Borelli, Aldo

Aldo Borelli [Vibo Valentia 2 febbraio 1890 – Roma 2 agosto 1965]

Aldo Borelli, nasce a Vibo Valentia (allora Monteleone Calabro) da Luigi e Rachele Daffinà Ruffo. Dopo gli studi intrapresi nella sua città, nel 1906 si trasferisce a Roma, dove, mentre segue i corsi universitari di giurisprudenza, inizia la sua attività giornalistica come redattore del quotidiano romano «L’Alfiere». Nel 1911 diviene redattore dell’agenzia Stefani; passa quindi a «Il Mattino», quotidiano napoletano, come corrispondente dalla capitale dal 1912-1914, facendo propria l’impostazione antigiolittiana e antisocialista del giornale di Scarfoglio. Nello stesso periodo inizia a collaborare a «La Nazione» di Firenze, presso la quale, nel 1914, viene chiamato a ricoprire l’incarico di redattore-capo; il 10 marzo dell’anno seguente assume la direzione della vecchia testata fondata da Ricasoli. Fino ad allora il giornale fiorentino era schierato per il neutralismo giolittiano, Borelli lo traghetta sul fronte interventista. Il triennio bellico vede rifiorire le fortune de «La Nazione» con largo spazio alle corrispondenze di guerra e la pubblicazione di edizioni provinciali, il giornale conosce un crescente successo. Questa abilità e intelligenza giornalistica nel 1929 lo porta alla guida del «Corriere della Sera», dove s’ insediato il 1° settembre. 
Borelli è un giornalista di razza, creativo, ingegnoso, aperto, coriaceo. Anche se per forza di cose limitato nella sua attività (più di una volta si lamenta della egemonia dell’agenzia Stefani) riesce a difendere un barlume di libertà per i suoi collaboratori, dando spazio a tutta una serie di giovani giornalisti e scrittori che diverranno il nerbo della grande stampa di informazione dell’Italia post-fascista, come Arturo Lanocita (originario di Limbadi), Michele Mottola, Dino Buzzati, Guido Piovene, Luigi Barzini e Indro Montanelli. 
È lui ad assumere Indro Montanelli, pur espulso dall’albo dei giornalisti e licenziato da «Il Messaggero», al «Corriere della Sera», dimostrando lungimiranza oltre che coraggio. Nel 1942 assume anche Corrado De Vita, scrittore, che diverrà una delle figure di spicco della Resistenza, ma sul lavoro è redattore diligente e disciplinato. Il giovane Montanelli lo ammira e lo teme al contempo, riconoscendogli la tempra di un direttore e giornalista che ben avrebbe potuto distinguersi in ogni epoca. «Per quanto riguardava la politica – ricorda in una intervista inedita proprio Indro Montanelli – -non c’era niente da fare.  Se lui avesse sgarrato, il giorno dopo l’avrebbero cacciato. Quindi la politica lui l’ha abbandonata, in un certo senso. L’abbandonava al capo dell’ufficio romano e ai commentatori irregimentati che prendevano le “veline” e le sviluppavano. Tanto, il lettore non leggeva nulla di politica perché sapeva che era artefatta. Borelli difendeva però la persona, difendeva il gruppo, che non subì falcidie benché fosse composto al novanta per cento da antifascisti. Ad esempio, erano antifascisti Corrado Alvaro, Massimo Bontempelli, Filippo Sacchi, naturalmente Benedetto Croce… Anche Pirandello, che inizialmente era stato fascista, era su posizioni di fronda assoluta. Un gruppo o asettico, o frondista o nettamente antifascista: questo era il Corriere di quegli anni. E di questo gruppo Borelli salvò tutti» 
Borelli deve ingegnarsi, e si ingegna, a dare spazio alla creatività sia quando deve mantenere il livello culturale del giornale, sia quando deve difendere i suoi giovani redattori. È lui a coprire i pochi non in possesso della tessera fascista, dimostrando lungimiranza e professionalità. Sotto la sua direzione il «Corriere» si modernizza e acquista un volto nuovo più fresco e accattivante: viene adottata l’impaginazione a nove colonne e aumentate le foto, la vecchia tipografia di via Solferino viene dotata di moderne rotative. In un periodo in cui la situazione politica limita enormemente gli argomenti che il giornale può trattare con sufficiente libertà, Borelli decide di incrementare i servizi dall’estero, compresi i resoconti di viaggi, e la pagina sportiva. Anche la terza pagina riceve attente cure. Sono tante le firme di prestigio che egli chiama a collaborare, scrittori, intellettuali e studiosi di vario indirizzo (Baldini, Bontempelli, Brancati, Cecchi, Pasquali, Volpe) che ne fecero una vera e propria istituzione culturale. In politica estera, nonostante le direttive del regime, il Corriere è sempre più sobrio di tutte le altre testate nazionali ed in più Borelli sa garantire anche ad antifascisti e moderati una collaborazione discreta che li salva dalla miseria.
Un indice del suo modo di essere emerge in due episodi. Il primo è quando si schiera con Augusto Turati che, caduto in disgrazia nell’autunno 1930, viene costretto ad abbandonare la segreteria del partito fascista e inviato in esilio a Rodi. Borelli solidarizza con lui e alla fine del 1930 pubblica alcuni suoi articoli su argomenti sindacali, attirandosi i rimproveri delle più alte gerarchie fasciste. Il secondo quando difende a spada tratta Curzio Malaparte, arrestato nel 1933 dal regime, e riesce ad affidargli una rubrica seppure sotto lo pseudonimo di Candido. Non è un caso che nelle informative di polizia, viene segnalato come un liberaloide.
Si sposa nell’ottobre 1935 con la danzatrice Evgenija Ruvscenko, nota con lo pseudonimo Jia Ruskaja, ballerina fuggita dalla Russia dopo la rivoluzione d’ottobre e di dodici anni più giovane, che in Italia aveva fondato una scuola di danza da cui poi sarebbe derivata nel 1948 l’Accademia nazionale di danza, da lei diretta fino alla morte. 
Appena fresco di nozze, Borelli parte per l’Etiopia, dove partecipa alle ostilità con il grado di sottotenente di artiglieria; presente alle battaglie di Debri Hotzà e dell’Endertà, nel luglio 1936 viene promosso tenente per merito di guerra.
Quello con la Ruskaja è un grande amore che durerà tutta la vita. 
Alla caduta del fascismo si illude di poter continuare a guidare il «Corriere», ma deve fare i conti con la realtà. Quando si riunisce il Gran Consiglio si trova a Roma, rientra subito a Milano, ma trova la sua stanza chiusa a chiave e si rintana in una stanzetta. «Borelli giunse al giornale nel tardo pomeriggio del 26 luglio… Gli eravamo intorno tutti. Gran silenzio, grande imbarazzo, capimmo che non si era reso conto che la situazione era cambiata. Credeva di poter fare finalmente un giornale libero, un giornale senza veline. Cominciò a impartire disposizioni ai redattori-capi che lo ascoltavano perplessi. Fu un momento di imbarazzo… Finché Bruno Fallaci prese coraggio e brutalmente, con freddezza toscana, gli disse: “Direttore, lei il giornale non lo fa più!”»”. Così Gaetano Afeltra ricorda quella giornata del 1943 in cui si conclude la lunga carriera di Aldo Borelli alla guida del «Corriere della Sera». 
Per alcuni mesi rimane nascosto in un convento a Roma. Dopo la Liberazione viene colpito da mandato di cattura, ma viene in seguito amnistiato.
Il dopoguerra lo vede ancora impegnato nell’attività editoriale e giornalistica: direttore amministrativo del quotidiano romano «Il Tempo» fino al 1948, diviene poi capo dell’ufficio romano del settimanale «Epoca» e in seguito del settore periodici Mondadori. Dal 1955 al 1958 è direttore della Cines e assume, infine, la presidenza del gruppo editoriale Giornale d’ItaliaTribuna. 
Muore a Roma nel 1965 all’età di 75 anni. (Michele La Rocca) @ ICSAIC

