Elia, Roberto

Roberto Elia (Catanzaro, 29 luglio 1871 – Napoli, 11 giugno 1924)

Quartogenito di sei figli, quattro femmine e due maschi, nacque da Raffaele e Teresa Apollari, che gli imposero pure i nomi di Carmine e Raffaele. Il padre era un artigiano del ferro e gestiva due avviati laboratori che gli consentivano una certa agiatezza; la madre, figlia dell’avvocato Ambrogio, proveniva da una famiglia dell’alta borghesia e aveva sposato per amore un uomo reputato di condizione sociale inferiore. Entrambi i genitori vollero avviare i figli agli studi, comprese le ragazze.
Completati gli studi liceali, Roberto preferì prestare il servizio militare arruolandosi volontario in fanteria e venne incorporato nel 70° Reggimento della Brigata “Ancona” di stanza a Firenze. Una volta congedato, deludendo le aspettative del padre, cominciò a lavorare come apprendista tipografo, addetto alla composizione. Questa attività, iniziata intorno al 1894, lo mise immediatamente a contatto con il mondo del giornalismo cittadino. E dopo qualche anno aderì con slancio al partito socialista.
La sua militanza è caratterizzata da un forte attivismo tanto che nel 1896 fu due volte arrestato e rinviato a giudizio per minacce, ingiurie e lesioni gravi nei confronti di agenti delle forze dell’ordine e in entrambi i casi ne uscì per una dichiarazione di non luogo a procedere. Tre anni dopo, invece, per gli stessi reati fu condannato dal Pretore a cinque giorni di reclusione. 
Nel frattempo affiancò all’attività di tipografo quella di propagandista scrivendo opuscoli e articoli che propugnano il ricorso anche a metodi violenti nella lotta di classe, per giornali quali l’«Araldo», il «Pensiero contemporaneo» e «Calabria Avanti!».
Nel 1904 si trasferì a Nicastro come collaboratore di studio dell’avv. Camillo Loriedo, figura di primo piano del movimento socialista calabrese e con il sostegno di questi fu nominato segretario della locale sezione. Nel maggio del 1905, al termine di un breve processo, venne condannato dal Tribunale di Nicastro a dieci giorni di carcere per resistenza e offese al Delegato di polizia e l’anno successivo lo stesso Tribunale lo condannò a due mesi e quindici giorni per lesioni gravi e il Procuratore del Re ne ordinò l’arresto. L’ordine non poté essere eseguito perché il 17 agosto di quell’anno da Napoli s’imbarcò per gli Stati Uniti. 
Ad accoglierlo a New York c’era il suo amico Giuseppe Pucci che gli trovò un appartamento nella Little Italy. Data la sua esperienza di tipografo non ebbe difficoltà a inserirsi nella redazione di «Cronaca Sovversiva» di Luigi Galleani, il più importante giornale anarchico di lingua italiana, ma collaborò pure con «Il Novatore», «La Plebe» di Carlo Tresca e «L’Era nuova» di Ludovico Caminita. La redazione della rivista di Galleani si trovava a Barre, nel Vermont dove si trasferì dopo qualche mese. Nel volgere di qualche anno assunse l’amministrazione del giornale riuscendo a rimettere ordine nella contabilità, fino a ripianare il bilancio. Nel dicembre 1912 lasciò l’amministrazione della rivista e si dedicò alla produzione pubblicistica e all’attività di propaganda.
Stampò una serie di giornali clandestini tra cui «Il Domani » e «L’Ordine» e per conto di Ludovico Caminita «la Jacquerie», sequestrati e soppressi nel giro di poche settimane.  
Il movimento anarchico a partire dal 1907 avvia una nuova stagione di lotta contro il sistema capitalistico. L’azione repressiva è energica e, in alcuni, casi in aperta violazione delle norme penali. Quando nell’aprile del 1917 gli Stati Uniti decidono di entrare in guerra molti anarchici, compreso Elia, intensificano la veemente propaganda antimilitarista.
Alla fine del conflitto, sull’onda dell’entusiasmo suscitato dalla rivoluzione d’ottobre e dalla ripresa dei grandi scioperi guidati dall’I.W.W. (i “wobblies”) – famoso quello dei portuali di New York – gli anarchici ripresero la loro attività. Una prima ondata di attentati di tipo dimostrativo fu compiuta il primo maggio 1919 con l’invio per posta a 30 diverse personalità del mondo della politica, degli affari, della finanza e dell’Amministrazione, di un pacchetto contenente una piccola quantità di esplosivo in grado, a dire il vero, solo di provocare un grande spavento. 
Gli attentati successivi del 2 giugno in sette città – Boston, New York, Filadelfia, Washington, Paterson, Pittsburgh e Cleveland – oltre a provocare danni materiali ingenti, causarono due morti. 
Una catena di delazioni, l’impiego di infiltrati italiani e minacce e violenze sui fermati, condussero la polizia sulle tracce di Elia, che fu arrestato il 25 febbraio 1920 nella Brooklyn Art Press di New York, da un agente italiano, Ioseph Barbera. Nei suoi confronti venne formulata l’accusa di possesso illegale di arma da fuoco per cui dovette comparire in udienza. Il Giudice, convinto dagli inquirenti di avere di fronte un pericolosissimo anarchico, fissò, al di là della specifica imputazione, una cauzione altissima e ordinò la detenzione nel carcere di Raymond Street in attesa del processo. Qui fu interrogato per tre giorni di fila dagli agenti Barbera e Harry C. Leslie, ma non sul capo d’accusa a suo carico bensì sulla sua attività di tipografo e sulle sue idee politiche. Rispose a tono e non fornì alcuna informazione che potesse compromettere i suoi amici. L’8 marzo, dopo un primo rinvio, comparve in udienza e fu condannato per il possesso di una pistola, ma il Giudice su richiesta del Dipartimento della Giustizia, affidò l’imputato agli agenti del Bureau of Investigation che lo condussero nella loro sede al quattordicesimo piano di Park Row Building. Rimase recluso per otto settimane. In questo ufficio era già detenuto il suo collega tipografo, amico e compagno Andrea Salsedo, originario di Pantelleria, discepolo di Galleani, nel senso più pieno del termine.
