Napoli, Vito

Vito Napoli [Squillace (Catanzaro),16 novembre 1931 – Roma, 8 novembre 2004]

Nasce da Giuseppe, operaio, e Domenica, casalinga. Ha un fratello più piccolo, Osvaldo, e una sorella più grande, Maria. Dopo le elementari la sua famiglia decide di emigrare a Torino e qui inizia per lui un’infanzia completamente diversa da quella vissuta a Squillace. A Torino frequenta le scuole superiori con risultati da primo della classe e quando c’è da decidere se iscriversi o meno all’università, a dispetto di quello che avrebbe desiderato suo padre, molla tutto e si tuffa nel mondo del giornalismo. La scrittura e il giornalismo, infatti, sono le vere uniche grandi passioni della sua vita. Lo intuiscono bene i vertici della «Gazzetta del Popolo» il quotidiano torinese dove incomincia a muovere i primi passi da praticante giornalista, prima come cronista e poi come inviato speciale.
Sono gli anni in cui la «Gazzetta del Popolo» diventa nei fatti il giornale alternativo alla «Stampa» degli Agnelli, un giornale fresco, aggressivo, dai toni e dai titoli a volte anche un po’ troppo sopra le righe, ma che nel giro di pochi anni ne fanno un importante «foglio di opinione». Proprio tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta il giornale conduce infatti alcune importantissime inchieste sul lavoro minorile, sulle baronie mediche e sugli incidenti sul lavoro che gli valgono l’attenzione dei grandi osservatori politici del tempo, e gran parte di quelle inchieste, soprattutto le più coraggiose, ma anche le più sprezzanti contro le lobby del tempo, portavano in coda al pezzo proprio la firma del giovane calabrese.  All’inizio degli anni 70 vinse il premio Saint Vincent assieme a Claudio Donat-Cattin per l’ inchiesta giornalistica che aveva portato al processo contro i cosiddetti i “clinici d oro” di Torino. 
Ma ancora prima, negli anni Cinquanta, «La Gazzetta» in realtà aveva contribuito a favorire il processo d’integrazione degli immigrati meridionali nel tessuto civico torinese, e questo grazie ad alcune scelte editoriali che portarono poi il mondo liberale piemontese a pensare che il giornale fosse in realtà un organo di stampa filocomunista. La stessa redazione di cui Vito Napoli – per anni protagonista anche di primo piano degli organismi sindacali e nazionali di categoria – era in effetti una redazione molto sindacalizzata, palesemente molto più “vicina” al mondo operaio che al potere industriale di quel tempo, e tutto questo nonostante nel 1953 il giornale fosse stato acquistato dal senatore democristiano Teresio Guglielmone e poi, nel 1957, dalla società romana Affidavit che era di chiara “estrazione” democristiana.
Il 5 giugno del 1972, nella parrocchia di Sant’Anna a Torino, si sposa con Eleonora Pagliaro, da questa unione nasce Stefano, che dopo la morte del padre per lungo tempo lavorerà al Parlamento Europeo. Subito dopo, all’età di quarant’anni, lascia definitivamente il mondo del giornalismo e della carta stampata per dedicarsi anima e corpo alla politica, anche se per tutto il resto della sua vita non finirà mai in realtà di raccontare continuamente in pubblico quella che lui considerava la sua “epopea”, e che in realtà non era stato altro che un percorso professionale invidiabile: la sua storia di cronista vantava maestri del giornalismo piemontese come Francesco Malgeri, Riccardo Forte, Ugo Zatterin, Arturo Chiodi, Giorgio Vecchiato, Michele Torre, gli ultimi direttori che si erano avvicendati alla guida del giornale prima che luii abbandonasse per sempre la redazione torinese, e trasferirsi definitivamente a Roma.
Lascia dunque il giornalismo militante perché il mondo della politica lo «vuole deputato a Roma», e a chiamarlo alla sua “corte” per chiedergli questo grande «sacrificio personale» sarà proprio Carlo Donat Cattin che in quegli anni a Torino aveva apprezzato il modo in cui Napoli seguiva e raccontava le grandi vertenze della città più industrializzata del Paese. 
Due vite quasi parallele le loro: negli anni Cinquanta, quando incomincia a fare il giornalista, Donat Cattin ha appena fondato, insieme a Giulio Pastore, la Cisl, poi fu eletto prima consigliere comunale a Torino, quindi Consigliere provinciale, e nel 1958 deputato. Dal 1969 al 1972 Donat Cattin diventa ministro del lavoro e della Previdenza Sociale, nel 1973 ministro per gli Interventi Straordinari nel Mezzogiorno, e infine dal 1974, al 1978, ministro dell’Industria e del Commercio. Sono incarichi di grande peso politico che permettono all’ex leader sindacale di fondare una corrente tutta sua, «Forze Nuove», una vera e propria «spina nel fianco» di quel partito che era allora la DC dei vari Rumor, Andreotti, Forlani, Colombo, Cossiga. 
Ed è proprio in questi anni che Carlo Donat Cattin sceglie proprio Napoli come portavoce ufficiale del suo nuovo gruppo, candidandolo poi, nel giugno 1976, alla Camera dei Deputati in Calabria. 
La prima elezione sarà per Vito Napoli un trionfo inaspettato. Il 1° luglio 1976 viene proclamato deputato per la Circoscrizione di Catanzaro e rimane in carica per tutta la VII Legislatura, fino al 19 giugno 1979. Viene riconfermato deputato anche nella VIII, IX, X XI Legislatura, sempre per la circoscrizione di Catanzaro, fino al 14 aprile 1994. In quello stesso anno, il 29 aprile, subentra anche al Parlamento Europeo, dove rimane fino alla conclusione della legislatura (18 luglio successivo), come membro del gruppo Democratico-Cristiano.
