Angherà, Francesco

Francesco Angherà [Potenzoni di Briatico (Catanzaro), 28 marzo 1820 – Legnago (Verona), 19 gennaio 1879]

Nacque da Antonio e Costanza Stella e crebbe in una famiglia di cultura illuminista con una forte tensione patriottica e cospirativa. Gli zii paterni furono impegnati in prima persona nei moti risorgimentali: Nicola partecipò ai moti rivoluzionari calabresi del 1847, mentre Domenico fu un attivo arciprete, prima carbonaro, poi patriota aderente alla Giovine Italia che fondò a Catanzaro nel 1846 la Società Evangelica di ispirazione giobertiana, dal motto Religione e Libertà. Proprio lo zio Domenico fu il suo istitutore nelle scienze matematiche e fisiche e in quelle filosofiche e politiche. Nel 1839 Angherà si arruolò volontario, con il grado di sottufficiale, nel primo reggimento artiglieria dell’esercito napoletano. In questa occasione assunse il ruolo di sergente della compagnia d’artiglieria stanziata a Mongiana, dove si impegnò nel proselitismo e nella propaganda patriottica fra gli artiglieri dell’importante officina metallurgica; successivamente aderì alla Società Evangelica fondata dallo zio. Nel settembre del 1847 fu in prima linea nel moto calabrese di cui lo zio Domenico fu uno degli ispiratori, organizzando una spedizione su Catanzaro. Il moto, però, fallì e Angherà venne arrestato insieme ad altri patrioti; nell’occasione si sparse la voce che durante l’interrogatorio egli avesse riferito i nomi degli altri congiurati. Da questa accusa infamante fu difeso fermamente dallo zio Domenico che pubblicò un opuscolo per scagionare il nipote dalle maldicenze. A seguito della rivoluzione di Palermo del 12 gennaio 1848, Angherà venne amnistiato e, nel febbraio, congedato dall’esercito.
Il 15 maggio 1848 la Calabria si sollevò contro i Borbone e a Catanzaro il governo provvisorio gli ordinò di porsi al comando della compagnia di Settingiano e di avviarsi verso l’Angitola per contrastare l’arrivo delle truppe guidate dal generale Vito Nunziante. Dopo l’iniziale successo dei patrioti contro i borbonici, rimasti sorpresi dell’inaspettato assalto sotto forma di agguato, la mancanza di coordinamento dei rivoltosi fece perdere questo iniziale vantaggio in favore del Nunziante. Lo stesso Stocco, comandante delle forze rivoluzionarie scriverà, a Nicastro il 29 giugno 1848: «Certifico io qui sottoscritto Comandante in capo le armi del Governo Provvisorio in Calabria Ultra 2º che il Capitano D. Francesco Angherà Comandante la 2ª Compagnia dei Volontari, prese parte al combattimento il 27 giugno suddetto nell’Angitola, e precisamente nel Ponte Torrino sotto Curinga, ove si distinse a preferenza per coraggio ed intelligenza Militare di fronte alle Truppe Regie comandate dal Generale Nunziante».
Per i meriti acquisiti sul campo, il 5 luglio 1848 Angherà venne promosso maggiore della piazza di Tiriolo e aggregato alla colonna calabro-sicula del nizzardo Ignazio Ribotti di Molieres, che si trovava in Calabria con settecento volontari. Fallito, però, il moto, Angherà cercò la fuga via mare insieme ad altri patrioti, ma il 13 luglio 1848 fu intercettato nelle acque dell’isola di Corfù dalla fregata napoletana «Stromboli» e arrestato con i compagni. Il 21 luglio venne processato per direttissima dal Consiglio di guerra di Napoli, insieme ai patrioti Longo, Delli Franci e Coccioni, tutti imputati di tradimento verso lo Stato e diserzione di fronte al nemico. Difeso dall’avvocato D’Egidio, Angherà venne assolto «perché aveva già preso il suo congedo dalla milizia quando si impegnò con i rivoluzionari». Malgrado ciò, rimase detenuto nel carcere di San Francesco senza speranza alcuna di uscirne. Nonostante fosse un uomo di bell’aspetto e dal viso gentile, si sfigurò il volto e si travestì in modo da non essere riconosciuto, tanto da riuscire a uscire dalla porta principale del carcere salutato dalle guardie, senza essere neanche identificato. Raggiunse Genova il 17 luglio 1850, grazie ai buoni uffici dell’avvocato salernitano Raffaele Conforti e dell’imprenditore reggino Casimiro De Lieto presso il governo piemontese, per poi recarsi a Torino e, infine, tornare a Malta e riprendere l’attività cospirativa.
