Bianchi, Domenico

Domenico Bianchi [Pietrafitta (Cosenza), 1853 – 14 dicembre 1920]

È nato nella frazione Franconi di Pietrafitta nel 1853, ma non sono noti né il giorno né il mese. Il padre, Gaetano, era imprenditore e proprietario terriero dedito alla viticoltura, all’olivicoltura e alla gelsibachicoltura, attività fiorente all’epoca nei paesi presilani. La madre, Orsola Bianchi, si occupava della gestione domestica. Scarse sono le informazioni riguardo al resto della famiglia, composta – pare – anche da un fratello di cui si ignora il nome.
Pure in merito alla sua formazione giovanile poco si conosce: probabilmente iniziò con un precettore nel paese natio per poi continuare gli studi a Cosenza sotto la guida di Demetrio Vinacci, sacerdote «maestro della calabra gioventù». Il suo primo lavoro letterario, Ricordi storici e legende sull’abate Gioacchino: impressioni giovanili, in ricordo di una figura vanto delle popolazioni silane, fu composto a soli 17 anni in maniera semplice, senza nessuna pretesa, con l’umiltà di chi sa di scrivere qualcosa che nulla può aggiungere a quanto prodotto da studiosi di ben maggiore consistenza. Questo scritto venne presentato in appendice, in tre parti, su un giornale che si pubblicava a Cosenza, «Il Cattolico calabrese» diretto da Vinacci. La pubblicazione venne iniziata il 9 aprile del 1870, preceduta da una prefazione che, lodando del giovanetto la fantasia ispirata dai luoghi che racconta nonché la sveglia e giovane intelligenza, ne apprezza l’originalità e lo incita a continuare nell’attività intrapresa.
Nel 1871, insieme a prestigiosi intellettuali calabresi, diede vita a un quindicinale di carattere didattico istruttivo«L’amico del buon senso», che ebbe una durata breve, ma che ha lasciato in Bianchi la voglia di continuare a lottare per la sua regione. Scrive a proposito del suo percorso professionale: «e però l’ultimo, rimasto solo e senza lustro di nome, pur sempre perseguiva il suo sogno e continuava a raccogliere materiale per i suoi studi etnografici e per illustrare gli illustri scomparsi della Calabria finché il Billi lo chiamò a sé alla redazione del Roma dandogli per maestri nell’arringo giornalistico il Cavallotti ed il De Sanctis. Fu in questa ardente fucina che l’oscuro bibliografo dei Poeti Meridionaliapprese l’arte nobilissima del giornalismo e si votò pel giornalismo, adottando l’ardor polemico del Cavallotti e la signorilità del De Sanctis». 
Su «L’amico del buon senso» pubblica nel 1871 il Saggio di canti popolari calabresi, e su «Scuola Italica», nel 1873, Pochi canti popolari dei monti calabresi, raccolti, parafrasati, illustrati. A Napoli lo troviamo a collaborare alla «Rivista Italiana» e partecipare, con articoli di stampo politico e letterario, all’«Epoca» di Firenze. Fu socio corrispondente dell’Accademia Cosentina dal 1878 e membro dell’Accademia Pitagorica dal 1881.
Nel 1876, anno in cui si propose anche come Bibliotecario dell’Accademia Cosentina, con Francesco Nicoletti fondò il bisettimanale «L’Avanguardia», apparso il 18 gennaio di cui fu direttore: «due mesi e mezzo prima che la Sinistra Storica assumesse il governo d’Italia. Di questo trionfo mi compiacqui perché avevo fatto mio il suo programma». Così ebbe a scrivere. E ancora: «Sorse un giornale per vivere quanto la vita di un uomo».  Il periodico, il primo giornale cosentino ad avere una tipografia propria, oltre a sostenere posizioni avanzate di moralità e giustizia, divenne palestra di cultura e formazione e raccolse nelle sue pagine le migliori manifestazioni dell’ingegno calabrese, «Tutti coloro ch’or occupano cattedre ed esplicano in vario modo la propria attività ebbero il battesimo dall’Avanguardia, e poi anche la nomea».
La vita del giornale racconta la vita del suo direttore. Bianchi, infatti, pubblicò il giornale fino al 1915, per ben 39 anni.
Considerato organo della Sinistra nel Mezzogiorno, per merito del suo direttore «L’Avanguardia» divenne fulcro del giornalismo cosentino negli anni a cavallo tra l’Ottocento e la Grande Guerra.
Tranne una parentesi che va dal 1909 al 1913, periodo in cui le pubblicazioni del giornale furono sospese, Bianchi prese parte alle più memorabili battaglie locali, amministrative e politiche, nonché a quelle letterarie, aggiungendo alla testata principale un supplemento, «L’Avanguardia Letteraria» dal 1902. L’intellettuale cosentino esprimeva una posizione politica a favore del rinnovamento di una classe dirigente ormai vecchia che avrebbe dovuto cedere il passo al partito democratico-liberale. Attraverso le campagne condotte sul giornale egli si batté per la riforma del sistema tributario, del decentramento amministrativo, per la divisione netta tra Stato e Chiesa, per una riforma elettorale che prevedesse l’allargamento del suffragio, per una riforma scolastica col riordino dell’istruzione primaria e secondaria e l’adeguamento degli stipendi per i maestri. Inoltre difendeva la libertà conquistata nel timore di possibili manipolazioni. L’attenzione era costantemente rivolta alle realtà della Calabria e della Sicilia e, in definitiva, del meridione tutto, trascurato nonostante le sue potenzialità. La sua posizione coincideva appunto con il programma della Sinistra Storica, che dopo pochi mesi sarebbe salita al potere. 
Gli interventi di Bianchi si distinguevano per obiettività e precisione. La critica all’amministrazione della cosa pubblica era improntata all’equità, poiché le posizioni dell’intellettuale non apparivano mai preconcette, ma si ponevano al di sopra delle parti con interventi che oggi chiameremmo “bipartisan”. Egli si batteva per la modernizzazione del territorio calabrese perché venisse attrezzato di tutte quelle infrastrutture necessarie allo sviluppo e alla crescita dei territori, come per esempio la costruzione della linea ferroviaria e di strade che evitassero l’isolamento in cui molti paesi erano tenuti.
La direzione del bisettimanale non è la sola fatica intrapresa da Bianchi. Merita infatti di essere ricordata la rivista di storia, scienze e arti «Telesio», il cui primo numero venne dato alla stampa per i tipi della tipografia de «L’Avanguardia» il 26 febbraio del 1886. Bianchi la diresse insieme all’intellettuale acrese, Vincenzo Julia, amico e discepolo di un altro illustre acrese, anch’egli collaboratore della rivista, il già famoso Vincenzo Padula di cui nel gennaio 1893 «L’Avanguardia» pubblicò la cronaca dei funerali (cui assistette lo stesso Bianchi), e il necrologio a firma di Julia, da cui venne in seguito tratto un opuscolo sempre a cura de «L’Avanguardia». 
Sul «Telesio» (1886-1887) Bianchi teneva una rubrica di critica letteraria; qui continuò anche i suoi studi di etnografia e si dedicò a illustrare gli uomini che avevano onorato la Calabria.
Collaboratori delle sue iniziative editoriali furono le migliori firme della cultura cosentina, calabrese e meridionale dell’epoca; tra questi sono da ricordare, oltre ai già citati Padula e Julia, Nicola Misasi, Antonio Julia, Sandor, Stanislao De Chiara, Alfonso Compagna, Vincenzo Pagano, Tarquinio Pancaro, i fratelli Maria Greco, Francesco Martire, Carlo Pancaro, Francesco Mango e Francesco Lattari, Raffaele Capalbo e il direttore del Messaggero dell’epoca, Italo Carlo Falbo, Pometti e F. Maria De Simone. «Quanti altri non banchettarono alla mensa intellettuale dell’anfitrione dell’Avanguardia», alcuni purtroppo «ci ricambiarono con il veleno, il pane rubato alla nostra mensa». 
Tra i suoi scritti sono da ricordare ancora Sulla tomba del poeta Pietro Giannone e Saggio sui canti popolari calabresi. Pare inoltre intendesse realizzare un’opera di grande impegno, La Calabria Illustrata, cui lavorò per moltissimo tempo, ma che, purtroppo, rimasta manoscritta, è andata perduta. 
Chiuse la sua esistenza improvvisamente nella sua casa di Pietrafitta nelle prime ore del 14 dicembre 1920, lasciando nello sconforto la moglie Antonietta Giannuzzi, originaria di Aiello Calabro, e i suoi figli, Ferdinando, Ida, Nicola, Adolfo e Nino che continuarono per un certo periodo le opere del padre, da cui avevano ereditato anche l’amore per la letteratura e il giornalismo. Tra loro si è distinto, in particolare, Adolfo, impiegato presso la Sovrintendenza di Finanza, appassionato di arte e letteratura, vicino al futurismo, autore di uno studio critico su Guido da Verona e altre opere. 
Riposa nel cimitero di Pietrafitta. A lui il paese natale ha intitolato una via. (Francesco Prantera) © ICSAIC 2021 – 01