Nelle cinque legislature alla Camera farà parte delle Commissioni parlamentari più importanti di Montecitorio. L’elenco è lungo: Commissione affari della presidenza del consiglio, affari interni e di culto, enti pubblici dal 5 luglio 1976 al 19 giugno 1979; Commissione industria e commercio – artigianato – commercio estero dal 11 luglio 1979 al 25 luglio 1979 e dal 29 ottobre 1980 al 11 luglio 1983; Commissione bilancio e programmazione – partecipazioni statali dal 18 ottobre 1980 al 11 luglio 1983 in sostituzione di Guido Bodrato;  Commissione lavori pubblici dal 6 maggio 1980 al 29 ottobre 1980; Commissione industria e commercio-artigianato-commercio estero dal 12 luglio 1983 al 1 luglio 1987; Commissione parlamentare per l’esercizio dei poteri di controllo sulla programmazione e sull’attuazione degli interventi ordinari e straordinari nel mezzogiorno dal 26 ottobre 1983 al 1 luglio 1987; Commissione attività produttive, commercio e turismo dal 4 agosto 1987 al 22 aprile 1992; Commissione parlamentare per il controllo sugli interventi nel mezzogiorno dal 23 ottobre 1987 al 22 aprile 1992; Commissione affari esteri e comunitari in sostituzione di Giulio Andreotti dal 21 aprile 1988 al 30 maggio 1991; Commissione speciale per le politiche comunitarie dal 10 ottobre 1990 al 22 aprile 1992; Commissione affari esteri e comunitari dal 9 giugno 1992 al 28 giugno 1992 al posto di Franco Marini, dal 19 maggio 1993 al 14 aprile 1994 subentra a Roberto Formigoni; e infine Commissione attività produttive, commercio e turismo dal 9 giugno 1992 al 19 maggio 1993.
L’incarico politico più prestigioso lo riceve nel corso della VIII Legislatura (Governo Cossiga, Ministro dell’Industria Antonio Bisaglia, coalizione di Governo Dc-Psi-Pri): il 4 aprile 1980 diventa sottosegretario all’Industria, incarico che manterrà fino al 18 ottobre di quello stesso anno per via dell’ennesima crisi di Governo. 
L’archivio storico della Camera dei deputati conserva oggi sotto il suo nome ben 547 «Atti di indirizzo e controllo», 596 progetti di legge presentati (4 come primo firmatario, 592 come «altro firmatario») e ben 122 interventi, di cui 79 in Aula. Tra i progetti di legge di cui è stato primo firmatario uno in particolare, strettamente legato al suo impegno in Calabria, datato 5 ottobre 1977, riguardava l’Istituzione di una «Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni e sulle strutture socioeconomiche in Calabria e sui conseguenti fenomeni tra cui quelli della delinquenza organizzata, e del costume e dell’organizzazione mafiosa».
Nel 1981 il suo nome risulta inserito nell’elenco degli iscritti alla P2.
Allo scadere quasi della sua terza legislatura, nell’aprile del 1986, decide di tornare al suo primo amore, il giornalismo economico, e riprendere «da dove aveva lasciato», quindi dalle analisi economiche a cui tanto tempo aveva dedicato negli anni trascorsi alla «Gazzetta del Popolo», e fonda un mensile a sua immagine che chiamerà «Economia Calabria» e ne affida la direzione responsabile a suo fratello Osvaldo che fu sindaco di Giaveno e poi, nel 2001, deputato di Forza Italia.
Il primo numero del settimanale pubblica in copertina un primo piano di Giovanni Agnelli, allora presidente di Fiat e firmandosi “Editor” risfodera la sua vis polemica contro i grandi gruppi di potere in Parlamento, condannando la scelta del Governo di nominare un Commissario ad Acta sui conti consuntivi della Regione Calabria sottolinea quella che fino al giorno della sua morte rimarrà la sua linea politica meridionalista: «Nel Parlamento aleggia il tradizionale razzismo antimeridionale? Forse non si tratta di razzismo… Molto probabilmente si tratta di imbecillità politica proprio di un ceto culturalmente arretrato, senza una linea di valori generali a cui far riferimento, chiuso nei propri interessi paesani, che con il voto contro la Calabria, con la crociata moralistica, salva, forse, la propria impudicizia politica, il tentativo di una propria diversità, quella presunta di sentirsi più bravi, più giusti, più puliti. Ma è una presunzione che spesso copre l’angoscia di essere meno bravi, meno giusti, più sporchi…».
Negli anni successivi non smetterà mai più di fare il giornalista, scriverà fino all’ultimo giorno della sua vita, dedicandosi alla Comunicazione istituzionale, diventando nei fatti, dopo aver raccontato la sua esperienza parlamentare in un libro dal titolo “La pagella, cinque anni nel Palazzo”, il responsabile di fatto dell’Ufficio Stampa del nuovo Partito Popolare Italiano che nasce il 18 gennaio 1994. Muore a Roma nel 2004 dopo aver affrontato e lottato contro una lunga e dolorosa malattia. (Pino Nano) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Vito Napoli, La pagella: cinque anni nel Palazzo, ECE, Roma 1992;
  • Pino Nano, Calabritudine. Fatti, personaggi, utopie e commenti visti da vicino da un cronista di provincia, Editoriale Progetto 2000, (I ed. 1986), pp. 95 e 189;
  • Pino Nano, Il Romanzo della politica, Jonica Editrice, Cosenza 1987, pp. 21-22,40, 41-43,51, 52, 54, 58-59, 64, 66, 86, 87, 89, 91, 94-97.

Nota archivistica

  • https://storia.camera.it/deputato/vito-napoli-19311116.

RSS
Facebook
Facebook
Twitter
Visit Us
YouTube
Instagram