Brancia, Francesco

Francesco Brancia [Nicotera (Vibo Valentia), 5 maggio  1824 – 17 agosto 1903]

Nacque da Diego e da donna Maria Martina Thoro, una famiglia nobile di Nicotera, all’epoca in provincia di Catanzaro. Il 10 gennaio 1844 contrasse matrimonio con donna Rosa Cipriani e dall’unione nacque numerosa prole, ben 12 figli: Orazio, Isabella, Vittoria, Diego, Margherita, Annibale, Giuseppe, Tommaso, Andrea, Francescantonio, Carlo Ottavio, Benedetta, nomi che si tramanderanno nelle loro future generazioni. 
Storico, latinista e umanista, insegnò storia, latino e letteratura  nel Seminario Vescovile di Nicotera (1852-1886) e fu docente e direttore del  Ginnasio-Convitto Comunale (1869-1902).
Il vescovo mons. Domenico Taccone Gallucci (1889-1908), noto storico, in un suo scritto lo ricorda con queste parole: «Insigne letterato, storico e professore di latinità appartenente ad una famiglia che annovera personalità e titoli nobilissimi». I Brancia, infatti, giunsero al seguito di Carlo I° d’Angiò  alla fine del 1200 e si stabilirono ad Amalfi, poi a Sorrento e a Napoli e infine in Calabria. Sul loro stemma gentilizio vi erano raffigurate un’arma in campo azzurro e una branca di leone d’oro. A Nicotera la presenza della famiglia si registra sin dall’anno 1619 essendo don Annibale Brancia di Andrea, parroco a Motta Filocastro e successivamente arcidiacono nella nostra cattedrale; e ancora  nel 1638 e nel 1805 rispettivamente don Paolo  e don Raffaele  Brancia, furono eletti Sindaci in rappresentanza dei nobili al Parlamento cittadino, le cui sedute per due sessioni ogni anno si svolgevano nel portico, detto «la  Lamia di santa Caterina». Negli anni  Settanta dell’Ottocento  il sacerdote Orazio, figlio di Francesco, divenne arcidiacono della cattedrale e  Vicario vescovile della diocesi di Nicotera, il fratello Andrea fu rettore dei convitti nazionali, mentre Annibale e gli altri ricoprirono incarichi amministrativi importanti.
ll pittore nicoterese Domenico Russo, illustre ritrattista, in una sua tela (particolare nella foto) lo dipinse in maniera egregia «con conferita solennità dell’aspetto e con lo sguardo profondo del pensatore», quale si addiceva a un personaggio che onorava la sua epoca in cui la città annoverava tante personalità di letterati, poeti, giuristi, sociologi, pittori, storici, scienziati, politici, sacerdoti, artigiani e professionisti stimati. Don Cosma Russo, anch’egli pittore, completò la tela vergando la seguente dedica: «Al prof. Francesco  Brancia, dotto nella lingua latina che educò più  generazioni, amatore delle memorie patrie, estimatore di virtù domestiche e cittadine, questo lavoro dedica».
In politica fu antiborbonico e pur seguendo con  interesse le vicende risorgimentali (1948) e gli insuccessi dei moti carbonari, aderì, assieme a gran parte della nobiltà locale, alla corrente liberale moderata la quale non propugnava la rivoluzione ma indicava la trasformazione della società italiana attraverso un graduale progresso socio-economico.
