Adorisio, Ilio

Ilio Adorisio [Cirò (Crotone), 25 aprile 1925 – Roma, 6 settembre 1991]

Il padre, Salvatore, era emigrato a New York, dov’era titolare di una farmacia a Brooklyn, poi tornato nella sua Cirò per esercitare la professione, antifascista e fine intellettuale. La madre, Margherita Verardi, era di Torano Castello (Cosenza), e dopo la maturità scientifica aveva dovuto rinunciare agli studi universitari di matematica per decisione della propria famiglia. La coppia ebbe due figli, Ilio e la sorella minore Maria che divenne insegnante nelle scuole elementari.
Ilio visse l’infanzia a Cirò (allora provincia di Catanzaro), poi andò a studiare a Salerno al Liceo Ginnasio «Tasso» e completò gli studi al Liceo Classico «Pitagora» di Crotone. Approfondì in quegli anni lo studio dei filosofi greci e tedeschi, della letteratura illuminista e della musica, imparando da autodidatta a suonare il pianoforte. Si appassionò al mondo dell’arte e al manifesto del futurismo, intrattenendo anche corrispondenze epistolari con Filippo Tommaso Marinetti. Antifascista, come il padre, attraverso un giornale studentesco manifestò la sua posizione con articoli sarcastici avversi al regime. Nonostante la predisposizione verso le materie umanistiche, si distinse nello studio delle scienze, in particolare della matematica e della fisica. Conseguita la maturità decise di iscriversi alla Facoltà di Fisica prima a Messina e poi, nell’anno accademico successivo, all’Università di Napoli, ma al corso di laurea in ingegneria, ritenendo di poter più facilmente inserirsi nel mercato del lavoro nell’Italia della ricostruzione post-bellica. Si laureò nel 1950, poco dopo la scomparsa del padre, e in seguito si specializzò nel comparto “trasporti”.
Rimase nell’orbita universitaria prima come assistente volontario del prof. Salvatore Ruiz, lavorando anche nel suo studio di progettazioni stradali, e in seguito quale docente di Economia dei Trasporti. Avviò poi l’attività di libero professionista e in breve tempo divenne uno dei maggiori esperti a livello internazionale di economia dei trasporti, collaborando anche con la Banca Mondiale. Non lasciò, comunque, mai da parte i suoi interessi per la storia, l’antropologia e le lettere.
La carriera universitaria, con i corsi di Costruzione di strade, Tecnica ed economia dei Trasporti ed Economia matematica applicata all’ingegneria, lo portò in seguito negli atenei di Bari, Cagliari, L’Aquila e, infine, a Roma. Gli allievi, con i quali intrattenne rapporti molto intensi, lo hanno sempre ammirato per l’affabilità e l’empatia. Venne sempre sostenuto dalla moglie, Giuseppina Pepe, di Bari, laureata in lettere ed esperta di storia dell’arte, conosciuta nel periodo in cui insegnò nell’ateneo pugliese e che sposò nel 1956, donna che mantenne vivo in lui l’interesse per ogni espressione umanistica. Dalla loro unione nacquero quattro figli: Antonella, Margherita, Salvatore e Lorenzo.
Quale consulente della Banca Mondiale, nell’arco di pochi anni girò il mondo, progettando le opere più importanti della rete viaria del Brasile, del Perù, dell’Argentina, dell’arcipelago delle Filippine e di diversi Paesi emergenti del Medio Oriente, interessandosi anche di aiuti internazionali al Terzo Mondo. Ma poi scattarono in lui molte perplessità sulla valenza del “sistema” che regolava l’economia mondiale, pur essendo annoverato tra i più innovativi studiosi del settore. Dopo aver creduto fermamente nel progresso dettato dalle conquiste scientifiche e dalle tecnologie avanzate, riemerse l’anima magnogreca legata ai valori essenziali dell’essere umano, e iniziò un percorso critico nei confronti dell’economicismo divenuto imperante.
La sua analisi del sistema divenne una scuola di pensiero, che si attuò anche nelle materie d’insegnamento, sempre più orientate all’area umanistica, presso il Dipartimento di Sociologia, con il corso di Economia Matematica divenuto, in effetti, disciplina denominata da lui stesso “antieconomia” per la critica riservata al totem dell’economicismo, ideologia totalizzante da lui stesso definita «religione senza sacro, attraverso la quale si rischia di precipitare in una catastrofe senza fine». Nelle lezioni e negli interventi nei vari convegni, compresi quelli nelle annuali conferenze sui trasporti a Stresa, emerse sempre di più il pensiero legato al valore sociale dell’economia e alla sostenibilità, in marcato contrasto con l’idolatria del tecnicismo. Una rielaborazione rispetto all’evoluzione della tecnologia e dello sviluppo del pianeta che definì «grande cecità», e che determinò, per sua espressa scelta, quando era riconosciuto tra i maggiori esperti di pianificazione dei trasporti, l’abbandono dell’attività di progettazione nel momento di maggiore riconoscimento professionale, pur mantenendo la cattedra universitaria a «La Sapienza» di Roma, dove non volle mai ricoprire incarichi direttivi, rimanendo avulso da vanità, ricchezze e incoerenze.
Decise, quindi, di “rispolverare” le sue antiche passioni per le lettere, la filosofia, l’arte, e di approfondire gli studi storici e di antropologia, non disdegnando l’approccio all’ecologia della mente di Gregory Bateson e alla teoria della complessità di Edgar Morin, nonché quello alla semantica, alla semiotica, all’autopoiesi e alla logica matematica.
Intellettuale poliedrico, sempre animato dal desiderio della conoscenza, si interessò anche alla politica. Pur senza tessere di partito, collaborò con diverse riviste di approfondimento culturale e politico e, dal 1987 al 1991, curò la rubrica “L’antieconomico” sul quotidiano «Il Manifesto», diretto all’epoca da Valentino Parlato. Assieme ad Antonio Landolfi, senatore socialista molto vicino a Giacomo Mancini, fondò nel 1983 la rivista bimestrale «Economia e potere», il cui ultimo numero uscì nel 1991, poco prima della sua scomparsa.
Tra le tante passioni, infine, quella per il teatro. Aveva ottima conoscenza di quello classico, ma non aveva mai pensato di scrivere un testo. Lo fece nel 1987, dietro richiesta della figlia Margherita, attrice teatrale già in carriera, che, al pari del fratello Lorenzo (direttore della fotografia per il cinema e la televisione), aveva intrapreso la carriera artistica. Come un processo è stato l’unico lavoro pubblicato (ve ne sono altri inediti o incompiuti). La “prima” venne rappresentata a Roma al Teatro dell’Orologio il 19 dicembre 1989 dalla Compagnia Poiesis, della quale la figlia Margherita era stata co-fondatrice.
È stata questa l’ultima fase del percorso intellettuale di Adorisio, «uomo vulcanico e irrequieto, sempre voglioso di battere nuove vie della conoscenza e di sconfinare in territori non ortodossi», come lo definì il giornalista Anselmo Terminelli. Uomo «di altra dimensione», secondo Nelly Brisinda su «Il Crotonese», mentre Antonio Landolfi trovava in lui «connotazioni leonardesche». Per molti versi antesignano del pensiero “no global”, viene ricordato anche come il «professore della Pantera», per il ruolo di guida che assunse all’interno del movimento studentesco di contestazione durante l’anno accademico 1990-91.
Amava la sua terra e la sua gente. A Roma frequentò persone di ogni condizione tra i tanti calabresi della capitale. D’estate tornava spesso a Cirò, dove aveva ristrutturato la sua casa natia, Palazzo Adorisio (posto nella via in seguito a lui intitolata), spesso in compagnia di altri cattedratici e di suoi allievi dell’Università, ai quali era fiero di far conoscere i luoghi e le tracce storiche della Magna Graecia.
Morì a Roma all’età di 66 anni a causa di una malattia, ma venne tumulato nel cimitero di Cirò, cittadina che lo ricorda, oltre che con una via, anche con l’intitolazione nel 2000 del locale Liceo Scientifico. Con una targa posta all’ingresso, gli studenti, già dal 1993, hanno a lui dedicato l’aula “1” della Facoltà di Ingegneria presso l’Università «La Sapienza», a Roma. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2021 – 5

