Torrefranca, Fausto

Fausto Torrefranca [Monteleone Calabro, oggi Vibo Valentia, 1 febbraio 1883 – Roma, 26 novembre 1955]

Musicologo e ingegnere. Il nome completo, avendo avuto origini blasonate, era Fausto Acanfora Sansone dei duchi di Porta e Torrefranca. Nacque a Vibo Valentia da genitori siciliani. Il padre, molto legato al conterraneo Crispi, era, al momento della sua nascita, sottoprefetto in quella città e la famiglia seguiva gli spostamenti connessi alla carriera paterna. Qualche anno dopo il padre fu nominato prefetto a Sassari e fu lì che Fausto frequentò le scuole elementari, affrontando anche i grandi dolori familiari dovuti alla perdita della sorella più grande Concetta e del fratellino Aurelio. Rimaneva un unico fratello vivente, Girolamo, più grande di lui di vent’anni, avvocato che svolse in seguito il ruolo di Direttore generale del Ministero della Real Casa. A causa della differenza di età i due ebbero però tra di loro rapporti solo formali. Trasferito il padre a Catania, Fausto fu affidato alle cure di un cameriere di nome Salomone, abile costruttore di pupi e suo compagno di giochi. La madre, provata dai precedenti lutti, temeva di affezionarsi troppo al piccolo e non gli si avvicinava molto. 
Sempre seguendo gli spostamenti paterni, Fausto compì gli studi classici a Mantova. Si iscrisse quindi in ingegneria al Politecnico di Torino seguendo in contemporanea gli studi musicali di armonia e contrappunto sotto la guida di Ettore Lena, mentre il pianoforte lo studiò da autodidatta.  Nel 1905 conseguì la laurea in ingegneria industriale con il massimo dei voti e poco dopo ottenne un posto di ingegnere alla Fiat, dove si presentò col nome di Fausto Acanfora. Iniziò al contempo a pubblicare i primi scritti sulla musica usando invece il predicato nobiliare della madre, Torrefranca. Il vecchio Giovanni Agnelli senior pretendeva per la propria industria «il corpo e l’anima dei suoi ingegneri» e lo obbligò a scegliere tra attività alla Fiat e critica musicale. Egli rispose: «Tenetevi il corpo degli altri» e abbandonò il lavoro.
I suoi primi articoli musicologici apparvero tra il 1907 e il 1908 sulla «Rivista Musicale Italiana» e sul giornale milanese «La Ragione». In uno di questi, Rinascita dell’idealismo musicale («La Ragione», 11 agosto 1908) si inizia a palesare la sua concezione estetico-musicale che si riallaccia alla visione di Benedetto Croce, dell’arte come prima intuizione lirica dello spirito. L’esigenza di dare una risposta filosofica al problema della musica è poi alla base del suo volume dal titolo La vita musicale dello spirito, pubblicato a Torino (Bocca editore) nel 1910. Egli concepiva la musica come momento germinale dell’essere e, in tal senso, la considerava superiore alle altre arti. In contrapposizione alla musicologia positivistica contribuiva così ad avvicinare la cultura musicale italiana all’idealismo.
Nel 1913 Torrefranca ottenne, primo in Italia, la libera docenza di Storia della Musica nella Regia Università di Roma dove tenne una serie di conferenze molto frequentate su Beethoven ed i suoi precursori italiani e un corso regolare su Le forme della musica istrumentale da Andrea Gabrieli a Baldassarre Galluppi. Sempre nel 1913 vinse il concorso a titolare di Storia della Musica nell’Università e, l’anno successivo, il concorso di Bibliotecario nei conservatori, occupando tale ruolo, a partire da marzo 1915, nel Conservatorio di Napoli.
Scoppiata la guerra, partì come volontario rimanendo sotto le armi dal 1915 al 1919 e venendo anche ferito. I suoi interessi erano molto variegati: oltre alla musica si interessava di politica, arte, letteratura, sport. Praticava lo sci, il pattinaggio su ghiaccio e l’alpinismo. Fra i «Sucaini» (membri del SUCAI, Stazione Universitaria del Club Alpino Italiano) attendati sul Monte Bianco scrisse ad esempio un articolo di argomento alpinistico dal titolo Fuoco del bivacco apparso sul «Marzocco» nel 1913; l’anno dopo sul «Resto del Carlino» apparve un suo pezzo dal titolo Secessione giovanile in cui esaminava i quadri della mostra secessionistica romana e, in particolare, i disegni di Matisse. Dopo il terremoto di Avezzano del 1915 scrisse una serie di articoli sul giornale «L’idea nazionale», prospettando anche dei progetti per un’organizzazione antisismica che precorreva le attuali misure di protezione civile. Gli venne conferita dal Governo, per queste sue attività, la medaglia di bronzo. 
Nel 1920 fu chiamato a far parte del governo interalleato dell’Alta Slesia in qualità di Capo del Servizio del Lavoro. Aveva un’ottima conoscenza delle lingue. Trattò con i capi degli insorti polacchi e, nell’agosto del 1921, fu a Parigi oratore ufficiale del Governo italiano, presentando delle tesi per una soluzione politica dei problemi di quella regione che furono accolte dal premier inglese Lloyd George e da quello francese Briand. In tale occasione gli fu conferita la «Polonia restituita», massima decorazione polacca.
