Bianchi, Michele

Michele Bianchi [Belmonte Calabro (Cosenza), 22 luglio 1882 – Roma, 3 febbraio 1930]

Figlio di Francesco, medico condotto di Belmonte Calabro, originario di Malito, e di Celestina De Bonis, fu inviato a studiare prima al Ginnasio di San Demetrio Corone e poi al Liceo Telesio di Cosenza, dove ebbe tra i suoi professori lo storico Oreste Dito, venerabile della Loggia massonica Bruzia. Si accostò presto al socialismo entrando in contatto col medico cosentino Pasquale Rossi, studioso di psicologia della folla, sulle orme di Gustave Le Bon. Al termine degli studi liceali, nel 1902, lasciò Cosenza e si stabilì a Roma, dove iniziò la sua carriera giornalistica, prima come corrispondente del bisettimanale «Cronaca di Calabria» e poi, nel 1903, come cronista all’«Avanti!», il quotidiano socialista diretto allora da Enrico Ferri. Al tempo stesso diede inizio alla sua militanza nel partito socialista. In tale veste di militante professionale, nel 1905, diresse «Gioventù Socialista», organo della Federazione dei giovani socialisti; e poi, nel 1906, si recò a Genova, per dirigervi la locale Camera del Lavoro, di orientamento rivoluzionario, e il periodico «Lotta Socialista». Essendosi schierato apertamente con i sindacalisti rivoluzionari, l’anno successivo uscì dal Partito Socialista e si recò a Napoli, per dirigervi la Borsa del Lavoro, dove lavorò fino al 1910, legandosi a Enrico Leone e Arturo Labriola. 
Nella primavera del 1910, si spostò a Ferrara, per dirigervi la Camera del Lavoro e il periodico «La Scintilla», che trasformò per qualche tempo in quotidiano. A Ferrara Bianchi diresse grandi scioperi bracciantili, cui parteciparono decine di migliaia di lavoratori, seguendo gli orientamenti del sindacalismo rivoluzionario. Contemporaneamente, diede inizio anche a un’attività politico-elettorale, candidandosi alle elezioni amministrative di Ferrara nel 1910 e poi, senza successo, alle elezioni politiche generali del 1913, per conto dei sindacalisti ferraresi. L’anno successivo si recò a Milano, per lavorare, assieme a Filippo Corridoni, nella Unione Sindacale Italiana, fondata dai sindacalisti rivoluzionari Corridoni, Rossoni e De Ambris, usciti dalla riformista Confederazione Generale del Lavoro. A Milano proseguì il suo lavoro di sindacalista e di fronte allo scoppio della Grande Guerra maturò il suo interventismo, promuovendo la fondazione dei Fasci d’Azione Rivoluzionaria, di cui organizzò, di concerto con Benito Mussolini, il primo congresso, all’inizio del 1915. 
Partecipò alla guerra, malgrado la sua salute malferma (era ammalato di tisi), accentuando la componente patriottica, più che socialrivoluzionaria, del suo interventismo. Nel dopoguerra divenne redattore capo del «Popolo d’Italia» di Mussolini, col quale diede vita a una intensa collaborazione, tanto da essere, assieme a lui, l’unico protagonista dell’adunata di piazza San Sepolcro, il 23 marzo del 1919, quando fondarono i Fasci di Combattimento. In quella e in altre occasioni, Bianchi affermò una visione economica produttivista e una duttile tattica politico-elettorale, sostenendo la formazione di blocchi elettorali aperti. Grazie alla sua iniziativa, nel congresso di Roma del novembre 1921, il Fasci si trasformarono in partito e del Partito Nazionale Fascista Bianchi fu il primo segretario generale, guadagnandosi il consenso sia dei moderati che degli intransigenti. Ma tra la primavera e l’estate del 1922 sostenne la linea dura dello squadrismo con Balbo e Farinacci. 
Successivamente, preparò la «marcia su Roma» del 28 ottobre, di cui fu uno dei «quadrumviri». In quella circostanza fu il mediatore tra l’oltranzismo di Balbo e le astuzie tattiche di Mussolini, divenendo il vero cervello della «marcia». Poi continuerà a sostenere posizioni intransigenti, opponendosi – in occasione della formazione del primo governo Mussolini – alla nomina del generale Diaz a Ministro della Guerra in luogo del quadrumviro De Bono. Per queste posizioni entrò in conflitto con Mussolini, perdendo di conseguenza il posto di comando del partito fascista. 
Pur avendo rischiato l’emarginazione politica tra la fine del 1922 e l’inizio del 1923, Bianchi ottenne però la carica di segretario generale del Ministero dell’Interno, un dicastero retto direttamente da Mussolini. La carica di segretario generale, cioè quella del funzionario di più alto grado del ministero, fu reinventata per l’occasione, offrendo a Bianchi più che un contentino per la perdita della direzione del partito, un decisivo, anche se non appariscente, luogo di potere, nel quale egli esercitò abilmente l’apprendistato della sua futura opera di governo. Peraltro, il “quadrumviro” Bianchi era anche membro del Gran Consiglio del Fascismo, in un momento in cui gli organi di partito subivano una brusca svalutazione e venivano subordinati alle direttive centrali del governo. Sicché, Bianchi, dal vertice del Ministero dell’Interno, disponeva di un osservatorio privilegiato, mentre si avviava la penetrazione del fascismo negli organi dello Stato e nella burocrazia. La sua stessa carica di segretario generale poneva il partito fascista in una posizione chiave dell’amministrazione statale. Al tempo stesso, Bianchi sostenne, nel Gran Consiglio, la riforma elettorale maggioritaria che si sarebbe tradotta nella legge Acerbo, la quale avrebbe garantito ai fascisti i due terzi dei seggi nelle elezioni del 1924.