Nel dicembre 1855 si arruolò come alfiere nella legione anglo-italiana, appena costituita, allo scopo di inviare truppe in Crimea, ottenendo, nel febbraio 1856, il grado di luogotenente. Al termine della guerra la legione fu sciolta: non ebbe il tempo di essere impiegata al fronte e rimase di stanza a Malta. Dopo diverse proteste e incidenti, gli ottocento italiani furono imbarcati per ritornare in Inghilterra. In questa circostanza l’Angherà fu protagonista di un episodio che descrive la passione patriottica e il temperamento irrequieto che aveva ereditato dalla famiglia. Le cronache raccontano che il giovane calabrese, alla vista della Sicilia, fomentò un ammutinamento, cercando di convincere i commilitoni a sbarcare presso la fortezza di Trapani per occuparla e issarvi il tricolore italiano. Ma la polizia britannica presente sulla nave lo trasse in arresto e il 21 agosto 1856, per evitargli la condanna a morte, fu dichiarato folle, tanto che allo sbarco a Plymouth, fu rinchiuso nella fortezza a guardia del grande porto inglese. Rientrato in patria, ottenne di essere arruolato nell’esercito dell’Italia centrale come luogotenente d’artiglieria; poco dopo entrò nell’esercito sardo, trasferendosi nel corpo dei Cacciatori delle Alpi, dove incontrò numerosi patrioti. Presentò le dimissioni dall’esercito il 30 giugno 1860 per poter accorrere in Sicilia insieme ai Mille. Garibaldi lo incaricò di promuovere la sollevazione della Calabria intera, successivamente partecipò ai combattimenti del Volturno e all’impegnativo assedio di Gaeta, riuscendo a ottenere il grado di maggiore per meriti sul campo. 
Durante una delle sue fughe rocambolesche, facendo tappa a Rimini, conobbe Elisabetta Masi, appartenente a una importante e aristocratica famiglia della cittadina romagnola, che sposò nel 1861 e dalla cui unione nacquero Domenico nel 1862, decorato con la Medaglia d’Oro come comandante di artiglieria caduto eroicamente ad Adua, che la città di Rimini ricorda con una via a lui intitolata, Annibale Emilio, nato nel 1864, anch’egli pluridecorato sul campo in Africa per i combattimenti di Cassala, Coatit, Senafè, Attilio, nato nel 1872, che partecipò alla Grande Guerra con il grado di tenente colonnello di Fanteria. Oltre ai tre fratelli, la famiglia contava anche cinque figlie, tre delle quali morte in giovane età.
Francesco Angherà, infine, fu reintegrato nell’esercito sardo e aggregato al corpo del generale Cialdini. Partecipò alla campagna del 1866, e il 17 luglio si distinse per aver portato l’attacco alla fortezza di Borgoforte, in provincia di Mantova: per questa impresa fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare e la promozione a tenente colonnello. Il 30 novembre1862 ottenne la nomina a Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia, e il 30 giugno 1867 venne insignito del titolo di Ufficiale dell’Ordine Militare d’Italia. Ricoprì il ruolo di comandante della fortezza di Palmanova con il grado di tenente colonnello, e dal 1° gennaio 1877 assunse il comando della fortezza di Legnago, dove morì poco dopo all’età di 59 anni, dopo una vita spesa tra barricate, campi di battaglia, prigioni e fortezze. (Fabio Arichetta) © ICSAIC

Opere

  • Fuga dalle prigioni di Napoli: lettera di Francesco Angherà, Tipografia Moretti, Genova 1852. 
  • Alcuni documenti relativi al governo napolitano ed alla ex legione anglo-italiana,  riuniti per cura di Francesco Angherà, 1858.
  • Fuga dalle prigioni di Napoli, Tipografia Raffaele Prete, Napoli 1867.

