta, dove aveva assunto l’incarico di docente nell’Istituto Commerciale, incontrò il giudice Francesco Tassone e gli intellettuali che si raccoglievano nel Circolo Culturale “Gaetano Salvemini”, tra cui Luigi Lombardi Satriani, Mariano Meligrana,  Giacinto Namia,  Sharo Gambino,  Saverio Di Bella, il pittore Enotrio Pugliese, il glottologo tedesco Gerard Rohlfs, fino all’economista siciliano Napoleone Colajanni, con loro avviò un rapporto di collaborazione sulle comuni basi meridionaliste.
Nel 1968 gli venne affidata la direzione di Quaderni calabresi, nata come rivista del Circolo Salvemini e poi diventato organo del Movimento Meridionale. Non mancò di condurre, da polemista di vaglia, insieme con Franco Tassone, battaglie contro le tante e palesi ingiustizie sociali, contro la corruzione, le speculazioni e il malcostume politico. Ebbe per tali motivi una denuncia per diffamazione dalla quale fu pienamente assolto mentre rimase celebre il processo che contrappose il Circolo “Salvemini” al senatore democristiano Antonino Murmura e che, al di à dell’esito favorevole, pose fine, per sua volontà, alla carriera giudiziaria dell’avv. Tassone.
Con la pubblicazione de “L’Unità d’Italia: nascita di una colonia” e del successivo “Il proletariato esterno”, rileggendo il processo di unificazione italiana, si convinse che la questione meridionale non si poteva risolvere né con gli strumenti istituzionali democratici né con quelli della lotta di classe, in quanto, «gli interessi del proletariato settentrionale sono inconciliabili con quelli del proletariato meridionale».
Gli anni che seguirono al Sessantotto e ai moti di Reggio Calabria, sintomo determinante di questo antagonismo e dell’impotenza economica e politica dei lavoratori meridionali, gli diedero l’occasione per mettere a frutto la sua ampia e profonda visione delle leggi economiche e della storia d’Italia. 
Con la signora Antonia Capria, fine intellettuale e raffinata poetessa, si stabilì a Stefanaconi, provincia di Vibo Valentia, dove visse per un lungo periodo con la famiglia, ma nel 1977 rientrò a Siderno per assumere l’incarico di direttore della Biblioteca comunale. Allontanatosi da Quaderni calabresi e dal  Movimento Meridionale a causa dell’inconciliabilità delle vedute sul futuro del Meridione, che secondo lui non può continuare a coesistere con lo stato unitario, offrì la sua collaborazione a Il Piccolissimo, la Riviera (di cui è stato direttore responsabile fino alla fine), il MonteleoneLettera ai meridionali di Fausto Gullo, Calabria oggi di Pasquino Crupi, Scilla, diretto da Tommaso Giusti e Indipendenza, una rivista anticapitalista e antimperialista, nata nel 1986, alla quale, tra l’altro, rilasciò una lunghissima intervista che divenne il manifesto del nuovo movimento indipendentista meridionale.
Fattosi polemicamente editore di se stesso pubblicò anche due romanzi, Memorie di quand’ero italiano  nel 1994 e ‘O sorece morto  nel 2004, sorprendenti per qualità di scrittura narrativa. 
Nel 1999 fondò FORA – rivista elettronica del movimento separatista rivoluzionario meridionale – (significativamente dedicata al presidente cileno Salvador Allende) con cui enunciava una nuova teoria del separatismo meridionale che pur mantenendosi ancora nell’ambito del marxismo, si ricollegava alle posizioni  c.d. “terzomondiste” o, per meglio dire, alla “world systems theory” di André Gunder-Frank, Paul Baran, Paul Sweezy, Immanuel Wallesteirn, Celso Furtado e Samir Amin. Nel febbraio la rivista iniziava la pubblicazione on-line in un apposito sito. In un suo scritto l’economista di origini egiziane Samir Amin (1931-2018) riprendeva le tesi di Zitara in ordine alla formazione del capitalismo in alcuni stati mediterranei, definiti dall’economista franco-egiziano “periferici”, e prospettava la validità di una teoria dello sviluppo ineguale, com’era avvenuto in Italia.
Nel 2003 fondò con altri un circolo dell’Associazione Due Sicilie a Gioiosa Ionica che poi venne a lui intitolato nel 2013. La concezione oramai dichiaratamente indipendentista di Zitara, che non aveva nulla in comune con le idee separatiste della Lega-Nord, fu soggetta a forti critiche, nate  spesso da equivoci e fraintendimenti, il più delle volte generate ad arte e in modo strumentale. Zitara prese anche precise distanze dalla Lega e dai movimenti separatisti veneti, a cui è stato spesso erroneamente accomunato. Negli ultimi anni la sua revisione storica delle vicende del Meridione dopo l’Unità lo convinsero a sostenere la causa degli estimatori del Regno delle Due Sicilie tanto che il vessillo borbonico, con grande meraviglia dei suoi tanti amici ed estimatori socialisti, comunisti e anarchici, ha in parte ricoperto e accompagnato il feretro durante la cerimonia funebre. (Antonio Orlando)  © ICSAIC 2022 – 9

Opere

  • L’Unità d’Italia: nascita di una colonia, Edizioni Jaca Book, Milano 1971 (sec. ed. 2010);
  • Il proletariato esterno, Edizioni Jaca Book, Milano 1972;
  • Le ragioni della mafia (con F. Faeta, L.M. Lombardi-Satriani, P. Martino, M. Meligrana, D. Scafoglio, F. Tassone, V. Teti), Jaca Book, Milano 1983;
  • Il Sud è mafia – Intervista a Radio Radicale del 1° dicembre 1990, trascrizione a cura di Mino Errico, ELEAML.org
  • Incontro con Stefano Ceratti, Litografia Diaco, Bovalino 1993;
  • Memorie di quand’ero italiano, ed. in p., Siderno 1994 (ed. riveduta e ampliata, Città del Sole, Reggio Calabria, 2013);
  • Una versione giusnaturalista del socialismo scientifico, ed. in p., Siderno 1995;
  • Tutta l’égalité, Edizione in proprio, ed. in p., Siderno 1998;
  • Negare la negazione, Città del Sole, Reggio Calabria 2001;
  • ‘O sorece morto, ed. in p., Siderno 2005;
  • L’Unità truffaldina, Edizioni FORA, Siderno 2006;
  • L’invenzione del mezzogiorno. Una storia finanziaria, Jaca Book, Milano 2011;

Nota bibliografica

  • Samir Amin, Le développement inégal et la question nationale, in L’homme e la societé – Revue internationale de recherches et de synthèses sociologiques, n. 51-54 – gennaio-dicembre 1979;
  • Carlo Beneduci, Nicola Zitara: memorie di quand’ero italiano, Arti Grafiche GS, Ardore 
  • Saverio Napolitano, 1960-1970: la classe politica calabrese tra meridionalismo e localismo, in «Rivista Calabrese di Storia del ’900», 1-2, 2008;
  • Franco Zavaglia, Saluto a Nicola Zitara (orazione funebre), in «FORA», 3 ottobre 2010;
  • Romano Pitaro, Perché l’Italia non sa chi è Nicola Zitara, in «Il Quotidiano della Calabria», 4 ottobre 2010;
  • Carlo Beneduci, L’unità d’Italia nascita di una colonia, in «FORA», 28 marzo 2011;
  • Angelo D’Ambra, Zitara e il colonialismo interno, in «FORA», 21 dicembre 2011;
  • Angelo D’Ambra, L’accumulazione originaria, in «FORA», 6 febbraio 2012;
  • Alfonso Pergolesi, Il sistema protezionista delle Due Sicilie, in Atti del convegno di studi su Nicola Zitara, – Nola, 24-25 febbraio 2012, in «FORA», dicembre 2012;
  • Carmine Conelli, Mezzogiorno post-coloniale, 3° Giornata di studi su Nicola Zitara, Nola, 13 maggio 2013, in «FORA», 2013.

Tuscano, Bruno

Bruno Tuscano [Palizzi (Reggio Calabria), 20 marzo 1920 – San Maurizio Canavese (Torino), 24 gennaio 1945]

