Miraglia, Tolentino

Tolentino Miraglia [San Nicola Arcella (Cosenza), 5 marzo 1890 – Bauru (Brasile), 22 dicembre 1958]

Singolare  figura  di  scrittore,  poeta,  giornalista,  insegnante e  medico,  nacque  in una famiglia povera  e  numerosa e fu chiamato Tolentino  in onore del santo medioevale Nicola da Tolentino.  frate dell’Ordine di Sant’Agostino. Aveva 9 anni, quando  il padre,  Giuseppe Nicola, che in precedenza aveva fatto esperienze migratorie in Francia e Argentina, lo «tolse dalla gonna della madre e dalla terza elementare » e lo portò in Brasile, prima a Jaàº, nello Stato di San Paolo, e poi Bocaina, in una tenuta agricola dove il piccolo Tolentino potè frequentare per due anni la scuola aperta dal maestro Arturo Peroni. Pur collaborando con la famiglia nelle attività  commerciali che prevedevano continui spostamenti tra Italia e Brasile,  fece  studiirregolari  imparò  a  leggere  e  a  scrivere  un  po’  in  italiano  e  un  po’ in  lingua  portoghese.  Si  adattò  a  vivere nella nuova realtà  ma il suo cuore era legato sempre al ricordo del suo  paese  natale e della sua gente.  
A 17 anni tornò in Italia, a San Nicola Arcella, dove rimase quasi anni e per un anno frequentò una classe elementare che era retta dal maestro Tosi.
Appagò forse un po’ la nostalgia e imparò un po’ d’italiano, ma il suo destino era il Brasile, dove rientrò nel 1908, iniziando a collaborare con il fratello  Biagio, titolare della Destilleria Miraglia, e seguendo un corso di portoghese con il prof. Martins che gli insegnò anche un po’ di francese. È questo il periodo in cui – già  diventato presidente di una Società  operaia – iniziò a scrivere i primi versi e in cui tradusse in italiano un sonetto di Alberto de Oliveira.
In una delle sue visite a San Nicola Arcella, all’età  di vent’anni sposò una cugina diciassettenne, Maria Miraglia Schiffini che si trasferì subito in Brasile. La coppia non ebbe figli.
Tolentino lavorava col fratello ma non rinunciò alla sua passione, la lettura di tutto ciò su cui riusciva a mettere le mani. Lesse molti libri di scrittori sudamericani e non solo. Autori come José  Maria Eà§a de  Queiòz,  romanziere  portoghese; ilnarratore  brasiliano  Assis  Joaquim  Machado, il  romanziere  francese  Pierre Alexis Pouson  du  Terrial,  il letterato inglese Jonathan Swift, i poeti e  romanzieri  francesi  Victor  Hugo,  Voltaire  e  tanti  altri;  e  non  trascurò  gli scrittori  italiani, in particolareAlessandro  Manzoni ed Edmondo De  Amicis.  
Pur lavorando, continuò anche a studiare.  Frequentò il corso di Ragioneria con il professor Felipe Lebeis de Aguiar.  Seguì un corso di lingua portoghese, apprese il francese e l’inglese. In qualità  di presidente di una  Società   operaia  incominciò afare  le  sue prime conferenze, continuando a scrivere versi.
Nominato presidente della Società  Nazionale “Dante Alighieri”;  tra  Jaຠe Belo Horizonte  fondò  un  giornale  “Palestra Italia” e una rivista accademica “Radium”, che guidò per tre anni, e  diresse anche il periodico “Araldo italiano”. Fu  anche corrispondente e collaboratore dei giornali italiani “Il Piccolo” e “Fanfulla”. Senza rinunciare mai a scrivere poesie.
Aveva 26 anni, comunque, quando decise di realizzare il suo grande sogno, quello di diventare medico. Iniziò allora gli studi regolari. Si trasferì nella cittadina di Minas assieme alla moglie e al fratello piccolo, Silvio, che di fatto allevò dopo la morte del padre, e qui sostenne esami che gli permisero di iscriversi al Ginà¡sio Mineiro,  uno  dei  più quotati  istituti, dove concluse gli studi secondari. Si iscrisse quindi all’Università , laureandosi in Medicina  e Chirurgia  all’età  di 35 anni nella Facoltà  medica dell’Università  Federale di Rio de Janeiro (inizialmente aveva frequentato quella di Belo Horizonte).  Dopo la laurea dovette scegliere se fare il medico o il poeta; optò per la prima professione, anche perché gli dava da vivere, e iniziò con molta disponibilità  e dedizione la professione.  Tornò, allora, a Jaàº, dove rimase per oltre 20 anni. Da Jaຠsi trasferì  a Bauru dove esercitò per tutta la vita,  arrivando a ricoprire, in quella città , all’inizio degli anni Cinquanta, la carica di vice console d’Italia.
Per diversi decenni raccolse le proprie traduzioni di poesie di autori brasiliani, che pubblicò nel 1955 in un volume edito a San Paolo da Livraria Nobel, dal titolo “Piccola Antologia Poetica Brasiliana”, accolto nella Biblioteca di Studi Italiani diretta da Giulio Davide Leoni, membro onorario dell’Academia Paulista de Letras.
Fino alla metà  del Novecento produsse quattro volumi di poesie in portoghese e due raccolte di sue    poesie in italiano; pubblicò, inoltre, un volume di racconti per bambini, brani di oratoria e cronache su diversi periodici.
Insegnò Biologia e Scienza all’Academia Horà¡cio Berlinck e, successivamente, all’Escola Normal Livre Sà£o José ed ebbe tra i suoi allievi personaggi che diventarono deputati, Ministri di Stato, Procuratori Generali della Repubblica.  
«Italiano gialloverde », come lo definì il poeta Nòbrega de Siqueira, che di Tolentino aveva grande affetto e stima, ormai sessantenne, il medico-poeta decise di ordinare la sua più intima produzione poetica per raccontarci di parenti, compagni di viaggio, colleghi e amici, nonché della sua Calabria natia. Quest’ultimo libro (pubblicato a Bauru nel 1956) si chiamava significativamente  Spinnu, parola del dialetto calabrese con un significato (desiderio, nostalgia, rimpianto),  molto vicino al portoghese “saudade”. Altre sue pubblicazioni sono state:  Flores de alma  (Fiori dell’anima);  Esmeraldinos  (poesie in lingua portoghese);  Oraà§oes  (opuscolo);  O  livro  (conferenze);  Contos para crianà§as  (racconti per bambini).;
Morì a Bauru all’età  di 68 anni, nel compianto generale. Una scuola di Jaຠporta il suo nome. Bauru lo ricorda con un viale a lui titolato. Il fratello Silvio, nel 1970, lo ha “celebrato” all’Accademia municipale di Lettere di Minas Gerais, pubblicandone poi il testo. (Aldo Lamberti) @ ICSAIC 2022 – 10  

Opere principali

  • Voci  del  cuore,  Elvino Pocai, s.l. 1941;
  • Uma vela ao luar (Una vela al chiar di luna), Edizione d’A, 1948;
  • Piccola antologia poetica brasiliana, Livraria Nobel, San Paolo 1955
  • Spinnu, Livrarias Brasil, Bauru 1956;

Nota bibliografica

  • Sylvio Miraglia, Elogio do Dr. Tolentino Miraglia, Academia Municipalista de Letras de Minas Gerais, Belo Horizonte 1970;
  • Nicolino Longo, Tolentino Miraglia, in «Calabria letteraria », n. 4-6, 1999, pp. 95-99;
  • Joà£o Bosco Assis De Luca, Tolentino Miraglia (1890-1958), médico e poeta, in «Revista da Associaà§à£o Paulista de Medicina », Suplemento Cultural, n. 195, p. 4-5, settembre/ottobre 2008.
  • Carmela Galasso, Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, pp. 304-305;
  • Giovanni, Celico, Tolentino Miraglia medico e verseggiatore di S. Nicola Arcella, in «L’Eco di Basilicata Calabria Campania », a. IX, n. 14, 15 luglio 2010, p. 17;
  • Evandro L.T.P. Cunha, Lorenza Lourenà§o, Letteratura di Immigrati: Composizioni Poetiche Pubblicate nella Stampa Italiana Belo-horizontina nel Primo Novecento, in «Revista de Italianà­stica », XLI | 2020, pp. 14-34
  • Antonio Miranda, Tolentino Miraglia (Minas Gerais – Brasil) (1890-1958),http://www.antoniomiranda.com.br/poesia_brasis/minas_gerais/TOLENTINO%20MIRAGLIA.html

Jacomoni di San Savino, Francesco

Francesco Jacomoni (Reggio Calabria, 31 agosto 1893 – Roma, 17 febbraio 1973)

Nacque da Enrico e da Ernesta Donadio. Suo padre era un nobile, funzionario del Banco di Roma che, per conto dell’istituto di credito, ebbe un ruolo nella penetrazione del commercio italiano in Medio Oriente e che, per questa sua attività  era in stretto contatto con il ministro degli Esteri del tempo Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano.
Ancora studente, fin dal 1914 partecipò alla prima Guerra mondiale. Nel 1915 ottenne il grado di tenente. E mentre era ancora combattente, il 6 luglio 1916 si laureò in Giurisprudenza presso l’Università  di Roma
Alla fine della guerra lo Jacomoni (il predicato “di San Savino” fu autorizzato soltanto il 9 dicembre 1937 con Regio Decreto di concessione) entrò al Ministero degli esteri come “precario”, ma ancora giovanissimo nel 1919 era presente alla Conferenza di pace di Parigi. Come funzionario fu in seguito destinato a diverse ambasciate. Dopo brevi soggiorni a Vienna e a Budapest, nell’ottobre 1919 fu destinato a Bucarest come segretario della Legazione. Nella capitale ungherese approfondì la propria conoscenza degli affari balcanici e loro gestione. Ma anche questa fu un’esperienza alquanto breve, Perché nel 1920, era già  a Roma e a gennaio 1921 fece parte della delegazione italiana nella Commissione internazionale dell’Elba e nel giugno di quella di Portorose; a ottobre 1921 divenne segretario della sessione di Roma della conferenza dell’Istituto di diritto internazionale privato, a dicembre segretario della Commissione internazionale del Reno, a febbraio 1922 segretario della delegazione italiana alla conferenza di Roma tra gli Stati successori dell’Austria-Ungheria. Nell’aprile 1922, infine, divenne segretario della delegazione italiana alla conferenza di Genova e due mesi dopo di quella all’Aja.
Vinto il concorso nel 1923 ed entrato nei ruoli diplomatici, su sua richiesta fu riassegnato a Bucarest, ma a luglio dell’anno dopo, su nomina di Mussolini, si trasferì a Londra come segretario della delegazione italiana alla conferenza finanziaria.
Rientrato nel luglio 1924 a Roma, dal 1926 fu destinato in Albania. Qui fu stretto collaboratore del ministro plenipotenziario italiano a Durazzo Pompeo Aloisi, in assenza del quale più volte diresse la Legazione. In particolare fu lui a redigere il Trattato di amicizia e sicurezza italo-albanese che fu sottoscritto il 27 novembre 1926.
Dal 1927, rientrò a Roma e fu nominato capo dell’Ufficio storico-diplomatico e presto, con le funzioni di vicecapo di Gabinetto, fu preso sotto l’ala protettrice di Dino Grandi, sottosegretario della presidenza del consiglio per la gestione degli affari internazionali. Con Grandi, lavorò per il riequilibrio della posizione italiana nella Società  delle Nazioni. A Ginevra fu segretario della legazione italiana invitata a discutere del disarmo. Nel 1929 fu nominato membro della Commissione per il riordinamento e la pubblicazione dei documenti diplomatici italiani.
Il 1 ottobre 1932 sposò Maja Cavallero, figlia del conte Ugo, generale e poi Maresciallo d’Italia, dalla quale ebbe due figlie, Maria Consolata (1933) e Raimonda (1936).
L’Albania era tuttavia il suo destino. Galeazzo Ciano, ministro degli esteri, dal 9 settembre 1936 lo destinò a Tirana come ministro plenipotenziario di seconda classe. Ci andò a malincuore, ma rimase lì sino al 1943. Quando venne a sapere dei piani per l’annessione dell’Albania al Regno d’Italia, si limitò a criticare l’operazione solo nel proprio diario. Nel 1938 fece avere a Mussolini, che l’aveva sollecitato, un piano che prevedeva di mantenere re Zog I nella sua posizione, ma assoggettandolo all’influenza italiana. Quest’idea naufragò, quando re Zog respinse il nuovo trattato proposto da Roma. Fu lo stesso Mussolini a comunicarlo al diplomatico, al quale inviò anche una lettera-ultimatum per re Zog, il quale poco dopo fu defenestrato. Unita l’Albania all’Italia, sotto forma di “unione personale” dei due Regni con a capo re Vittorio Emanuele III,il 17 aprile 1939 Jacomoni fu nominato ambasciatore e cinque giorni dopo Luogotenente Generale del Regno d’Albania. Con tale ruolo, dal 1939 al 1943 de facto fu viceré d’Albania. Come Luogotenente, in ogni caso, si impegnò attivamente per sostenere la politica di governo italiano in Albania, promuovendo diverse opere pubbliche, oltre a istituzioni educative e assistenziali che avviarono un processo di modernizzazione del paese e della capitale, che cambiò aspetto, tanto che si parlò del «volto littorio della Tirana di Jacomoni ».
Incaricato anche di una missione diplomatica ad Atene col compito di sondare l’opinione pubblica locale circa una possibile invasione italiana, dal 1940, pur dicendosi contrario all’operazione limitata all’Epiro, dovette mobilitare l’opinione pubblica albanese per la partecipazione dei locali alla Campagna militare italiana di Grecia.
Quando la campagna ebbe inizio in diversi reparti albanesi iniziarono le defezioni, e il maresciallo Pietro Badoglio ritenne Jacomoni direttamente responsabile del mancato avvio favorevole dell’impresa avendo fornito informazioni imprecise sull’opinione pubblica in Albania e nell’Epiro e ne chiese la testa a Mussolini. Ma Jacomoni restò al suo posto e la sua posizione venne rafforzata quando Badoglio fu sostituito da Ugo Cavallero, suo suocero. La visita di Vittorio Emanuele III a Tirana nell’aprile del 1941, al termine delle operazioni belliche, significò una nuova fase dei rapporti italo-albanesi, fase segnata dall’annessione del Kossovo al Regno d’Albania e da importanti riforme locali. Jacomoni scelse l’esponente nazionalista Mustafa Merlika Kruja, come primo ministro. Agli inizi del 1942, però, per la peggiorata situazione soprattutto economica, nel tentativo di arginare il malcontento popolare fece sostituire Kruja con Eqrem Libohova, filo-italiano, proveniente dall’ex aristocrazia musulmana, il quale riportò i bey al governo. Tutto ciò perché convinto che per crescere il Paese avesse bisogno di una un’amministrazione propria. Era inviso per ciò a Galeazzo Ciano, secondo cui Jacomoni doveva essere sostituito per favorire l’insediamento di un governo militare. Cosa che spinse il Luogotenente a incontrare Mussolini – era febbraio 1943 – per un chiarimento e a offrire le proprie dimissioni, che vennero accettate in marzo, quando, il 18, fu sostituito dal generale Alberto Pariani.
Rientrato a Roma fu messo a riposo perché si rifiutò di andare a Salò. Lo tenne a riposo anche il governo Bonomi ma per motivi di servizio.
Assieme ad altri funzionari del regime, fu processato dall’Alta Corte di giustizia per la repressione dei crimini fascisti e il 12 marzo 1945 fu condannato a 5 anni di carcere. Liberato in seguito all’amnistia del giugno 1946, fu assolto con sentenza della Cassazione del 6 marzo 1948. Come diplomatico fu riammesso in servizio il 10 agosto 1953 in seguito a una decisione del Consiglio di Stato, ma l’anno dopo – il 3 novembre – fu collocato definitivamente a riposo.
Nel frattempo si era dedicato alla scrittura: le sue memorie dal titolo La politica dell’Italia in Albania, furono pubblicate nel 1965. Negli anni Cinquanta e Sessanta svolse anche un’attività  pubblicistica alquanto intensa.
Morì a Roma all’età  di 80 anni. (Leonilde Reda) © ICSAIC 2022 – 10

Opere

La politica dell’Italia in Albania, Cappelli, Bologna 1965.