Nel 1924 riprese l’attività di musicologo. In quell’anno fu trasferito, come Bibliotecario, dal Conservatorio di Napoli a quello di Milano. Qualche tempo dopo cominciò a organizzare delle conferenze-concerto che tenne all’Istituto Universitario di Roma, presso il Collegio Romano, avvalendosi anche della collaborazione della cantante di origini cagliaritane Cecilia Cao Pinna, figlia del deputato e poi senatore Antonio, con la quale convolò a nozze nel 1926 e da cui nacquero i due figli Marcello e Aurelia. 
Nel 1930 pubblicò un volume dal titolo Le origini italiane del Romanticismo musicale, nel quale condensava una serie di studi, condotti durante anni precedenti, sui cembalisti italiani settecenteschi successivi a Scarlatti e fino a Mozart. Nell’opera dava molto rilievo alla figura di Giovanni Benedetto Platti da lui ritenuto «un vero grande signore della sonata vera». Suo obiettivo era la rivalutazione del ruolo svolto dall’Italia nella nascita di forme strumentali portate al massimo splendore da autori stranieri quali Haydn, Mozart, Couperin e Rameau, da lui considerati indirettamente tutti compositori “italiani”.
Negli anni Trenta Torrefranca abitò con la famiglia proprio nel Conservatorio di Milano dove, in qualità di Bibliotecario, gli era stato riservato un appartamento. Nel capoluogo lombardo ebbe anche l’incarico di Storia della Musica dal 1930 al 1935 all’Università Cattolica e, dal 1934 al 1936, alla Regia Università. Nel 1936 si trasferì con la famiglia a Roma, dove il clima meno rigido avrebbe potuto giovare ai problemi di salute della moglie. Fu costretto quindi a fare il pendolare tra la capitale e Milano. A partire dal 1941 fu nominato, per chiara fama, professore ordinario di Storia della Musica alla Regia Università di Firenze, primo titolare di tale disciplina in Italia. 
Del 1939 è il suo volume Il segreto del Quattrocento. Musiche ariose e poesia popolaresca, nel quale tende a rivalutare la “villotta” italiana quattrocentesca come forma musicale di base per la successiva nascita della “canzone” e del “madrigale”, ponendo in secondo piano l’influsso dei fiamminghi. 
Nell’immediato dopoguerra, per superare le difficoltà economiche del periodo, svolse attività di critico musicale per i giornali «L’Indipendente» e «L’Umanità» e redasse un centinaio di voci sulla danza per l’Enciclopedia della Spettacolo, venendo retribuito in natura con farina e olio. A partire dal 1948 ritornò alla normale attività di musicologo con la partecipazione al Congresso nazionale di musica di Firenze. L’anno dopo prese parte al Congresso internazionale di Musicologia di Basilea, inaugurò la Sagra Musicale Umbra, presiedette il Congresso di musica di Firenze, riprese a collaborare alle riviste del settore e tenne numerose conferenze e relazioni in congressi in varie città europee: Parigi, Berna, Gottingen, Francoforte, Bruxelles, Utrecht, Friburgo, Bamberg, Lunenburg. Nel 1950 venne eletto membro del Consiglio Internazionale della Musica dell’Unesco, di cui divenne poi Vicepresidente. Nel 1953 l’Accademia dei Lincei gli assegnò il Premio «Feltrinelli» per la critica d’arte. Tra i numerosi riconoscimenti accademici conseguiti vi sono quelli di: membro dell’Accademia Filarmonica Romana; membro del Consiglio Superiore di Antichità e Belle Arti presso il Ministero della Pubblica Istruzione; membro della Internationale Musik-Gesellschaft; socio d’onore della Società Internazionale di Musica contemporanea; presidente della Società Italiana di musica contemporanea e della Società Internazionale per la musica sacra cattolica.
Dopo alcuni mesi in cui le sue condizioni di salute andarono declinando, si spense a Roma all’età di 72 anni. Il Conservatorio di Musica di Vibo Valentia, sua città natale, è intitolato a suo nome.
Torrefranca è accostato a quella che Massimo Mila definì «Generazione dell’Ottanta», notoriamente compromessa col regime fascista. È da sottolineare però che nel dicembre 1941, ormai in piena guerra, quando il regime fascista insediò la commissione per l’autarchia musicale presieduta da Ildebrando Pizzetti, conseguenza diretta dei principi che informavano la carta della scuola e le leggi razziali, Torrefranca, non rispose all’appello. (Massimo Distilo) @ ICSAIC 2020

Opere

  • Le origini italiane del Romanticismo musicale, Bocca editore, Torino 1930;
  • Il segreto del Quattrocento. Musiche ariose e poesia popolaresca, Hoepli, Milano 1939.

Nota bibliografica

  • Federico Mompellio, In memoria di Fausto Torrefranca, in “Acta Musicologica”, Vol. 28, Fasc. I, Gen-Mar 1956, pp. 9-11;
  • Giuseppe Ferraro, Annunziato Pugliese (a cura di), Fausto Torrefranca: l’uomo, il suo tempo, la sua opera, Atti del Convegno Internazionale di Studi, Vibo Valentia, 15-17 dicembre 1983, Istituto di Bibliografia Musicale Calabrese, Vibo Valentia 1993;
  • Ferruccio Tammaro, Fausto Torrefranca, in The New Grove of the Music and the Musicians, vol. XXV, Macmilian, Londra 2001;
  • Orazio Maione, I Conservatori di musica durante il fascismo. La riforma del 1930: storia e documenti, De Sono Associazione per la musica, Torino 2005;
  • Marilena Gallo, a cura di, Dizionario dei musicisti calabresi, Abramo, Caraffa di Catanzaro 2010.
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