Nacque da Leone, grande invalido della prima guerra mondiale, e da Vittoria Franco, casalinga. Trascorse l’infanzia nel luogo natìo, poi la famiglia si trasferì a Reggio di Calabria, dove il padre trovò occupazione compatibile con le sue mutilazioni, abitando nel Rione “E” (ora Reggio-Campi).
Dopo l’istruzione di base, Bruno si iscrisse all’Istituto Magistrale e nel contempo frequentò con assiduità il Circolo Parrocchiale di San Paolo alla Rotonda, nello stesso quartiere in cui viveva. In quel periodo venne affascinato dai diari di guerra di Mussolini e si dedicò alle attività ginniche obbligatorie e facoltative presso la Palestra Principe di Piemonte, tra Campi e il Castello Aragonese. Completò gli studi diplomandosi al Liceo Classico Tommaso Campanella e si iscrisse poi, nel 1940, alla Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Messina, ma non riuscì a proseguire negli studi giuridici, verso i quali era molto portato. Nel frattempo aveva coltivato la passione per il teatro, con attività estemporanee organizzate dalle parrocchie, e per la fotografia, grazie alla frequentazione di molti artisti operanti nella sua città, tra i quali anche il noto Giuseppe Mavilla.
Si iscrisse anche al Centro Sperimentale di Cinematografia, a Roma, ma non seguì le lezioni.
L’11 agosto del 1942, difatti, dovette accantonare le sue ambizioni professionali e le sue passioni, essendo stato chiamato alle armi e inviato a Ceva, in provincia di Cuneo, per frequentare il Corso Allievi Ufficiali di complemento della Regia Aeronautica. Non riuscì a completare il programma di formazione e addestramento a causa di un infortunio che gli procurò una frattura alle costole e dopo la convalescenza, promosso nel frattempo al grado di sergente, venne assegnato a Fossano, sempre nel cuneese, con le mansioni di istruttore. 
Quando venne annunciato l’armistizio, circa un anno dopo, si trovava nei dintorni di Piacenza, dove venne catturato dalle truppe tedesche e destinato all’internamento in Germania. Riuscì, però, a fuggire in maniera rocambolesca e a tornare a Ceva, dove trovò ospitalità presso alcune famiglie che aveva là conosciuto ai tempi del corso, persone consapevoli dei rischi ai quali potevano andare incontro nel concedergli asilo e nell’aiutarlo, alle quali fu molto riconoscente per la loro solidarietà. Già pochi giorni dopo (il 13 settembre 1943) riuscì, grazie a loro, a trovare occupazione presso l’Ufficio Accertamenti Agricoli di Sale delle Langhe, località non distante da Cuneo, città dove in seguito, a cavallo tra il 1943 e il 1944, fece richiesta di assegnazione negli uffici di gabinetto della Prefettura (Federazione Repubblicana), alla cui guida vi era Paolo Quarantotto, che era stato federale a Reggio Calabria e che Tuscano aveva conosciuto quando era ancora un ragazzo per precedenti contatti con i suoi genitori e altri parenti. 
In Tuscano si radicava, tuttavia, sempre di più l’avversione al fascismo e ciò non passò inosservato ai dirigenti di quella Prefettura, pur senza subire, in un primo periodo, conseguenze immediate e dirette. In quegli ambienti conobbe Walter Alessi e altri amici dell’avvocato Duccio Galimberti, cuneese, che fu la figura di maggiore rilievo della Resistenza piemontese, e venne in contatto con gli Azionisti. Prima di essere scoperto, aiutato proprio da Alessi, abbandonò Cuneo, dopo aver acquisito documenti importanti e compromettenti della federazione fascista e iniziò a dare il suo contributo alla lotta partigiana, partecipando nell’estate del 1944 alla guerriglia sulle montagne di Ceresole Reale (Torino) e sul Colle della Crocetta, tra la Valle Orco e le Valli di Lanzo, a oltre 2.500 metri di altitudine, nelle Alpi Graie piemontesi. Era nella II Divisione Garibaldi, della quale divenne ufficiale istruttore e in seguito fu Capo di stato maggiore della 20ª Brigata d’assalto “Paolo Braccini”. Quell’area fu caratterizzata da aspre guerriglie e per timore dei rastrellamenti, assieme ad altri componenti, a settembre dovette trovare rifugio per un breve periodo nella vicina Francia, a Val-d’Isère e dintorni. 
Al rientro, nel successivo mese di ottobre, dovette constatare la decimazione della divisione che coordinava, e si adoperò da subito alla formazione della colonna alpina “Renzo Giua” facente capo a Giustizia e Libertà, unica formazione di matrice azionista nelle Valli di Lanzo che presidiava la Val Grande, assumendone il comando e organizzando e coordinando i contatti tra le bande azioniste del territorio piemontese, gli alleati e i “maquis” francesi per ottenere il rifornimento di armi e munizioni, nonché di viveri. Dovette, con grande saggezza ed equilibrio, anche dirimere i contrasti tra i garibaldini e gli azionisti, che rischiavano di vanificare le lotte avviate, anche e soprattutto a salvaguardia dei civili residenti in quei territori. 
Assieme a lui, combatterono sul territorio piemontese uomini e donne che poi contribuirono a cambiare il corso della storia: tra i tanti, il genovese Pietro “Pedro” Ferreira, che venne ucciso a Torino al Poligono Nazionale del Martinetto il giorno prima dell’esecuzione di Tuscano, e poi Antonio Giolitti (che in seguito divenne esponente del Partito Socialista e parlamentare, e che era stato tra i fondatori delle Brigate Garibaldi assieme a Giancarlo Pajetta, dirigente comunista di spicco nel dopoguerra), Walter Alessi, denominato “l’inafferrabile”, Nicola Grosa, Giulio Bolaffi (appartenente alla nota famiglia di filatelici), Giovanni Battista Gardoncini, nonché Teresa Noce, Rita Montagnana e Angiola Minella, tre partigiane che furono in seguito elette alla Costituente, e molti altri.
Era il 23 gennaio del 1945 quando, con il suo reparto (era comandante della Colonna Giustizia e Libertà “Renzo Giua”), Tuscano si trovava nell’area montana di Vonzo, una frazione di Chialamberto, nel Torinese, a oltre 1200 metri di altitudine, e venne sorpreso da un rastrellamento da parte del nucleo di paracadutisti della 184ª Divisione Nembo, unità del Regio Esercito confluita nella Repubblica Sociale Italiana di Salò, di stanza a San Maurizio Canavese (Torino). Arrestato, venne sottoposto a un durissimo interrogatorio nella Casa Littoria, sistemata in un edificio scolastico, dove aveva sede il presidio fascista. Tuscano si assunse ogni responsabilità, scagionando gli uomini della sua Colonna, i propri compagni di lotta che grazie al suo gesto si salvarono in gran parte, nonostante la successiva detenzione in carcere e, per alcuni, la destinazione in campi di internamento. I parà repubblichini lo processarono e lo condannarono alla fucilazione, che fu eseguita il giorno successivo davanti alla Chiesa Vecchia del Cimitero. Il Tenente Bruno Tuscano morì gridando «Viva l’Italia libera!» dopo aver avuto la concessione di scrivere una lettera ai genitori e una ai cugini Minniti, con i quali aveva un forte legame. Entrambe le lettere sono custodite, in originale, tra le carte private del fratello Francesco.
Nella sua breve vita non ci fu spazio per una compagna e per eventuali figli.
La scelta coraggiosa ed esemplare di Tuscano, ancorché tormentata, assurge a simbolo dei valori della Resistenza tramandati e da tramandare alle future generazioni, rappresentando quell’unità di intenti che fece prevalere i valori umani in un momento storico drammatico per il Paese. La sua figura è stata e continua a essere un importante richiamo ai combattenti partigiani e alla memoria e ai luoghi della Resistenza: negli scantinati della scuola di Via Bo, all’epoca Casa Littoria, c’è la “stanzetta di Bruno”, dove Tuscano e altri componenti della colonna “GL” furono sottoposti a torture e violenze, e nella quale trascorse la sua ultima notte.
Il 3 marzo 2005, in occasione delle celebrazioni per il 60° anniversario della Liberazione, l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel cortile d’onore al Palazzo del Quirinale, ha consegnato al fratello Francesco la Medaglia d’oro al merito civile alla memoria per avere salvato gli uomini al suo comando. Il riconoscimento venne così motivato: «Giovane di elevate qualità umane e morali, durante la guerra di liberazione, aderiva con appassionato impegno alla colonna di Giustizia e Libertà – Renzo Giua. Al comando di questa formazione, dopo quattro giorni di assedio, nei pressi di San Maurizio Canavese (Torino), con generosità d’animo e fierissimo contegno, consegnandosi mortalmente al fuoco nemico, ottenne di salvare i suoi uomini, dando viva e coerente testimonianza di abnegazione e di elette virtù civiche. Preclaro esempio di amor patrio e di spirito di sacrificio. 24 gennaio 1945».
Nello stesso anno il consiglio comunale di Palizzi, sindaco l’architetto Arturo Walter Scerbo, ha intitolato all’eroico partigiano una piazza della cittadina. Tuscano riposa nel cimitero di San Maurizio Canavese, che lo ricorda nei luoghi della resistenza e con una via del centro che porta il suo nome. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2022 – 9 

Documenti

  • Bruno Tuscano, Lettere del 24 gennaio 1945: ai genitori (ora indicata 15:00) e ai cugini Minniti (ora indicata 17:00) – custodite in originale tra le carte private del fratello, Francesco Tuscano.

Nota bibliografica

  • Franco Brunetta, I ragazzi che volarono l’aquilone. Indagine su una formazione partigiana, Editore Araba Fenice, Cuneo 2010.
  • Giovanni De Luna (a cura di), Le formazioni GL nella Resistenza. Documenti settembre 1943-aprile 1945, Franco Angeli, Milano 1985, pp. 215 e 410.
  • Franco Brunetta, La Calabria nella guerra di liberazione. Bruno Tuscano, eroe della resistenza, in «Sud Contemporaneo», III, 1, 2002, pp. 13-20.
  • Donne e uomini della Resistenza, portale dell’ANPI Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (www.anpi.it)
  • Bruno Tuscano, portale dell’ANPI, Sezione di San Maurizio Canavese [Cn] (www.anpisanmauriziocanavese.it)

Paparatti, Sandro

Sandro Paparatti [Rosarno (Reggio Calabria), 7 febbraio 1915 – Roma, 22 marzo 1998]

Figlio del barone Gregorio, proprietario terriero. Il suo nome era Alessandro ma è conosciuto come Sandro, nome con il quale si firmava. Fu avvocato, critico, giornalista, saggista, letterato e poeta. Poco si conosce della sua vita privata. Dopo gli studi liceali, presso l’istituto «Bernardino Telesio» di Cosenza, si trasferì a Roma dove conseguì la laurea in Giurisprudenza e, successivamente, quella in Lettere. Nel 1935 – aveva vent’anni – avviò una collaborazione con Cordelia, una rivista settimanale femminile, e quindi con quotidiani e altri periodici come RicostruzioneRisveglioAzione DemocraticaUomini LiberiVivereCampane a StormoItalia Unita, Giornale della Sera.
Fu studioso della letteratura e della poesia francese e tradusse lavori di Boudelaire, Cocteau, Fort, Gide, Rimbaud, Verlaine e Valery, raccolte poi in un’Antologia della Poesia francese contemporanea. Diventato amico fraterno di Paul Claudel tradusse moltissime sue opere. Tradusse anche il romanzo di Alessandro Dumas padre «Mastro Adamo il calabrese», e la sua traduzione è tra quelle più accreditate.
Nella Capitale, assieme a nomi già affermati, collaborò a numerose riviste letterarie. Con Federico Vittore Nardelli, ingegnere e scrittore, fondò il movimento internazionale “Universalesimo” e quindi assieme a Edvige Pesce Gorini, insegnante, giornalista, scrittrice e poetessa dai toni spesso enfatici, nel 1948 creò l’Associazione Internazionale di Poesia a cui aderirono 120 poeti fra i quali quattro premi Nobel. Contestualmente fu fondato «Il Giornale dei Poeti», dove assunse l’incarico di redattore capo. Ha fatto parte dei giovani poeti della cosiddetta «Scuola Romana» alla quale il critico Enrico Falqui dedicò la sua attenzione.
All’epoca è fra i pochi in Italia a scrivere su Garcia Lorca e a tradurre i suoi scritti.
Libero docente di Letteratura francese insegnò all’Istituto Universitario Maria SS. Assunta di Roma. Per il suo lavoro di studio, ricerca e traduzione della letteratura e della poesia francese, nel 1971 ricevette le Palme d’Argento dall’Accademia di Francia e dal suo Governo, onorificenza conferita e ben pochi personaggi della cultura straniera.
È stato tra i fondatori del Sindacato Liberi Scrittori Italiani di cui fu Capo dell’Ufficio Stampa. Ma soprattutto è stato autore di poesie che sono state tradotte in molte lingue e accolte in diverse antologie pubblicate all’estero (come, ad esempio, Italienische Lyrik der Gegenwart, a cura di Robert Grabski, Vienna 1948). Apollinaire, Pierre Emmanuel e André Gide hanno avuto parole di elogio per la sua poesia.
Per oltre cinquant’anni è stato collaboratore della Terza pagina dell’«Osservatore Romano» e di altre testate (Il PopoloIl drammaMaternità e infanzia), nonché dei programmi radiofonici della Radio Vaticana e della Rai, anche in qualità di critico d’arte. Ha pubblicato libri di saggistica, poesia e critica letteraria.
Al pensiero della spiritualità di Gioacchino da Fiore ha dedicato numerosi studi che raggiunsero l’apice nel volume «Capitoli sull’Evangelio Eterno». Tra le sue principali pubblicazioni le poesie racchiuse nei volumi «Note per un canto d’amore», «Ad occhi socchiusi» e «Ma io non sono Lazzaro». 
Pur vivendone lontano amò sempre la Calabria: fra le righe delle sue opere si ritrovano, infatti, atmosfere, colori e profumi della terra in cui è nato.
Si spense a Roma all’età di 83 anni. (Leonilde Reda) @ ICSAIC 2022 – 09

Opere

  • Note per un canto di amore, Ediz. Pagine nuove, Roma 1950;
  • Ad occhi socchiusi, Casa Ed. Meridionale, Reggio Calabria 1950;
  • Capitoli sull’Evangelo Eterno, Pellegrini, Cosenza 1971;
  • Ma io non sono Lazzaro, Ed. del Girasole, Roma 1979;
  • Lo scrittore e i sentieri dello spirito (a cura di), s.n., Roma 1986;
  • Giuseppe Ricciardi, Litotip 82, Roma 1989.

Nota bibliografica

  • Carlo Weidlich (a cura di), Paparatti Sandro in Poeti 1949: antologia di poesia, La Rondine, Palermo 1949;
  • Lionello Fiumi, Giunta a Parnaso: saggi e note su poeti del secolo XX, La Nuova Italia letteraria, Bergamo 1954, p. 171;
  • Niccolò Sigillino, I moderni in crisi; ragguaglio sulla poesia contemporanea, ERS, Roma 1959, p. 165;
  • Gavino Còlomo, Nuovissimo dizionario dei pittori, poeti, scrittori, artisti dei nostri giorni, Edizioni della Nuova Europa, Firenze 1975, pp. 209-210;
  • Poeti e scrittori contemporanei allo specchio (Volume 6 di Poeti e scrittori allo specchio), La Ginestra, Firenze 1982, p. 156;
  • Ricordo di Sandro Paparatti, in «La Città del sole», 4, 1998;
  • Rocco Liberti, Il giornalista, poeta e saggista Sandro Paparatti (Rosarno 1915 – Roma 1998), in «Storicittà. Rivista d’altri tempi», XX, 189, 2011, pp. 58-59
  • Profilo dell’Avv. Alessandro Paparatti, https://www.comune.palmi.rc.it/index.php?action=index&p=1510.