Opere

  • Ricordi storici e Legende sull’Abate Gioacchinoimpressioni giovanili , Tipografia Municipale, Cosenza 1870, ristampa a cura di F. Prantera, Ed. Publisfera, San Giovanni in Fiore 2002;
  • Sulla Tomba del poeta Pietro Giannone: fiori e lagrime, Tipografia dell’Indipendenza Cosenza 1870;
  • Saggio di canti popolari calabresi, Tipografia Municipale, Cosenza 1871;
  • Profili biografici e letterarii dei poeti dell’Italia Meridionale, Tipografia Municipale Cosenza 1872;
  • Memoria nella causa civile tra il signor Domenico Bianchi contro l’amministrazione dell’Ospizio Vittorio Emanuele, Tipografia dell’Avanguardia, Cosenza 1874;

Nota bibliografica

  • «Il Cattolico Calabrese», II, 13, 1870
  • «L’Avanguardia», I, 1, 11 gennaio 1876;
  • Felice Caivano-Schipani Dizionario biografico de’ soci dell’Accademia pittagorica, Tip. e stereotip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, Napoli 1881;
  • «L’Avanguardia», XXXII, 1, 12 settembre 1913;
  • Luigi Accattatis, Vocabolario del dialetto Calabrese, Cosenza 1895-1998 (ristampa Pellegrini, Cosenza 1977);
  • Maria Frazzingaro, La stampa a Cosenza nell’età giolittiana, Martinelli, Cosenza 1975:
  • Atti del Premio «Cosenza» a cura della Sezione Studi “De Cardona” Giornalismo in Calabria tra Ottocento e Novecento, Fasano Editore, Cosenza 1981;
  • Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, Pellegrini, Cosenza 1996;
  • Giuseppe Masi (a cura di) Tra Calabria e Mezzogiorno. Studi storici in memoria di Tobia Cornacchioli, Pellegrini, Cosenza 2007.

   Nota archivistica

  • Comune di Pietrafitta (Cosenza) Registro dei morti, atto n. 40 del 14 dicembre 1920
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