Staccione, il mediano di Mauthausen in una intervista a Francesco Veltri

Postiamo in occasione del Giorno della Memoria 2026, un’intervista al giornalista Francesco Veltri, autore del libro su Vittorio Staccione, Il mediano di Mauthausen, pubblicata su Il Manifesto qualche giorno fa. A Staccione, il 25 aprile del 2022, l’ICSAIC ed il Comune di Cosenza dedicarono una targa ricordo, affissa nell’ex campo di calcio “Morrone” a Cosenza (rivedi il video).

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Vittorio Staccione, il mediano di Mauthausen | Il Manifesto
Giorgio Vincenzi

Edizione 24/01/2026
INTERVISTA
Francesco Veltri 
Giornalista e scrittore

A 80 anni dalla sua morte, avvenuta il 16 marzo 1945 in un campo di concentramento nazista, torna a rivivere la storia del calciatore Vittorio Staccione per opera del giornalista Francesco Veltri con il libro Il mediano di Mauthausen (Diarkos Editore, 18 euro). Grazie all’aiuto di Federico Molinario, pronipote, il ricordo di una vita di grande valore morale, civile e di impegno in difesa delle libertà soffocata dal regime fascista fino al sacrificio della vita, è di nuovo a nostra disposizione come monito a non permettere nuovi slanci autoritari.
Calciatore a cavallo tra gli anni Venti e Trenta nel ruolo di mediano, con ottimi risultati, Vittorio Staccione, classe 1904, torinese, indossò le maglie di Torino, Fiorentina, Cremonese, Cosenza e Savoia senza però mai separare l’impegno sportivo da quello della lotta per la democrazia e l’uguaglianza tra le persone.
Il suo valore di giocatore e umano è oggi ricordato con una targa allo stadio Zini di Cremona e una in un parco di Cosenza, la Fiorentina lo ha inserito nella sua «Hall of Fame» tra i miglior calciatori di tutti i tempi, ma anche con delle mostre a lui dedicate nel museo Grande Torino. Nel capoluogo piemontese, poi, è stata posta una «pietra d’inciampo» davanti alla casa dove aveva abitato in via San Donato 27.

Veltri, un ritratto dell’uomo Vittorio Staccione…
Era un figlio della Torino operaia di inizio Novecento. Nasce nel 1904 nel quartiere popolare di Madonna di Campagna, in una famiglia numerosa e povera, ma dignitosa. Il padre Achille lavora in fonderia, la madre Clementina cuce abiti per arrotondare. È un mondo fatto di fatica, solidarietà e coscienza di classe. È lì che Vittorio Staccione impara presto cosa significhino lavoro, sacrificio e giustizia sociale, valori che non abbandonerà mai. Era un uomo normale, con pregi e limiti, che ha vissuto in un tempo terribile e ha fatto semplicemente la cosa giusta. La sua grandezza sta proprio lì: nell’aver unito sport, lavoro e coscienza civile senza mai separare l’uomo dal calciatore. La sua è una storia di resistenza ma anche d’amore. Amore incondizionato per le sue idee e per una donna, sua moglie Giulia, andata via troppo presto.

… e quello di calciatore…
Inizia come per tanti ragazzi per strada, sui campi improvvisati. A notarlo è Enrico Bachmann, capitano del Torino, che lo vede giocare da bambino e ne intuisce subito il talento e soprattutto il carattere. Da quel momento Vittorio entra nel settore giovanile granata e comincia un percorso costruito passo dopo passo, tra allenamenti durissimi, studio e lavoro in officina. Arriva in prima squadra al Torino nei primi anni Venti – in quegli anni allenato da Vittorio Pozzo che poi sarà commissario tecnico dell’Italia campione del mondo – e fa parte, da titolare, del gruppo che vince lo scudetto nella stagione 1926-27, poi revocato per il caso Allemandi. Giocherà anche con altre squadre, come la Fiorentina. Non è mai stato un uomo da copertina, ma un mediano vero, uno di quelli che tengono in piedi la squadra. Ovunque va, si fa apprezzare per affidabilità, intelligenza tattica e spirito di sacrificio.

Alla passione per il calcio alterna, spinto anche dal fratello Francesco, quella per la militanza politica. Qual era il suo impegno?
Il fratello sarà il suo punto di riferimento politico. Vittorio si avvicina prima al socialismo e poi, dopo il Congresso di Livorno del 1921, al comunismo, partecipando attivamente alle lotte antifasciste. Il suo impegno è concreto e quotidiano: riunioni clandestine, distribuzione di volantini, propaganda nelle fabbriche. Non è un rivoluzionario armato, ma un uomo coerente che non accetta l’ingiustizia e la violenza del regime.

Così mal visto dai fascisti, tanto che quando gioca a Cremona, tra il 1924-1925, subisce delle umiliazioni pur essendo un ottimo calciatore…
In effetti qui subisce una delle umiliazioni più simboliche: nelle cronache sportive del quotidiano Cremona Nuova del ras Roberto Farinacci, il suo nome viene sostituito con una semplice «X», come se non esistesse. Ma non è solo questo. Viene controllato, fermato, intimidito, picchiato prima delle partite. Le sue idee politiche contano più del suo valore sportivo. Il messaggio del regime è chiaro: puoi anche essere bravo, ma se non sei allineato devi sparire. E infatti la sua carriera subisce un rapido e ingiusto declino.

A 31 anni abbandona il calcio per andare a lavorare in fabbrica. Scelta o necessità?
È soprattutto una necessità. Il clima politico rende impossibile una carriera serena: in pochi anni è passato dalla A alla terza serie non per demeriti sportivi. Lavorare in fabbrica significa per Vittorio Staccione tornare alle sue origini e, allo stesso tempo, continuare l’impegno antifascista tra gli operai. Anche lì non smette di fare politica: organizza, parla, resiste. È una rinuncia dolorosa, ma coerente con l’uomo che è sempre stato.

La scelta di fare politica gli costerà cara sino ad essere deportato…
Sì. Dopo anni di controlli e numerosi arresti, dopo gli scioperi nelle fabbriche torinesi, viene catturato a seguito di una spiata e deportato il 20 marzo 1944 nel campo di concentramento di Mauthausen. La sua colpa è una sola: non aver mai rinnegato le proprie idee. Come tanti altri antifascisti italiani. Qui ritrova il fratello Francesco e altri calciatori italiani deportati come Carlo Castellani e Ferdinando Valletti. Le SS li costringono a giocare a calcio per divertimento e propaganda. È una delle immagini più crudeli della sua storia: lo sport, che per lui era libertà e condivisione, trasformato in strumento di umiliazione dentro un luogo di morte.

Che arriverà presto, a soli 41 anni…
Vittorio muore nel campo di Gusen, sottocampo di Mauthausen, il 16 marzo 1945, poche settimane prima della liberazione. Muore stremato dalla fame, dalle malattie, dalle violenze. Il suo corpo non regge oltre, ma la sua dignità sì: quella non gliela toglieranno mai.

È una di quelle storie da tenere viva…
Certo ed è questo il mio impegno e lo faccio portando la sua storia nei luoghi dello sport e nelle scuole. Vittorio Staccione ha dimostrato che il calcio non è solo gioco, ma anche responsabilità. Farlo conoscere significa ricordare che si può essere grandi atleti e uomini liberi allo stesso tempo.

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