Salazar, Demetrio

Demetrio Salazar [Reggio Calabria, 19 ottobre 1822 – Pozzuoli (Napoli), 18 maggio 1882]

Nacque da Lorenzo e da Caterina Suraci-Spanò. Conosciuto come Demetrio Salazaro, cognome italianizzato che preferiva e con cui firmò i suoi scritti e le sue opere. Studiò matematica, disegno e pittura. Fu pittore, ceramista e critico. «Fin dall’infanzia – come ricordò, commemorandolo, Luigi Parpagliolo – aveva mostrato tendenze artistiche; e, venuto a Napoli nel 1848, concorse all’ Accademia di Belle Arti, ove ebbe a compagni Domenico Morelli, Filippo Palizzi, Saverio Altamura, il Cortese ed altri che resero celebre la “Scuola Napoletana”». Frequentò, secondo alcuni, la Scuola di Natale Carta e quella dell’Oliva, condiscepolo del Mancinelli, seguendone l’indirizzo accademico.
La sua attività, nel campo della pittura e del ritratto in particolare, risale alla sua giovinezza (18-26 anni) e prosegue fino al 1855. Lavorò a Firenze, a Napoli e a Reggio Calabria e svolse anche una intensa attività politica. Partecipò ai falliti moti insurrezionali del 1848, a Napoli e in Calabria, e fu ferito il 15 maggio 1848. Per questa sua partecipazione ai moti, fu costretto all’esilio, dapprima a Parigi, quindi a Lussemburgo, Londra dove conobbe Mazzini di cui era fervido seguace, e infine in Irlanda e in Belgio. Nella capitale francese, in seguito al colpo di Stato del 2 dicembre 1851, venne fatto arrestare da Napoleone III ma fu presto liberato per mancanza di prove. 
Nel periodo d’esilio, frequentò i Musei del Louvre e Luxemburg per dedicarsi alla copia di quadri famosi e acquisire così conoscenze tecniche, storiche e critiche della pittura e della scultura.
Agli inizi degli anni Cinquanta, al Museo Luxemburg, incontrò la contessa Dora Mac-Namara Calcutt (1820-1883), irlandese, sorella di Francis, deputato della Camera dei comuni di Londra. Pastellista, autrice tra l’altro di un ritratto del marito, Dora è considerata anche una valente scrittrice.
I due si sposarono presto e nel 1853, a Lussemburgo, nacque la loro prima figlia, Francesca, da tutti conosciuta come Fanny, che fu docente di lingua e letteratura inglese, autrice di numerosi libri e, soprattutto, una protagonista della lotta per l’emancipazione delle donne nel primo Novecento. La coppia ebbe altri due figli: Lorenzo e Maria, morta giovane.
Preceduto dalla moglie, Salazar ritornò in Italia nel 1855. Sono gli anni in cui è in contatto epistolare con i patrioti Giorgio Pallavicini, futuro prodittatore a Napoli, e Daniele Manin.
Nel 1859, vigilia di grandi eventi, si trovava a Reggio Calabria perché il padre era in gravi condizioni di salute, e non rinunciò a svolgere attività politica. L’anno dopo si stabilì a Napoli definitivamente.
Qui visse con entusiasmo patriottico la liberazione della città da parte delle camicie rosse garibaldine. Si recò a Salerno per incontrare il generale e portò con sé un tricolore, conservato come una reliquia, che era stato vietato in occasione dei funerali del generale Guglielmo Pepe. Garibaldi baciò la bandiera commosso, lo abbracciò e volle che sedesse accanto a lui nella carrozza durante il tragitto per le vie di Napoli, dalla stazione per via Toledo, fino alla Prefettura.
Nell’ormai ex capitale borbonica, Salazar ricoprì importanti cariche pubbliche. Divenne Segretario particolare di Pallavicini e fu più volte consigliere comunale e vice Sindaco del Vomero, di San Lorenzo e della sezione Avvocata, nonché direttore del Museo Nazionale di San Martino.  Non volle entrare, tuttavia, nel nuovo governo e per amore dell’arte rinunciò anche alla carica di Prefetto e alla candidatura parlamentare. 
Dal 1866 al 1877, così, fu Ispettore e, quindi, dal 1878 vice Direttore della Pinacoteca del Museo Nazionale. L’ordinamento della Pinacoteca è testimoniato dall’inventario eseguito proprio dal Salazar e comprendente ben 839 dipinti. Propugnò l’istituzione del Museo provinciale campano di Capua e s’impegnò per la costituzione del Museo Civico di Reggio Calabria. Durante una visita alla città natale, infatti, ne propose la fondazione per custodire i reperti archeologici che numerosi venivano trovati durante alcuni scavi. La proposta fu accolta dal sindaco Fabrizio Plutino e il Museo Civico, destinato a diventare il Museo Nazionale della Magna Grecia, fu inaugurato nel 1880 al pian terreno del palazzo Arcivescovile, nel giorno della festa dello Statuto nazionale.
Non trascurò il suo interesse per i Musei artistici industriali. Dopo aver visitato il Conservatorio di Arti e mestieri a Parigi, il Museo di Kensington a Londra, i Musei industriali a Vienna, Berlino, Dresda, Monaco di Baviera e altre città tedesche e svizzere, suggerì di istituirli anche in Italia, assieme alla scuola di istruzione professionale. Napoli, accogliendo la sua proposta, istituì il Museo artistico industriale, e nel 1878 gli aggregò l’Istituto dell’istruzione artistica. Nel dicembre di quell’anno, il Ministro della Pubblica Istruzione Francesco De Sanctis costituì il Comitato promotore, designando a Presidente il principe Filangieri e a segretario proprio Salazar. Tale Museo fu inaugurato il 7 febbraio 1889 ma il contributo dato dal Salazar, fu incomprensibilmente ignorato. Ne nacque una “contesa” promossa dai figli per far riconoscere i meriti del genitore.
Fu membro dell’Accademia Pontaniana. Scrisse numerose opere di storia e di arte che furono lodate da Benedetto Croce nella «Critica». Commendatore della Corona d’Italia, fu membro di diverse Accademie, Circoli e Commissioni.
Morì a Pozzuoli all’età di 60 anni e fu sepolto accanto alla figlia Maria.
Lasciò numerosi manoscritti. Napoli gli ha intitolato la piazzetta antistante l’Istituto industriale artistico. Reggio ha dato il suo nome a una delle vie centrali della città (sulla base di una biografia di Ugo Campisani) © ICSAIC 2022 – 9 

Scritti

  • Ciò che è, ciò che dev’essere la pinacoteca nazionale, s.n., Napoli 1860?
  • Cenni sulla rivoluzione italiana del 1860, Stabilimento Tipografico di R. Ghio, Napoli 1866;
  • Sul riordinamento della Pinacoteca del Museo Nazionale. Rapporto al commend. Giuseppe Fiorelli, Stab. tip. Ghio, Napoli 1866;
  • Affreschi di S. Angelo in Formis, Tip. Strada Nuova Pizzofalcone n. 3, Napoli 1868 (e 1870);
  • Pensieri artistici, Tip. S. Pietro a Maiella, Napoli 1873;
  • Relazione all’accademia pontiniana sull’opera Studi sui monumenti dell’Italia meridionale dal IV al XIII secolo, Stamperia della R. Università, Napoli 1873;
  • Pensieri artistici, Tip. S. Pietro a Maiella, Napoli 1874;
  • Conclusioni sulla architettura classica e quella del Medio Evo, Tip. S. Pietro a Majella, Napoli 1875;
  • Conclusioni sulla architettura classica e quella del Medio Evo, Tip. S. Pietro a Maiella, Napoli 1875;
  • Notizie storiche sul palazzo di Federico II a Castel Del Monte, Tip. S. Pietro a Maiella, Napoli 1875;
  • Considerazioni sulla scultura ai tempi di Pericle in confronto dell’arte moderna, Tip. S. Pietro a Maiella 31, Napoli 1875;
  • Pensieri artistici per Demetrio Salazaro ispettore del museo nazionale di Napoli, Tip. S. Pietro a Majella, Napoli 1877;
  • Sulla coltura artistica dell’Italia meridionale dal IV al XIII secolo. Discorso, Fibreno, Napoli 1877;
  • Studi sui monumenti medievali della Sicilia. Relazione letta nella tornata del 11 dicembre 1877 all’Accademia di archeologia, lettere e belle arti dal socio Demetrio Salazaro, s.n., s.l. dopo il 1877?;
  • L’arco di trionfo con le torri di Federico II a Capua. Notizie storico-artistiche, Nobile & C., Caserta 1877;
  • L’arte della miniatura nel secolo XIV. Codice della Biblioteca Nazionale di Napoli, messo a stampa per cura di Demetrio Salazaro, Raffaele Caccavo, Napoli 1877;
  • Brevi considerazioni sugli affreschi del monastero di Donna Regina del XIII secolo, Tip. S. Pietro a Majella, Napoli 1877;
  • Studi sui monumenti medievali della Sicilia. Relazione letta all’Accademia di Archeologia, Lettere e belle Arti nella tornata del 11 dicembre 1877, s.n., s.l., 1877?
  • Sulla coltura artistica dell’Italia meridionale dal IV al XIII secolo. Discorso pronunziato dal comm. Demetrio Salazaro nella sezione di archeologia artistica del III congresso nazionale degli artisti italiani in Napoli, Tip. ed. già del Fibreno, Napoli 1877;
  • Relazione su la esposizione storica nel Trocadero di Parigi, Tipografia Panfilo Castaldi, Napoli 1878;
  • Sulla necessita d’istituire in Italia dei Musei industriali artistici con le scuole di applicazioni. Pensieri e proposte, Tip. Panfilo Castaldi, Napoli 1878;
  • Poche parole dette sul sepolcro di Luigi Vanvitelli, Stab. tip. del Comm. G. Nobile e Co., Caserta 1879;
  • L’arte romana al Medio Evo, appendice agli studi sui monumenti della Italia Meridionale dal IV al XIII secolo, s.n., Napoli 1881;
  • Pietro Cavallini pittore scultore ed architetto romano del 13. Secolo. Nota storica letta all’Accademia di archeologia, lettere e belle arti nella tornata del 14 febbraio 1882 dal socio Demetrio Salazaro, Tip. e stereotipia della R. Università, Napoli 1882;
  • Studi sui monumenti della Italia meridionale dal IV al XIII secolo, Tip. A. Morelli, Napoli s. d.;
  • Gli affreschi di Badia del IV, V e XI secolo, s.n., s.l., s.d.