Nota bibliografica

  • Emanuele Grazzi, Il principio della fine (L’impresa di Grecia), Faro, Roma 1945, passim;
  • Mario Donosti [Mario Luciolli], Mussolini e l’Europa: la politica estera fascista, Ed. Leonardo, Roma 1945, passim;
  • Luigi Mondini, Prologo del conflitto italo-greco, Ed. F.lli Treves, Roma 1945, passim;
  • Sebastiano Visconti Prasca, Io ho aggredito la Grecia, Rizzoli, Milano 1946, passim;
  • Ugo Cavallero, Comando supremo. Diario 1940-43 del capo di S. M. G., a cura di C. Cavallero – G. Bucciante, Cappelli, Bologna 1948, ad indicem;
  • Giuseppe Bottai, Vent’anni e un giorno: 24 luglio 1943, Garzanti, Milano 1949 (2 ª ed. 1977), ad ind.;
  • Emilio Faldella, L’Italia nella prima guerra mondiale, Cappelli, Bologna 1959, ad indicem;
  • Mario Luciolli, Palazzo Chigi, anni roventi. Ricordi di vita diplomatica italiana dal 1933 al 1948, Milano 1976, passim;
  • Mario Montanari (a cura di), La campagna di Grecia, I-IV, Ufficio storico SME, Roma 1980-85, ad indicem;
  • Galeazzo Ciano, Diario (1937-1943), a cura di R. De Felice, Milano 1980, ad indicem;
  • Philip V. Cannistraro (editor in chief), Historical Dictionary of fascist Italy, Greenwood Press, Westport (Connecticut) 1982, sub voce.
  • Alessandro Roselli, Italia e Albania. Relazioni finanziarie nel ventennio fascista, Bologna 1986, ad indicem;
  • Renzo De Felice, Mussolini, l’alleato, I, t. 1, Einaudi, Torino 1990, ad indicem;
  • Fabio Grassi Orsini, La diplomazia, in Il regime fascista, a cura di A. Del Boca – M. Legnani – M.G. Rossi, Bari 1995, ad indicem;
  • Vincenzo Pellegrini (a cura di), Archivio storico diplomatico, MAE, Roma 1999, sub voce.
  • Piero Pieri, Giorgio Rochat, Badoglio, maresciallo d’Italia, Mondadori, Milano 2002, ad indicem;
  • Federico Eichberg, Il fascio littorio e l’aquila di Skanderbeg. Italia e Albania, 1939-1945, Editrice Apes, Roma 1997;
  • Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Bollati Boringhieri, Torino 2003, ad indicem;
  • Fabio Grassi Orsini, Jacomoni, Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 62, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2004.

Fiorentino, Francesco

Francesco Fiorentino [Sambiase (Catanzaro), 1 ° maggio 1834 – Napoli, 22 dicembre 1884]

Nacque a Sambiase (ora Lamezia Terme) da Gennaro e Saveria Sinopoli.  Ricevette la prima educazione e istruzione  dal  colto  latinista e teologo  Giorgio Sinopoli, zio della  madre,  e  dal  sacerdote  e  parroco  di  Maida, Bruno  Sinopoli, zio materno. Studiò anche a Monteleone (ora Vibo Valentia) alla scuola di Raffaele Buccarelli.
Era zio di Michele Pane, figlio di una sua sorella, considerato tra i più importanti poeti vernacolari che visse però negli Stati Uniti.
A  14  anni Fiorentino  entrò  nel  seminario  di  Nicastro. Fu stimato dai docenti per il suo ingegno eclettico.Grande  stupore  destarono  le  sue  traduzioni e i commenti ai classici latini per disinvoltura di esposizione e padronanza linguistica.
A  20  anni,  lasciato  il  seminario,  si  trasferì a Catanzaro per studiare discipline giuridiche e dopo  tre anni conseguì  la  licenza  col  massimo  dei voti e la lode. Si iscrisse all’albo dei procuratori, ed esercitò, anche se per poco tempo, la professione forense; nelle sue arringhe difensive emergeva sempre la parola elegante e il ragionamento conciso, anche se mancava  l’astuta  abilità   del  difensore.  A  Catanzaro,  dove  rimase  per  ottoanni, strinse cordiale amicizia con uomini illustri del tempo, quali Bruno  Chimirri, Francesco Acri  e Bernardino Grimaldi.
Nel  periodo  catanzarese  insegnò  privatamente  lettere  e  filosofia. Approfondì  lo  studio  delle dottrine di Pasquale Galluppi, Victor Cousin e  Vincenzo  Gioberti. Insegnò poi all  liceo di Catanzaro (tenuto dagli Scolopi).
Nel  dicembre  del  1860  rifiutò  la  candidatura  parlamentare  nel  collegio  di  Nicastro, portando come  scusa  la  sua giovane  età ;  aveva,  infatti,  solo  26  anni.
Antiborbonico convinto, manifestò, simpatia e fedeltà  alla casa Savoia. Quando Garibaldi sbarcò in Calabria (1860) per andare alla conquista  di  Napoli,  il  Fiorentino  fu  fra  quelli che applaudirono con entusiasmo l’eroe dei due mondi. In seguito si unì alle truppe comandate dal  generale  Francesco  Stocco  e  combatté  concoraggio  e determinazione all’Angitola, a Soveria Mannelli e a Maida.
Dopo  il  Sessanta  Fiorentino  fu  nominato  professore di filosofia al liceo classico di Spoleto. Poi passò  aMaddaloni  (prov. di  Napoli)  dove  incontrò  due altri calabresi insigni: il  letterato Pietro Ardito di Nicastro e il filosofo Antonio Paola di  Conflenti.  A  Napoli  scrisse  un  libro:  Il  Panteismo di Giordano Bruno, che, pubblicato, gli permise la nomina di professore straordinario di storia della filosofia all’Università  di Bologna, il cui rettore era il filosofo Bertrando Spaventa.
Le sue lezioni erano ascoltate sempre con vivo interesse e attenzione da studenti non solo di  lettere,  ma anche  di  diritto  e  medicina.
Nel  1868  infuriava  il  contrasto  tra  positivisti  e  idealisti; il  Fiorentino, acceso  monarchico, entrò in polemica aspra con il  Carducci,  tenace repubblicano.
Nel 1870 per l’insistenza di molti amici presentava la candidatura a deputato nel collegio di Spoleto, dove venne eletto. Svolse con senso di responsabilità  l’incarico  politico.
Nell’ottobre del  1871  sposò  la  bolognese  Restituta  Trebbi  dalla quale ebbe quattro figli: Pasquale, Giulia, Ada e Luisa. Nel novembre dello stesso anno si trasferì  all’Università  di Napoli, dove insegnò Filosofia della storia. Oltre che all’insegnamento, si dedicò al giornalismo. Infatti, fu direttore del giornale “Unità  Nazionale”.
Assieme  al  filosofo  Bertrando  Spaventa  e  al  letterato  Vittorio Imbriani, creò “Il giornale napoletano  di  filosofiae  lettere”.  Nel  1874  venne eletto  per  la  seconda  volta  deputato nel  collegio di San Severino Marche. Sempre nello stesso anno si trasferì a Pisa, dove tenne la cattedra di Filosofia teoretica e pedagogica; vi rimase  fino  al 1880, poi fece ritorno a Napoli, con l’incarico di insegnare ancora Filosofia della storia.
Nel 1882 curò la pubblicazione del “Giornale napoletano della Domenica”, che ebbe breve  vita.  Sempre nello  stesso  anno  e  sempre  per  sollecitazione  di  amici  ed  estimatori, si ripresentò  nel  collegio  di  Monteleone, ma  neppure questa volta in Calabria venne eletto. Di questa sconfitta politica rimase profondamente amareggiato.  Allora  si  dedicò  con  maggiore  impegno  al suo lavoro di letterato e filosofo.
Ebbe molti riconoscimenti: fu socio dell’Accademia di scienze morali e politiche a Napoli; socio dell’Accademia reale di Monaco di Baviera.  L’Accademia Pontaniana lo nominò socio presidente, mentre quella dei Lincei di Roma socio corrispondente.
Inizialmente  il  suo  pensiero  risentì  della  filosofia  di  Galluppi  e  dello  spiritualismo  del  francese Cousin,  peròben  presto  si  allontanò da  essi  per  avvicinarsi  all’ontologismo  giobertiano, ma sotto la spinta di Spaventa s’indirizzò verso l’idealismo hegeliano per approdare poi al positivismo. È considerato il fondatore in Italia della storiografia filosofica positiva.
Scrisse moltissimo. Stava lavorando a un’opera dal titolo  Risorgimento filosofico nel Quattrocento  che fu pubblicata postuma,  quando,  colto da malore, morì a Napoli nel 1884 all’età  di 50 anni. Lamezia lo ricorda con una piazza a suo nome nell’ex abitato di Nicastro.  Nella  Villa  Trieste  di  Catanzaro  si  può  ammirare il suo busto opera di Francesco Jerace. (Carmela Galasso,  con adattamenti e integrazioni) © ICSAIC 2022 – 10  

Opere principali

  • Volgarizzazione dell’Itinerario della mente a Dio di S. Bonaventura, dei Libri del Maestro, Dell’immortalità  dell’anima e Del libero arbitrio di S. Aurelio Agostino, del Proslogio di S. Anselmo, s.n., Messina 1858;
  • Il panteismo di Giordano Bruno, tip. M. Lombardi, Napoli 1861;
  • Saggio storico sulla filosofia greca, F. Le Monnier, Firenze 1864;
  • Pietro Pomponazzi, studi storici sulla scuola bolognese e padovana del secolo XVI, F. Le Monnier, Firenze 1868;
  • Bernardino Telesio, ossia studi storici sull’Idea della Natura nel Risorgimento italiano, 2 voll., F. Le Monnier, Firenze 1872-1873;
  • La filosofia contemporanea in Italia: risposta di Francesco Fiorentino al professore Francesco Acri, D. Morano-R. Marghieri, Napoli 1876;
  • Scritti vari di letteratura, poesia e critica, D. Morano, Napoli 1876;
  • Elementi di filosofia, D. Morano, Napoli 1877;
  • Della vita e opere di Vincenzo de Grazia, Stabilimento Tipografico Perrotti, Napoli 1877;
  • Manuale di storia della filosofia ad uso dei licei (3 volumi), D. Morano, Napoli 1879-1881;
  • Elementi di filosofia, Napoli 1880;
  • Il Risorgimento filosofico nel Quattrocento, (postumo), Tip. della Regia Università , Napoli 1885;
  • Studi e ritratti della Rinascenza (postumo, a cura della figlia Luisa), Laterza, Bari 1911.

