Evolo, Natuzza

Natuzza Evolo [Mileto (Vibo Valentia), 23 agosto 1924 – 1 novembre 2009].

Conosciuta come Natuzza, anche se il suo nome era Fortunata, nasce a Paravati, frazione del comune di Mileto, all’epoca in provincia di Catanzaro. Non ha la fortuna di conoscere il padre, Fortunato, partito per l’Argentina in cerca di lavoro proprio qualche mese prima che lei nascesse. Cresce con la madre, Maria Angela Valente, e con i nonni materni, Antonino Valente e Giuseppina Rettura, ma le condizioni della famiglia sono così povere che la bambina è affidata alla carità pubblica. Man mano che gli anni passano si adatterà a stare sempre chiusa in casa ad accudire i fratelli Domenico, Antonio, Francesco, Vincenzo, e Pasquale. Rimase analfabeta, ma “segnata” da particolari carismi. 
Francesco Mesiano scrive che fin da bambina Natuzza mostrò alcuni segni particolari: «È una donna che vede i defunti e conversa con loro, che va in trance, che ha sudorazioni ematiche, più evidenti durante la Quaresima, che vive anche il grande mistero delle stimmate. Il sangue che sgorga dalle sue ferite, a contatto con bende o fazzoletti, si trasforma in segni strani, a volte incomprensibili, in testi di preghiera in varie lingue, in calici, ostie, Madonne, cuori, corone di spine».  L’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani nel Il Ponte di San Giacomo, sottolinea: «Ancora giovanissima Natuzza sognò San Francesco di Paola e gli chiese una grazia; il Santo le assicurò che “entro tre giorni” sarebbe stata esaudita. La grazia consisteva nel potersi allontanare dalla sua casa materna; dopo tre giorni precisi fu chiamata da un avvocato, nella cui casa, dopo circa un mese, entrò come persona di servizio».
La sua vita cambia radicalmente. La ragazza viene infatti assunta come cameriera nella casa dell’avvocato Silvio Colloca, dove rimarrà fino al giorno del suo matrimonio, ma dove incomincia anche a manifestare i primi «segni straordinari». Raccontava la stessa Natuzza: «Una sera –– dopo aver chiuso il portone, non appena mi ritirai nella mia camera, vidi entrare delle persone vestite come noi, le quali mi dissero di essere anime dell’altro mondo. Ebbi una grande paura e scappai gridando».
L’avvocato Colloca pensò che Natuzza fosse posseduta dagli spiriti. Il giorno dopo l’accompagnò in Chiesa perché il parroco la benedicesse ma ritornata a casa – ricordava la donna – «mi si presentò un tale e mi disse di essere San Tommaso: sollevò la mano per benedirmi e mi disse: “Ora ti do un’altra benedizione, i defunti da oggi in avanti li vedrai sia di giorno che di notte”».
Dopo una lunga serie di manifestazioni inspiegabili che Natuzza, allora ancora ragazza, viveva nel corso delle lunghe sue giornate di lavoro, nei primi mesi del 1940 la Chiesa decise di avviare un processo di chiarimento. Natuzza raccontava ai padroni di casa dove prestava servizio dei suoi continui «dialoghi con la Madonna». Sorprendente, poi, era la conoscenza che la ragazza diceva di avere dell’aldilà: raccontava di «entrare in contatto e dialogare con le anime defunte». Spesso capitava che la ragazza andasse anche in trance, ed era chiaro che questi fenomeni per nulla normali e per nulla ordinari mettessero in allarme la Chiesa.
