Bianco, Giuseppe

Giuseppe Bianco [Petronà (Catanzaro), 31 agosto 1905 – San Miguel (Buenos Aires), 8 aprile 1963]

Giuseppe Antonio, così risulta registrato allo Stato civile, nacque da Pietro, lavoratore agricolo, assente dal paese al momento della sua nascita, e da Grazia Cullìa, filatrice. 
Ancora giovane ebbe la responsabilità di capo famiglia, sopportando tutto il peso che significava provvedere al sostentamento della madre, di due fratelli e una sorella. Il padre, che era andato come emigrante negli Stati Uniti, infatti, trovò la morte in un incidente sul lavoro, quando lui aveva 18 anni. L’unica eredità materiale che lasciò fu una piccola somma che l’azienda nordamericana presso cui aveva lavorato, versò ai familiari come indennizzo. Con essa aprì una piccola bottega da calzolaio, in cui, eseguendo lavori a mano, procurava a stento il necessario per mantenere la famiglia. 
A 19 anni, esattamente nel 1924, contrasse matrimonio con Antonietta Tolino, con la quale ebbe dieci figli. Due anni dopo nacque il primogenito, Pietro, cui seguirono Grazia nel 1928, Giuseppina nel 1930, Emilio nel 1935. Il ricavato del lavoro che svolgeva nella sua bottega era insufficiente per il mantenimento della sua famiglia, cui doveva provvedere, inclusi fratelli, sorella e madre. SI arruolò allora volontario nell’esercito italiano e nel 1935 partì per l’Africa orientale, dove partecipò a tutta la campagna militare per la conquista dell’Etiopia, facendo ritorno in Italia nel 1937. Riprese il lavoro nella sua bottega fino al 1939, anno in cui di nuovo partì ancora volontario in Africa. Intanto erano nate altre due bambine, Rita e Teresa. Fece appena in tempo a rimpatriare prima che l’Italia decidesse la sua entrata nella seconda guerra mondiale. Dopo pochi mesi fu richiamato alle armi. Inviato al fronte russo fu in seguito congedato per ragioni di salute. Tornato al suo paese riprese la vita di calzolaio. Intanto vennero alla luce altri tre figli Maria, Elvira e Tommaso, l’ultimo della famiglia nato nel 1947. La famiglia aumentata e lo scarso lavoro da calzolaio lo costrinsero a dedicarsi ad altre occupazioni, più pesanti, che minarono ulteriormente il suo già compromesso stato di salute.
A quello che lui riusciva a procurare si aggiungeva il frutto del lavoro del primogenito Pietro che era nato nel 1925. Tuttavia il ricavato non era sufficiente per condurre una esistenza se non agiata almeno tranquilla. Nel difficilissimo periodo del dopo guerra un cugino del padre anch’egli di nome Giuseppe Bianco residente in Nord America prestò generosamente il suo aiuto morale e materiale senza il quale difficilmente la numerosa famiglia avrebbe potuto superare quei momenti critici. Preoccupato delle condizioni dei suoi parenti e desideroso di prestare il suo appoggio per aprir loro una strada in cerca di un avvenire migliore suggerì l’idea che qualcuno di loro andasse a tentare la fortuna all’estero. Lui stesso si preoccupò di trovare un posto presso un’importante impresa americana e fece l’atto di chiamata per il più grande dei nipoti, Pietro. 
Questi però, date le difficoltà esistenti per ottenere il nullaosta, non poté partire per gli Stati Uniti. Allora si rivolse a un altro cugino di nome Tommaso Grandinetti, residente a Buenos Aires. Le pratiche per emigrare in Argentina non furono lunghe: nel gennaio del 1948, col cumulo di speranze che si porta ogni emigrante, Pietro si imbarcò alla volta di Buenos Aires. Lo zio dal Nord America anticipò il denaro necessario per pagare il viaggio.
Da questo momento ebbe inizio la storia della famiglia Bianco in Argentina e della industria che hanno saputo creare. A Pietro seguì l’anno dopo il padre e di li a poco Emilio e Grazia. La famiglia restò divisa in due gruppi. Quello venuto in Argentina lavorava senza sosta per richiamare gli altri rimasti in Italia. 
Questi aspettavano il momento per congiungersi ai propri cari a Buenos Aires. Pietro passò i primi tempi lavorando in una fabbrica della capitale argentina. Il padre lavorava da calzolaio in un locale di sua proprietà a San Miguel, eseguendo riparazioni e scarpe su misura. Qui fino a tarda sera lavoravano tutti per aiutare il padre che si dedicò alla professione calzaturiera realizzando a mano i mocassini. Poi aprì una bottega di fronte a Plaza de San Miguel. L’intera comunità aveva grande rispetto e ammirazione per la sua attività.