Nota bibliografica

  • Onoranze a Francesco Fiorentino, in «Giornale napoletano di filosofia e lettere », novissima serie, I, pp. 1-112, 1885;
  • Vincenzo Julia, Francesco Fiorentino filosofo, Tip. dell’Avanguardia, Cosenza 1885;
  • Nicola Misasi, Commemorazione di Francesco Fiorentino letta nella chiesa del Liceo Filangieri, Tip. F. Raho, Monteleone 1885;
  • Alfonso Asturaro, La mente di Francesco Fiorentino, Tip. dell’Orfanotrofio maschile, Catanzaro 1889;
  • In memoria di Francesco Fiorentino (numero unico), Catanzaro 1889;
  • Giuseppe Michele Ferrari, Commemorazione di Francesco Fiorentino filosofo, Ermanno Loescher & C, Roma 1891;
  • Commemorazione di Francesco Fiorentino, s.n., Nicastro 1909;
  • Antonio Renda, Il pensiero di Francesco Fiorentino, Tip. Bruzia, Catanzaro 1924;
  • Fiorentino, Francesco, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1932, https://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-fiorentino_(Enciclopedia-Italiana)/.
  • Francesco Zerella,  Francesco  Fiorentino  e la sua unità  spirituale, Tip. D. Minervini, Benevento 1934;
  • Michele Barillari, Il pensiero di Francesco Fiorentino, A. Morano, Napoli 1935;
  • Domenico Bosurgi, Il pensiero filosofico di Francesco Fiorentino nella storia della sua formazione, in Logos, XVII, 1934, pp. 33-44, 130-140, pp. 306-316; XVIII, 1935, pp. 117-132;
  • E. Di Carlo, Relazione tra Victor Cousin e Francesco Fiorentino, in «Archivio storico per la Calabria e la Lucania », V, 1935, pp. 79-83;
  • Onoranze a Francesco  Fiorentino  in Napoli nel cinquantenario della sua morte, I,  Cronaca delle onoranze; II,  Discorsi ed articoli, a cura del Comitato universitario napoletano, Napoli 1935;
  • Francesco Montalto, Per il cinquantenario della morte di “Francesco Fiorentino”, Discorso commemorativo letto all’Accademia Cosentina domenica 9 ottobre 1934, Tipografia Torella & Figlio, Napoli 1935;
  • V. G. Galati, Interpretazione dell’opera di Francesco Fiorentino, in «Archivio storico della filosofia italiana », 1936:
  • Rodolfo Mondolfo, Per l’interpretazione di Francesco Fiorentino, in «Archivio di storia della filosofia italiana », VI, 1937, pp. 32s;
  • Lettere di Francesco Fiorentino a Silvio Spaventa sullo Stato moderno, in Angelo Camillo De Meis – Francesco Fiorentino, I problemi dello Stato moderno, a cura di Felice Battaglia, Zanichelli, Bologna 1947;
  • Rodolfo Mondolfo, Francesco Fiorentino nel quarantennio della morte, in Da Ardigò a Gramsci, Edizioni Nuova Accademia, Milano 1962, pp. 45-97;
  • Maria Donzelli, Interpretazioni e assimilazioni del pensiero vichiano in Francesco Fiorentino, in «Rivista di studi crociani », 1967, pp. 331-337;
  • Guido Oldrini, La cultura filosofica napoletana dell’Ottocento, Laterza, Bari 1973;
  • Nicola Siciliani De Cumis, Il Vico di Francesco Fiorentino, Guida, Napoli 1979;
  • Maria Luisa Cicalese, Dai carteggi di Pasquale Villari, Istituto Storico Italiano, Roma 1984, ad indicem;
  • Antonio Bagnato, Francesco Fiorentino e la nuova storiografia filosofica italiana, in «Incontri meridionali », n. 3, 1992, pp. 319-332;
  • Luca Lo Bianco, Fiorentino, Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 48, 1997
  • Pietro Di Giovanni, A cento anni dalla nascita dell’idealismo italiano, in «Bollettino della Società  Filosofica Italiana », n. 171, pp. 7-16, 2000;
  • Corrado Iannino [et al.], Francesco Fiorentino 1834-1884, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012;
  • Simonetta Bassi, «Francesco Fiorentino e Felice Tocco », in Il contributo italiano alla storia del Pensiero – Filosofia, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2012; https://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-fiorentino-e-felice-tocco_(Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Filosofia)/.

Del Pozzo, Nicolantonio

Nicolantonio Del Pozzo [Mammola (Reggio Calabria), 18 dicembre 1882 – 29 dicembre 1925]

Nasce da Roberto e Angela Pellicanò. Appartenente a famiglia benestante, da giovane professa idee socialiste, fino a quando, durante un soggiorno a Napoli, dichiara di aderire ai principi libertari.
Nei primissimi anni del Novecento si fa notare in alcuni paesi del reggino perché svolge attiva propaganda delle proprie idee; in tale periodo, inoltre, manda spesso corrispondenze al giornale anarchico «L’Avvenire Sociale » di Messina, che ha contribuito a fondare assieme a Ottorino Bruzio, Antonio De Cola, Tommaso De Francesco, Salvatore Frodà , Gennaro Tucci, Costantino Varvesi, Salvatore Visalli e Antonino Zoppina. Il 27 maggio 1906, per conto dell'”Avanti!”, si reca a Benestare, teatro di una recente rivolta contro la nomina del medico condotto e – più in generale – contro le scelte dell’amministrazione comunale. In quell’occasione, per condurre un’inchiesta per il giornale “Il Secolo” di Milano erano arrivati in paese grossi personaggi del socialismo calabrese, come Pasquale Namia, Francesco Parigli e l’avvocato Gaetano Ruffo.
Dopo avere soddisfatto gli obblighi di leva, nel 1907 si stabilisce a Roma, dove nel maggio di quell’anno diviene amministratore de «La Gioventù libertaria », organo del Fascio della gioventù socialista-anarchica della capitale, quindicinale del quale sarà  tra i principali redattori assieme a Ettore Sottovia, Eolo Varagnoli e Sante Ferrini. Il giornale, nato nel settembre 1906, porta avanti la battaglia a favore dell’organizzazione operaia e del sindacalismo, a patto che quest’ultimo «non si occupi di politica parlamentare né pro né contro », ma si muova invece sul terreno dell’azione diretta e polemizza con la locale Camera del lavoro accusata di riformismo. Iscrittosi alla facoltà  di giurisprudenza, si mette a capo di un attivo gruppo di studenti, facendosi sempre notare in occasione di manifestazioni ritenute sovversive dalle autorità  di pubblica sicurezza. Il 24 maggio 1907, durante un comizio anticlericale tenuto in forma privata all’università , prende la parola e termina il suo discorso affermando: «Bisogna correre alle barricate e rovesciare tutto ciò che si oppone alla rivendicazione dell’umana civiltà . Non voli platonici, non proteste scientifiche contro chi di natura è refrattario ad ogni progresso civile, ma rivolta violenta e guerra senza quartiere per fare trionfare la rivoluzione sociale ». Nel mese successivo partecipa al congresso anarchico nazionale svoltosi nella capitale  dal 16 al 20 giugno successivi  e si esprime più volte a proposito dell’azione individuale e collettiva «del partito dell’antimilitarismo » e sulla necessità  di intensificare la propaganda in tutte le regioni d’Italia. Nel corso del congresso – assieme a  Luigi Fabbri, Ignazio Scaturro, Cesare Zanotti Ettore Sottovia, Tommaso De Francesco, Fortunato Serantoni, Rinaldi di Urbino, Adelmo Smorti (poi sostituito da Cesare Stazi) – gli viene affidato il compito di formare una commissione incaricata di preparare l’uscita del giornale «L’Alleanza Libertaria »,  che inizierà  le pubblicazioni a Messina, come  settimanale,nell’anno successivo.
Nel gennaio 1908, in occasione della commemorazione della “Domenica rossa” all’università  di Roma, viene arrestato perché tenta di fomentare disordini, venendo espulso dall’ateneo. Nel marzo successivo partecipa al congresso anarchico tenutosi a Foligno in rappresentanza della Federazione anarchica laziale, mentre in aprile viene nuovamente arrestato in seguito al conflitto avvenuto in Piazza del Gesù per un incidente sul lavoro, nel quale vengono uccisi e feriti diversi anarchici.  
In seguito diviene per breve tempo redattore del giornale sindacalista «Il Rinnovamento » e poi del giornale anarchico «L’Alleanza » di Roma. In occasione del comizio organizzato dalla Lega generale del lavoro il 2 aprile 1909 alla Casa del popolo, commemora, per conto della Federazione socialista-anarchica del Lazio, i compagni uccisi l’anno precedente, inveendo contro i capi del governo che definisce «massacratori del popolo ».
Nel 1911 lascia Roma per tornare nel suo paese, dove si limita a esercitare la professione di avvocato abbandonando le idee sovversive e dove, nel 1914, viene eletto prima consigliere comunale e quindi, sempre nello stesso anno, anche consigliere provinciale.
Muore a Mammola ancora giovane, a soli 43 anni. (Katia Massara) © ICSAIC 2022 – 10

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, b. 1702, f. 108869, cc. 8, 1902, 1914 e 1927.

Nota bibliografica

  • Katia Massara, L’emigrazione «sovversiva ». Storie di anarchici calabresi all’estero, Le nuvole, Cosenza 2003, p. 78;
  • Dizionario biografico degli anarchici italiani, diretto da M. Antonioli, G. Berti, S. Fedele, P. Iuso, 2 voll., Bfs Edizioni, Pisa 2003-2004, ad indicem;
  • Katia Massara e Oscar Greco, Rivoluzionari e migranti. Dizionario biografico degli anarchici calabresi, Bfs Edizioni, Pisa 2010, ad nomen.
  • Oscar Greco, La rivolta di Benestare del 1906, in Piero Bevilacqua (a cura di), Storie di lotta e di anarchia in Calabria, Donzelli, Roma 2021, pp. 47-70 (in particolare, p. 68.
  • https://bettini.ficedl.info/article282.html

Bottino, Giacomo

Giacomo Bottino [Paola (Cosenza), 12 febbraio 1897 – Niteròi (Brasile),14 settembre 1970

Figlio di Augusto e di Raffaella Cupello. Fratello di Giuseppe, detto Peppino, comunista, arrestato a Paola il 10 luglio del 1938, processato e assegnato al confino per cinque anni e di Antonio diffidato politico.
Giovanissimo, Giacomo emigra a San Paolo del Brasile e rientra in Italia nel 1919. Nel 1921 si trova a Formia, dove si divide tra il lavoro e l’attività  politica e l’anno dopo si trasferisce a Roma per stare con l’anarchica Ida Scarselli, conosciuta in casa di Errico Malatesta. Si dedica a un’intensa attività  di propaganda. La polizia lo ritiene un cospiratore e scatta per lui il confino, ma scappa per evitarlo.
Arrestato dalla polizia di Messina il 13 febbraio 1927 in esecuzione dell’ordinanza della C.P. per appartenenza a organizzazioni e partiti disciolti e per propaganda sovversiva, Giacomo fu assegnato al confino per cinque anni dalla Commissine Provinciale (C. P.) di Roma. Sedi di confino Lipari e Ponza.
Il 20 marzo 1927 fu posto in traduzione per Roma dal confino di Lipari perché colpito da mandato di cattura del giudice istruttore presso il tribunale speciale per gli stessi delitti che avevano provocato l’assegnazione confino. Condannato, assieme alla sua compagna, con sentenza del 6 ottobre 1927 a tre anni di reclusione, tre di sorveglianza e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici (la compagna a due anni e sei mesi di carcere, tre di sorveglianza più l’interdizione). Il 19 marzo 1930, scontata la pena, venne rinviato al confino, a Ponza, dove sposò Ida, sorella dei temutissimi anarchici Ferruccio, Egisto, Tito, Ines Leda tutti componenti della cosiddetta “Banda dello zoppo”. Da quell’unione nacquero tre figli: Germinal, Spartaco e Scintilla.
Venne liberato il 14 febbraio 1932 per fine periodo, dopo avere trascorso in carcere e al confino: cinque anni e 2 giorni.
Nel 1933 Giacomo e Ida vengono condotti al soggiorno obbligato a Paola, in libertà  vigilata, nella casa paterna di Vico Lungo Terravecchia n. 25, senza potersi allontanare dal Comune. Giacomo svolgeva il mestiere di stuccatore e muratore, il lavoro gli fu garantito fino a quando vennero ultimate le palazzine destinate alle famiglie di ferrovieri nel Rione Giacontesi. In piena crisi lavorativa e impossibilitato a svolgere altri lavori, a seguito di un’accesa discussione con il Podestà  del paese, per motivi politici e di lavoro, pochi mesi prima che nascesse il figlio Germinal, fu da questi denunciato e messo agli arresti per giorni 30.
Giacomo si trasferì con la famiglia a Cosenza.Nel 1939, due giorni prima della visita di Benito Mussolini a Cosenza, venne arrestato, in modo preventivo, con la moglie e tanti altri antifascisti della provincia, tutti rilasciati due o tre giorni dopo. Nessuno degli accaniti persecutori si preoccupò che i tre figlioletti di Giacomo e Ida sarebbero rimasti a casa da soli. «Fortunatamente, in quel periodo, la zia Emilia Siciliano in Bottino, con tutti i figli, si erano trasferiti a Cosenza e si presero cura dei tre figli di Giacomo e lda » a testimonianza che le famiglie Scarselli e Bottino erano estremamente unite, si volevano bene ed erano solleciti ed affettuosi gli uni con gli altri.
Da Cosenza provò a scappare all’estero. Il 18 febbraio 1938 la polizia di confine lo fermò a Ventimiglia, assieme a Edoardo Vencia, un antifascista di Pedace.
Persino la polizia fascista, che per anni vigilò sull’intera famiglia, intercettando e sequestrando la corrispondenza privata, registrò, nelle relazioni riservate periodiche, questi sentimenti di grande umanità . Il 1 ° settembre 1946, in occasione della presenza in Calabria del conferenziere anarchico Armando Borghi, al Super Cinema Italia di Cosenza la giovanissima Scintilla Bottino presentò il famoso anarchico nativo di Castelbolognese, il quale relazionò sul tema “Chi siamo e cosa vogliamo?” sfoggiando un vestitino rosso e nero confezionato dalla madre con i colori dell’anarchia. Il primo maggio del 1946 a Cosenza, il giovane Germinal, primo figlio di Ida e Giacomo, raccontò di essere stato incaricato, dagli anarchici di Cosenza, rappresentati nel C.L.N. dallo zio materno Egisto Scarselli, di partecipare con la bandiera rosso-nera, alla manifestazione che si tenne a Cosenza per festeggiare dopo vent’anni di dittatura la festa dei lavoratori. Nei giorni 10 e l1 settembre1944 si tenne a Napoli una riunione organizzativa dei Gruppi libertari dell’Italia liberata (Alleanza Gruppi Libertari) nel corso della quale si ricostituì l’organizzazione generale e si esaminò nei dettagli la situazione politica e sindacale e le azioni di stampa e propaganda da intraprendere. Alla fine dei lavori venne redatto in resoconto in cui si legge: «Delibera inoltre di costituire Gruppi di Difesa Sindacalista in seno alla Federazione della Gente del Mare, del Sindacato Portuali, del Sindacato Ferrovieri ed in genere in tutte le organizzazioni sindacali che restano autonome sia rispetto alla C.G.I.L. che rispetto ai partiti, con lo scopo di vigilare per la conservazione di tale loro indipendenza; e si incaricano i compagni Giacomo Bottino, Michele Damiani, Cicatiello Preziosi di funzionare di collegamento fra i Gruppi in questo campo particolare e di avviare allo studio la ricostituzione dell’Unione Sindacale Italiana, come libera Federazione di Sindacati non sottoposti ad alcun controllo politico ».
Il 6 maggio 1945 a Roma partecipò, insieme a Nino Malara e Stefano Vatteroni, alla riunione della Federazione Comunista Libertaria Laziale. Nei giorni 15,16,17, 18 e 19 Settembre del 1945 Giacomo partecipò al Congresso Nazionale di Carrara, nel corso del quale si istituisce la F.A.I., con la delegazione Calabrese, insieme a Nino Malara e Luigi Sofrà  in rappresentanza dei seguenti gruppi: Gruppo Anarchico “Bruno Misefari” di Reggio Calabria, Gruppo Anarchico “Pietro Gori” di Cosenza, Gruppo Anarchico “Pensiero e Volontà ” di Catanzaro, Gruppo Anarchico “Pietro Gori” di Paola, Gruppo Anarchico “Errico Malatesta” di Palmi, Gruppo Anarchico “Gino Luceti” di Spezzano Grande, Gruppo Libertario di Cinquefrondi.
Prima di iniziare i lavori del Congresso, Romualdo Del Papa, di Carrara, diede la parola a Sandro Pertini, segretario del Partito Socialista di Unità  Proletaria, che portò l’adesione e il saluto del suo partito al Congresso, affermando che «fra il movimento socialista e il movimento libertario vi è l’affinità  dell’uguale amore per la libertà  ».
Il 5 gennaio 1947 la famiglia Bottino partì per Roma, giorno 19 gennaio ripartì per Napoli da dove si imbarcò per il Brasile dove arriverà  il 17 febbraio, stabilendosi a Niteroi, località  vicino a Rio de Janeiro. Finalmente si realizza il sogno coltivato da Giacomo nei momenti più tristi della dittatura fascista: ricongiungersi al fratello imprenditore edile per cercare di garantire alla sua famiglia una vita più serena. Ma il sogno di condurre una vita “normale”, di riprendersi piano piano dalle tante sofferenze patite, non si realizzerà  completamente.
Nel 1964 i militari cacciarono con un golpe il presidente Joà£o Goulart e instaurano la dittatura. Negli anni della dittatura militare la famiglia Bottino finì nel mirino della polizia e subì contemporaneamente le angherie di un vicino di casa legato al regime, un delinquente che minacciò con una rivoltella Germinal, e denunciò ai militari i contatti di Giacomo con degli anarchici brasiliani.
Giacomo, due settimane dopo aver tenuto una riunione con i compagni brasiliani, a casa sua, venne portato in un ufficio segreto del governo militare ma grazie alla lunga esperienza italiana ne usci senza conseguenze.
Il 14 settembre 1970, nel corso dell’ennesima lite il rissoso confinante apri il fuoco contro Giacomo uccidendolo. Dopo aver contribuito alla ricostruzione del movimento anarchico e sindacale in Italia, in quel caldo paese, dove i tre figli Scintilla, Germinal e Spartaco diventeranno rispettivamente maestra, architetto e medico anestesista, nonostante il clima politico sfavorevole, l’infaticabile “Giacomino” cessò di vivere senza poter contribuire alla caduta della dittatura brasiliana. (Angelo Pagliaro) © ICSAIC 2022 – 10