Lo stesso Bianchi fu uno dei membri della “pentarchia” che all’inizio del 1924 preparò la lista dei candidati governativi, formata dai fascisti e dai loro fiancheggiatori. Questo incarico, che confermava la sua vocazione «elezionista», gli consentì di dispiegare il suo progetto di potere, che comportava una organica istituzionalizzazione del fascismo.
La circostanza politico-elettorale comportò anche un riavvicinamento di Bianchi alla Calabria, alla quale egli si presentava come «uomo nuovo», al vertice del potere politico nazionale, e capace anche di sganciarsi dalla tutela della grande possidenza agraria e della tradizionale élite politica liberale regionale. Al tempo stesso, nel Ministero dell’Interno, poteva agire abilmente per riassorbire gli elementi del ceto politico liberale e della possidenza terriera che si mostravano disposti a integrarsi nel nuovo corso politico, subordinandosi a esso. Da questo punto di vista, le elezioni politiche del 1924 furono il passaggio politico decisivo. Nella loro preparazione, Bianchi diede corpo alla operazione «giolittiana» elaborata da Mussolini aprendo le liste fasciste all’adesione individuale di esponenti dell’area demoliberale. L’operazione ebbe successo in tutta Italia con l’ingresso nel «listone nazionale» fascista di personaggi come Antonio Salandra, Enrico De Nicola e Vittorio Emanuele Orlando. Ma anche in Calabria e in Lucania, unite in un’unica circoscrizione elettorale, dove Bianchi era il candidato capolista, l’operazione ebbe grande successo, grazie anche all’inserimento dell’ex ministro Giuseppe De Nava e di vari ex deputati liberaldemocratici (Larussa, Renda, Arnoni, Joele), tutti politicamente innocui ma elettoralmente utili. Il risultato fu il consenso del 75,6% dei votanti, nella circoscrizione calabro-lucana, mentre a Michele Bianchi andavano 111.000 voti di preferenza, pari al 43% dei voti di lista: il risultato elettorale personale più lusinghiero, secondo soltanto a quello ottenuto da Mussolini in Lombardia col 49% dei voti di lista.
Sull’onda di questo successo politico-elettorale, Bianchi riconquistò più solide posizioni di potere. Abbandonata la carica di segretario generale al Ministero dell’Interno ed eletto deputato, tornò a far parte, dopo una breve interruzione, del Gran Consiglio e preparò il suo ingresso al governo: dall’autunno del 1925 al marzo del 1928 sarà sottosegretario ai Lavori Pubblici; tra il 1928 e il 1929, fu sottosegretario all’Interno; dal 12 settembre del 1929 al 3 febbraio 1930, quando morì sotto i colpi della tubercolosi, fu ministro dei Lavori Pubblici. Quest’ultima parte della sua carriera politica si legò fortemente alla Calabria e alla questione dei poteri locali, da cui era emersa la sua legittimazione come uomo di governo. Dal 1924 in poi, le occupazioni privilegiate da Bianchi furono, infatti, la politica dei lavori pubblici per la Calabria e il Mezzogiorno e la riforma degli enti locali, i Comuni e le Province.
La sua opera di governo divenne un osservatorio privilegiato per comprendere i nuovi termini del rapporto tra centro e periferie, nonché l’iniziativa dello Stato nei confronti del Mezzogiorno, all’interno della centralizzazione politica e amministrativa promossa dal fascismo. Anche per questo, dopo la sua scomparsa, Bianchi divenne oggetto negli anni Trenta di una insistente mitizzazione ad opera delle autorità di regime, che si amplificò nell’opinione pubblica regionale. In Calabria fu oggetto di ritratti pittorici e scultorei. Si intitolarono a Bianchi luoghi abitati, edifici, strade, piazze e quartieri. Nel suo luogo natio, Belmonte Calabro, dove nel 1932 venne traslata la salma alla presenza degli altri «quadrumviri» – Balbo, De Bono e De Vecchi – fu eretto un mausoleo in cima al colle Bastia affacciato sul mar Tirreno. (Vittorio Cappelli) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Michele Bianchi, I discorsi, gli scritti, prefazione di Benito Mussolini, Libreria del Littorio, Roma 1931.
  • Alceo Riosa, Michele Bianchi, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 10, Treccani, Roma 1968.
  • Michele Fatica, Michele Bianchi, in Uomini e volti del fascismo, a cura di Ferdinando Cordova, Bulzoni, Roma 1980.
  • Vittorio Cappelli, Il fascismo in periferia. Il caso della Calabria, Editori Riuniti, Roma 1992.
  • Edoardo Caroni, Michele Bianchi. Il quadrumviro dimenticato, In fila indiana edizioni, Acireale 2013 (ebook).
  • Vittorio Cappelli, Politica e politici in Calabria. Dall’Unità d’Italia al XXI secolo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018.

Riferimenti archivistici

  • Archivio Centrale dello Stato, Carte Michele Bianchi.
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