Nota bibliografica

  • B. E. Maineri, Epistolario politico, 1855-57, Bortolotti, Milano 1878;
  • Giulio Minervini, Commemorazione di Demetrio Salazar, nell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, 13 giugno 1882;
  • Vittorio Visalli, I Calabresi nel Risorgimento italiano, Torino 1891-1992;
  • Mario Mandalari, La vita e gli studi di Demetrio Salazaro, in Id. Saggi di storia e critica, Fratelli Rocca Editori, Roma 1887; 
  • Aurelio Romeo, Pensiero ed Azione – Profilo di Demetrio Salazar, Ceruso, Reggio Calabria 1895;
  • Filippo Caprì, Commemorazione di Demetrio Salazar, «La Zagara», 23 giugno 1882;
  • Luigi Parpagliolo, Demetrio Salazar. Discorso commemorativo tenuto al Circolo Calabrese il 27 giugno 1926, con prefazione di Alfonso Compagna, Giannini, Napoli 1927;
  • Alfonso Frangipane, Demetrio Salazar. Quinta lettura di storia letteraria calabrese alla biblioteca comunale di Reggio Calabria, 18 maggio 1932, Tipografia Fata Morgana, Reggio Calabria 1932;
  • Antonio Monti, Demetrio Salazar, in «Rassegna Storica del Risorgimento», Roma, maggio 1936;
  • Alfonso Frangipane, Demetrio Salazar e gli studi storico artistici, Grafiche La Sicilia, Messina 1959;
  • Placido Olindo Geraci, Il Museo artistico industriale di Napoli e Demetrio Salazar nei documenti dell’archivio Dito, Grafiche La Sicilia, Messina 1968;
  • Placido Olindo Geraci, Profili di artisti reggini del ‘700 e ‘800: Vincenzo Cannizzaro, Ignazio Lavagna Fieschi, Demetrio Salazar, Giuseppe Benassai, Di Mauro, Cava dei Tirreni 1971;
  • Antonio Ventura (a cura di), Puglia medievale. Itinerario artistico, Capone, Cavallino di Lecce 1998;
  • Antonio Ventura (a cura di), Mezzogiorno medievale.  Monumenti, artisti, personaggi, Capone, Lecce 2003;
  • Ugo Campisani, Artisti calabresi. Ottocento e Novecento, Pellegrini, Cosenza 2005, pp. 326-329;
  • Domenico Coppola, Demetrio Salazar (1822-1882), in Id., Profili di calabresi illustri, Pellegrini, Cosenza 2010, pp. 117-121.

Foberti, Francesco

Francesco Foberti [Rosarno (Reggio Calabria), 6 aprile 1866 – 15 febbraio 1945]

Nacque da Salvatore e Teresa Trimboli. Diplomatosi ragioniere entrò al Ministero degli Interni, dove percorse una brillante carriera. Sposò Adele dei Marchesi Oneto di Palermo, ma rimase vedovo dopo appena 29 giorni di matrimonio.
Come esperto politico, fece parte della delegazione italiana incaricata di stipulare a Versailles il trattato di pace, a conclusione della prima guerra mondiale. Molto letto e apprezzato, in temi di politica internazionale, il suo volume Politica e Diritto. Saggio di Politica Estera, con prefazione di Mariano d’Amelio, definito «ottimo modello» di indagine giuridica. 
Storico, prima collaboratore de «L’Unità» di Salvemini e poi della «Voce» di Prezzolini, ebbe attenzione per la questione meridionale, ma la sua fama è legata, tuttavia, ai pazienti e appassionati studi che ha condotto per trent’anni su Gioacchino da Fiore e sul pensiero gioachimita dove si distingue con i saggi fondamentali per la conoscenza dell’abate di Celico: Gioacchino da FioreGioachimismo antico e moderno. Divulgatore e difensore di Gioacchino, dedicò parte della sua vita, infatti, agli studi gioachimiti, difendendo l‘ortodossia dell’abate. Scrive a proposito Carmelo Ciccia: «Francesco Foberti ha impiegato tutta la sua vita a dimostrare l’ortodossia di Gioacchino da Fiore, smantellando tutte le accuse a lui mosse e gli errori d’interpretazione e valutazione fatti a suo danno anche da parte di organismi ecclesiastici».
Nelle sue opere, accompagnate da un’infinità di scritti su quotidiani e riviste (tra le principali «Civiltà Moderna», «Nuova Antologia» e ancora «Archivio storico per la Calabria e la Lucania»), colloca in una nuova luce la complessa figura dell’abate Gioacchino, sfrondandola di tutte quelle interpretazioni sia apologetiche che dissacratorie, «cumulo – come scrisse Padre Francesco Russo – di deformazioni, di leggende, di storture, di pregiudizi e di luoghi comuni». 
Obiettivo dello studioso rosarnese nei trentaquattro anni spesi per indagare il pensiero gioachimita rivelando nuovi punti di vista sul Profeta calabrese (è ricordato come sagace e appassionato difensore dell’ortodossia dell’Abate Gioacchino), fu quello di fornire una chiara rievocazione e una scrupolosa e serena esegesi della vita e delle opere del grande mistico calabrese, dimostrando l’ortodossia di Gioacchino, smantellando tutte le accuse a lui mosse e gli errori d’interpretazione e valutazione fatti a suo danno anche da parte di organismi ecclesiastici, presentandolo come interprete ortodosso della teologia cattolica.
«Far risaltare la grande figura di Gioacchino da Fiore – annotò infatti Giuseppe Marzano – non in una cornice di accuse ereticali e di stolte versioni leggendarie». Si assunse il compito, insomma, di «metterlo nella luce luminosa della verità storica; …rievocare e rivendicare con bella forma di entusiasmo il gran conterraneo medievale dinnanzi al giudizio odierno di italiani e di stranieri che non è forse, soltanto leggiero e ignaro; esibire le prove testuali decisive per la revisione dei trascorsi giudizi infondati; tutto questo è il contenuto dell’opera, che reca sommo onore al Foberti. E gli va data lode fervida e incondizionata». 
Sebbene la critica successiva non sempre si sia trovata d’accordo su alcune conclusioni a cui è pervenuto, è apprezzato dagli studiosi di tutto il mondo per il contributo ricco e profondo dato per la soluzione di uno tra i problemi più affascinanti della storia letteraria calabrese. 
È ricordato come uomo di una rara dirittura morale, un vero gentiluomo. Svolse anche incarichi pubblici: con decreto del ministro della Finanze Mosconi del 22 dicembre 1928, con il quale fu sciolto il Consiglio di amministrazione dell’Istituto Vittorio Emanuele III per i danneggiati del terremoto di Reggio Calabria, venne nominato Commissario straordinario.
Si spense modestamente in Rosarno a metà febbraio del 1945, all’età di 79 anni, nella casa di via Umberto I, lasciata in eredità al Comune di Rosarno, 
A lui –  sagace e appassionato difensore dell’ortodossia dell’Abate Gioacchino – è stata intitolata la Mediateca Comunale di Rosarno, cittadina che lo ricorda anche con una via che porta il suo nome. Al suo nome è stato intitolato anche il premio di poesia «Città di Rosarno». (Francesca Raimondi) © ICSAIC 2022 – 9

Opere

  • Saggi di politica estera, S. Lapi, Città di Castello 1914;
  • Politica e diritto. Saggi di politica estera, Istituto Editoriale Scientifico, Milano 1929;
  • Gioacchino da Fiore. Nuovi studi critici sulla mistica e la religiosità in Calabria, Sansoni, Firenze 1934;
  • Per la verità intorno a Gioacchino da Fiore, Palestra del Clero, Rovigo 1941.
  • Gioacchino da Fiore e il gioachimismo antico e moderno, Cedam, Padova 1942.

Nota bibliografica

  • Nuovi studi in Gioacchino da Fiore, Milano-Roma 1932 NBS, a, X V I , 8», pag. 609-619;
  • Francesco Russo, In memoria di Francesco Foberti difensore di Gioacchino da Fiore, «Bollettino della Società di Storia Patria per le Calabrie», II, 1-4, 1945;
  • Francesco Russo, In memoriam di Francesco Foberti, «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», XIV, 2, 1945, pp. 164-168;
  • Francesco Russo, In memoria di Francesco Foberti difensore di Gioacchino da Fiore, Scat, Cosenza 1945;
  • In memoria di Francesco Foberti, «Bollettino della Società di storia patria per le Calabrie», Ed. Comitato per le onoranze, 1945;
  • Harry Kurz, Francesco Foberti and Gioacchino da Fiore, «Italica», vol. 23, 2, giugno 1946;
  • Francesco Russo, Francesco Foberti apologeta di Gioacchino da Fiore, «Il Calabrese», 1, 7-8, 30 luglio 1947, pp. 101-103;
  • Bernard McGinn, L’abate calabrese. Gioacchino da Fiore nella storia del pensiero occidentale, Marietti, Genova 1980;
  • Sandro Paparatti, Francesco Foberti studioso di Gioacchino da Fiore, «Calabria letteraria», 1-3, 1981, pp. 70-72;
  • Ferdinando Cordova, Francesco Foberti, l’Accademia cosentina ed il mistero d’un patrimonio culturale scomparso, «Historica», XLII, 1, 1989, pp. 3-9;
  • Carmelo Ciccia, Allegorie e simboli nel Purgatorio e altri studi su Dante, Pellegrini, Cosenza 2002, p. 136;
  • Francesco Foberti (1866-1945), in «La Città del Sole», http://www.sosed.eu/calabresi/Profilo-2-a.htm

Cundari, Evelina

Evelina Cundari (Cosenza, 29 aprile 1914 – Roma, 25 febbraio 1980)

«Bandiera dell’anticonformismo e dell’antifascismo cosentino», come è stata definita, nacque in una famiglia di solide tradizioni religiose, composta da 9 figli. Il padre Antonio, stretto collaboratore di don Carlo De Cardona, nel 1908 fu eletto sindaco di Cosenza, il primo di area cattolica. La madre si chiamava Marina Stumpo. Frequentò il liceo classico «Bernardino Telesio» di Cosenza. Già in questi anni manifestò sentimenti di dissenso e insofferenza verso il regime fascista. Dopo la maturità, negli anni Trenta, si trasferì a Milano per frequentare l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Furono per lei anni di formazione umana, spirituale e culturale, determinanti per il suo percorso di vita futuro. In questo periodo si iscrisse anche alla Fuci. La presenza a Milano e la frequentazione di un circuito sociale molto attivo a livello politico-culturale gli consentì di avere incontri e frequentazioni con persone che poi divennero personaggi di primo piano a livello nazionale e in Calabria. Tra le tante frequentazioni ricordiamo l’amicizia intrecciata con mons. Enea Selis, allora studente, in seguito dirigente della Fuci e poi arcivescovo di Cosenza dal 1971 al 1979. Selis fu inoltre suo assistente spirituale a Roma al Policlinico Gemelli durante la sua malattia. In questi anni strinse anche rapporti di amicizia con Maria Mariotti, Angela Cingolani Guidi e Gabriella Ceccarelli.
Dopo la laurea, conseguita nel 1937, rientrò a Cosenza dove divenne molto attiva nel campo dell’associazionismo cattolico. Fu dirigente dell’associazione parrocchiale del Duomo e componente del Consiglio nazionale dell’Azione cattolica. Successivamente venne nominata delegata provinciale dell’Opera della Regalità fondato da Armida Barelli; presidente dell’Unione Italiana insegnanti medi (Ucim); presidente della gioventù femminile di Azione Cattolica dal 1946 al 1950; presidente dei laureati cattolici. Incarichi che dimostravano quanto potesse ormai contare sulla stima delle gerarchie ecclesiastiche, ma anche di possedere un profilo di competenze funzionali a occupare uno spazio pubblico, di solito egemonizzato dagli uomini.
Quando dal Vaticano partì l’invito ai cattolici a partecipare alla ricostruzione del Paese e all’impegno politico rispose prontamente e nel 1946 si candidò al consiglio comunale di Cosenza, dove venne eletta con molte preferenze e nominata assessore. In occasione delle elezioni amministrative del 31 marzo 1946 a Cosenza aveva esortato le donne a essere «numerose, compatte, domani nel fare uso di questo diritto del voto che la patria vi ha concesso in un’ora in cui ha tanto bisogno di voi». All’impegno politico conciliò anche un’apprezzata attività culturale ed educativa. Fu membro del consiglio di amministrazione della Scuola di Magistero per la donna e proprio in questi anni venne nominata dall’Accademia cosentina socio corrispondente. Dal 1964 al 1979, anno del suo pensionamento, diresse come preside l’Istituto magistrale n. 2 di Cosenza.
Il suo impegno politico a livello provinciale venne apprezzato dai vertici nazionali della Democrazia cristiana. Nel 1951, infatti, venne nominata delegata provinciale del Movimento femminile del partito. Come delegata faceva parte del comitato provinciale del partito. Ricoprì l’incarico fino al 1965 con grande spirito di servizio.
La politica come esercizio di carità secondo gli insegnamenti di Sant’Agostino fu pratica costante in tutta la sua vita. Fu anche membro della direzione regionale del Movimento femminile della Democrazia cristiana e in quella nazionale. Nel 1976 in una lettera al giornalista Raniero La Valle, candidato nelle liste del Partito comunista, espresse la sua contrarietà nei confronti della legalizzazione dell’aborto, che, secondo la Cundari poneva non solo una questione di etica e di fede, ma aveva una dimensione socio-economica da ben ponderare: «Non si può dire al povero che non ha i mezzi sufficienti per poter sostenere la vita di un figlio, che egli, il povero, potrebbe anche essere autorizzato a sopprimere questa vita in gestazione». 
A Roma si trovò a collaborare con le donne cattoliche più impegnate a livello politico e culturale. Molte appartenevano, come lei, alla Regalità del Sacro Cuore e fu facile perciò trovare punti di convergenza su obiettivi comuni. Furono con lei in rapporti di studio, di collaborazione e di progettazione a Roma e in giro per l’Italia. Per i suoi rapporti di amicizia le invitò spesso a Cosenza per incontri di studio con le donne più impegnate del tempo. Tra queste ricordiamo Elisabetta Conci, Stefania Rossi, Maria Iervolino, Maria Eletta Martini e Vittoria Titomanlio. Con Tina Anselmi e Franca Falcucci vi furono rapporti di collaborazione e di stima reciproca che si tramutarono anche in una solida amicizia.
A Roma, dove morì, venne apprezzata per la sua indipendenza di giudizio, la sua determinazione, il rispetto delle idee altrui, la ricerca del dialogo e la capacità del confronto. A Cosenza per onorarne la memoria le hanno intitolato una piazza e una scuola. (Nella Matta e Giuseppe Ferraro) © ICSAIC 2022– 9