Nota archivistica

  • ACS, Min. interno, Dir. Gen. P.S., Div. A4.GG.RR. – CP, b. 144, cc. 55, 1927-1932: CPC, b. 797, f. 77758, cc. 92, 1922-1942: S134, b. 5 CS, f. 24, 1932-1933 e 1939).

Nota bibliografica

  • Angelo Pagliaro, Giacomo Bottino e Ida Scarselli: storia calabro-toscana d’amore e d’anarchia, in «Rivista Storica dell’Anarchismo », a. 11, n .1, 2004;
  • Angelo Pagliaro, Paolani schedati. Controllo poliziesco e schedatura durante il fascismo, Grafiche G. Gnisci, San Lucido (Cosenza) 2012, pp. 30-33;
  • Saverio Paletta, Giacomo e Ida: storia d’amore e d’anarchia a Cosenza, in «I Calabresi », 30 maggio 2022, https://icalabresi.it/cultura/anarchia-amore-calabria-brasile-storia-giacomo-bottino/.

Alati, Tommaso

Tommaso Alati [Melito Porto Salvo (Reggio Calabria), 23 agosto 1844 – 1 novembre 1911]

Figlio di Antonino, un affiliato alla Giovine Italia, e di Teresa Asprea, nacque in una famiglia benestante.  
Studiò a Napoli ma venne rimpatriato in quanto era considerato politicamente sospetto, In effetti, patriota convinto, nel 1860 si unì ai Mille garibaldini sbarcati in Calabria. Ancora studente, dopo aver fatto parte di un comitato impegnato nella raccolta di armi per Garibaldi, nel 1862 lasciò il collegio per raggiungere il generale sull’Aspromonte.
Nel 1864 si fece dispensare dal servizio militare dietro versamento di 3.200 lire, e due anni dopo si fece sostituire nel servizio della Guardia Nazionale Mobile del Circondario. Fu ancora con Garibaldi, invece, nella III guerra d’indipendenza del 1866. L’1 giugno di quell’anno, infatti, si arruolò nel Corpo dei Volontari Italiani (6. Reggimento, 22 ª Compagnia) e parti per il Tirolo, dove si distinse nelle battaglie di Bezzecca del 21 luglio e di Cimego. Terminato il servizio il 25 settembre 1866 rientrò in Calabria.
Sposò una compaesana ed ebbe un figlio che chiamò Mazzini.
Convinto repubblicano  e amico fraterno di Mazzini, con Michele Attanasio, nel 1868 diede vita al  Comitato dell’Alleanza repubblicana universale.
A Reggio, nel 1869, sempre con Attanasio, fondò anche il giornale settimanale “La Scintilla”, foglio repubblicano e mazziniano diretto inizialmente da Attanasio e poi da lui. Il giornale, che distribuiva 400 copie a numero specialmente tra operai e militari come ebbe a dire lo stesso Alati, interruppe le pubblicazioni perché il direttore fu arrestato più volte. Assieme a  Bruno Rossi, Saverio Melissari e Francesco Saverio Vollaro,  fondò  la loggia massonica “Aspromonte” (precedentemente, a Napoli, apparteneva alla loggia “Losanna”).
Fu molto attivo  nella propaganda repubblicana,  sia in Calabria e sia in Sicilia, ma  nel maggio del 1870  rifiutò di partecipare al tentativo insurrezionale in provincia di Catanzaro,  capeggiato da Ricciotti Garibaldi ma all’insaputa di Mazzini ma fu  implicato nel moto di Filadelfia. Sempre nel 1870, invece, guidò diverse manifestazioni a favore di Roma capitale.  
Ormai orientato verso posizioni politiche sempre più radicali e internazionaliste (oscillanti fra mazzinianesimo e bakouninismo), nell’agosto del 1874 partecipò ai sanguinosi moti di Castel del Monte, e nell’ambito della repressione che seguì al loro fallimento, fu arrestato e processato.  In carcere per otto mesi, fu rimesso in libertà  dopo il processo.
All’attività  politica affiancò per anni un’intensa attività  come legale a favore di molti comuni non solo calabresi, sostenendone le ragioni e i diritti sui demani nelle contese con gli ex feudatari. Questo impegno è testimoniato da diversi suoi scritti, editi e inediti.
Fedele al suo credo politico, ancora nel 1910 a Melito fece porre una lapide commemorativa in memoria dei garibaldini caduti: in quella occasione, presentando l’oratore ufficiale, l’on. cosentino Luigi Fera, pronunciò un applauditissimo discorso.
Morì l’anno dopo nel paese natale all’età  di 67 anni, lasciando oltre a numerosi scritti pubblicati sia relativi alla sua attività legale, sia riguardanti la sua fede e attività politica, anche numerosi inediti affidati al figlio.
Il paese natale lo ricorda con una via a suo nome. (Francesca Raimondi) © ICSAIC 2022 – 10  

Opere

In tema legale

  • Relazione documentata sulla vertenza demaniale fra l’ex-feudatario Marchese Ramirez ed il Comune di Melito Porto Salvo, Stamperia e Stereotipia Capra, Messina 1871;
  • I demani di Sperlinga ed i privilegi fiscali dei Comuni (nella lite per esproprio forzoso di beni demaniali ex feudali). Memoria pubblicata in prima edizione i] 20 settembre 1889 a cura dei cittadini di Sperlinga;
  • Relazioni amministrative e difese giudiziarie a favore dei Comuni di Carpanzano, Mirabello, Montenero, Carpinone, Marano Marchesato, Nissoria, Bronte, Trecastagni, Paternò, S. Giovanni di Gerace, Filadelfia, S. Biagio Platani, Niscemi, Buscemi, Sperlinga, Stab. Tip. Ditta Luigi Ceruso fu Giuseppe, Reggio Calabria 1890, 2 ª ed.

In tema politico

  • Discorso pronunziato in occasione della consegna della bandiera nazionale alle scuole elementari di Terranova di Sicilia, Stab. Tip. Girolamo Serodato, Terranova di Sicilia 1892;
  • Per il Sud, questioni ardenti, Tip. dell’Etna, Acireale 1902;
  • Per un caso di denegata giustizia: a S. E. il Ministro dell’Interno, Tip. Novecento di Nicola Simone, Napoli 1903;
  • Memorie di un Garibaldino Mazziniano (1860-1882), Tipografia D’Amico, Messina, 1910;
  • Note storiche di un Mazziniano dal 1860 al 1882, in ricorrenza della commemorazione per lo sbarco di Garibaldi del 19 agosto 1860, Tipografia di Francesco Morello, Reggio Calabria 1911.

Inediti

  • Appunti autobiografici dal 1806 al 1874; Da Reggio a Catanzaro, scritto su fogli recanti il bollo del carcere di Catanzaro;
  • L’orfanello, romanzo storico: anche questo scritto nel carcere;
  • La Vergine del Tirolo; romanzo storico incompiuto, scritto sempre in carcere;
  • Il latifondo e gli usi civici nell’Italia meridionale e le leggi abolite del feudo in rapporto alla questione sociale, con Note bibliografiche e raccolta di decreti, leggi e decisioni sui privilegi fiscali a favore dei Comuni del Napolitano e della Sicilia;
  • Undici conferenze popolari sulla questione sociale.

Nota bibliografica

  • Antonio Lucarelli, Carlo Cafiero. Saggio di una storia documentata del Socialismo, Vecchi & C. Editori, Trani 1947, pp. 19, 46;
  • Antonio Lucarelli, Gli albori del socialismo nel Meridione secondo i documenti dell’Archivio Provinciale di Trani, in «Movimento operaio », n.s., a. III, n. 17-18, 1951, pp. 611-612;
  • Luigi Aliquò Lenzi, Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi, vol.I, Tipografia editrice “Corriere di Reggio”, Reggio Calabria 1955, ad vocem, p. 9;
  • Claudio Pavone, Le bande insurrezionali della primavera del 1870, in «Movimento operaio », n.s., a. VIII, n. 1-3, 1956, p. 42;
  • Giulio Trevisani, Il processo di Trani contro gli internazionalisti, «Movimento operaio », n.s, a. VIII, n. 5, 1956, pp. 639-662;
  • Alati, Tommaso, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 1, 1960, ad nomen; https://www.treccani.it/enciclopedia/tommaso-alati_(Dizionario-Biografico)

Marcia su Roma: l’ICSAIC a Vibo convegno sui tre “big” calabresi del fascismo

Venerdì 4 novembre 2022, alle ore 15.45, a Vibo Valentia si terrà  il convegno “Il fascismo, la Calabria e i suoi tre leader. Bianchi, Lanzillo e Razza a 100 anni dalla Marcia su Roma”.
Sarà  un’occasione per proporre ai presenti una riflessione a cento anni dalla Marcia su Roma, l’evento che nella propaganda fascista diventò il momento fondativo del regime. In particolare, dopo l’intervento del presidente dell’Istituto Paolo Palma su “Renzo De Felice e la Marcia su Roma”, tre studiosi di livello presenteranno le figure dei tre più prestigiosi esponenti calabresi del fascismo.
Vittorio Cappelli, direttore dell’ICSAIC e docente Unical, presenterà  l’intervento “Michele Bianchi, un quadrumviro nel governo fascista”, mentre Antonino Romeo, membro dell’ICSAIC e della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, si soffermerà  sulla figura di Agostino Lanzillo, “fascista inquieto e multanime”. Giuseppe Parlato, infine, dell’Università  degli Studi Internazionali di Roma, uno dei maggiori studiosi del fascismo e presidente della Fondazione Ugo Spirito-Renzo De Felice, presenterà  la figura di “Luigi Razza, tra sindacalismo e corporativismo”.
Introdurrà  la manifestazione Michele La Rocca avvocato, giornalista e socio corrispondente dell’ICSAIC da Vibo Valentia. L’iniziativa, in programma alle 15.45 presso Palazzo Gagliardi, è organizzata dall’ICSAIC, Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, con la collaborazione della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e del CEV, Comitato Editori Vibonesi.

Torna il “Dizionario”. Altre dieci biografie di calabresi illustri noti e meno noti

Finita l’estate, torna il Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea. Proponiamo altre dieci biografie di calabresi illustri noti e meno noti e, con il concorso di studiosi e amici che sollecitiamo, lavoriamo ad altre.

Buona lettura!