La vita in quattro, compresa Grazia, era più facile. Ci furono i primi guadagni e i primi risparmi. Nel 1952, compiendo uno sforzo non indifferente, si fecero raggiungere anche dagli altri membri della famiglia. Si cominciò a lavorare intensamente. Tutti i grandicelli aiutavano il padre nella piccola bottega. Presto lo spazio risultò insufficiente anche perché avevano incrementato la produzione di scarpe che, per la loro ottima qualità, si erano imposte facilmente sul mercato. Le richieste aumentavano. Era necessario, allora, procurarsi locali più ampi e acquistare qualche macchina, poiché le mani non bastavano più. Con un ennesimo sforzo comprarono una casa con una parte di terreno libero. Qui costruirono un capannone, dove entrarono a funzionare le prime macchine, La produzione aumentava, però non era sufficiente a soddisfare le richieste dei clienti il cui numero andava sempre crescendo. Il capannone fu ingrandito, si acquistarono altre macchine, si impiegarono i primi operai, il capannone andava trasformandosi rapidamente in fabbrica.
Sotto la guida del padre, Pietro ed Emilio curavano l’organizzazione. Siamo nel 1959. I modelli di creazione Bianco si imponevano sempre più. Quest’anno segnò un’altra importante tappa del loro cammino: aprirono un negozio di vendita al pubblico a San Miguel, in pieno centro, di fronte alla piazza. Ormai i Bianco avevano raggiunto una posizione sicura, da cui si poteva cominciare a mirare a mete più alte, anche perché crescevano i clienti e le richieste, cui c’era da rispondere a dovere. Pensarono alla possibilità di costruire un edificio industriale, che risolvesse i loro problemi di produzione. Come prima mossa acquistarono un lotto adatto, sul quale poi avrebbero innalzato l’edificio di cui studiarono anche il progetto. Il destino volle che si spegnesse la fiamma che aveva illuminato e animato il loro cammino. Improvvisamente venne a mancare Giuseppe Bianco. Colto da improvviso malore, scomparve all’età di 57 anni, lasciando nella costernazione la moglie Antonietta e i suoi nove figli.
Fu una perdita grave da cui la famiglia Bianco non si riprese facilmente. Il negozio aperto a San Miguel era stato aperto per lui, che i figli avevano voluto premiare per ripagarlo di tanti sacrifici sofferti per allevarli. Giuseppe non avrebbe più lavorato in fabbrica. Avrebbe solamente diretto gli impiegati che avevano assunto per il negozio. Il duro colpo scosse profondamente i Bianco. Non cessò tuttavia la loro ascesa. Con grande determinazione superarono il momento difficile. Il loro era ora impegno d’onore, assunto in memoria dello scomparso genitore: portarono a termine il suo progetto. Pietro ed Emilio presero le redini in mano e continuarono la strada intrapresa. Al negozio di San Miguel se ne aggiunsero altri due, uno aperto a Mar del Plata, l’altro a Buenos Aires. A coronare i loro sacrifici e la loro dedizione al lavoro il 31 luglio 1965 si aggiunse l’inaugurazione della nuova fabbrica, la PIEMI, «Calzaturificio Giuseppe Bianco e figli». Una loro pubblicità recitava così: «Siamo Venuti da Petronà, in Calabria. Abbiamo portato il nostro mestiere di artigiani. Ora, qui in Argentina, la vera linea italiana in scarpe da uomo porta il nostro nome: artigianato Bianco» (Francesca Raimondi) © ICSAIC 2021 – 5 

Nota bibliografica

  • Il sogno di Giuseppe Bianco è stato realizzato dai figli, «Corriere degli italiani», 9 agosto 1965;
  • Inaugurato lo stabilimento del calzaturificio “Bianco”, «Corriere degli italiani», 9 agosto 1965; 
  • Da calzolai a industriali, «Corriere degli italiani», 4 gennaio 1968;
  • Il calabrese Giuseppe Bianco da “scarpaio” a industriale, «Corriere Rivista», I, 3, 15 ottobre 1970.

Nota archivistica

  • Comune di Petronà (Catanzaro), Registro degli atti di nascite, atto n. 55 del 3 settembre 1905.

Nota

  • Si ringrazia l’ufficiale di Stato civile del Comune di Petronà, Lucio Mazza, per la gentile collaborazione.

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