Sulla scia anche dell’enorme emozione popolare che già allora Natuzza suscita, il vescovo della Diocesi di Mileto, mons. Paolo Albera, decide di rivolgersi a Padre Agostino Gemelli, per chiedergli un consiglio sul cosa fare. È il 18 febbraio 1940. Alla sua lettera mons. Albera allega anche una relazione dettagliata, redatta nei minimi dettagli da un sacerdote del luogo, don Francesco Pititto, su tutto ciò che accadeva dentro le mura della casa dove Natuzza viveva. È quasi immediata, del 22 febbraio, la risposta di Padre Gemelli a mons. Albera: lo rassicura che «studierà il caso». Il 29 giugno del 1940 accade un altro fatto straordinario. È la festa dei Santi Pietro e Paolo e Natuzza riceve in Chiesa, a Paravati, il sacramento della Cresima dal vescovo Albera. La ragazza incomincia a stare male, ha forti tremori, lo sguardo stralunato, la mente confusa. Immediatamente racconta di avvertire un brivido profondo lungo tutto il corpo, e sente qualcosa di gelido che le scorre sul davanti, poi improvvisamente sulla sua camicia bianca compare una grande croce di sangue. Lo sconcerto è generale, la gente presente in Chiesa grida al miracolo, e la notizia di quella croce di sangue formatasi da sola sulla camicetta bianca della ragazza fa il giro dell’intera Calabria. Mons. Albera scrive allora una nuova lettera a Padre Gemelli. È l’8 luglio 1940: «La Evoli dal 29 giugno scorso – scrive sbagliando il cognome della ragazza – va soggetta a eruzioni cutanee sanguigne localizzate alla spalla sinistra in forma di croce e al petto, parte sinistra, in forma di croce. Le eruzioni sanguigne sono sempre precedute e seguite da forti dolori al cuore e alla spalla sinistra. Si trova in uno stato di prostrazione. Il medico incaricato di visitarla ha dichiarato che la Evoli si trova in ogni parte del corpo perfettamente sana, e non sa spiegare il fenomeno».
Padre Gemelli in maniera netta risponde: «In linea di massima la soluzione è sempre quella: l’isolamento, in modo che si faccia il silenzio attorno alla persona». A mons. Albera non resta dunque che seguire le indicazioni ricevute e così, subito dopo l’estate, il 2 settembre del 1940, Natuzza viene rinchiusa nel Manicomio di Reggio Calabria. Due mesi più tardi viene rimandata a casa perché, per il direttore del Manicomio, il prof. Annibale Puca, è perfettamente sana. Prima di lasciare il Manicomio, Natuzza manifesta al medico il desiderio di poter prendere i voti e diventare suora, per poter rimanere così in ospedale con le «sorelle che tanto l’avevamo amata». Torna però a Paravati, dove qualche mese più tardi, su suggerimento dello stesso psichiatra reggino, si unisce in matrimonio con Pasquale Nicolace, un falegname del luogo che le resterà accanto per il resto della sua vita. Diventerà madre di 5 figli, Salvatore, Antonio, Anna Maria, Angelo e Francesco.
Diversamente da quanto gli psichiatri avevano immaginato, le manifestazioni straordinarie e inspiegabili continueranno a verificarsi come prima, e per tutti gli anni che le rimarranno da vivere. Nel 1958, in periodo di piena quaresima, si grida per la prima volta al miracolo. Le compaiono infatti le stimmate alle mani, ai piedi, alle ginocchia. Da allora le cicatrici non si rimargineranno mai più. La sua casa appena alle porte di Paravati diventa presto meta di pellegrinaggi continui. Ogni anno, puntualmente, nella settimana di Pasqua le ferite, si riaprono e riprendono a sanguinare. È il periodo in cui Natuzza si chiude in casa e non accetta di ricevere nessuno. Le testimonianze dei medici che per tanti anni l’hanno seguita e visitata sono sconcertanti. Raccontò il dottor Umberto Corapia: «Visitai Natuzza qualche giorno prima di una Pasqua di tanti anni fa; la cosa che più mi colpì fu il constatare la comparsa sul suo cuoio capelluto di una corona di spine, una corona di sangue. Una di queste gocce di sangue che colava sulla tempia di Natuzza andò a finire sul cuscino. Straordinario. Come se vi fosse una penna invisibile quella goccia disegnò a caratteri stampatello la frase “Venite ad me Omnes”».