Barone, Francesco

Francesco Barone  [Palmi (Reggio Calabria), 15 luglio 1835 – Palmi, 21 marzo 1923]

Teologo, storico, giurista, predicatore e confessore, Francesco, a cui fu dati anche i nomi pure di Antonio e Giuseppe, nacque da Antonio Barone e da Teresa Misale. L’anno in cui nacque può considerarsi veramente un anno particolare dato che fu proprio allora che Mazzini incominciò a enunciare le sue teorie, tra cui la concezione della religione laica dell’umanità . Era, inoltre, l’anno in cui erano iniziati a Palmi i lavori di grandi opere volute e attuate dopo che Ferdinando II, due anni prima, aveva effettuato una accurata visita in tutti i luoghi appartenenti al suo Regno, ivi compreso Palmi.
Sin da piccolo Francesco si dedicò agli studi ma nella religione e nei principi che la sostenevano trovò lo scopo della sua vita.
Di indole buona e mite, all’età  di dieci anni volle seguire le sue tendenze spirituali vestendo l’abito chiericale ed iniziando il corso di studio che lo maturò e lo avvicinò sempre di più alla religione cattolica, specie dopo la terribile epidemia che colpi Palmi e dintorni qualche anno prima e che decimò decine di famiglie.
Ispirato a questa fede non gli bastò lo studio delle scuole elementari perché ad esso ne volle abbinare uno più approfondito come autodidatta. Ciò in quanto desiderava apprendere molto e in poco tempo e quel che riusciva a imparare nelle scuole pubbliche lo considerava insufficiente. Convinto della strada che doveva percorrere, dopo cinque anni, si trasferì a Messina per continuare gli studi di teologia e di filosofia presso i padri Benedettini. Fu cosi che all’età  di sedici anni ricevette la tonsura (il rito con cui un laico viene iscritto al clero) e i primi due ordini mentre altri due li ricevette nel 1859 assieme al suddiaconato. Nello stesso anno ricevette il diaconato e l’anno successivo, aveva 25 anni, il Santo Presbiterato (Ufficio e dignità  di Sacerdote).
II Regno delle due Sicilie, nel frattempo, era in fermento e lo stesso re Borbone rischiava la perdita della corona a causa dei moti di ispirazione mazziniana e dell’impresa che stava concludendo Garibaldi. Cosi fu, infatti, e dopo il plebiscito dell’ottobre 1860 la dinastia sabauda sostituì quella
borbonica in un Regno molto più grande che si chiamò Regno d’Italia. In questo lasso di tempo il giovane sacerdote continuò la sua carriera incurante del mondo esterno e dopo avere sostenuto i necessari esami gli fu concesso di confessare a entrambi i sessi. Nei due anni successivi tenne la direzione spirituale della confraternita del Carmine.
Impegnato in questa attività , non volle trascurare i suoi studi e dedicò parte del suo tempo all’apprendimento ed all’approfondimento di materie filosofiche, teologiche e giuridiche.
Nel 1891 pubblicò un «Corso di diritto pubblico ecclesiastico secondo San Tommaso d’Aquino », un’opera di profondo interesse culturale che stupì appassionati e studiosi del tempo i quali già  dal 1878 ne avevano apprezzato la preparazione dopo la pubblicazione della conferenza sulla «Confessione » tratta dal secondo volume della sua «Opera italiana » e dopo la pubblicazione degli scritti su «Il Sacramento dell’Altare », «Il Cristo Trionfante », «Il S. Padre Leone XIII », ecc.
Nel 1894 Palmi fu colpita da un disastroso terremoto che, pur apportando ingenti danni, fece registrare poche vittime tra la popolazione che in quel mentre era fuori casa, al seguito della processione della Madonna. Si parlò di miracolo
e le testimonianze in tal senso furono tante e varie.
Sullo spunto di ciò, nel 1896, pubblicò «La Vergine della Sacra Lettera » in uno con «Terremoto del 16 novembre 1894 e il miracolo della Vergine SS. Del Carmine », un interessante volume scritto, come egli stesso precisò nella prefazione, all’unico e santo scopo «di far conoscere ai Palmesi le grandezze singolari della mentovata Signora, da essi profondamente venerata ».
Anche se fu considerato un autodidatta egli fu un uomo di vasta cultura che si arricchì costantemente dell’insegnamento dello zio abate Pietro Militano.
Dei suoi scritti molti furono pubblicati e tanti altri rimasero inediti.
Mori a Palmi all’età  di 70 anni.
Il corteo fu seguito da una folla numerosa di amici e di fedeli, commossa per aver perso un bravo canonico, dispiaciuta per la scomparsa di un grande studioso.
Per le sue alte qualità  umane e culturali fu nominato socio corrispondente dell’Accademia romana di S. Tommaso; socio fondatore dell’Accademia partenopea; socio onorario dell’accademia filomatica; socio corrispondente della Reale Accademia filoretana messinese; socio promotore della scuola dantesca napoletana. Palmi gli ha intitolato una via cittadina.
Inoltre gli fu assegnata la medaglia d’oro al merito letterario e qualifica di “benemerito”. (biografia di  Bruno Zappone,  aggiornata e integrata dalla redazione) @ ICSAIC 2022 – 9  

Opere edite

  • Corso di diritto pubblico ecclesiastico secondo San Tommaso d’Aquino,  Napoli 1888;
  • La Vergine  della Sacra Lettera, protettrice di Messina e Palme, Napoli  1896;
  • Leone XIII e le sorti dell’Europa,  Napoli 1896;
  • Il terremoto del 16 novembre 1894 e il miracolo della Vergine del Carmine,  Napoli 1896;
  • Opera italiana,  Napoli 1896;
  •  Il  Sacramento dell’Altare,  Napoli 1896;
  •  Il  Cristo Trionfante,  Napoli 1896;
  •  Il Soprannaturale  – ovvero conferenze sui misteri divini;
  • La navicella di Pietro  – ovvero conferenze sulla chiesa cattolica;
  • Il Natale di Gesù Cristo  – ovvero conferenze e orazioni dalla Domenica   dell’avvento alla Domenica VI dopo l’Epifania;
  • Varietà  oratoria  – ovvero conferenze e discorsi vari;
  • Il Giovedì e Venerdì Santo  – ovvero prediche sulla passione e agonie di Cristo.

    Opere inedite
  • La donna protoevangelista;  
  • Il mese Mariano;  
  • Selva predicabile;  
  • La filosofia cristiana;  
  • Eucaristia e filosofia messe di fronte  (opera in sei volumi su Tommaso d’Aquino).

    Nota bibliografica
  • Bruno Zappone,  Uomini da ricordare. Vita e opere di palmesi  illustri, Age, Ardore Marina 2000, pp. 34-37;
  • Carmela Galasso,  Biografie di personaggi noti e meno noti della Calabria, Pellegrini, Cosenza 2009, p. 64.

Zitara, Nicola

Nicola Zitara [Siderno (Reggio Calabria), 16 luglio 1927 – 1 ottobre 2010]

Proveniente da una famiglia di imprenditori e commercianti, originaria di Maiori, e insediatasi alla Marina di Siderno nei primi anni del ‘900, nacque da Vincenzo e da Grazia Spadaro, di origini siciliane. Compì gli studi primari nella sua città  natale e proseguì gli studi superiori (“senza infamia e senza lode”, come, scherzosamente, amava ripetere) al Liceo Classico di Locri dove conseguì il diploma di maturità . Nel 1945 s’iscrisse alla facoltà  di Giurisprudenza dell’Università  di Napoli ma poi si laureò a Palermo. Nel frattempo aveva abbracciato le dottrine marxiste e aderito al Partito Socialista, costituendo nel 1944 un Circolo del Movimento Giovanile Socialista. Non ancora maggiorenne, partecipò alla campagna per il referendum istituzionale e per l’Assemblea Costituente. Nel 1948 seguì Sandro Pertini nella campagna elettorale tenendo numerosi comizi sia in Calabria che a Napoli.
Conseguita la laurea, lavorò dapprima all’interno dell’impresa paterna e a metà  degli anni Cinquanta, ottenuto un incarico di docente negli I.T. C., emigrò a Cremona. In questo periodo ebbe modo di frequentare a Viareggio Leonida Repaci, del quale divenne collaboratore e amico, e altri intellettuali e politici tra cui Pierpaolo Pasolini e Marco Pannella. Nel 1961, dopo la morte del padre, rientrò a Siderno e  prese la conduzione dell’azienda, ma una serie di circostanze sfavorevoli lo portarono a chiuderla. Tentò anche di avviare una nuova attività  imprenditoriale nel campo della fabbricazione di mobili, ma dopo appena tre anni fu costretto ad abbandonare. L’esperienza negativa lo segnò profondamente, e lo portò a iniziare uno studio intenso delle leggi economiche e a compiere un’approfondita riflessione sulle vicende dell’Italia meridionale pre- e post-unitaria.
Nel 1958 si distaccò dal Partito Socialista per aderire successivamente, dopo la scissione del gennaio 1964, al nuovo Partito Socialista Italiano di Unità  Proletaria (Psiup) di cui divenne segretario di federazione a  Catanzaro. A quell’esperienza seguì una delusione e l’allontanamento definitivo dall’idea del “sistema-partito”, secondo lui strumento non più adatto a interpretare la nuova realtà  meridionale.  
Si dedicò al giornalismo, con discreto successo, divenne pubblicista e fondò nel 1961 con  Titta Foti  il settimanale  Il Gazzettino del Jonio, un battagliero foglio d’informazione al quale collaborarono molti intellettuali calabresi di ogni tendenza politica. A Vibo Valentia, sul finire degli anni Sessanta, dove aveva assunto l’incarico di docente nell’Istituto Commerciale, incontrò il giudice Francesco Tassone e gli intellettuali che si raccoglievano nel Circolo Culturale “Gaetano Salvemini”, tra cui  Luigi Lombardi Satriani,  Mariano Meligrana,    Giacinto Namia,    Sharo Gambino,    Saverio Di Bella,  il pittore  Enotrio Pugliese,  il  glottologo tedesco  Gerard Rohlfs, fino all’economista siciliano  Napoleone Colajanni, con loro avviò un rapporto di collaborazione sulle comuni basi meridionaliste.
Nel 1968 gli venne affidata la direzione di  Quaderni calabresi, nata come rivista del Circolo Salvemini e poi diventato organo del Movimento Meridionale. Non mancò di condurre, da polemista di vaglia, insieme con Franco Tassone, battaglie contro le tante e palesi ingiustizie sociali, contro la corruzione, le speculazioni e il malcostume politico. Ebbe per tali motivi una denuncia per diffamazione dalla quale fu pienamente assolto mentre rimase celebre il processo che contrappose il Circolo “Salvemini” al senatore democristiano Antonino Murmura e che, al di à  dell’esito favorevole, pose fine, per sua volontà , alla carriera giudiziaria dell’avv. Tassone.
Con la pubblicazione de  “L’Unità  d’Italia: nascita di una colonia”  e del successivo “Il proletariato esterno”, rileggendo il processo di unificazione italiana, si convinse che  la questione meridionale non si poteva risolvere né con gli strumenti istituzionali democratici né con quelli della lotta di classe, in quanto, «gli interessi del proletariato settentrionale sono inconciliabili con quelli del proletariato meridionale ».
Gli anni che seguirono al  Sessantotto  e ai  moti di Reggio Calabria,  sintomo determinante di questo antagonismo e dell’impotenza economica e politica dei lavoratori meridionali,  gli diedero  l’occasione per mettere a frutto la sua ampia e profonda visione delle leggi economiche e della storia d’Italia.  
Con la signora Antonia Capria, fine intellettuale e raffinata poetessa, si stabilì a  Stefanaconi,  provincia di Vibo Valentia, dove visse per un lungo periodo con la famiglia, ma nel 1977 rientrò a Siderno per assumere l’incarico di direttore della Biblioteca comunale.  Allontanatosi da  Quaderni calabresi  e dal    Movimento Meridionale a causa dell’inconciliabilità  delle vedute sul futuro del Meridione, che secondo  lui  non può  continuare a  coesistere con lo stato unitario,  offrì la sua collaborazione a  Il Piccolissimo, la Riviera  (di cui è stato direttore responsabile fino alla fine),  il Monteleone,  Lettera ai meridionali  di Fausto Gullo,  Calabria oggi  di Pasquino Crupi,  Scilla,  diretto da Tommaso Giusti e  Indipendenza, una rivista anticapitalista e antimperialista, nata nel 1986, alla quale, tra l’altro, rilasciò una lunghissima intervista che divenne il manifesto del nuovo movimento indipendentista meridionale.
Fattosi polemicamente editore di se stesso pubblicò anche due romanzi,  Memorie di quand’ero italiano    nel 1994 e  ‘O sorece morto    nel 2004, sorprendenti per qualità  di scrittura narrativa.  
Nel 1999 fondò FORA – rivista elettronica del movimento separatista rivoluzionario meridionale – (significativamente dedicata al presidente cileno Salvador Allende) con cui enunciava una nuova teoria del separatismo meridionale che pur mantenendosi ancora nell’ambito del marxismo, si ricollegava alle posizioni    c.d. “terzomondiste” o, per meglio dire, alla “world systems theory” di André Gunder-Frank, Paul Baran, Paul Sweezy, Immanuel Wallesteirn, Celso Furtado e Samir Amin. Nel febbraio la rivista iniziava la pubblicazione on-line in un apposito sito. In un suo scritto l’economista di origini egiziane Samir Amin (1931-2018) riprendeva le tesi di Zitara in ordine alla formazione del capitalismo in alcuni stati mediterranei, definiti dall’economista franco-egiziano “periferici”, e prospettava la validità  di una teoria dello sviluppo ineguale, com’era avvenuto in Italia.
Nel 2003 fondò con altri un circolo dell’Associazione Due Sicilie  a  Gioiosa Ionica  che poi venne a lui intitolato nel 2013. La concezione oramai dichiaratamente indipendentista di Zitara, che non aveva nulla in comune con le idee separatiste della Lega-Nord, fu soggetta a forti critiche, nate    spesso da equivoci e fraintendimenti, il più delle volte generate ad arte e in modo strumentale. Zitara prese anche precise distanze dalla  Lega  e dai movimenti separatisti veneti, a cui è stato spesso erroneamente accomunato.  Negli ultimi anni la sua revisione storica delle vicende del Meridione dopo l’Unità  lo convinsero a sostenere la causa degli estimatori del Regno delle Due Sicilie tanto che il vessillo borbonico, con grande meraviglia dei suoi tanti amici ed estimatori socialisti, comunisti e anarchici, ha in parte ricoperto e accompagnato il feretro durante la cerimonia funebre.  (Antonio Orlando)     © ICSAIC 2022 – 9

Opere

  • L’Unità  d’Italia: nascita di una colonia, Edizioni Jaca Book, Milano 1971 (sec. ed. 2010);
  • Il proletariato esterno, Edizioni Jaca Book, Milano 1972;
  • Le ragioni della mafia (con F. Faeta, L.M. Lombardi-Satriani, P. Martino, M. Meligrana, D. Scafoglio, F. Tassone, V. Teti), Jaca Book, Milano 1983;
  • Il Sud è mafia – Intervista a Radio Radicale del 1 ° dicembre 1990, trascrizione a cura di Mino Errico, ELEAML.org
  • Incontro con Stefano Ceratti, Litografia Diaco, Bovalino 1993;
  • Memorie di quand’ero italiano, ed. in p., Siderno 1994 (ed. riveduta e ampliata, Città  del Sole, Reggio Calabria, 2013);
  • Una versione giusnaturalista del socialismo scientifico, ed. in p., Siderno 1995;
  • Tutta l’égalité, Edizione in proprio, ed. in p., Siderno 1998;
  • Negare la negazione, Città  del Sole, Reggio Calabria 2001;
  • ‘O sorece morto, ed. in p., Siderno 2005;
  • L’Unità  truffaldina, Edizioni FORA, Siderno 2006;
  • L’invenzione del mezzogiorno. Una storia finanziaria, Jaca Book, Milano 2011;

Nota bibliografica

  • Samir Amin, Le développement inégal et la question nationale, in L’homme e la societé – Revue internationale de recherches et de synthèses sociologiques, n. 51-54 – gennaio-dicembre 1979;
  • Carlo Beneduci, Nicola Zitara: memorie di quand’ero italiano, Arti Grafiche GS, Ardore
  • Saverio Napolitano, 1960-1970: la classe politica calabrese tra meridionalismo e localismo, in «Rivista Calabrese di Storia del ‘900 », 1-2, 2008;
  • Franco Zavaglia, Saluto a Nicola Zitara (orazione funebre), in «FORA », 3 ottobre 2010;
  • Romano Pitaro, Perché l’Italia non sa chi è Nicola Zitara, in «Il Quotidiano della Calabria », 4 ottobre 2010;
  • Carlo Beneduci, L’unità  d’Italia nascita di una colonia, in «FORA », 28 marzo 2011;
  • Angelo D’Ambra, Zitara e il colonialismo interno, in «FORA », 21 dicembre 2011;
  • Angelo D’Ambra, L’accumulazione originaria, in «FORA », 6 febbraio 2012;
  • Alfonso Pergolesi, Il sistema protezionista delle Due Sicilie, in Atti del convegno di studi su Nicola Zitara, – Nola, 24-25 febbraio 2012, in «FORA », dicembre 2012;
  • Carmine Conelli, Mezzogiorno post-coloniale, 3 ° Giornata di studi su Nicola Zitara, Nola, 13 maggio 2013, in «FORA », 2013.

