Comas, Nives

Nives Comas [Feroleto Antico (Catanzaro), 30 ottobre 1901 – Città del Messico (Messico), 7 maggio1992]

Figlia della triestina Itala Dudovich, gentildonna di 21 anni, sorella del noto cartellonista Marcello, e di Felice Michele Comas, ingegnere, anche lui ventisettenne conosciuto come Feliù, appartenente a una nobile famiglia proveniente dalla Catalogna che, costretta a lasciare la Spagna, scelse Trieste e l’Italia come esilio e poi si trasferì in Calabria nel 1872, facendone il nuovo terreno dei propri affari (i Comas erano dediti alia commercializzazione di sughero dei boschi e poi allargarono i loro interessi in altre attività agricole). Visse la sua adolescenza a Feroleto Antico tra uomini e donne dei cui costumi rimase affascinata. La madre che aveva respirato l’ambiente cosmopolita e stimolante di Trieste (la sorella Maria e i tre fratelli erano artisti) e quello irredentista del padre garibaldino ostacolò il rapporto affettivo della figlia con la Calabria. Subito dopo la Grande Guerra, i Comas, padre, madre e cinque figli, andarono via da Feroleto e si trasferirono a Pola lasciando la proprietà nelle mani dello zio paterno di Nives, Bonaventura.
Donna affascinante, pittrice di dignitoso livello, nel 1920 si stabilì a Milano dove fu modella e allieva dello zio Marcello, di cui fu quasi una seconda figlia, accanto ad Adriana nata dal matrimonio dell’artista con Elisa Bucchi. Formatasi artisticamente proprio a fianco dello zio, ma interessata a linee e colori, la Comas si mosse alla ricerca dell’immagine più che dei contenuti del prodotto artistico.
La sua casa diventò una sorta di cenacolo per artisti, intellettuali, scrittori e politici della nuova borghesia lombarda legata alla moda e alla pubblicità. In vacanza a Rimini con la famiglia dello zio, conobbe Emanuele Casati, un medico oculista appassionato di fotografia, pittura e teatro che sposò nell’aprile 1922 trasferendosi a Ferrara. Donna e artista dalla personalità eclettica, «La Coppa» come in famiglia era chiamata, aprì uno studio che divenne ben presto un punto di riferimento aperto alla mondanità cittadina. La sua vita e la sua attività sono uno spaccato dell’Italia fascista. Iscritta subito al fascio femminile, s’inserì ben presto nella vita della città. In quell’Italia della Marcia su Roma e della presa del potere di Mussolini, in una Ferrara che vedeva l’ascesa dello squadrismo e la nomina del suo cittadino Italo Balbo a comandante delle squadre dell’Emilia, ella trovò spazio per coltivare le proprie passioni. 
Con la Calabria, dove era nata lei e la sua famiglia, ebbe rare occasioni di incontro, tornandovi in rare occasioni: un ricco avvocato chiese la mano di Nives senza ottenere un sì. Ferrara invece diventò il luogo della sua affermazione di donna e di artista, rivelando una personalità attivissima in diversi campi, e affermandosi anche grazie all’attività espositiva. Nelle opere selezionate per la prima personale che allestì a Ferrara nel 1924 a Palazzo Santini, «rivelando il proprio passato e presente», su quelle tele c’era la Calabria, ritratta in quelle donne che vedeva muoversi sulle terre di famiglia, della cui forza attrattiva dichiarava la potenza nei colori (Accorsi, p. 25) carichi di forti contrasti; ma rivelavano altresì il raffinato decorativismo e le morbide curve dell’Art Decò come in La garçonne e Donne in verde e in viola, opere nelle quali traspariva l’influsso di Dudovich, soprattutto dell’insegnamento di «trasferire su una superficie il suo guardare e ascoltare il mondo» (Accorsi, p. 27).
Nel 1926 divenne madre di Marisa, unica figlia, con la quale condivise gran parte della sua vita.
A Ferrara trovò l’ambiente ideale per coltivare le proprie passioni. Dalla pittura, al teatro, alla regia, dalla recitazione alla scenografia poté sperimentare sé stessa, allineandosi a quella volontà del mondo culturale cittadino di ridare a Ferrara il suo glorioso Quattrocento. Il Gran Ballo in costume del 1928, avvenimento mondano voluto da Italo Balbo, del quale dipinse assieme con altri artisti gli eleganti cartelloni, segnò l’ingresso della pittrice nella vita della città. Significativi esempi dell’indirizzo culturale della città si ebbero proprio nel 1928, in cui partì l’organizzazione della grande mostra sulla pittura ferrarese e si avviarono le prime celebrazioni ariostesche. Il recupero di quel passato in cui Ferrara era rinomata e ricercata corte italiana divenne il linguaggio dominante del movimento culturale che vide tra i suoi onnipresenti interpreti Nello Quilici: il glorioso passato ferrarese era la dimensione locale dell’esaltazione italica della propaganda fascista e questo fu ragione e scopo della trionfale rievocazione del Palio. L’interesse per il teatro portò Nives a cimentarsi come attrice, costumista e ideatrice di spettacoli. Nel 1930, assieme a Janna Farini, scrisse e interpretò personaggi nella rivista Radiotelevisione al Teatro Comunale, disegnando i costumi in collaborazione con lo zio. Il successo di pubblico indusse l’artista nello stesso anno a scrivere e interpretare la commedia musicale Notte a casa Romei, perfetta ambientazione del Quattrocento con racconti di amori e astuzie femminili, dell’opera, che fu molto acclamata, la pittrice ricreò con maestria. Assieme ad Angelo Aguiari e altri intellettuali, mise in scena la rivista «Lodovico» (recitò e suoi furono anche i costumi).