Nota bibliografica 

  • Luigi Intrieri (a cura di), Evelina Cundari, Fasano, Cosenza 1981;
  • Luigi Intrieri, Azione Cattolica a Cosenza (1867-1995), Ave editrice, Roma 1997;
  • Leonardo Falbo, La prima campagna elettorale delle donne e la “Signora Togliatti” a Cosenza, in «Rivista calabrese di Storia del ’900», I, 2011, pp. 37-48;
  • Loredana Giannicola, Evelina Cundari, in Tania Frisone, Nella Matta e Marilù Sprovieri (a cura di), Le donne nella storia della Calabria, Jonia editrice, Cosenza 2021;
  • Loredana Giannicola (a cura di), Un viaggio lungo 152 anni. Il Lucrezia della Valle da scuola normale a liceo, Jonia editrice, Cosenza 2014.

De Cara, Cesare Antonio 

Cesare Antonio De Cara (Reggio Calabria, 13 novembre 1835 – Castel Gandolfo (Roma), 27 dicembre 1905)

Nacque da Nicola e Francesca Megali. Compì gli studi di retorica nella città natale e il 22 settembre 1851 entrò nei Gesuiti a Napoli. Studiò lettere e filosofia. Insegnò nei collegi dell’ordine a Bari, Lecce e Lucera.
Fu dottissimo filologo, egittologo e orientalista.
I moti politici del 1860 lo costrinsero a espatriare in Francia e Belgio. Si dedicò alla teologia e alle lingue estere a Laval e a Lovanio.
Nel 1863 fu ordinato sacerdote a Fourvières presso Lione. Nel 1865 tornò in patria e insegnò letteratura a Tivoli e ad Alatri.
Notevoli i suoi studi critici sulla filologia in genere e in rapporto alla mitologia e alle scienze teologiche. 
Riunì gli studi di egittologia e di lingue semitiche pubblicati in Italia, occupandosi della storia e dell’archeologia in relazione a quasi tutto l’oriente.
Nel 1881 entrò a far parte della redazione di «Civiltà Cattolica» e vi lavorò per circa 25 anni, occupandosi di questioni di filologia storica, d’archeologia egizia, e di storia arcaica orientale greca e italica.
Fu in corrispondenza con i maggiori studiosi di varie nazioni.
Profondo cultore di archeologia e poliglotta stimato da tanti, fu molto caro a Leone XIll che lo mandò a rappresentare la congregazione di Propaganda Fide al Congresso degli orientalisti di Stoccolma (1889). Leone XIII lo avrebbe altresì creato cardinale se egli non avesse rifiutato. Anche il Re di Svezia e Norvegia lo ebbe caro.
Fece parte delle maggiori accademie del suo tempo. Pur vivendo lontano dalla sua terra, ne rimase sempre attaccato.
Le sue opere ebbero apprezzamento e giudizi entusiastici dai maggiori dotti del suo tempo, fra cui Duval, Maspero, Reinach e Luigi Schiapareli.
La sua figura di studioso letterato e sacerdote venne rievocata da Cesare Minicucci, che già ne aveva scritto nel 1906, in una delle “letture” della “Cattedra di storia letteraria calabrese” alla Biblioteca Comunale di Reggio nel 1933. (sulla base di una biografia di Domenico Coppola) © ICSAIC 2022 – 10

Opere

  • San Pietro, tragedia, Pietro di G. Marietti Torino 1869;
  • Clodoaldo principe di Dania, tragedia lirica, tip. de’ fratelli Monaldi, Roma 1870;
  • De praestantia literarum. Oratio habita in aula Seminari Alatrini III Kal. Sept. MDCCCXXIX, Napoli 1879;
    Errori mitologici del professore Angelo De Gubernatis, Saggio critico, Tip. Giacchetti, Prato 1883;
  • Esame critico del sistema filosofico e linguistico applicato alla mitologia e alla scienza delle religioni, Tip. Giacchetti, Figlio e C, Prato 1884; 
  • Notizie dei lavori di egittologia e di lingue semitiche pubblicati in Italia in questi ultimi decenni, Tip. Giacchetti, Prato 1886; 
  • Del presente stato degli studi linguistici, esame critico, Tip. Giacchetti, Figlio e C, Prato, 1887;
  • Gli Hyksos o re pastori d’Egitto, Accademia dei Lincei, Roma 1889;
  • Del Lazio e dei suoi popoli primitivi. Discorso letto alla Pontificia Accademia Romana di Archeologia, Roma 1889;
  • Hethei-Pelasgi. Ricerche di storia e archeologia orientale greca ed italica, Vol. I: Siria, Asia Minore, Ponto Eusino, Tip. dell’Accademia dei Lincei, Roma 1894; Vol. II: Le emigrazioni alle isole dell’Egeo e al continente ellenico, Roma, Tipografia dell’Accademia dei Lincei, Roma 1902: Vol. Ill: Le migrazioni in Italia, Tipografia dell’Accademia dei Lincei, Roma 1902; 
  • Natura e progresso degli studi linguistici, «Gli studi in Italia», IIl, II, 5 e 6, Roma.

Nota bibliografica

  • Cesare Minicucci, In memoria del P. Cesare Antonio De Cara: D.C.D.G., Tip. Morello, Reggio Calabria 1906;
    Carlo Bricarelli, Il p. Cesare Antonio De Cara s.j., in «Civiltà cattolica»57, voI. 1, pp. 99-101. 1906;
  • Domenico Santamaria, Il gesuita Cesare Antonio De Cara e l’indoeuropeistica del decennio 1880, in Nicola Gasbarro (a cura di), Le lingue dei missionari, Bulzoni, Roma 2009, pp. 161-244;
  • Domenico Coppola Profili di calabresi illustri, Pellegrini, Cosenza 2010, pp. 49-50;
  • Silvia Alaura, La ricezione italiana del dibattito sugli ittiti alla fine dell’Ottocento: Luigi Schiaparelli (1815-1897) e Cesare Antonio De Cara (1835-1905), in Atti della giornata di studio «La ricerca nel vicino oriente antico: storia degli studi e nuovi orizzonti di indagine», CNR – Istituto di studi sulle civiltà dell’Egeo e del vicino Oriente, Roma 2012, pp. 51-68;
  • Alberico Crafa, Giuseppe Turrini. Kālidāsa, il Risorgimento e la polemica anticattolica tra Otto e Novecento, Società Editrice Fiorentina, Firenze.

Bruno, Pietro

Pietro Bruno [Roggiano Gravina (Cosenza), 29 giugno 1893 – Roma, 1 aprile 1966]

Nacque in una famiglia modesta (il padre, Antonio, era un operaio), insieme al gemello Paolo e altri fratelli. Riuscì, tuttavia, a studiare e a laurearsi in lettere insegnando italiano nei Licei. Svolse attività di docente in Romagna, dove fu anche membro del consiglio scolastico provinciale e conferenziere su temi artistici e letterari. Successivamente studiò Giurisprudenza e, come il fratello Paolo che esercitò a Cosenza, divenne uno stimato avvocato molto attivo in diverse città del Nord Italia. 
Assieme ad altri tre fratelli era stato combattente nella Grande guerra, raggiungendo il grado di capitano e meritandosi una medaglia d’argento, la stessa assegnata anche a due fratelli.
Nell’inquieto dopoguerra aderì ai fasci di combattimento. Diversamente da altri esponenti calabresi come Agostino Guerresi (sub voce), non svolse attività politica nella regione di origine. In Romagna fu tra i più autorevoli sostenitori del movimento mussoliniano e, tra l’altro, console della Milizia e podestà di Cervia.
Negli anni divenne sempre più ampia l’immissione di uomini del partito fascista nelle prefetture e negli uffici consolari, tanto che si parlò di “ventottisti”, volendosi riferire agli assunti nel 1928. Invece, furono pochi i tesserati immessi nella pubblica sicurezza, ritenendosi più utile “fascistizzare” la polizia ereditata dai governi pre-fascisti. Pietro Bruno, sebbene non avesse alcuna esperienza specifica, nel settembre 1927 fu nominato questore e destinato a Genova, dove rimase sino al luglio 1930. 
Nel capoluogo ligure s’occupò soprattutto di polizia politica: da un lato, colpì duramente l’organizzazione comunista ligure con ottanta arresti, meritando per questo anche un consistente premio in denaro; dall’altro, piegò l’estremismo fascista nostalgico dello squadrismo e disturbatore della “normalizzazione”, sino a proporre l’invio al confino degli elementi più irriducibili. Bruno usava interrogare personalmente gli arrestati, soprattutto comunisti, arrivando a usare intimidazioni e violenze per ottenere informazioni.
Trasferito a Milano, anche lì fu al centro di vicende delicate e riservate, di rilevante importanza per la sicurezza. Ebbe un ruolo nelle vicende della spia Carlo Del Re che, tradendo per denaro i compagni di Giustizia e Libertà, contribuì a fare sgominare il nucleo lombardo dell’organizzazione. Comunque, l’attività di vigilanza e repressione della polizia continuò a essere rivolta innanzitutto contro il partito comunista.  
Di tutt’altro genere, le vicende coinvolgenti Arturo Toscanini. Il maestro, dopo l’aggressione subita il 14 maggio 1931 al teatro comunale di Bologna, per non avere voluto fare suonare gli inni fascisti, s’era ritirato nella casa di Milano. Alla Scala ci fu una manifestazione di solidarietà nei suoi confronti e non mancarono disordini di piazza, in conseguenza dei quali la questura arrestò studenti liceali pro-Toscanini. In città il questore Bruno fu criticato per le maniere forti usate nei confronti di rampolli della borghesia meneghina e si vide attribuiti epiteti di “megalomane” e “pazzo”. Secondo una diffusa opinione, i suoi atti danneggiavano l’immagine del regime ormai consolidato. Oltretutto, sul questore di Milano correvano voci poco commendevoli per la protezione concessa a certe case di tolleranza, dove si vociferava egli accompagnasse alti papaveri fascisti di passaggio in città. Infine, non erano facili i suoi rapporti col prefetto Fornaciari il quale, in un rapporto riservato, riferendosi a Bruno parlò di «mancanza di esperienza», in parte sopperita da «preparazione generale, unita a una notevole prontezza naturale».
Nonostante tutto ciò, o a causa di tutto ciò, Bruno lasciò il servizio in questura e fu nominato prefetto, a Trapani (settembre 1933 – luglio 1935), Lecce (luglio 1935 – agosto 1939), Bari (agosto 1939 – giugno 1940). Seconda una regola consolidata, Mussolini copriva la condotta scandalosa dei suoi uomini, interessato solo alla loro fedeltà politica, ricorrendo se necessario al promoveatur ut amoveatur (si pensi alle vicende di Antonio Le Pera, sub voce).
Bruno per qualche tempo fu tenuto a disposizione presso il direttorio del Pnf, poi incaricato di funzioni ispettive, nel gennaio 1941 nominato presidente della commissione di vigilanza per l’alimentazione presso il ministero dell’Agricoltura e Foreste. A quel tempo iniziò a collaborare con la divisione polizia politica del ministero dell’Interno, con l’ufficio cioè che “gestiva” gli informatori. Bruno ebbe ruolo di capogruppo e per i fiduciari da lui coordinati ebbe a disposizione la bella cifra di 30 mila lire al mese.
Anche il successivo e ultimo incarico da lui svolto non fu di quelli appariscenti: commissario per gli affari civili presso il comando militare della Sardegna (incarico analogo fu assegnato anche per la Sicilia). Gli uffici diretti da Bruno avevano sede a Ozieri e dipendevano dal comandante del XIII corpo d’Armata, generale Antonio Basso. Possiamo ritenere che Mussolini non lo ritenesse più adatto per ruoli di primissima fila, come quelli svolti sino al giugno 1940, tenuto conto degli aspetti caratteriali e dei “si dice” sulla condotta dell’ex-professore di italiano.
Subito dopo la caduta del fascismo, nell’agosto 1943 fu collocato a riposo dal governo Badoglio, su proposta del ministro dell’Interno, che era quel Fornaciari ricordato in precedenza. Ma il 25 settembre Badoglio lo confermava commissario civile con una scelta sgradita agli alleati americani.
Stante la confusione del momento, l’iter burocratico del provvedimento di collocamento a riposo fu perfezionato solo un anno dopo. Nel 1944 anche il governo della Repubblica sociale italiana adottò analogo decreto di collocamento a riposo e fu grazie a ciò che Bruno poté evitare l’accusa di collaborazionismo. Non ebbe seguito un procedimento giudiziario avviato nei suoi confronti a Milano, per fatti accaduti quand’era questore. 
Non rientrò più sulla scena pubblica e morì dimenticato negli anni Sessanta all’età di 73 anni.
Era molto legato alla famiglia e al paese d’origine. Molto devoto alla Madonna della Strada, venerata in un piccolo Santuario appena fuori Roggiano, a sue spese nel 1943 offrì una statua mobile che fece modellare appositamente.
Era insignito delle onorificenze di Grand’Ufficiale della Corona d’Italia e di Commendatore dell’Ordine Mauriziano. (Donato D’Urso) © ICSAIC 2022 – 9