Tuscano, Bruno

Bruno Tuscano [Palizzi (Reggio Calabria), 20 marzo 1920 – San Maurizio Canavese (Torino), 24 gennaio 1945]

Nacque da Leone, grande invalido della prima guerra mondiale, e da Vittoria Franco, casalinga. Trascorse l’infanzia nel luogo natìo, poi la famiglia si trasferì a Reggio di Calabria, dove il padre trovò occupazione compatibile con le sue mutilazioni, abitando nel Rione “E” (ora Reggio-Campi).
Dopo l’istruzione di base, Bruno si iscrisse all’Istituto Magistrale e nel contempo frequentò con assiduità  il Circolo Parrocchiale di San Paolo alla Rotonda, nello stesso quartiere in cui viveva. In quel periodo venne affascinato dai diari di guerra di Mussolini e si dedicò alle attività  ginniche obbligatorie e facoltative presso la Palestra Principe di Piemonte, tra Campi e il Castello Aragonese. Completò gli studi diplomandosi al Liceo Classico Tommaso Campanella e si iscrisse poi, nel 1940, alla Facoltà  di Giurisprudenza presso l’Università  di Messina, ma non riuscì a proseguire negli studi giuridici, verso i quali era molto portato. Nel frattempo aveva coltivato la passione per il teatro, con attività  estemporanee organizzate dalle parrocchie, e per la fotografia, grazie alla frequentazione di molti artisti operanti nella sua città , tra i quali anche il noto Giuseppe Mavilla.
Si iscrisse anche al Centro Sperimentale di Cinematografia, a Roma, ma non seguì le lezioni.
L’11 agosto del 1942, difatti, dovette accantonare le sue ambizioni professionali e le sue passioni, essendo stato chiamato alle armi e inviato a Ceva, in provincia di Cuneo, per frequentare il Corso Allievi Ufficiali di complemento della Regia Aeronautica. Non riuscì a completare il programma di formazione e addestramento a causa di un infortunio che gli procurò una frattura alle costole e dopo la convalescenza, promosso nel frattempo al grado di sergente, venne assegnato a Fossano, sempre nel cuneese, con le mansioni di istruttore.  
Quando venne annunciato l’armistizio, circa un anno dopo, si trovava nei dintorni di Piacenza, dove venne catturato dalle truppe tedesche e destinato all’internamento in Germania. Riuscì, però, a fuggire in maniera rocambolesca e a tornare a Ceva, dove trovò ospitalità  presso alcune famiglie che aveva là  conosciuto ai tempi del corso, persone consapevoli dei rischi ai quali potevano andare incontro nel concedergli asilo e nell’aiutarlo, alle quali fu molto riconoscente per la loro solidarietà . Già  pochi giorni dopo (il 13 settembre 1943) riuscì, grazie a loro, a trovare occupazione presso l’Ufficio Accertamenti Agricoli di Sale delle Langhe, località  non distante da Cuneo, città  dove in seguito, a cavallo tra il 1943 e il 1944, fece richiesta di assegnazione negli uffici di gabinetto della Prefettura (Federazione Repubblicana), alla cui guida vi era Paolo Quarantotto, che era stato federale a Reggio Calabria e che Tuscano aveva conosciuto quando era ancora un ragazzo per precedenti contatti con i suoi genitori e altri parenti.  
In Tuscano si radicava, tuttavia, sempre di più l’avversione al fascismo e ciò non passò inosservato ai dirigenti di quella Prefettura, pur senza subire, in un primo periodo, conseguenze immediate e dirette. In quegli ambienti conobbe Walter Alessi e altri amici dell’avvocato Duccio Galimberti, cuneese, che fu la figura di maggiore rilievo della Resistenza piemontese, e venne in contatto con gli Azionisti. Prima di essere scoperto, aiutato proprio da Alessi, abbandonò Cuneo, dopo aver acquisito documenti importanti e compromettenti della federazione fascista e iniziò a dare il suo contributo alla lotta partigiana, partecipando nell’estate del 1944 alla guerriglia sulle montagne di Ceresole Reale (Torino) e sul Colle della Crocetta, tra la Valle Orco e le Valli di Lanzo, a oltre 2.500 metri di altitudine, nelle Alpi Graie piemontesi. Era nella II Divisione Garibaldi, della quale divenne ufficiale istruttore e in seguito fu Capo di stato maggiore della 20 ª Brigata d’assalto “Paolo Braccini”. Quell’area fu caratterizzata da aspre guerriglie e per timore dei rastrellamenti, assieme ad altri componenti, a settembre dovette trovare rifugio per un breve periodo nella vicina Francia, a Val-d’Isère e dintorni.  
Al rientro, nel successivo mese di ottobre, dovette constatare la decimazione della divisione che coordinava, e si adoperò da subito alla formazione della colonna alpina “Renzo Giua” facente capo a Giustizia e Libertà , unica formazione di matrice azionista nelle Valli di Lanzo che presidiava la Val Grande, assumendone il comando e organizzando e coordinando i contatti tra le bande azioniste del territorio piemontese, gli alleati e i “maquis” francesi per ottenere il rifornimento di armi e munizioni, nonché di viveri. Dovette, con grande saggezza ed equilibrio, anche dirimere i contrasti tra i garibaldini e gli azionisti, che rischiavano di vanificare le lotte avviate, anche e soprattutto a salvaguardia dei civili residenti in quei territori.  
Assieme a lui, combatterono sul territorio piemontese uomini e donne che poi contribuirono a cambiare il corso della storia: tra i tanti, il genovese Pietro “Pedro” Ferreira, che venne ucciso a Torino al Poligono Nazionale del Martinetto il giorno prima dell’esecuzione di Tuscano, e poi Antonio Giolitti (che in seguito divenne esponente del Partito Socialista e parlamentare, e che era stato tra i fondatori delle Brigate Garibaldi assieme a Giancarlo Pajetta, dirigente comunista di spicco nel dopoguerra), Walter Alessi, denominato “l’inafferrabile”, Nicola Grosa, Giulio Bolaffi (appartenente alla nota famiglia di filatelici), Giovanni Battista Gardoncini, nonché Teresa Noce, Rita Montagnana e Angiola Minella, tre partigiane che furono in seguito elette alla Costituente, e molti altri.
Era il 23 gennaio del 1945 quando, con il suo reparto (era comandante della Colonna Giustizia e Libertà  “Renzo Giua”), Tuscano si trovava nell’area montana di Vonzo, una frazione di Chialamberto, nel Torinese, a oltre 1200 metri di altitudine, e venne sorpreso da un rastrellamento da parte del nucleo di paracadutisti della 184 ª Divisione Nembo, unità  del Regio Esercito confluita nella Repubblica Sociale Italiana di Salò, di stanza a San Maurizio Canavese (Torino). Arrestato, venne sottoposto a un durissimo interrogatorio nella Casa Littoria, sistemata in un edificio scolastico, dove aveva sede il presidio fascista. Tuscano si assunse ogni responsabilità , scagionando gli uomini della sua Colonna, i propri compagni di lotta che grazie al suo gesto si salvarono in gran parte, nonostante la successiva detenzione in carcere e, per alcuni, la destinazione in campi di internamento. I parà  repubblichini lo processarono e lo condannarono alla fucilazione, che fu eseguita il giorno successivo davanti alla Chiesa Vecchia del Cimitero. Il Tenente Bruno Tuscano morì gridando «Viva l’Italia libera! » dopo aver avuto la concessione di scrivere una lettera ai genitori e una ai cugini Minniti, con i quali aveva un forte legame. Entrambe le lettere sono custodite, in originale, tra le carte private del fratello Francesco.
Nella sua breve vita non ci fu spazio per una compagna e per eventuali figli.
La scelta coraggiosa ed esemplare di Tuscano, ancorché tormentata, assurge a simbolo dei valori della Resistenza tramandati e da tramandare alle future generazioni, rappresentando quell’unità  di intenti che fece prevalere i valori umani in un momento storico drammatico per il Paese. La sua figura è stata e continua a essere un importante richiamo ai combattenti partigiani e alla memoria e ai luoghi della Resistenza: negli scantinati della scuola di Via Bo, all’epoca Casa Littoria, c’è la “stanzetta di Bruno”, dove Tuscano e altri componenti della colonna “GL” furono sottoposti a torture e violenze, e nella quale trascorse la sua ultima notte.
Il 3 marzo 2005, in occasione delle celebrazioni per il 60 ° anniversario della Liberazione, l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel cortile d’onore al Palazzo del Quirinale, ha consegnato al fratello Francesco la Medaglia d’oro al merito civile alla memoria per avere salvato gli uomini al suo comando. Il riconoscimento venne così motivato: «Giovane di elevate qualità  umane e morali, durante la guerra di liberazione, aderiva con appassionato impegno alla colonna di Giustizia e Libertà  – Renzo Giua. Al comando di questa formazione, dopo quattro giorni di assedio, nei pressi di San Maurizio Canavese (Torino), con generosità  d’animo e fierissimo contegno, consegnandosi mortalmente al fuoco nemico, ottenne di salvare i suoi uomini, dando viva e coerente testimonianza di abnegazione e di elette virtù civiche. Preclaro esempio di amor patrio e di spirito di sacrificio.  24 gennaio 1945 ».
Nello stesso anno il consiglio comunale di Palizzi, sindaco l’architetto Arturo Walter Scerbo, ha intitolato all’eroico partigiano una piazza della cittadina. Tuscano riposa nel cimitero di San Maurizio Canavese, che lo ricorda nei luoghi della resistenza e con una via del centro che porta il suo nome. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2022 – 9  

Documenti

  • Bruno Tuscano, Lettere del 24 gennaio 1945: ai genitori (ora indicata 15:00) e ai cugini Minniti (ora indicata 17:00) – custodite in originale tra le carte private del fratello, Francesco Tuscano.

Nota bibliografica

  • Franco Brunetta,  I ragazzi che volarono l’aquilone. Indagine su una formazione partigiana, Editore Araba Fenice, Cuneo 2010.
  • Giovanni De Luna (a cura di),  Le formazioni GL nella Resistenza. Documenti settembre 1943-aprile  1945, Franco Angeli, Milano 1985, pp. 215 e 410.
  • Franco Brunetta,  La Calabria nella guerra di liberazione. Bruno Tuscano, eroe della resistenza,  in «Sud Contemporaneo », III, 1, 2002, pp. 13-20.
  • Donne e uomini della Resistenza, portale dell’ANPI Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (www.anpi.it)
  • Bruno Tuscano, portale dell’ANPI, Sezione di San Maurizio Canavese [Cn] (www.anpisanmauriziocanavese.it)

Paparatti,  Sandro

Sandro Paparatti [Rosarno (Reggio Calabria), 7 febbraio 1915 – Roma, 22 marzo 1998]

Figlio del barone Gregorio, proprietario terriero. Il suo nome era Alessandro ma è conosciuto come Sandro, nome con il quale si firmava. Fu avvocato, critico, giornalista, saggista, letterato e poeta. Poco si conosce della sua vita privata. Dopo gli studi liceali, presso l’istituto «Bernardino Telesio» di Cosenza, si trasferì a Roma dove conseguì la laurea in Giurisprudenza e, successivamente, quella in Lettere. Nel 1935 – aveva vent’anni – avviò una collaborazione con Cordelia, una rivista settimanale femminile, e quindi con quotidiani e altri periodici come Ricostruzione, Risveglio, Azione Democratica, Uomini Liberi, Vivere, Campane a Stormo, Italia Unita, Giornale della Sera.
Fu studioso della letteratura e della poesia francese e tradusse lavori di Boudelaire, Cocteau, Fort, Gide, Rimbaud, Verlaine e Valery, raccolte poi in un’Antologia della Poesia francese contemporanea. Diventato amico fraterno di Paul Claudel tradusse moltissime sue opere. Tradusse anche il romanzo di Alessandro Dumas padre «Mastro Adamo il calabrese», e la sua traduzione è tra quelle più accreditate.
Nella Capitale, assieme a nomi già  affermati, collaborò a numerose riviste letterarie. Con Federico Vittore Nardelli, ingegnere e scrittore, fondò il movimento internazionale “Universalesimo” e quindi assieme a Edvige Pesce Gorini, insegnante, giornalista, scrittrice e poetessa dai toni spesso enfatici, nel 1948 creò l’Associazione Internazionale di Poesia a cui aderirono 120 poeti fra i quali quattro premi Nobel. Contestualmente fu fondato «Il Giornale dei Poeti », dove assunse l’incarico di redattore capo. Ha fatto parte dei giovani poeti della cosiddetta «Scuola Romana » alla quale il critico Enrico Falqui dedicò la sua attenzione.
All’epoca è fra i pochi in Italia a scrivere su Garcia Lorca e a tradurre i suoi scritti.
Libero docente di Letteratura francese insegnò all’Istituto Universitario Maria SS. Assunta di Roma. Per il suo lavoro di studio, ricerca e traduzione della letteratura e della poesia francese, nel 1971 ricevette le Palme d’Argento dall’Accademia di Francia e dal suo Governo, onorificenza conferita e ben pochi personaggi della cultura straniera.
È stato tra i fondatori del Sindacato Liberi Scrittori Italiani di cui fu Capo dell’Ufficio Stampa. Ma soprattutto è stato autore di poesie che sono state tradotte in molte lingue e accolte in diverse antologie pubblicate all’estero (come, ad esempio, Italienische Lyrik der Gegenwart, a cura di Robert Grabski, Vienna 1948). Apollinaire, Pierre Emmanuel e André Gide hanno avuto parole di elogio per la sua poesia.
Per oltre cinquant’anni è stato collaboratore della Terza pagina dell’ «Osservatore Romano » e di altre testate (Il Popolo, Il dramma, Maternità  e infanzia), nonché dei programmi radiofonici della Radio Vaticana e della Rai, anche in qualità  di critico d’arte. Ha pubblicato libri di saggistica, poesia e critica letteraria.
Al pensiero della spiritualità  di Gioacchino da Fiore ha dedicato numerosi studi che raggiunsero l’apice nel volume «Capitoli sull’Evangelio Eterno ». Tra le sue principali pubblicazioni le poesie racchiuse nei volumi «Note per un canto d’amore », «Ad occhi socchiusi » e «Ma io non sono Lazzaro ».
Pur vivendone lontano amò sempre la Calabria: fra le righe delle sue opere si ritrovano, infatti, atmosfere, colori e profumi della terra in cui è nato.
Si spense a Roma all’età  di 83 anni. (Leonilde Reda) @ ICSAIC 2022 – 09

Opere

  • Note per un canto di amore, Ediz. Pagine nuove, Roma 1950;
  • Ad occhi socchiusi, Casa Ed. Meridionale, Reggio Calabria 1950;
  • Capitoli sull’Evangelo Eterno, Pellegrini, Cosenza 1971;
  • Ma io non sono Lazzaro, Ed. del Girasole, Roma 1979;
  • Lo scrittore e i sentieri dello spirito (a cura di), s.n., Roma 1986;
  • Giuseppe Ricciardi, Litotip 82, Roma 1989.

