Chimirri, Bruno

Bruno Chimirri [Serra San Bruno (Vibo Valentia), 24 gennaio 1842 – Amato (Catanzaro), 28 ottobre 1917]

Nacque a Serra San Bruno, all’epoca in provincia di Catanzaro) da una famiglia di giuristi. Il nonno Bruno fu giudice mandamentale così come il padre Luigi. La madre Caterina Corapi era figlia di Luigi, magistrato, già presidente della corte criminale di Cosenza. La prima notizia sulla sua vita si deve a Raffaele De Cesare che, ricordando l’arrivo di Ferdinando II di Borbone a Serra nel 1852, scrisse che il futuro ministro appena undicenne, affacciato al balcone della sua casa che era annessa alla chiesa matrice, lo vide arrivare, entrare nella chiesa e uscirne fra le acclamazioni. Jole Lattari Giugni ricordò invece un episodio legato ai suoi studi svolti a Catanzaro, «la città dove egli, all’età di quindici anni, si era recato per studiare partendosi da Serra San Bruno a piedi e con le scarpe legate al collo per non consumarle». 
Laureatosi in Giurisprudenza a Napoli, Chimirri fu iniziato alla massoneria l’8 novembre 1865 nella loggia Domenico Romeo di Reggio Calabria. Esponente democratico negli anni Sessanta, fu eletto nel 1867 consigliere provinciale nel collegio di Serra San Bruno. Passato alla destra storica stabilì buoni rapporti con Antonio di Rudinì e Quintino Sella che nel 1877 ebbe a dire di lui: «Noi tutti di Destra lo consideriamo come uno dei migliori elementi che abbiamo nel nostro partito, sia come carattere sia come ingegno e operosità». 
Si candidò alle elezioni del 1874 nel collegio di Serra San Bruno contro l’avvocato Patrizio Corapi, deputato uscente, Gaetano Loffredo di Cassibile e Nicola Santamaria, e su 646 votanti ottenne 296 preferenze, a fronte delle 162 di Loffredo di Cassibile, delle 82 di Corapi e delle 63 di Santamaria. L’elezione fu contestata poiché molti voti riportati da Loffredo di Cassibile, candidato di parte moderata, erano stati annullati ingiustamente dal seggio dell’ufficio principale per insufficiente indicazione della persona. La Camera, viceversa, sulla base degli atti elettorali, attribuì 382 voti a Loffredo di Cassibile proclamandolo deputato e annullando la precedente elezione di Chimirri. 
Nel 1876 fu eletto per la prima volta deputato nel collegio di Serra San Bruno al ballottaggio con Antonio Jannone ottenendo 304 voti su 537 votanti. Fu riconfermato nel 1880 battendo al primo scrutinio Vincenzo Calcaterra con 392 voti su 411 votanti, e nel 1882 nel collegio Catanzaro I con 5542 voti, nel 1886 con 5902 voti e nel 1890 con 7423. Nel gabinetto di Rudinì fu ministro dell’Agricoltura dal febbraio al dicembre 1891. Ripristinato il collegio uninominale nel 1892 fu rieletto con 2060 voti su 2307. Nello stesso anno, da gennaio a maggio, ricoprì la carica di Guardasigilli nel Governo di Rudinì. Fu rieletto ancora nel 1895 con 1242 voti su 1336 votanti e per la XIX legislatura, dal 16 giugno 1895 al 3 marzo 1897, fu vicepresidente della Camera. Nel 1897 ottenne 784 voti su 1571 votanti battendo Luigi di Francia e Pier Nicola Gregoraci e, nel 1900, 1155 su 1386. Dal giugno 1900 al febbraio 1901 fu ministro delle Finanze con interim al Tesoro nel governo Saracco. Nel 1904 ebbe 1011 voti su 1541 votanti battendo Tiberio Evoli che ne riportò solo 412. Nel 1909 fu nuovamente eletto con 1334 voti su 1505 votanti e infine, il 16 ottobre 1913, ottenne la nomina a Senatore del Regno per la 3° categoria, come tutti i deputati eletti per tre legislature o con sei anni di esercizio.
Sostanzialmente, nel corso della carriera parlamentare, si distinse come oppositore moderato della politica riformista della sinistra, intervenendo anche sulla questione dei rapporti tra Stato e Chiesa. Quando nel 1880 Agostino Depretis presentò il progetto di legge per l’allargamento dell’elettorato che culminò nella legge elettorale del 1882, Chimirri manifestò perplessità ma cambiò idea nel 1912 quando il quarto governo Giolitti varò la nuova legge perché non era più possibile tenere lontane dalle urne le classi popolari. Avversò inoltre gli articoli del codice Zanardelli che punivano gli abusi dei ministri di culto guadagnandosi un’accusa di clericalismo. Era da pochi anni parlamentare quando venne nominato Commissario della legge 333 del 23 luglio 1881 per la costruzione di nuove opere stradali e idrauliche: in questa occasione sostenne che alla costruzione di detti lavori, dovevano concorrere lo Stato e le Province, mentre ne dovevano essere esentati i Comuni. Ebbe una parte di primo piano nella discussione per lo sgravio delle imposte fondiarie ed in quella per il dazio sul grano, per la quale fu relatore.
Sono altresì importanti il disegno di legge del 29 novembre 1891, «Colonizzazione della Sardegna utilizzando i beni ex ademprivili tuttora invenduti», il progetto di bonifica dell’Agro Romano e il provvedimento che autorizzava la Cassa Depositi e Prestiti a concederne i mutui di favore. Come ministro presentò il provvedimento per il chinino di Stato e un disegno di legge per gli infortuni sul lavoro, argomento di cui si era già interessato durante la sua carriera parlamentare. La prima relazione sul disegno di legge sugli infortuni del lavoro fu infatti presentata da Chimirri al Senato nella tornata del 13 aprile 1891 quando era ministro di Agricoltura, industria e commercio. La relazione della commissione infortuni sul lavoro che lo ebbe come presidente è invece del 4 dicembre 1895.  Il disegno di legge fu discusso al Senato l’anno successivo e infine ritirato. Fu appena sfiorato dallo scandalo della Banca romana, e fu accusato di non aver letto la relazione Alvisi Biagini o di averla insabbiata per la superiore ragion di Stato. Fu inoltre chiamato in causa dal figlio di Bernardo Tanlongo, Pietro, che interrogato sulle operazioni finanziarie che Achille Fazzari stava portando avanti con la Banca Romana per il funzionamento delle ferriere di Mongiana, dichiarò di aver avuto pressioni da alcuni ministri tra i quali Nicotera e Chimirri per l’elargizione di un prestito di £ 600.000. La relazione dei “sette”, presentata il 23 novembre 1893 confermò le ingerenze di uomini di governo nelle operazioni di Fazzari affermando che Chimirri, nella sua qualità di reggente il dicastero di sorveglianza speciale degli istituti di emissione, doveva astenersi dallo scrivere la lettera che Pietro Tanlongo inserì nel libro in difesa del padre.
Da meridionalista e sociologo si interessò ai problemi della Calabria e contribuì alla stesura delle leggi del 1906 e del 1908. Fu inoltre nominato Commissario governativo per la gestione del patrimonio e l’esercizio della tutela degli orfani del terremoto del 28 dicembre 1908 e il 14 gennaio 1909, in seguito al decreto col quale l’Opera nazionale di patronato «Regina Elena» per gli orfani del terremoto diventò Ente morale, venne nominato Presidente. Nel 1914 avversò l’interventismo di Salandra e si pronunciò a favore della neutralità dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Nella Commissione parlamentare per l’esame dell’ordinamento e del funzionamento delle ferrovie dello stato, della quale fu nominato Presidente nel 1917, concluse i suoi studi con il voto di cedere all’industria privata circa 5.000 km di linee a scarso traffico.
Conclusa la sua esperienza ministeriale, fece parte dello schieramento liberale moderato e avversò la politica di Giolitti. Cominciò, allora, a dedicarsi agli studi storici e letterari, pubblicando, senza grande fortuna, anche saggi sulla musica di Cimarosa o sulla pittura di Mattia Preti. 
Nel corso della sua vita si interessò, anche di scultura monumentale come si evince dai discorsi per l’inaugurazione della statua dedicata a Ruggero Bonghi, opera di Enrico Mossuti, collocata a Napoli nell’omonima piazza, e di quella raffigurante Carlo Alberto opera di Raffaele Romanelli collocata a Roma nei giardini del quirinale. Fu promotore pure del monumento che Sambiase dedicò al filosofo Francesco Fiorentino, opera dello scultore serrese Giovanni Scrivo. Lo scultore Nicola Cantalamessa Papotti lo ritrasse in un busto in bronzo, oggi custodito a Catanzaro nella sede della biblioteca provinciale a lui dedicata. Alla fine della sua vita Chimirri si ritirò nella sua villa di Amato che aveva dotato di una cospicua biblioteca e anche di una quadreria, di cui faceva parte la grande tela di Andrea Sacchi raffigurante “L’ebrezza di Noè”, comprata in seguito alla liquidazione della Galleria Sciarra ma proveniente dalla Galleria Ruffo. Oggi la grande tela è custodita presso il Marca di Catanzaro.
Nel 1915 pubblicò per l’editore Hoepli La Calabria e gli interessi del Mezzogiorno, un’opera dedicata «Alla Calabria con affetto di figlio, con orgoglio di cittadino». Morì ad Amato all’età di 75 anni. (Domenico Pisani) © ICSAIC 2020