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Personale pubblica sicurezza, versamento 1957, b. 58-bis, f. Bruno Pietro
  • Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale affari generali e del personale, versamento 1952, fascicoli ordinari, b. 6, f. Bruno Pietro

Nota bibliografica

  • Annuario scolastico: piccola enciclopedia della scuola elementare e popolare, XII (1923), p. 69;
  • L’avv. Prof. Pietro Bruno nominato Prefetto del Regno, «Cronaca di Calabria», giugno 1933;
  • Edoardo Savino, La nazione operante: albo d’oro del fascismo, Istituto geografico De Agostini, Novara 1937, p. 191;
  • Una spia del regime, a cura di Ernesto Rossi, Feltrinelli, Milano 1968, pp. 42-43;
  • Mario Missori, Governi, alte cariche dello Stato, alti magistrati e prefetti del regno d’Italia, Ministero per i beni culturali e ambientali, Roma 1989, pp. 416, 501, 609;
  • Luciano Bergonzini, Lo schiaffo a Toscanini, il Mulino, Bologna 1991, pp. 175-177;
  • Storia di Lecce: dall’Unità al secondo dopoguerra, a cura di Maria Marcella Rizzo, Laterza, Roma-Bari 1992, p. 428;
  • Alberto Cifelli, I Prefetti del regno nel ventennio fascista, Scuola superiore dell’Amministrazione dell’Interno, Roma 1999, p. 56;
  • Saturno Carnoli-Paolo Cavassini, Nero Ravenna: la vera storia dell’attentato a Muty, Edizioni del girasole, Ravenna 2002, pp. 32, 44;
  • Mauro Canali, Le spie del regime, il Mulino, Bologna 2004, pp. 84-85, 696;
  • Giovanna Tosatti, I prefetti del periodo fascista, in Storia, archivi, amministrazione: atti delle giornate di studio in onore di Isabella Zanni Rosiello, a cura di Carmela Binchi e Tiziana Di Zio, Ministero per i beni e le attività culturali, Roma 2004, pp. 94-95;
  • Ivano Granata, La guerra, la crisi del dopoguerra e l’epoca fascista, in Palazzo Diotti a Milano, a cura di Nicola Raponi-Aurora Scotti Tosini, Fondazione Cariplo, Milano 2005, pp. 408-409;
  • Laura Francesca Sudati, Tutti i dialetti in un cortile: immigrazione a Sesto San Giovanni nella prima metà del ‘900, Fondazione ISEC, Milano 2008, p. 279;
  • Giovanni Rapelli, Giuseppe Rapelli e «Il Lavoratore», Effatà Editrice, Cantalupa 2011, p. 109;
  • Andrea Ricciardi, Paolo Treves: biografia di un socialista diffidente, FrancoAngeli, Milano 2018, p. 89;
  • Matteo Millan, Squadrismo e squadristi nella dittatura fascista, Viella, Roma 2014, p. p. 205;
  • La Sardegna e la guerra di liberazione: studi di storia militare, a cura di Daniele Sanna, FrancoAngeli, Milano 2018, p. 38.

Borrelli, Diodato

Diodato Borrelli [Santa Severina (Crotone), 23 giugno 1837 – Carlopoli (Catanzaro), 9 ottobre 1881]

Medico, scienziato, filosofo, umanista, fece gli studi inferiori a Cutro e li proseguì al Galluppi di Catanzaro, dove, ancor giovane, fu tra i cospiratori contro i Borboni. A Catanzaro conseguì la licenza liceale e quindi si trasferì a Napoli per frequentare la facoltà di medicina di quella l’Università. A 23 anni, interruppe momentaneamente gli studi per tornare a Santa Saverina dove si unì all’esercito garibaldino che stava risalendo la penisola, partecipando così alla lotta per l’Unità d’Italia. Subito dopo riprese gli studi, laureandosi nel 1862. 
Assistente e coadiutore nell’ospedale Gesù e Maria di Napoli; qualche anno dopo, ottenne la libera docenza in patologia speciale e clinica medica iniziando l’attività di docente. Nel 1874 (aveva 37 anni), vincendo ex aequo con Augusto Murri, divenne docente universitario di Clinica e patologia medica all’Università di Torino.
Medico e scienziato vicino al grande Salvatore Tommasi, è considerato un maestro nella professione, che esercitò come un apostolato, specie in occasione di tremende epidemie come quella colerica del 1875.
Fu Maestro, nel più alto e nobile senso della parola, e illuminò, con la luce della sua profonda dottrina e del suo pensiero, le menti di innumeri discepoli, fra i quali i più erano calabresi.
Nel 1878 all’Ospedale Incurabili di Napoli, fondò il primo Policlinico medico, dove rimaneva chiuso per lunghi periodi con gli ammalati di colera. 
Fu anche un letterato e filosofo, stabilendo un forte legame di solidarietà culturale e spirituale con Francesco Fiorentino che lo commemorò ell’Aula Magna ellìAteneo napoletano. Ingegno multiforme, nel 1877, al Circolo Filologico di Napoli parlò applaudito sul «Suono e telefono», e due anni dopo sulla «Pena di morte», tema che interessava a quei tempi i più grandi giuristi italiani.
Stampò molto: autore di importanti trattati che ebbero numerosi consensi nel campo della scienza medica, scrisse oltre cento monografie sui più vari argomenti di medicina, di scienze e di arte, comprese traduzioni di varie Opere del Brown-Sèquard, del Reale e del Jaccond. Nel 1879, tra l’altro, scrisse Vita e natura: studii sui temi più importanti del moderno naturalismo, all’epoca criticato da La Civiltà Cattolica con un dialogo tra la scienza e il dott. Borrelli. Quest’opera ebbe eco anche all’estero e fu inserita nel catalogo della libreria di Charles Darwin dell’Università di Cambridge compilato nel 1909 da H. W. Rutherford. 
Curò la traduzione italiana del Trattato delle malattie del sistema nervoso di William A. Hammond e nel 1869 la prima versione italiana delle Lezioni cliniche sulle paraplegie ed emiplegia spinale di Charles Brown-Sequard con l’aggiunta di un suo saggio sullo stato dei lavori più recenti.
Nel 1880, a parità di punteggio con Antonio Cardarelli, vinse una cattedra di clinica medica a Napoli.
La Physicalisch-Medizinischen Gesellschaft di Würzburg, l’Accademia di Scienze e Lettere di Catanzaro e altre importantissime Associazioni italiane e straniere lo nominarono socio
corrispondente, il «Morgagni», giornale medico di fama europea, la «Rivista Clinica» di Bologna, il «Medical Times and Gazette» di Londra lo vollero fra i redattori,
Al Congresso della Società Medico Chirurgica Calabrese – svoltosi a Cosenza nel 1932 il prof. Carmelo Bruni rievocò, con devota ammirazione di discepolo, la figura luminosa di Borrelli. Disse, tra l’altro: «Ogni giorno, ogni ora accanto al dolore umano, se la inspiratrice di bontà e di umanità, fu purtroppo rogo alle sue carni, poiché, studiando la malaria a Ponte Molle nell’Agro Pontino, vi contrasse le febbri palustri dalle quali non poté più mai liberarsi. Il lavoro continuo, intenso, di giorno e di notte, voluto e creato da lui negli ultimi anni, forse perché presago della sua fine, e la malaria logorarono l’organismo di Diodato Borrelli, che, debole, convalescente, prima si recò in Svizzera e quindi volle tornare in Calabria a chiedere alle aure balsamiche dei faggi e dei pini delle sue montagne un ristoro alla malferma salute. A Carlopoli, ospite di una famiglia patrizia, che lo venerava, fu assalito da perniciosa malarica che lo spense in poche ore».
Catanzaro lo ricorda con un busto in marmo bianco e a tutto tondo con basamento, dono di Bruno Chimirri, realizzato dallo scultore napoletano Luigi De Luca su incarico dello stesso comune, inaugurato in sua memoria il 9 novembre 1909 e collocato a Villa Trieste. Per ricordarlo gli sono state inoltre intitolati una via a Scandale e un largo e il liceo classico, divenuto Istituto omnicomprensivo, a Santa Severina e e Roccabernarda. Intitolata a suo nome, ancora, una borsa di studio per orfani dei medici della provincia di Catanzaro. Nell’atrio dell’Ospedale degli Incurabili, a Napoli, c’è un monumento, con un’iscrizione che sintetizza la sua breve vita di benefattore. (sulla base di una biografia di Luigi Aliquò Lenzi) © ICSAIC 2021 – 09