Nota bibliografica 

  • Giuseppe Ravegnani, Uomini visti, Mondadori, Milano 1955, I, pp. 157-159; II, p. 58; 
  • La Nazione nei suoi 100 anni 1859-1959, Bologna 1959; 
  • Guido Piovene, La coda di paglia, Mondadori, Milano 1962, pp. 29-42; 
  • Filippo Sacchi, La stampa e il cinema nel ventennio, in Fascismo e antifascismo (1918-1936). Lezioni e testimonianze, I, Milano 1962, pp. 327 s., 334; 
  • Indro Montanelli, A. B., «Corriere della Sera», 3 agosto 1965; 
  • Piero Melograni (a cura di), Corriere della Sera (1919-1943), Cappelli, Bologna 1965, pp. LXXIII-LXXXI;
  • Franco Nasi, Il peso della carta. Giornali, sindaci e qualche altra cosa di Milano dall’Unità al fascismo,Alfa, Bologna 1966, pp. 198-200; 
  • Emilio Radius, 50 anni di giornalismo, G. Miano, Milano 1969, adnomen.
  • Ernesto Galli della Loggia, Aldo Borelli, in Dizionario biografico degli italiani, volume 12, Treccani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma  1971
  • Indro Montanelli, Aldo Borelli, inconsolabile vedovo del “Corriere”, «Corriere della Sera», 17 giugno 1997, p. 41.
  • Gaetano Alfetra, Dal galantuomo Borelli all’antifascista Janni, «Corriere della Sera», 24 maggio 1993, p. 15 
  • Enrica Bricchetto, Aldo Borelli e la fascistizzazione del “Corriere della sera” (1929-1933), «Studi Storici», 43, 2, 2002, pp. 545-57
  • Pierluigi Allotti, Giornalisti di regime – La stampa italiana tra fascismo e antifascismo (1922-1948), Carocci editore, Bari 2012;
  •  Eugenio Marcucci, Giornalisti grandi firme: l’età del mito, Rubbettino, 2005, pp 113-120;
  • Gaetano Alfeltra, E il Fascismo cadde sul tavolo della redazione, «Corriere della sera», 23 maggio 1993;
  • Indro Montanelli, Soltanto un giornalista, testimonianza a Tiziana Abate, Rizzoli, Milano 2002;
  • Salvatore Merlo, Fummo giovani soltanto allora, Mondadori, Milano 2016, pag. 160-171;
  • Michele Brambilla, «Vi racconto cosa fu il fascismo» (intervista inedita a Montanelli), 1999. Il testo è parte di una tesi di laurea («Il Corriere della sera e la guerra civile spagnola 1936-1939»), depositata nel 2000 alla Statale di Milano. 

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Segreteria del duce, Carteggio ordinario, A. B., 209340; Ivi, Carteggio riservato, A. B. (W. R.). 
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