Nota bibliografica

  • Carlo Weidlich (a cura di),  Paparatti Sandro in  Poeti 1949: antologia di poesia, La Rondine, Palermo 1949;
  • Lionello Fiumi,  Giunta a Parnaso: saggi e note su poeti del secolo XX, La Nuova Italia letteraria, Bergamo 1954, p.  171;
  • Niccolò Sigillino,  I moderni in crisi; ragguaglio sulla poesia contemporanea, ERS, Roma 1959, p.  165;
  • Gavino Còlomo,  Nuovissimo dizionario dei pittori, poeti, scrittori, artisti dei nostri giorni, Edizioni della Nuova Europa, Firenze 1975, pp.  209-210;
  • Poeti e scrittori contemporanei allo specchio  (Volume 6 di  Poeti e scrittori allo specchio),  La Ginestra, Firenze 1982, p. 156;
  • Ricordo di Sandro Paparatti, in   «La Città  del sole », 4, 1998;
  • Rocco Liberti,  Il giornalista, poeta e saggista Sandro Paparatti (Rosarno 1915 – Roma 1998),  in   «Storicittà . Rivista d’altri tempi »,  XX, 189, 2011, pp. 58-59
  • Profilo dell’Avv. Alessandro Paparatti,  https://www.comune.palmi.rc.it/index.php?action=index&p=1510.

Salazar, Demetrio

Demetrio Salazar [Reggio Calabria, 19 ottobre 1822 – Pozzuoli (Napoli), 18 maggio 1882]

Nacque da Lorenzo e da Caterina Suraci-Spanò. Conosciuto come Demetrio Salazaro, cognome italianizzato che preferiva e con cui firmò i suoi scritti e le sue opere. Studiò matematica, disegno e pittura. Fu pittore, ceramista e critico. «Fin dall’infanzia – come ricordò, commemorandolo, Luigi Parpagliolo – aveva mostrato tendenze artistiche; e, venuto a Napoli nel 1848, concorse all’ Accademia di Belle Arti, ove ebbe a compagni Domenico Morelli, Filippo Palizzi, Saverio Altamura, il Cortese ed altri che resero celebre la “Scuola Napoletana” ». Frequentò, secondo alcuni, la Scuola di Natale Carta e quella dell’Oliva, condiscepolo del Mancinelli, seguendone l’indirizzo accademico.
La sua attività , nel campo della pittura e del ritratto in particolare, risale alla sua giovinezza (18-26 anni) e prosegue fino al 1855. Lavorò a Firenze, a Napoli e a Reggio Calabria e svolse anche una intensa attività  politica. Partecipò ai falliti moti insurrezionali del 1848, a Napoli e in Calabria, e fu ferito il 15 maggio 1848. Per questa sua partecipazione ai moti, fu costretto all’esilio, dapprima a Parigi, quindi a Lussemburgo, Londra dove conobbe Mazzini di cui era fervido seguace, e infine in Irlanda e in Belgio. Nella capitale francese, in seguito al colpo di Stato del 2 dicembre 1851, venne fatto arrestare da Napoleone III ma fu presto liberato per mancanza di prove.
Nel periodo d’esilio, frequentò i Musei del Louvre e Luxemburg per dedicarsi alla copia di quadri famosi e acquisire così conoscenze tecniche, storiche e critiche della pittura e della scultura.
Agli inizi degli anni Cinquanta, al Museo Luxemburg, incontrò la contessa Dora Mac-Namara Calcutt (1820-1883), irlandese, sorella di Francis, deputato della Camera dei comuni di Londra. Pastellista, autrice tra l’altro di un ritratto del marito, Dora è considerata anche una valente scrittrice.
I due si sposarono presto e nel 1853, a Lussemburgo, nacque la loro prima figlia, Francesca, da tutti conosciuta come Fanny, che fu docente di lingua e letteratura inglese, autrice di numerosi libri e, soprattutto, una protagonista della lotta per l’emancipazione delle donne nel primo Novecento. La coppia ebbe altri due figli: Lorenzo e Maria, morta giovane.
Preceduto dalla moglie, Salazar ritornò in Italia nel 1855. Sono gli anni in cui è in contatto epistolare con i patrioti Giorgio Pallavicini, futuro prodittatore a Napoli, e Daniele Manin.
Nel 1859, vigilia di grandi eventi, si trovava a Reggio Calabria perché il padre era in gravi condizioni di salute, e non rinunciò a svolgere attività  politica. L’anno dopo si stabilì a Napoli definitivamente.
Qui visse con entusiasmo patriottico la liberazione della città  da parte delle camicie rosse garibaldine. Si recò a Salerno per incontrare il generale e portò con sé un tricolore, conservato come una reliquia, che era stato vietato in occasione dei funerali del generale Guglielmo Pepe. Garibaldi baciò la bandiera commosso, lo abbracciò e volle che sedesse accanto a lui nella carrozza durante il tragitto per le vie di Napoli, dalla stazione per via Toledo, fino alla Prefettura.
Nell’ormai ex capitale borbonica, Salazar ricoprì importanti cariche pubbliche. Divenne Segretario particolare di Pallavicini e fu più volte consigliere comunale e vice Sindaco del Vomero, di San Lorenzo e della sezione Avvocata, nonché direttore del Museo Nazionale di San Martino. Non volle entrare, tuttavia, nel nuovo governo e per amore dell’arte rinunciò anche alla carica di Prefetto e alla candidatura parlamentare.
Dal 1866 al 1877, così, fu Ispettore e, quindi, dal 1878 vice Direttore della Pinacoteca del Museo Nazionale. L’ordinamento della Pinacoteca è testimoniato dall’inventario eseguito proprio dal Salazar e comprendente ben 839 dipinti. Propugnò l’istituzione del Museo provinciale campano di Capua e s’impegnò per la costituzione del Museo Civico di Reggio Calabria. Durante una visita alla città  natale, infatti, ne propose la fondazione per custodire i reperti archeologici che numerosi venivano trovati durante alcuni scavi. La proposta fu accolta dal sindaco Fabrizio Plutino e il Museo Civico, destinato a diventare il Museo Nazionale della Magna Grecia, fu inaugurato nel 1880 al pian terreno del palazzo Arcivescovile, nel giorno della festa dello Statuto nazionale.
Non trascurò il suo interesse per i Musei artistici industriali. Dopo aver visitato il Conservatorio di Arti e mestieri a Parigi, il Museo di Kensington a Londra, i Musei industriali a Vienna, Berlino, Dresda, Monaco di Baviera e altre città  tedesche e svizzere, suggerì di istituirli anche in Italia, assieme alla scuola di istruzione professionale. Napoli, accogliendo la sua proposta, istituì il Museo artistico industriale, e nel 1878 gli aggregò l’Istituto dell’istruzione artistica. Nel dicembre di quell’anno, il Ministro della Pubblica Istruzione Francesco De Sanctis costituì il Comitato promotore, designando a Presidente il principe Filangieri e a segretario proprio Salazar. Tale Museo fu inaugurato il 7 febbraio 1889 ma il contributo dato dal Salazar, fu incomprensibilmente ignorato. Ne nacque una “contesa” promossa dai figli per far riconoscere i meriti del genitore.
Fu membro dell’Accademia Pontaniana. Scrisse numerose opere di storia e di arte che furono lodate da Benedetto Croce nella «Critica ». Commendatore della Corona d’Italia, fu membro di diverse Accademie, Circoli e Commissioni.
Morì a Pozzuoli all’età  di 60 anni e fu sepolto accanto alla figlia Maria.
Lasciò numerosi manoscritti. Napoli gli ha intitolato la piazzetta antistante l’Istituto industriale artistico. Reggio ha dato il suo nome a una delle vie centrali della città  (sulla base di una biografia di Ugo Campisani) © ICSAIC 2022 – 9

Scritti

  • Ciò che è, ciò che dev’essere la pinacoteca nazionale, s.n., Napoli 1860?
  • Cenni sulla rivoluzione italiana del 1860, Stabilimento Tipografico di R. Ghio, Napoli 1866;
  • Sul riordinamento della Pinacoteca del Museo Nazionale. Rapporto al commend. Giuseppe Fiorelli, Stab. tip. Ghio, Napoli 1866;
  • Affreschi di S. Angelo in Formis, Tip. Strada Nuova Pizzofalcone n. 3, Napoli 1868 (e 1870);
  • Pensieri artistici, Tip. S. Pietro a Maiella, Napoli 1873;
  • Relazione all’accademia pontiniana sull’opera Studi sui monumenti dell’Italia meridionale dal IV al XIII secolo, Stamperia della R. Università , Napoli 1873;
  • Pensieri artistici, Tip. S. Pietro a Maiella, Napoli 1874;
  • Conclusioni sulla architettura classica e quella del Medio Evo, Tip. S. Pietro a Majella, Napoli 1875;
  • Conclusioni sulla architettura classica e quella del Medio Evo, Tip. S. Pietro a Maiella, Napoli 1875;
  • Notizie storiche sul palazzo di Federico II a Castel Del Monte, Tip. S. Pietro a Maiella, Napoli 1875;
  • Considerazioni sulla scultura ai tempi di Pericle in confronto dell’arte moderna, Tip. S. Pietro a Maiella 31, Napoli 1875;
  • Pensieri artistici per Demetrio Salazaro ispettore del museo nazionale di Napoli, Tip. S. Pietro a Majella, Napoli 1877;
  • Sulla coltura artistica dell’Italia meridionale dal IV al XIII secolo. Discorso, Fibreno, Napoli 1877;
  • Studi sui monumenti medievali della Sicilia. Relazione letta nella tornata del 11 dicembre 1877 all’Accademia di archeologia, lettere e belle arti dal socio Demetrio Salazaro, s.n., s.l. dopo il 1877?;
  • L’arco di trionfo con le torri di Federico II a Capua. Notizie storico-artistiche, Nobile & C., Caserta 1877;
  • L’arte della miniatura nel secolo XIV. Codice della Biblioteca Nazionale di Napoli, messo a stampa per cura di Demetrio Salazaro, Raffaele Caccavo, Napoli 1877;
  • Brevi considerazioni sugli affreschi del monastero di Donna Regina del XIII secolo, Tip. S. Pietro a Majella, Napoli 1877;
  • Studi sui monumenti medievali della Sicilia. Relazione letta all’Accademia di Archeologia, Lettere e belle Arti nella tornata del 11 dicembre 1877, s.n., s.l., 1877?
  • Sulla coltura artistica dell’Italia meridionale dal IV al XIII secolo. Discorso pronunziato dal comm. Demetrio Salazaro nella sezione di archeologia artistica del III congresso nazionale degli artisti italiani in Napoli, Tip. ed. già  del Fibreno, Napoli 1877;
  • Relazione su la esposizione storica nel Trocadero di Parigi, Tipografia Panfilo Castaldi, Napoli 1878;
  • Sulla necessita d’istituire in Italia dei Musei industriali artistici con le scuole di applicazioni. Pensieri e proposte, Tip. Panfilo Castaldi, Napoli 1878;
  • Poche parole dette sul sepolcro di Luigi Vanvitelli, Stab. tip. del Comm. G. Nobile e Co., Caserta 1879;
  • L’arte romana al Medio Evo, appendice agli studi sui monumenti della Italia Meridionale dal IV al XIII secolo, s.n., Napoli 1881;
  • Pietro Cavallini pittore scultore ed architetto romano del 13. Secolo. Nota storica letta all’Accademia di archeologia, lettere e belle arti nella tornata del 14 febbraio 1882 dal socio Demetrio Salazaro, Tip. e stereotipia della R. Università , Napoli 1882;
  • Studi sui monumenti della Italia meridionale dal IV al XIII secolo, Tip. A. Morelli, Napoli s. d.;
  • Gli affreschi di Badia del IV, V e XI secolo, s.n., s.l., s.d.