Scritti

  • Sulla struttura dei tessuti semplici del corpo umano: con alcune osservazioni sul loro sviluppo, accrescimento, nutrizione e decadenza, e sovra certi cangiamenti che succedono ne’ morbi / per Lionello S. Beale; prima versione italiana arricchita dall’autore, con appendice e note per Diodato Borrelli, G. Marghieri, Napoli 1865;
  • Relazione sui casi di cholera curati nell’ospedale di S. Giovanni a Teduccio, Napoli 1866;
  • Delle recenti dottrine nervose fisio-patologiche (aggiunte alle Lezioni del Brown ecc.),
    Napoli 1869;
  • Passato e presente della medicina: prelezione al corso privato di patologia medica e semiotica, stab. tipografico diretto da P. Androsio, Napoli 1870;
  • Resoconto clinico dello Spedale di San Eligio, s.n., Napoli 1871;
  • Delle febbri a tipo intermittente, Fava e Garagnani, Bologna 1872;
  • Il timpanismo, Tipi Fava e Garagnani, «la Rivista Clinica», Bologna, 1873
  • La febbre: dottrina, nosografia, terapia, Giuseppe Marghieri, Napoli 1873;
  • I Nervi e la vita. Prolusione al corso di patologia interna letta nella Reale Università di Napoli il di 29 gennaio 1873, Stamperia della Reale Università, Napoli 1873;
  • Corso di semeiotica fisica ad uso de’ giovani e de’ medici pratici, Giuseppe Marghieri, Napoli 1876.
  • Febbre (2ª edizione ampliata ed arricchita di tavole), s.n., Napoli 1876;
  • Clinical study on Naples fever, «The Medical Times and Gazette», vol. 2, Londra, luglio 1876, pp. 31-33;
  • La pena di morte: lettera, «Il Piccolo», nn. 181 e 182, tip. dei Comuni, Napoli 1877;
  • Vita e natura: studii sui temi più importanti del moderno naturalismo, Detken, Napoli 1879;
  • Suono e telefoni: conferenza data nel Circolo Filologico il di 11 maggio 1879, presso Nicola Jovene, Napoli 1879;
  • Contribuzione alla diagnosi e alla cura dell’empiema, Stabilimento tipografico dell’unione, Napoli 1880;
  • Ueber unvollkommene Entwicklung der Geschlechtsorgane, «Verhandlungen der physikalisch-medicinischen Gesellschaft zu Würzburg», XV, 1881, p. 84.

    Nota bibliografica

  • Vita e natura: studii sui temi più importanti del moderno, «La Civiltà cattolica», 1880, pp. 302-319;
  • Tommaso Jacometta, Su la tomba del prof. Diodato Borrelli, Pirozzi, Cotrone 1882;
  • Francesco Fiorentino, Commemorazione di Diodato Borrelli letta nell’Aula Magna della R. Università di Napoli il 28 gennaio 1883, «Giornale Napoletano di filosofia ecc», aa.VI, V.VII, Fasc.2, 1883;
  • Carmine Bruni; Diodato Borrelli rievocato al 3. congresso medico calabrese, «La Riforma Medica: giornale settimanale di medicina, chirurgia e scienze affini», 23 1936;
  • Roberto Bisceglia, Un grande medico calabrese: Diodato Borrelli, Tip. Imperia, Roma 1937; 
  • Francesco Priolo, Medici calabresi illustri, S.E.T.E.L., Catanzaro 1952, pp. 167-169;
  • Adalberto Pazzini, La Calabria nella storia della medicina, «Almanacco calabrese», 1952;
  • Luigi Aliquò Lenzi, Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi, vol. I, Tip. Editrice “Corriere di Reggo”, Reggio Calabria 1972;
  • Antonio Crocco, Darwinismo ed evoluzionismo nel pensiero di Diodato Borrelli, «Ipotesi 80», 7, 1983;
  • Pierluigi Baima Bollone, Medicina legale, 5ª ed., Giappichelli Editore, Bologna 2013, p. 51.
  • Nota bibliografica

André Maurel “nemico” della Calabria in un articolo di Paolo Palma

Pubblichiamo un articolo del presidente Paolo Palma, uscito su “Il Quotidiano del Sud” di domenica 2 ottobre 2022.
L’articolo approfondisce l’atteggiamento verso la Calabria, e Cosenza in particolare, di un bizzarro viaggiatore francese dei primi del ‘900: il giornalista e romanziere André Maurel.
La sua cronaca di viaggio, nella quale sono presenti due capitoli dedicati al suo passaggio da Cosenza e dal convento dei Minimi di Paola, è stata pubblicata dall’editore Lyrics di Cittanova, a cura di una importante studiosa francese specialista in letteratura italiana, Anne-Christine Faitrop-Porta.

Festa della Bandiera e Risorgimento a Santo Stefano in Aspromonte

Lunedì 29 agosto 2022, a Santo Stefano in Aspromonte (Rc), è in programma la XVIII Festa della Bandiera “per Elio”. L’evento, che ha il patrocinio dell’ICSAIC, avrà inizio alle 17.30 presso la villetta comunale “Il nido degli aquilotti” con l’inaugurazione della quadrilogia di dipinti dedicati al Risorgimenti realizzati da Pierfilippo Bucca e prodotti dal Comune di Santo Stefano. Proseguirà poi alle 18 in piazza Domenico Romeo con la presentazione dell’Inno dedicato al paese.
Alle 18.30, presso l’Auditorium ex Sala del Carmine si terrà il convegno “Santo Stefano in Aspromonte all’Avanguardia del Risorgimento Italiano”, moderato dal sindaco di Santo Stefano Francesco Malara e introdotto dai saluti del presidente della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, Giuseppe Caridi, e dello scrittore Giovanni Suraci. Seguiranno gli interventi degli storici Carmelo Nucera, Stefano Iatì, e del socio ICSAIC Fabio Arichetta.

Il Dizionario dell’Icsaic recensito da Pino Nano per “Calabria Live”

Il Dizionario Biografico della Calabria, curato da Pantaleone Sergi, che al momento conta circa 800 biografati, è stato recensito dal giornalista Pino Nano per il Quotidiano Calabria Live del 20 agosto 2022. Lo riproponiamo a beneficio dei nostri lettori anche sul sito web e sui social dell’Istituto.

Dizionario, a tutti voi Buon Ferragosto con altre dieci biografie online

Care amiche e cari amici del Dizionarioi,
Con la collaborazione essenziale di ricercatori amici procediamo a ritmi sostenuti e incrementiamo di altre dieci le voci del Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea che ora conta 780 biografie di calabresi che hanno dato lustro alla regione. Altre biografie sono in lavorazione.
Questi i nuovi biografati e i rispettivi autori:

Vi diamo appuntamento per le prossime biografie
e vi siamo grati dell’attenzione.
Buona lettura a tutti e buone ferie agostane.

Vaccaro, Angelo

Angelo Vaccaro [Casabona (Crotone), 4 novembre 1885 – Crotone, 29 dicembre 1969]

Nacque a Casabona, a quel tempo in provincia di Catanzaro, da Nicola, farmacista, e della nobildonna Luisa Falcone, discendente di una famiglia di letterati e patrioti. Si rivelò, fin da piccolo, dotato di eccezionale e vivida intelligenza. Dopo aver frequentato le scuole elementari al suo paese, entrò nel Seminario Vescovile di Cariati, all’epoca rinomato centro di formazione culturale oltre che religiosa, dove fece gli studi ginnasiali ed ebbe a maestro il letterato cariatese Marco Venneri che egli ricorderà con grande riconoscenza in un articolo uscito su «Cronaca di Calabria» nel 1965 (Maestri d’altri tempi: Marco Venneri). Gli studi compiuti nel Seminario di Cariati rivelarono la sua passione per il latino e il greco e gli valsero numerosi attestati di lode da parte dei suoi professori. Dopo quell’esperienza formativa in seminario, continuò da solo, da autodidatta, ad approfondire e affinare la sua cultura classica, orientandosi verso gli studi storici, archeologici e letterari. In seguito all’improvvisa morte del padre, avvenuta nel 1912, dovette prendere le redini della numerosa famiglia, composta da ben nove figli. Scelse allora di fare l’insegnante, il “maestro” elementare, anche perché amava molto i bambini. La sua attività d’insegnante lo portò inizialmente in Umbria, a Opagna di Cascia (Perugia) e, successivamente in Calabria, nel comprensorio del Crotonese (Cutro, Strongoli, Casabona, Crotone).
A Casabona si sposò con Albina Palmieri ed ebbe una sua famiglia. Un figlio, di nome Nicola (nato nel 1933), laureato in Giurisprudenza, diventerà un giornalista, fondatore del periodico «Calabria Kroton» e collaboratore di testate nazionali, tra cui «Il Tempo» e «Il Messaggero».
Nel 1956 si trasferì con la famiglia a Crotone, che diventò la sua “città di adozione”, la sua residenza definitiva, dove rimase fino alla morte (1969), dedicandosi agli studi storici e archeologici e ricoprendo anche importanti cariche di carattere culturale. Fin dal 1950 fu nominato ispettore onorario alle Antichità e Belle Arti per la zona archeologica di Casabona, Strongoli e Crotone, carica che tenne fino alla morte. Lottò molto per vedere realizzato il suo sogno dell’apertura del Museo Civico di Crotone e, successivamente, della costruzione di un apposito edificio che custodisse i preziosi reperti dell’antica Kroton, struttura che sarà inaugurata nel 1968 e prenderà il nome di «Museo Archeologico Nazionale di Crotone». 
I suoi interessi culturali furono rivolti anche alla poesia, tant’è che nel 1921 pubblicò un volumetto di versi giovanili (Lacrime e faville) con prefazione di Antonino Anile, all’epoca Ministro della Pubblica Istruzione.
Nel 1933 pubblicò una poderosa monografia sulla storia di Strongoli, l’antica Petelia. Il titolo è Fidelis Petilia e illustra la storia dell’antico centro del Crotonese, dall’antichità pregreca ai tempi moderni. Lui stesso afferma, nell’introduzione, che fu molto aiutato in questo lavoro dal Principe di Strongoli Ferdinando Ferrara Pignatelli, che gli mise generosamente a disposizione tutto il suo Archivio, ed anche dal «chiarissimo Marchese Armando Lucifero di Crotone». Nel libro Vaccaro affronta la spinosa questione dell’identificazione dell’antica Petelia, che localizza nell’odierna Strongoli, avvalendosi delle fonti letterarie antiche e principalmente del numeroso materiale archeologico rinvenuto nel tempo, nel territorio del comune crotonese. La sua indagine storica si estende anche al periodo medievale e ai secoli dell’età moderna; racconta inoltre la storia della sede episcopale di Strongoli, di fondazione bizantina, soppressa nel 1818 e inglobata nella Diocesi di Cariati. Nel 1966, con l’editrice Mit di Cosenza, Vaccaro pubblicò la Storia di Crotone (titolo originale: Kroton), un’opera in due volumi, che gli procurò tante soddisfazioni perché fu molto apprezzata da studiosi italiani e stranieri, considerato che mancava ancora una monografia ampia e completa, dall’antichità ai tempi moderni, della città pitagorica. Nel 1978 l’opera fu ristampata in unico volume presso la Framasud di Chiaravalle Centrale.
Negli ultimi anni della sua vita e del suo percorso di scrittore tornò agli studi letterari, scrivendo Luci manzoniane(studio critico su Manzoni), Fruscìi di foglie e trilli di bambini (poesie), Accanto a Manzoni.
Collaborò, con articoli culturali, ai periodici «Cronaca di Calabria», «Calabria Letteraria», «Sviluppi meridionali», «Scrittori calabresi», «Rassegna Calabrese», «La Calabria».
Lasciò inediti molti lavori, tra cui i saggi: La poesia di Giovanni Pascoli, La tragedia di Giacomo Leopardi, Battistino Falcone e l’impresa di Sapri, Il Pietro Micca calabrese: Antonio Toscano.
Medaglia di bronzo al valor militare e Cavaliere di Vittorio Veneto, per i suoi meriti culturali, inoltre, fu insignito di varie onorificenze: Cavaliere Ufficiale al merito della Repubblica, Medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione, Accademico Cosentino, Membro dell’Accademia Tiberina. Fu anche Presidente dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici (Sezione di Crotone).
Morì all’età di 84 anni (Franco Liguori) © ICSAIC 2022 – 8