Nella vivace società ferrarese degli anni Trenta diventò, dunque, una protagonista con un’attività non comune per una donna di quegli anni.
Nel 1932 espose a due collettive svoltesi a Ferrara: l’una al Castello Estense e l’altra al Teatro Comunale: espose due pastelli con figure femminili, di donne che aveva conosciuto nei suoi anni di Feroleto. 
Nel 1933, decennale della cosiddetta “era fascista” e anno della trasvolata atlantica dell’influente ministro dell’Aeronautica Italo Balbo, per iniziativa del «podestà ebreo» Renzo Ravenna, nell’ambito delle Celebrazioni ariostesche, si decise di ridare vita alla più originale tra le feste della dominazione estense, il palio di San Giorgio, che si svolse il 4 giugno, assumendo un importante ruolo strategico per il fascismo ferrarese anche perché si rivelaun elemento di richiamo straordinario che attirerà ogni anno oltre 20.000 spettatori. Nives, coadiuvata da Guido Angelo Facchini e da Luigi Andreis, diede prova delle proprie doti scenografiche e ideò i fastosi costumi dei figuranti del risorto Palio, ispirandosi alle raffigurazioni del Salone dei Mesi del Palazzo Schifanoia da cui riprese colori e fogge degli abiti, firmando anche, con Amerigo Ferrari, il manifesto ufficiale, che realizzerà anche quello del 1936. Per Orio Vergani che ne scrisse sul «Corriere della Sera» lei era «stata un poco la maga della festa».
I costumi, dai pregiati tessuti, furono venduti nel 1947 alia città di Lisbona e utilizzati nelle celebrazioni del Quinto centenario della cacciata dei mori dalla città portoghese.  Come regista, in quella occasione, collaborò inoltre con Antonio Sturla per il documentario «Este Viva! Il Palio di S. Giorgio». 
Sempre nel 1933 curò l’arredo della Mostra regionale di Palazzo Sant’Anna che accoglieva opere di artisti noti e meno noti delle città emiliane, su tutti De Pisis, Fun e Tato. 
Attenta ai nuovi linguaggi, nel 1934 realizzò il quadro Donne calabresi, tre giovani donne in costume dalle forme plastiche.
Donna affascinante ed eclettica, estroversa ed esuberante, di grande e poliedrica artisticità, vicina al regime fascista e in particolare al ministro dell’Aeronautica Italo Balbo, animatrice di serate mondane, si inserì nell’élite culturale che ruotava attorno al «Corriere Padano» e quindi della rivista «Rivista di Ferrara», dirette da Nello Quilici per conto di Balbo. E quando nel 1934 il quadrunviro della marcia su Roma cade in disgrazia e viene allontanato da Mussolini e mandato in Libia come governatore della colonia (dal 1934 al 1940) che intendeva «trasformare Tripoli in una sorta di calco coloniale dell’amata Ferrara» (Scardino), particolarmente amata dal gerarca fascista che per averla accanto a sé fece ottenere a Tripoli al marito l’incarico di primario di oculista e poi di direttore dell’ospedale, lei si stabilì nella capitale libica con il clan artistico balbiano, una “corte” di cui facevano parte anche gli architetti Galla-Casazza e Gandini e i pittori Galileo Gattabriga, Felicita Frai, Enzo Nenci, Mimì Quilici Buzzacchi (moglie di Nello e madre del noto documentarista Folco) e Achille Funi: assieme agli ultimi due, affrescò la chiesa di San Francesco a Tripoli. Si dedicò anche all’affresco nei villaggi dei coloni italiani.
Anche in terra africana – che le ricordava tanto il sole e il calore della natia Calabria –continuò la sua attività di decoratrice e ritrattista e, ispirandosi alla pittura vascolare greca, eseguì i costumi per la rappresentazione dalla dall’Ifigenia in Tauride, opera che nel 1938 inaugurò il nuovo teatro romano di Sabratha. Sempre nel 1938 decorò le stanze del Circolo Italia. Dopo la morte di Balbo nei cieli di Tobruk, rimase ancora un anno a Tripoli, finché dovette separarsi dal marito e rientrare in Italia come sfollata. Non interruppe, tuttavia, il suo rapporto con la Libia dove tornò sei anni dopo per restarci ancora un decennio, durante il quale continuò con successo la propria attività di costumista, decoratrice, pittrice e scultrice con la terracotta. Il suo rientro definitivo in Italia avvenne nel 1956, quando andò ad abitare a Roma con la figlia Marisa. Un anno dopo, nella Gałleria San Sebastianello espose una serie di cartapeste colorate assieme a tempre dello zio Marcello, che aveva ospitato, in due occasioni, una prima volta nel 1937, quando fu chiamato da Italo Balbo con importanti commesse, e una seconda volta fu nel 1951. 
La sua vita, in seguito, diventò parallela a quella della figlia che sposò un giovane diplomatico, Sergio Cattan, a partire dal 1956 la seguì nei suoi spostamenti, prima a Roma, poi a Bucarest e quindi a Città del Messico dove nel 1992 all’età di 91 anni – fonte la famiglia Cattani-Casati – morì ed è sepolta.
Nel 1987 il premio per la migliore coreografia della sfilata in abiti estensi del Palio fu intitolato a suo nome e nel 1990 era stata inserita nella 4ª Biennale Donna del Palazzo dei Diamanti a Ferrara. (Francesca Raimondi) @ ICSAIC 2021 – 03 