Opere

  • Musica gioiosa, in Aversa a Domenico Cimarosa, F. Giannini & Figli, Napoli 1901, pp. 104 ss.;
  • Pro Calabria, in «Nuova antologia», vol. C, serie IV, 16 luglio 1902;
  • Mattia Preti detto il cavaliere calabrese, Alfieri e Lacroix, Milano 1914 (con Alfonso Frangipane).
  • La Calabria e gli interessi del Mezzogiorno, Hoepli, Milano 1915-1919.

Nota biografica essenziale

  • Jole Lattari Giugni, I parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, Morara, Roma 1967, pp. 243-244;
  • Ferdinando Cordova, Massoneria in Calabria. Personaggi e documenti (1863-1950),Pellegrini, Cosenza 1998, p. 15;
  • Gaetano Cingari, Storia della Calabria dall’Unità a oggi, Laterza, Roma- Bari, 1982, p. 63;
  • Roberto Longhi, Recensione a Chimirri Bruno e Frangipane Alfonso, Mattia Preti detto il cavaliere calabrese, Milano Alfieri e Lacroix, 1914, in «L’arte», XIX, I, 1916, pp. 370-371;
  • Hettore Capialbi, La vita e l’opera di Bruno Chimirri, in «Archivio storico della Calabria», VI, 1918, pp. 233-258;
  • Giovanni Aliberti, Chimirri Bruno, in Dizionario Biografico degli italiani, vol. XXIV, Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma, 1980, ad vocem
  • Giacinto Pisani, Bruno Chimirri, in Il parlamento italiano, vol. VI, (1888 – 1901), Nuova Cei, Milano, 1989, pp. 603-604; 
  • Francesco Timpano, Uomini dimenticati: Bruno Chimirri, «Quaderni del Sud – Quaderni calabresi», 84-85, luglio-settembre 1995, pp. 35-38.

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