Opere principali

  • Fidelis Petilia, Editore “Obelisco”, Palermo-Roma 1933;
  • Luci manzoniane. Studii su “I Promessi Sposi”, Stab. Tip. Pirozzi, Crotone 1934;
  • Accanto a Manzoni, Pellegrini, Cosenza 1969;
  • Kroton, Mit, Cosenza 1966 (due volumi); poi Frama Sud, Chiaravalle Centrale 1978 (volume unico);
  • Fruscii di foglie e Trilli di bambini. Poesie varie per la celebrazione della festa degli alberi, Tipo Lito Congi, Crotone1978;
  • Juri di voscu e core di paise. Poesie dialettali calabresi, La Tipografica, Crotone 1993

Nota bibliografica

  • Pantaleone Covelli, Ricordando Angelo Vaccaro, «Calabria Letteraria», 1970;
  • Salvatore Gallo, Macalla e Petelia. Storia e leggende dell’antica città di Strongoli, Rubbettino, Soveria Mannelli 1985;
  • Angelo Vaccaro, poeta, scrittore, storico, «Calabria Kroton», 1990;
  • Giambattista Maone, Crotone e il Marchesato, Edizioni TS, Settingiano 1990;
  • Giuseppe Tallarico, Il Novecento casabonese, Edizioni Pubblisfera, San Giovanni in Fiore 2006;
  • Rocco Turi, Circuiti informativi e culturali a Crotone nel Novecento, in Fulvio Mazza (a cura di), Crotone. Storia Cultura Economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1992;
  • Margherita Corrado, Il Museo prima del Museo (dal Museo Civico al Museo Nazionale di Crotone), Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria 2018.

Sangineto, Isolo

Isolo Sangineto [San Lucido (Cosenza), 21 marzo 1923 – Cosenza, 1 settembre 1992).

Figlio di Battista ed Emilia Pellegrino era l’ultimo di sei figli. Il padre, commerciante, era un militante socialista tra i fondatori della prima Camera del lavoro a San Lucido e del Psi della costa tirrenica. Per questa ragione l’avvento del fascismo coincise con l’inizio della sua persecuzione politica, costellata da accanimenti e reclusioni motivate solo dalla sua appartenenza politica, culminata nel 1924 con una brutale aggressione squadristica.
Costretto a emigrare a New York perché gli era stata ritirata la licenza commerciale, non riuscì a farsi raggiungere dalla moglie e dal figlio più piccolo Isolo, perché il prefetto rifiutò loro, più volte, il permesso di espatrio. La famiglia attraversò, quindi, un lungo periodo di ristrettezze economiche anche perché le rimesse dall’estero arrivavano saltuariamente e con non poche difficoltà.
Alla metà degli anni Trenta Isolo si recò, con sua madre Emilia, a Cosenza per frequentare le scuole superiori dove fu compagno di scuola, fra gli altri, di Vittorio Spinazzola e Gaetano Mancini insieme ai quali iniziò a formarsi una consapevolezza politica.
Nel 1941, con notevoli sacrifici economici da parte della famiglia, si recò a Napoli, dove si iscrisse alla Facoltà di Economia dell’Università. Purtroppo il 1941 fu anche l’anno in cui iniziarono anche i rovinosi bombardamenti alleati su Napoli, e anche su pressione della madre, decise di rientrare a Cosenza. Qui, perdurando le difficoltà economiche familiari, decise di abbandonare gli studi universitari e trovare lavoro presso il Consorzio di Bonifica di Sibari.
Il 1941 è anche l’anno in cui si iscrisse al Pci clandestino. La sua adesione fu favorita da Carlo Alò – dirigente comunista anch’egli originario di San Lucido – che all’epoca teneva i rapporti con il centro estero del partito a Parigi, sotto la copertura del suo lavoro di sarto capo tagliatore della ditta Caraceni di Roma, la quale aveva una sede commerciale proprio nella capitale francese.
La sua attività politica e organizzativa clandestina culminò con la partecipazione a una rivolta il 4 novembre del 1943, quando, insieme a un gruppo di antifascisti armati radunatosi nella Villa Nuova di Cosenza, tra i quali il dirigente comunista Gennaro Sarcone, partecipò all’assalto della Prefettura disarmando i carabinieri del posto di guardia e arrestando il prefetto Enrico Endrich, che era stato mantenuto al suo posto dagli alleati su indicazione del governo Badoglio. Il giorno dopo il comando alleato nominava l’ex deputato socialista Pietro Mancini prefetto di Cosenza.
Pur avendo maturata la decisione di passare le linee e di recarsi al Nord per arruolarsi nelle Brigate Garibaldi che si andavano costituendo e partecipare alla Resistenza, rimase però in Calabria perché la direzione del Pci aveva iniziato il suo processo di radicamento organizzativo nel Mezzogiorno basato sull’impegno di «quadri di sicura affidabilità politica». Proprio nel 1943, del resto, aveva preso avvio in Calabria e in altre province meridionali, il massiccio movimento di massa di occupazione delle terre per la liquidazione del latifondo che aveva trovato in Fausto Gullo, il «ministro dei contadini» nei primi governi di unità nazionale antifascista del dopoguerra, la propria sponda politica e istituzionale.
Per questi motivi fu immediatamente impegnato nella segreteria dell’appena costituita Federazione Provinciale del Pci sempre insieme al suo amico Vittorio Spinazzola che fu eletto segretario dei giovani comunisti. Alla fine della guerra fu assunto alla Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania dove organizzò la Cgil. Dal dopoguerra fino al 1955 partecipò attivamente alla vita politica e culturale sia di Cosenza sia di Roma, dove si recava di frequente per coltivare le sue amicizie politiche – fra gli altri il chirurgo, allievo di Valdoni, Enzo Russo, originario di Saracena, che aveva militato nei Gap di Roma –  e i suoi interessi culturali, in particolar modo il teatro e le arti figurative.
Nel 1955 sposò Gioconda Cavaliere, appartenente a una famiglia di proprietari terrieri di Fuscaldo, e tra il 1956 e il 1964 nacquero i suoi quattro figli, Battista, Emilia, Marina e Giovanna. Nel 1961, dopo aver ripreso gli studi, conseguì la laurea in Economia e Commercio.
La crisi dell’invasione dell’Ungheria nel 1956 provocò anche nel Pci cosentino un profondo e drammatico dibattito. Pur avendo espresso aperto dissenso rispetto alla linea ufficiale del partito che sosteneva l’invasione sovietica, al contrario di altri, tra cui il suo amico e compagno Vittorio Spinazzola, decise di restare nel partito. Con Spinazzola conservò sempre rapporti di amicizia nonostante l’ostracismo anche personale al quale si soleva sottoporre gli «eretici della linea del partito».
Farà lo stesso nel 1968, nonostante la sua vicinanza al gruppo del Manifesto, durante la crisi seguita all’invasione delle truppe del Patto di Varsavia della Cecoslovacchia.
Nel Pci continuò a ricoprire incarichi di direzione politica, ricoprendo anche la carica di Segretario della Sezione “P. Togliatti” di Cosenza e svolgendo anche il compito di amministratore della Federazione.
La sua militanza comunista aveva ostacolato non poco la sua carriera lavorativa, ma dopo il 1963, grazie alla costituzione del primo governo di centro-sinistra, il suo percorso lavorativo si fece più spedito fino a diventare, fra gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, uno dei sette dirigenti apicali della Cassa di Risparmio. Da responsabile dell’Ufficio Rischi della Banca diede parere negativo, in quegli anni, al finanziamento dell’azienda Jonica Agrumi che, su decisione dei vertici aziendali della Carical, fu, invece, finanziata lo stesso, provocando uno dei primi scandali politico-finanziari calabresi e portando la Banca a un dissesto dal quale era destinata a non più riprendersi.
Da segnalare anche la sua partecipazione alla progettazione, come economista, dei piani regolatori di Rende e di Cosenza grazie al coinvolgimento dell’architetto e urbanista Empio Malara, figlio di un altro antifascista, di fede anarchica, Antonino Malara.
Intensa è stata la sua attività culturale e di ricerca. Il 12 aprile del 1983, insieme a Tobia Cornacchioli, Fausto Cozzetto, Giuseppe Masi e altri, partecipò alla fondazione dell’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea promossa da Fulvio Mazza. Fu vicepresidente dell’istituto dal 1983 al 1988 e poi presidente dal 1988 al 1992, anno della sua morte. La decisione di costituire l’Icsaic risultava dalla volontà di alcuni studiosi di valorizzare il contributo calabrese alla lotta antifascista e alla resistenza nonché di offrire agli studiosi un luogo di ricerca e di confronto aperti di livello nazionale.
Il suo contributo di ricerca alla storiografia calabrese è stato originale e significativo. Oltre alle opere monografiche e a quelle collettanee, il suo lavoro è presente all’interno del Bollettino, soprattutto sotto forma di interviste a ex partigiani e oppositori del fascismo, ma anche in moltissimi interventi svolti in diversi convegni pubblici.
A lui si deve il “salvataggio” di diversi fondi archivistici, tra cui quello della Federazione Provinciale del Pci di Cosenza (1943-1980).
Si spense a Cosenza all’età di 69 anni. (Gabriele Petrone) © ICSAIC 2022 – 8

Opere essenziali

Volumi

  • I calabresi nella guerra di liberazione. 1: I partigiani della provincia di Cosenza, Pellegrini, Cosenza 1992.

Articoli sul «Bollettino dell’Icsaic»

  • Ricerca sulla partecipazione dei cittadini della provincia di Cosenza alla guerra di liberazione, «Bollettino dell’Icsaic», I, 1 dicembre 1985, pp. 21-25;
  • I combattenti antifascisti delle tre province calabresi attivi nella guerra di Spagna (1936-­1939), «Bollettino dell’Icsaic», II, 1, f. 2, dicembre 1986/gennaio 1987, pp. 19-34. 

Interviste sul «Bollettino dell’Icsaic»

  • Intervista a Carlo Alò, «Bollettino dell’Icsaic», II, 1, f. 2, dicembre 1986/gennaio 1987, pp. 58-69;
  • Intervista a Cesare Perruso, «Bollettino dell’Icsaic», II, 2, f. 3, dicembre 1987, pp. 40-45;
  • Intervista a Michele Aversa, «Bollettino dell’Icsaic», III, 1, f. 4, giugno 1988, pp. 33-39;
  • Intervista a Francesco Barca, «Bollettino dell’Icsaic», III, 2, f. 5, dicembre 1988, pp. 45-52;
  • Intervista all’Avv. Emilio La Scala ex Commissario politico della Brigata G.L. “Artom”, «Bollettino dell’Icsaic», IV, 1, f. 6, giugno 1988, pp. 56-69;
  • Intervista a Raffele Carravetta, «Bollettino dell’Icsaic», IV, 2, f. 7, dicembre 1989, pp. 64-75;
  • Intervista a Federico Tallarico comandante della brigata partigiana autonoma “Frico”, V, 2, f. 9, dicembre 1990, p. 39-52;
  • Intervista al Sen. Salvatore Marco De Simone già membro del C.L.N.T. e responsabile politico del P.C.I. in provincia di Ravenna durante la Resistenza, «Bollettino dell’Icsaic», VI, 1, f. 10, giugno 1991, pp. 41-61.

Nota bibliografica

  • Saverio Napolitano, Conoscenza storica e coscienza civile. La rivista dell’Icsaic (1987-2018), «Rivista calabrese di storia del ’900», 1, 2019, pp. 7-38, passim.