Nota bibliografica

  • Domenico Angherà, Risposta alle false delucidazioni del già intendente D. Giovanni Cenni per la parte che riguarda la condotta politica del sergente d. Francesco Angherà, scritta dallo zio arciprete, s.n., Napoli 1848;
  • Domenico Angherà, Edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Mazzini, Epistolario, LVII, p. 17, n. 1, 288; 
  • Documenti storici riguardanti l’insurrezione calabra preceduti dalla storia degli avvenimenti di Napoli del 15 maggio 1849, Napoli 1849, pp. 569-587; 
  • Ministero della Guerra, Ricompense per la campagna dell’Italia meridionale 1860 accordate con decreto 12 giugno 1861, per gli ufficiali e la bassa forza comandate da Giuseppe Garibaldi, Tipografia Eredi Botta, Torino 1861, Vol. II, p.15.
  • Ministero della Guerra, Bollettino Ufficiale delle Nomine, Promozioni e Destinazioni degli Ufficiali nell’Esercito Italiano e nel Personale dell’Amministrazione Militare, tipografo Carlo Voghera, Roma 1879, p. 31;
  • Luigi Settembrini, Ricordanze della mia vita, I, Morano, Napoli 1885, pp. 310-314; 
  • Alessandro Poerio, Alessandro Poerio a VeneziaLettere e Documenti del 1848, illustrati da Vittorio Imbriani, D. Morano, Napoli 1884, pp. 154-156, 496-515. 
  • Vittorio Visalli, I calabresi nel Risorgimento Italiano. Storia documentata delle Rivoluzioni Calabresi dal 1792 al 1862, Tip. G. Tarizzo e Figlio Edit., Torino 1891-1893 (Rist. anast. Edizioni Brenner, Cosenza 1989, pp. 144-147, 182-183, 218, 298-301, 315-325, 365); 
  • Oreste Dito, La rivoluzione calabrese del ’48. Storia e documenti, Off. tip. di G. Calio, Catanzaro 1895, pp. 68-76, 116, 136-142, 183 (Rist. anast. Brenner, Cosenza 1980);
  • Vittorio Visalli, Lotte e martirio del popolo calabrese (1847-1848), parte I; Il quarantasette, Mauro, Catanzaro 1928, pp. 60- 63, 206-218; 
  • Vito G. Galati, Gli scrittori delle Calabrie, I, Vallecchi, Firenze 1928, pp. 156-159; 
  • Giulio Mellini, Francesco Angherà Patriota calabrese del Risorgimento, 1820-1879, SPE, Bologna 1948;
  • Roberto Traversa, Angherà, Francesco, Dizionario Biografico degli Italiani, Vol.3, Roma 1961;
  • Mauro Spagnesi (a cura di), Autobiografia di Alessandro Ghigi, Istituto Nazionale Fauna Selvatica, Bologna, 1995, pp. 69-71;
  • Luigi Fusto, Figure del Risorgimento nella Media Calabria: Francesco Angherà, «Rogerius», Bollettino dell’Istituto della Biblioteca, anno 8., n. 2 luglio-dicembre 2005, pp. 105-130;
  • Viviana Mellone, Napoli 1848. Il movimento radicale e la rivoluzione, Franco Angeli, Milano 2017.

Nota archivistica

  • Museo Centrale del Risorgimento, Roma, Sentenza contro Rocco Susanna e altri patrioti di Catanzaro, ms., vol. 382.
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