Elia e Salsedo vennero interrogati per diverse settimane, senza che fosse mai formulata nei loro confronti alcuna accusa precisa. Gli anarchici italiani con in testa Sacco e Vanzetti, venuti a conoscenza dell’illegale detenzione dei due, misero in piedi un Comitato di difesacoinvolgendo tutti i gruppi anarchici e anche Carlo Tresca sul suo giornale «Il Martello», iniziò una campagna di stampa per la loro liberazione. Insinuazioni malevole da parte della polizia, fatte filtrare ad arte e pubblicate su giornali compiacenti, una difesa inadeguata e, probabilmente, in combutta con le autorità, la paura di essersi lasciati sfuggire qualcosa, lo stress e la tensione causati da interrogatori violenti, portarono Salsedo allo sconforto e alla disperazione. Intorno alle 4 del mattino del 3 maggio 1920 Salsedo precipitò dalla finestra del 14° piano degli uffici del Dipartimento di Giustizia, sfracellandosi sul selciato sottostante. Le responsabilità sulla morte di Salsedo divennero subito oggetto di fortissima controversia. Elia, testimone unico e scomodo, fu traferito il 5 maggio in una cella di isolamento nel padiglione carcerario di Ellis Island, più volte interrogato, in attesa del decreto di espulsione, che arrivò dopo tre mesi. Il 6 agosto 1920 lasciò definitivamente gli Stati Uniti. Una volta sbarcato a Napoli, raggiunse la sua citta natale, accolto dai suoi familiari, fu ospitato dal fratello Riccardo e poi prese in affitto una stanza in un palazzo del centro.
Anche se sottoposto a sorveglianza da parte del ministero dell’Interno, allertato dal consolato americano, riprese il suo lavoro di tipografo, aprì una copisteria, ricominciò la sua attività politica. Paolo Schicchi lo chiamò, con Gaspare Cannone, alla redazione del «Vespro Anarchico» di Palermo, ma poco tempo dopo egli decise di dedicare tutte le sue energie (era già fortemente minato nel fisico per le sevizie subite e la tubercolosi contratta in America) alla ricostituzione del movimento anarchico calabrese. Pensa innanzitutto alla fondazione di un nuovo giornale anarchico, rispondente alle esigenze delle popolazioni calabresi, sia nei temi da affrontare che nel linguaggio da usare.  
Al primo convegno anarchico calabrese, tenutosi a Reggio Calabria il 15 gennaio 1922, di cui fu il principale organizzatore insieme a Bruno Misefari, ricevette l’incarico di fondare un giornale che desse voce a tutti gli anarchici della Calabria. Con lo stesso Misefari, un mese dopo, lanciò la circolare per la pubblicazione di «Pane e libertà»destinato a diventare lo strumento per la diffusione dell’Ideale Anarchico in tutta la regione. Per rispondere meglio allo scopo, il giornale avrebbe riportato scritti anche in dialetto calabrese. Il mancato aiuto finanziario dei compagni del Nord Italia e d’America ritardò tuttavia la realizzazione del progetto che ebbe un avvio solo due anni più tardi, il 14 dicembre 1924, con la fondazione a Reggio Calabria de «L’Amico del popolo», redatto da Misefari con l’apporto di Nino Malara e di Nino Napolitano. Vessato e sorvegliato fino all’ultimo dalla polizia, morì, l’11 giugno 1924, a Napoli, nell’Ospedale di Santa Maria La Pace.dove era ricoverato da mesi.
L’ultima lettera gliela inviò Bartolomeo Vanzetti, ma giunse troppo tardi. (Antonio Orlando© ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Luigi Quintiliano, Preludi alla tragedia di Dedham. Riflessioni e ricordi, in «Controcorrente», Boston, XV, 1, luglio-agosto 1958;
  • Oscar Ferrara, L’affaire Salsedo, «Sicilia Libertaria», 1993; 
  • Chiara Basso, Un italiano in America: Mario Buda, l’uomo che fece saltare Wall Street, «Italies», 5, 2001;
  • Natala Musarra, ad nomen, in Dizionario Biografico degli anarchici Italiani, vol. I, (a cura di Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele, Pasquale Iuso), BFS Edizioni, Pisa 2003;
  • Katia Massara e Oscar Greco, Rivoluzionarei e migranti. Dizionario biografico degli anarchici calabresi, BFS edizioni, Pisa 2010, ad nomen;
  • Michele Presutto, L’uomo che fece esplodere Wall Street. La storia di Mario Buda, Altreitalie, 40, 2010;
  • Filippo Manganaro, Dynamite girl. Gabriella Antolini e gli anarchici italiani, Nova Delphi, Roma 2013;
  • John Reed, Red America. Lotta di classe negli Stati Uniti, Nova Delphi, Roma 2014;
  • Paul Avrich, Ribelli in paradiso. Sacco, Vanzetti e il movimento anarchico negli Stati Uniti, Nova Delphi, Roma 2015;
  • Aldo G. M. Ventrici, Roberto Elia. L’anarchismo antiorganizzatore negli Stati Uniti del primo ‘900, La Rondine, Catanzaro 2019. 

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, busta 1879, fasc. 107187
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