Opere principali

  • Sulla determinazione della distanza di visibilità delle curve stradali tenendo conto delle reali condizioni dinamiche del moto, Casa Editrice Universitaria Edizioni dell’Orso, Roma 1956;
  • La strada di bonifica n. 17 del consorzio della Capitanata (con Roberto Guglielmini), Edizioni dell’Orso, Roma 1959;
  • L’ azione delle regioni per una nuova politica della casa: problemi e proposte – documento di lavoro, Casa Editrice Fondazione Agnelli, Torino 1971;
  • Principi di ottimizzazione non lineare, Patron, Bologna 1980;
  • Ingegneria della produzione astratta: lezioni di economia matematica, Cedam, Padova, 1986;
  • L’utopia ed i segni dell’economia, in Giuseppa Saccaro Del Buffa e Arthur O. Lewis (a cura di), Utopie per gli anni ottanta: studi interdisciplinari sui temi, la storia, i progetti, Gangemi, Roma, 1986;
  • Ucronia in oiconomia. Considerazioni sulla cronofagia della società industriale, in Giuseppa Saccaro Del Buffa e Arthur O. Lewis (a cura di), Utopie per gli anni ottanta: studi interdisciplinari sui temi, la storia, i progetti, Gangemi, Roma 1986;
  • Come un processo, opera teatrale in due atti, Edizioni Il Ventaglio, Roma 1989;
  • Lezioni in stesura provvisoria: critica dell’economicismo [pubblicazione postuma a cura del prof. Eugenio Borgia], Franco Angeli, Milano 1993.

Nota bibliografica

  • «Economia e potere», annate dal 1984 al 1991;
  • Università: si ricorda “il professore della Pantera”, Adnkronos, Roma, 26 aprile 1993;
  • Anselmo Terminelli, Ilio Adorisio, “una mente fuori dal coro”, «A Vrascera», Cirò, 3 dicembre 2015;
  • Luigi Rizzo, Ilio Adorisio: dalla scienza alla letteratura. Saggio per l’intitolazione del Liceo Scientifico di Cirò all’intellettuale cirotano, Grafica Eliotip, Cirò Marina 2000;
  • Nelly Brisinda, Un uomo di un’altra dimensione, «Il Crotonese», 3 ottobre 2000.

Nota

  • Si ringraziano la prof.ssa Giuseppina Pepe, vedova del biografato, e i figli Antonella, Margherita, Salvatore e Lorenzo per le notizie fornite e per il materiale posto a disposizione.
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