Nota bibliografica

  • Nives Casati, Autointervista, «Rivista di Ferrara», fascicolo IV, 1933, pp. 23-24.
  • Orio Vergani, La festosa rinascita dei palii Estensi celebrata con imponente concorso di popolo a Ferrara, «Corriere della Sera», 5 giugno 1933;
  • Anna Maria Fioravanti Baraldi, Tradizione e innovazione nella produzione artistica femminile a Ferrara tra Ottocento e Novecento, in 4ª Biennale Donna –1990. Presenze femminili nella vita artistica a Ferrara tra Ottocento e Novecento, cat. Mostra, Centro Attività Visive, Ferrara, 3 marzo – 29 aprile 1990, a cura di Ead. e F. Mellone, Liberty house, Ferrara 1990, p. 19;
  • Silvana Onofri, Cristina Tracchi (a cura di), L’indimenticabile mostra del ’33, Quaderni del Liceo Classico «L. Ariosto», Tla editrice, Ferrara 2000, ad indicem;
  • Roberto Curci (a cura), Marcello Dudovich oltre il manifesto, Edizione Charta, Milano 2002, pag. 91;
  • Sara Accorsi, Nives Comas Casati. L’eletta signora, Cirelli & Zanirato, Ferrara 2010;
  • Lucio Scardino, Artisti ferraresi in Libia. L’Officina neo-estense alla corte di Balbo, «la Nuova Ferrara», 30 marzo 2011;
  • Nives Comas Casati ricrea i tempi d’oro della Casa d’Este, «la Nuova Ferrara», 25 aprile 2012;
  • Antonietta De Fazio, La Calabria e i suoi artisti. Dizionario dei pittori (1700-1930), Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp. 103-105.

Nota archivistica

  • Comune di Feroleto Antico (Catanzaro), Registro delle nascite, atto. n. 68 del 31 ottobre 1901.

Nota

  • L’A. ringrazia Ferdinando Nicotera e Francesca Mascaro dell’Ufficio demografico del Comune di Feroleto Antico, e la scrittrice Sara Accorsi per la gentile collaborazione.

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