Un giorno i medici scoprono un particolare che in passato era sfuggito alla loro attenzione: «Era sempre Venerdì Santo – ricordava ancora il dr. Corapi – decidemmo di esaminarle le spalle e ci accorgemmo che sulla spalla destra stava formandosi un ematoma escoriato. Dal punto di vista medico fu una cosa impressionante, ricordo questa spalla diventare sempre più violacea finché non si formò l’ematoma. Assistemmo alla progressione biologica di questo ematoma, come se sulla spalla di Natuzza qualcosa gli pesasse contro. Quando riprese conoscenza le facemmo molte domande, ci rispose di aver visto la crocifissione di Gesù».
Anche il racconto della dottoressa Isa Mantelli che ha assistito Natuzza per due anni di seguito, nel 1979 e nel 1980, sempre il Venerdì Santo, mette in luce altri particolari indecifrabili: «Per tre ore, dalle dodici alle quindici ricordo questa donna tormentata da indicibili sofferenze e da una sempre crescente difficoltà a respirare, come di chi stesse per morire per asfissia. Alla fine, diventa cianotica e il corpo è squassato da tre forti convulsioni».
Di testimonianze come queste se ne contano a centinaia. Valerio Marinelli, docente all’Università della Calabria, le ha raccolte in una decina di volumi tutti dedicati al «Caso Natuzza», sotto la lente di ingrandimento di studiosi e uomini di Chiesa per più di 80 anni e che, anche dopo la sua morte, resta un vero e proprio mistero.
Natuzza è morta nella sua casa all’età di 85 anni.
Il 6 aprile 2019, con l’editto del vescovo Luigi Renzo, è stata avviata la causa di beatificazione della «mistica delle stimmate». A Paravati, come da lei richiesto, è stato eretto un Santuario dedicato alla Madonna. (Pino Nano) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Tommaso Besozzi, L’errore del vescovo di Mileto. Da dieci anni la scienza studia Natuzza dei Morti ma per i calabresi essa è la donna del miracolo. «L’Europeo IV, 11 1948: 8;
  • Lino Businco, Alberico Collicelli, Il caso Natuzza Evolo, «Notiziario di metapsichica», Roma 1948;
  • Nicola Valente, Natuzza, la radio dell’altro mondo a Paravati, Fratelli Palombi, Roma 1950;
  • Francesco Mesiano, I fenomeni paranormali di Natuzza Evolo, Edizioni Mediterranee, Roma 1974;
  • Valerio Marinelli, A study of bilocative phenomena of Natuzza Evolo. Preceded by a brief description of her other paranormal phenomena, Tecnoprint, Bologna 1978;
  • Valerio Marinelli, “Natuzza di Paravati: umile serva del Signore”, Mapograf, Vibo Valentia 1985;
  • Pino Nano, Calabritudine, Fatti, personaggi, utopie e commenti visti da vicino da un cronista di provincia, Progetto 2000, Cosenza 1986, pp. 259 e sgg;
  • Anna Maria Turi, Natuzza Evolo: emografie, bilocazioni e guarigioni spirituali della mistica di Paravati, Edizioni Mediterranee, Roma 1995;
  • Luigi Maria Lombardi Satriani, Mariano Meligrana, Il Ponte di San Giacomo, Sellerio Palermo 1996;
  • Giuseppe Notaro, C’era una volta… Ed è proprio la fede in Dio che mi fece conoscere Natuzza Evolo…, La Procellaria, Reggio Calabria 1998;
  • François Brune, Les Miracles et Autres Prodiges, Editions Du Félin, Parigi 2000;
  • Anna Maria Turi, Stigmate e stigmatizzati, Edizioni Mediterranee, Roma 2001;
  • Maricla Boggio, Luigi M. Lombardi Satriani, Natuzza Evolo. Il dolore e la parola, Armando Editore, Roma 2006;
  • Pino Nano e Anna Maria Aiken, …Un verme di terra, Sceneggiatura cinematografica e teatrale della storia di Natuzza Evolo, 2011;
  • Luciano Regolo, Natuzza Evolo. Il miracolo di una vita, Mondadori, Milano 2012;
  • Luigi Renzo, Il mio incontro con Natuzza, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2014;
  • Luciano Regolo, Il Gesù di Natuzza, Edizioni San Paolo, Milano 2019.

Nota archivistica

  • Archivio Storico Università Cattolica Sacro Cuore di Milano, Il Caso Fortunata Evolo, Carteggio riservato tra Padre Agostino Gemelli e il vescovo di Mileto mons. Paolo Albera, 1940.

Filmografia

  • Molti contributi filmati sulla vicenda di Natuzza Evolo sono presenti sul canale You Tube.
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