Dal carme funebre in latino  dedicato a Garibaldi (1882) traspare il suo attaccamento alla patria: «Coraggio Italia, continua, trionfa!». Scelse la lingua latina in ossequio alla classicità e alla corrente  dell’umanesimo calabrese che, negli anni seguenti, vedrà altri latinisti, Francesco Alessio e Giuseppe Morabito. Non intese partecipare al premio internazionale del Certamen, vinto dal calabrese Diego Virioli, dato che non persegui riconoscimenti per il suo approdo al latino ma volle comprendere la nostra lingua le cui radici sanno di greco e di latino. In Carmina Varia, un componimento di ben 35 odi, inni ed elegie, oltre al culto della patria, e «la rivendicazione di tutte le libertà, la sentita fede religiosa, la fierezza dell’onestà» si nota l’influenza dei vari poeti latini: Orazio, Catullo, Virgilio; di quest’ultimo non manca il richiamo al mondo sereno delle bucoliche. In Balnea Nicoterana, dedicata a Venere, alle danze  delle ninfe marine vi è la descrizione della suggestiva costa nicoterese: «Venere nuda intreccia le danze con splendide ninfe marine… avvolte di vesti leggere scoprono le bianche membra e presto si uniscono all’onde cantando la bellezza, le donne e gli amori».
Nell’opera storica Nicotera antica et Nova, scritta per la genealogia delle grandi famiglie che vanno dal 1191 al 1649 troviamo i Pelliccia, gli Scattaretica, i Gabrielli, gli Afflitto, i Tranfo, i Cesareo, i Brancia, i Campennì, gli Anzalone, i Marchese, i Satriano, i Marini; mentre in Nicotera nova, dal 1649 al 1898, vi sono le famiglie Adilardi, Coppola, Tocco, Cipriano, Baratta, Chitti, Prenestino, Corso, Laureana, Caivano, Neri, Capria, Lisotti, Cognetti, Cioffi, Mamone, Mileto, Polito,Vinci e Vardè. 
Vincenzo Lombardi, letterato e preside del Ginnasio, che vergò la presentazione del suddetto testo, scrisse: «Pur riconoscendo i meriti dei precedenti studiosi della storia della nostra città, il Brancia è l’unico autentico storico di essa. Egli ha acutamente inteso la finalità dello storico, la quale non istà solo nella enumerazione delle dinastie, né nella trattazione minuta delle loro vicende, ma nel rapporto e nell’influenza che le stesse  hanno potuto avere nella comunità a cui presiedettero. È la storia municipale, insomma, quella che a noi interessa, la storia del popolo nei suoi costumi, nelle sue leggi, nelle sue tradizioni e nelle sue consuetudini».
E inoltre: «A grandi e sicuri tratti Egli ci fa passare come in un caleidoscopio di  precisione, dalla Medma repubblicana alla dominazione che su dì essa esercitarono i Romani, i Longobardi, i Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi, i Vicerè spagnoli, i Borboni e i Napoleonidi. Accenna alla duplice  scorreria dei saraceni e descrive con sstile serrato, vibrante di sdegno, le stragi e la desolazione che essi seminarono nelle nostre misere contrade».
Anche  Diego Corso, medico, archeologo, autore  di Cronistoria civile e religiosa della città di Nicotera, sostiene che il Brancia «fu abilissimo scrittore di latinità, tutto occupato a lumeggiare memorie antiche della nostra patria e quelle delle famiglie antiche e moderne di essa. Egli, come Varrone ricondusse i romani, ignari delle loro origini, nella loro casa, così l’egregio professore nel suo splendido lavoro celebra le virtù civili e religiose dei nostri compatrioti, ispirando vita agli aridi ricordi e notando ciò che la fama va narrando dei tempi trascorsi».  
Fu un indiscusso intellettuale, dalla forte tempra culturale, morale e spirituale, che partecipò  alla fucina culturale che godeva la Calabria nell’800.
Morì all’età di 79 anni nel compianto generale. (Pasquale Barbalace) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Domenico Taccone Gallucci, «Rivista Storica Calabrese», XII, 1904, p. 201;
  • Luigi Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi. Dizionario bio-bibliografico, vol. I, Tip. Editrice “Corriere di Reggio”, Reggio Calabria 1972, p. 152, ad nomen;
  • Francesco Brancia, Francesco Brancia, storico e umanista calabrese dell’800, «Calabria Letteraria», XXXIV, 10-11-12, 1986, pp. 43-47.
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