Nota bibliografica

  • B. E. Maineri, Epistolario politico, 1855-57, Bortolotti, Milano 1878;
  • Giulio Minervini, Commemorazione di Demetrio Salazar, nell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, 13 giugno 1882;
  • Vittorio Visalli, I Calabresi nel Risorgimento italiano, Torino 1891-1992;
  • Mario Mandalari, La vita e gli studi di Demetrio Salazaro, in Id. Saggi di storia e critica, Fratelli Rocca Editori, Roma 1887;
  • Aurelio Romeo, Pensiero ed Azione – Profilo di Demetrio Salazar, Ceruso, Reggio Calabria 1895;
  • Filippo Caprì, Commemorazione di Demetrio Salazar, «La Zagara », 23 giugno 1882;
  • Luigi Parpagliolo, Demetrio Salazar. Discorso commemorativo tenuto al Circolo Calabrese il 27 giugno 1926, con prefazione di Alfonso Compagna, Giannini, Napoli 1927;
  • Alfonso Frangipane, Demetrio Salazar. Quinta lettura di storia letteraria calabrese alla biblioteca comunale di Reggio Calabria, 18 maggio 1932, Tipografia Fata Morgana, Reggio Calabria 1932;
  • Antonio Monti, Demetrio Salazar, in «Rassegna Storica del Risorgimento », Roma, maggio 1936;
  • Alfonso Frangipane, Demetrio Salazar e gli studi storico artistici, Grafiche La Sicilia, Messina 1959;
  • Placido Olindo Geraci, Il Museo artistico industriale di Napoli e Demetrio Salazar nei documenti dell’archivio Dito, Grafiche La Sicilia, Messina 1968;
  • Placido Olindo Geraci, Profili di artisti reggini del ‘700 e ‘800: Vincenzo Cannizzaro, Ignazio Lavagna Fieschi, Demetrio Salazar, Giuseppe Benassai, Di Mauro, Cava dei Tirreni 1971;
  • Antonio Ventura (a cura di), Puglia medievale. Itinerario artistico, Capone, Cavallino di Lecce 1998;
  • Antonio Ventura (a cura di), Mezzogiorno medievale. Monumenti, artisti, personaggi, Capone, Lecce 2003;
  • Ugo Campisani, Artisti calabresi. Ottocento e Novecento, Pellegrini, Cosenza 2005, pp. 326-329;
  • Domenico Coppola, Demetrio Salazar (1822-1882), in Id., Profili di calabresi illustri, Pellegrini, Cosenza 2010, pp. 117-121.

Foberti, Francesco

Francesco Foberti [Rosarno (Reggio Calabria), 6 aprile 1866 – 15 febbraio 1945]

Nacque da Salvatore e Teresa Trimboli. Diplomatosi ragioniere entrò al Ministero degli Interni, dove percorse una brillante carriera. Sposò Adele dei Marchesi Oneto di Palermo, ma rimase vedovo dopo appena 29 giorni di matrimonio.
Come esperto politico, fece parte della delegazione italiana incaricata di stipulare a Versailles il trattato di pace, a conclusione della prima guerra mondiale. Molto letto e apprezzato, in temi di politica internazionale, il suo volume  Politica e Diritto. Saggio di Politica Estera, con prefazione di Mariano d’Amelio, definito «ottimo modello » di indagine giuridica.  
Storico, prima collaboratore de «L’Unità  » di Salvemini e poi della «Voce » di Prezzolini, ebbe attenzione per la questione meridionale, ma la sua fama è legata, tuttavia, ai pazienti e appassionati studi che ha condotto per trent’anni su Gioacchino da Fiore e sul pensiero gioachimita dove si distingue con i saggi fondamentali per la conoscenza dell’abate di Celico:  Gioacchino da Fiore,  Gioachimismo antico e moderno. Divulgatore e difensore di Gioacchino, dedicò parte della sua vita, infatti, agli studi gioachimiti, difendendo l’ortodossia dell’abate. Scrive a proposito Carmelo Ciccia: «Francesco Foberti  ha impiegato tutta la sua vita a dimostrare l’ortodossia di Gioacchino da Fiore, smantellando tutte le accuse a lui mosse e gli errori d’interpretazione e valutazione fatti a suo danno anche da parte di organismi ecclesiastici ».
Nelle sue opere, accompagnate da un’infinità  di scritti su quotidiani e riviste (tra le principali «Civiltà  Moderna », «Nuova Antologia » e ancora «Archivio storico per la Calabria e la Lucania »), colloca in una nuova luce la complessa figura dell’abate Gioacchino, sfrondandola di tutte quelle interpretazioni sia apologetiche che dissacratorie, «cumulo – come scrisse Padre Francesco Russo – di deformazioni, di leggende, di storture, di pregiudizi e di luoghi comuni ».  
Obiettivo dello studioso rosarnese nei trentaquattro anni spesi per indagare il pensiero gioachimita  rivelando nuovi punti di vista sul Profeta calabrese  (è ricordato come  sagace e appassionato difensore dell’ortodossia dell’Abate Gioacchino), fu quello di fornire una chiara rievocazione e una scrupolosa e serena esegesi della vita e delle opere del grande mistico calabrese, dimostrando l’ortodossia di Gioacchino, smantellando tutte le accuse a lui mosse e gli errori d’interpretazione e valutazione fatti a suo danno anche da parte di organismi ecclesiastici, presentandolo come interprete ortodosso della teologia cattolica.
«Far risaltare la grande figura di Gioacchino da Fiore – annotò infatti Giuseppe Marzano – non in una cornice di accuse ereticali e di stolte versioni leggendarie ». Si assunse il compito, insomma, di «metterlo nella luce luminosa della verità  storica; …rievocare e rivendicare con bella forma di entusiasmo il gran conterraneo medievale dinnanzi al giudizio odierno di italiani e di stranieri che non è forse, soltanto leggiero e ignaro; esibire le prove testuali decisive per la revisione dei trascorsi giudizi infondati; tutto questo è il contenuto dell’opera, che reca sommo onore al Foberti. E gli va data lode fervida e incondizionata ».  
Sebbene la critica successiva non sempre si sia trovata d’accordo su alcune conclusioni a cui è pervenuto, è apprezzato dagli studiosi di tutto il mondo per il contributo ricco e profondo dato per la soluzione di uno tra i problemi più affascinanti della storia letteraria calabrese.  
È ricordato come  uomo di una rara dirittura morale, un vero gentiluomo. Svolse anche incarichi pubblici: con decreto del ministro della Finanze Mosconi del 22 dicembre 1928, con il quale fu sciolto il Consiglio di amministrazione dell’Istituto Vittorio Emanuele III per i danneggiati del terremoto di Reggio Calabria, venne nominato Commissario straordinario.
Si spense modestamente in Rosarno a metà  febbraio del 1945, all’età  di 79 anni, nella casa di via Umberto I, lasciata in eredità  al Comune di Rosarno,  
A lui –    sagace e appassionato difensore dell’ortodossia dell’Abate Gioacchino  –  è stata intitolata la Mediateca Comunale di Rosarno, cittadina che lo ricorda anche con una via che porta il suo nome. Al suo nome è stato intitolato anche il premio di poesia «Città  di Rosarno ».  (Francesca Raimondi)   © ICSAIC 2022 – 9

Opere

  • Saggi di politica estera, S. Lapi, Città  di Castello 1914;
  • Politica e diritto. Saggi di politica estera, Istituto Editoriale Scientifico, Milano 1929;
  • Gioacchino da Fiore. Nuovi studi critici sulla mistica e la religiosità  in Calabria, Sansoni, Firenze 1934;
  • Per la verità  intorno a Gioacchino da Fiore, Palestra del Clero, Rovigo 1941.
  • Gioacchino da Fiore e il gioachimismo antico e moderno, Cedam, Padova 1942.

Nota bibliografica

  • Nuovi studi in Gioacchino da Fiore, Milano-Roma 1932 NBS, a, X V I , 8 », pag. 609-619;
  • Francesco Russo,  In memoria di  Francesco Foberti  difensore di Gioacchino da Fiore, «Bollettino della Società  di Storia Patria per le Calabrie », II, 1-4, 1945;
  • Francesco Russo,  In memoriam di Francesco Foberti, «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania », XIV, 2, 1945, pp. 164-168;
  • Francesco Russo,  In memoria di Francesco Foberti difensore di Gioacchino da Fiore, Scat, Cosenza 1945;
  • In memoria di Francesco Foberti, «Bollettino della Società  di storia patria per le Calabrie », Ed. Comitato per le onoranze, 1945;
  • Harry Kurz,  Francesco Foberti and Gioacchino da Fiore, «Italica »,  vol. 23, 2, giugno 1946;
  • Francesco Russo,  Francesco Foberti apologeta di Gioacchino da Fiore, «Il Calabrese », 1, 7-8, 30 luglio 1947, pp. 101-103;
  • Bernard McGinn,  L’abate calabrese. Gioacchino da Fiore nella storia del pensiero occidentale,  Marietti, Genova 1980;
  • Sandro Paparatti,  Francesco Foberti studioso di Gioacchino da Fiore,   «Calabria letteraria », 1-3, 1981, pp. 70-72;
  • Ferdinando Cordova,  Francesco Foberti, l’Accademia cosentina ed il mistero d’un patrimonio culturale scomparso,   «Historica », XLII, 1, 1989, pp. 3-9;
  • Carmelo Ciccia,  Allegorie e simboli nel Purgatorio e altri studi su Dante, Pellegrini, Cosenza 2002, p. 136;
  • Francesco Foberti (1866-1945), in «La Città  del Sole », http://www.sosed.eu/calabresi/Profilo-2-a.htm

Cundari, Evelina

Evelina Cundari (Cosenza, 29 aprile 1914 – Roma, 25 febbraio 1980)

«Bandiera dell’anticonformismo e dell’antifascismo cosentino », come è stata definita, nacque in una famiglia di solide tradizioni religiose, composta da 9 figli. Il padre Antonio, stretto collaboratore di don Carlo De Cardona, nel 1908 fu eletto sindaco di Cosenza, il primo di area cattolica. La madre si chiamava Marina Stumpo. Frequentò il liceo classico «Bernardino Telesio » di Cosenza. Già  in questi anni manifestò sentimenti di dissenso e insofferenza verso il regime fascista. Dopo la maturità , negli anni Trenta, si trasferì a Milano per frequentare l’Università  Cattolica del Sacro Cuore. Furono per lei anni di formazione umana, spirituale e culturale, determinanti per il suo percorso di vita futuro. In questo periodo si iscrisse anche alla Fuci. La presenza a Milano e la frequentazione di un circuito sociale molto attivo a livello politico-culturale gli consentì di avere incontri e frequentazioni con persone che poi divennero personaggi di primo piano a livello nazionale e in Calabria. Tra le tante frequentazioni ricordiamo l’amicizia intrecciata con mons. Enea Selis, allora studente, in seguito dirigente della Fuci e poi arcivescovo di Cosenza dal 1971 al 1979. Selis fu inoltre suo assistente spirituale a Roma al Policlinico Gemelli durante la sua malattia. In questi anni strinse anche rapporti di amicizia con Maria Mariotti, Angela Cingolani Guidi e Gabriella Ceccarelli.
Dopo la laurea, conseguita nel 1937, rientrò a Cosenza dove divenne molto attiva nel campo dell’associazionismo cattolico. Fu dirigente dell’associazione parrocchiale del Duomo e componente del Consiglio nazionale dell’Azione cattolica. Successivamente venne nominata delegata provinciale dell’Opera della Regalità  fondato da Armida Barelli; presidente dell’Unione Italiana insegnanti medi (Ucim); presidente della gioventù femminile di Azione Cattolica dal 1946 al 1950; presidente dei laureati cattolici. Incarichi che dimostravano quanto potesse ormai contare sulla stima delle gerarchie ecclesiastiche, ma anche di possedere un profilo di competenze funzionali a occupare uno spazio pubblico, di solito egemonizzato dagli uomini.
Quando dal Vaticano partì l’invito ai cattolici a partecipare alla ricostruzione del Paese e all’impegno politico rispose prontamente e nel 1946 si candidò al consiglio comunale di Cosenza, dove venne eletta con molte preferenze e nominata assessore. In occasione delle elezioni amministrative del 31 marzo 1946 a Cosenza aveva esortato le donne a essere «numerose, compatte, domani nel fare uso di questo diritto del voto che la patria vi ha concesso in un’ora in cui ha tanto bisogno di voi ». All’impegno politico conciliò anche un’apprezzata attività  culturale ed educativa. Fu membro del consiglio di amministrazione della Scuola di Magistero per la donna e proprio in questi anni venne nominata dall’Accademia cosentina socio corrispondente. Dal 1964 al 1979, anno del suo pensionamento, diresse come preside l’Istituto magistrale n. 2 di Cosenza.
Il suo impegno politico a livello provinciale venne apprezzato dai vertici nazionali della Democrazia cristiana. Nel 1951, infatti, venne nominata delegata provinciale del Movimento femminile del partito. Come delegata faceva parte del comitato provinciale del partito. Ricoprì l’incarico fino al 1965 con grande spirito di servizio.
La politica come esercizio di carità  secondo gli insegnamenti di Sant’Agostino fu pratica costante in tutta la sua vita. Fu anche membro della direzione regionale del Movimento femminile della Democrazia cristiana e in quella nazionale. Nel 1976 in una lettera al giornalista Raniero La Valle, candidato nelle liste del Partito comunista, espresse la sua contrarietà  nei confronti della legalizzazione dell’aborto, che, secondo la Cundari poneva non solo una questione di etica e di fede, ma aveva una dimensione socio-economica da ben ponderare: «Non si può dire al povero che non ha i mezzi sufficienti per poter sostenere la vita di un figlio, che egli, il povero, potrebbe anche essere autorizzato a sopprimere questa vita in gestazione ».
A Roma si trovò a collaborare con le donne cattoliche più impegnate a livello politico e culturale. Molte appartenevano, come lei, alla Regalità  del Sacro Cuore e fu facile perciò trovare punti di convergenza su obiettivi comuni. Furono con lei in rapporti di studio, di collaborazione e di progettazione a Roma e in giro per l’Italia. Per i suoi rapporti di amicizia le invitò spesso a Cosenza per incontri di studio con le donne più impegnate del tempo. Tra queste ricordiamo Elisabetta Conci, Stefania Rossi, Maria Iervolino, Maria Eletta Martini e Vittoria Titomanlio. Con Tina Anselmi e Franca Falcucci vi furono rapporti di collaborazione e di stima reciproca che si tramutarono anche in una solida amicizia.
A Roma, dove morì, venne apprezzata per la sua indipendenza di giudizio, la sua determinazione, il rispetto delle idee altrui, la ricerca del dialogo e la capacità  del confronto. A Cosenza per onorarne la memoria le hanno intitolato una piazza e una scuola. (Nella Matta e Giuseppe Ferraro) © ICSAIC 2022- 9

Nota bibliografica

  • Luigi Intrieri (a cura di), Evelina Cundari, Fasano, Cosenza 1981;
  • Luigi Intrieri, Azione Cattolica a Cosenza (1867-1995), Ave editrice, Roma 1997;
  • Leonardo Falbo, La prima campagna elettorale delle donne e la “Signora Togliatti” a Cosenza, in «Rivista calabrese di Storia del ‘900 », I, 2011, pp. 37-48;
  • Loredana Giannicola, Evelina Cundari, in Tania Frisone, Nella Matta e Marilù Sprovieri (a cura di), Le donne nella storia della Calabria, Jonia editrice, Cosenza 2021;
  • Loredana Giannicola (a cura di), Un viaggio lungo 152 anni. Il Lucrezia della Valle da scuola normale a liceo, Jonia editrice, Cosenza 2014.