Jannuzzi, Antonio

Antonio Jannuzzi [Fuscaldo (Cosenza), 18 giugno 1855 – Rio de Janeiro, 20 luglio 1949]

Figlio primogenito di Fioravante, abile scalpellino e costruttore, e di Maria Luigia (detta Luisa) de Seta, assieme al fratello minore Giuseppe e ad altri quattro fuscaldesi, nel 1872 emigrò in Uruguay, dove si trovavano gli zii materni Ignazio e Giuseppe de Seta. A quel tempo Antonio, pur avendo soltanto 16 anni, era già capomastro e aveva appreso il disegno architettonico dalle lezioni del pittore fuscaldese Giovan Battista Santoro. Dopo aver lavorato per un anno o poco più a Montevideo come marmista, senza intravedere prospettive di miglioramento economico, decise di spostarsi in Brasile, a Rio de Janeiro. Lì trovò subito una buona occasione di lavoro presso il cantiere diretto dall’architetto Januario de Oliveira, per la costruzione del «Piano inclinato di Santa Teresa», un sistema di trasporto funicolare per risalire la collina di Santa Teresa con delle macchine a vapore. Terminato questo lavoro nel 1877, Antonio, che nel frattempo aveva fondato con suo fratello Giuseppe un’impresa di costruzioni, iniziò a edificare un gran numero di palazzine nel nuovo quartiere residenziale di Santa Teresa, dove più tardi avrebbe costruito la sua stessa elegante residenza.
Nel 1883 gli giungerà il primo riconoscimento formale del suo lavoro e del suo successo economico da parte dell’élite carioca: pur essendo privo di un qualsiasi titolo di studio, viene accolto nel prestigioso Clube de Engenharia di Rio de Janeiro. Tre anni dopo, gli giungerà dall’Italia la Croce di Cavaliere della Corona, mentre a Rio presiede la Società Italiana di Beneficienza, nata trent’anni prima.
A questo punto Antonio è già diventato il magnete di una consistente immigrazione in partenza da Fuscaldo, il suo paese natio, e dai paesi vicini. Tant’è che decide di fondare una Società operaia fuscaldese di mutuo soccorso. Pochi anni dopo, nel 1892, è tra i fondatori della Loggia Capitolare Massonica Fratellanza Italiana, che sarà riconosciuta dal Grande Oriente del Brasile.
Sono anni in cui all’edilizia residenziale, la cui committenza è costituita principalmente dall’élitedella capitale brasiliana, si aggiunge anche l’edilizia industriale, propria di una città in grande sviluppo. L’episodio più importante è la costruzione dell’imponente complesso del Moinho Fluminense (1887), un enorme mulino industriale, di proprietà d’imprenditori italo-uruguayani. Al tempo stesso, Antonio, che è diventato anche un pioniere e un benefattore della Chiesa Presbiteriana brasiliana, dalla forte impronta calvinista (affine alle tradizioni religiose dei Valdesi di Fuscaldo, Guardia, San Sisto, ecc.), costruisce molti edifici religiosi, chiese e ospedali, sempre afferenti a varie confessioni protestanti. La sua attività edilizia si espande anche alle vicine città di Niterói, Nova Friburgo, Valença e soprattutto Petrópolis, che è residenza estiva della corte imperiale e poi dei presidenti della repubblica.
Nel frattempo, Antonio chiama presso di sé gli altri suoi fratelli, tra i quali emerge sempre più il ruolo svolto da Francesco (Fuscaldo, 1860 – Rio de Janeiro, 1946), che viene posto a capo dello studio tecnico dell’impresa: per molti anni la guida carismatica di Antonio potrà contare sul rigoroso e raffinato lavoro progettuale dello studioso e appartato fratello. Lo stesso Antonio, peraltro, guidando quella che è diventata la più importante impresa di costruzioni della capitale brasiliana, ha acquisito da autodidatta un’impressionante formazione culturale: conosce quattro lingue (l’italiano, il portoghese, il francese e l’inglese), padroneggia la cultura religiosa calvinista, ma anche la cultura politica, tecnica, amministrativa e letteraria.
Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, tenta di affrontare la questione delle abitazioni, che si è fatta drammatica nell’impetuoso sviluppo di Rio de Janeiro, e fonda a questo scopo la Companhia Evoneas Fluminenses, destinata alla costruzione di case popolari. Il progetto però fallisce. Uscito dalla crisi, Jannuzzi è chiamato a realizzare un grande ospedale a Manaus, nel cuore dell’Amazzonia. Anche questa impresa, una volta avviata, entra in crisi, ma col nuovo secolo giungerà un’occasione storica, che consacrerà il successo di 30 anni di lavoro nel campo delle costruzioni: la grande riforma urbana di Rio de Janeiro, voluta dal presidente del Brasile, Rodrigues Alves, e dal sindaco di Rio, Pereira Passos, che prevede lo sventramento del malsano centro storico della città e la costruzione dell’Avenida Central, una grande arteria lunga quasi due chilometri, destinata a diventare il centro commerciale, finanziario e culturale della capitale. Antonio Jannuzzi, assieme al fratello Francesco, progetta e costruisce in tre anni ben dodici edifici che insistono sull’Avenida, confermandosi come il più grande costruttore della città.
Sull’onda di questo successo, il lavoro della ditta Jannuzzi si pone anche in una prospettiva internazionale. Dopo aver partecipato all’Esposizione Generale Italiana di Torino, nel 1898, Antonio Jannuzzi organizza con successo la sua partecipazione alla grande Esposizione Internazionale di Milano del 1906: un evento di grande rilievo, che attira oltre 5 milioni di visitatori, nel solco dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900. Pochi anni dopo, quando il trionfo dell’Avenida Central a Rio è ormai compiuto, la ditta Jannuzzi è ancora presente alla nuova Esposizione Internazionale di Torino del 1911, nella sezione dedicata al lavoro degli italiani all’estero. In questa occasione, Antonio Jannuzzi effettua il suo unico ritorno in Italia, dopo 40 anni di emigrazione. Accolto trionfalmente nella sua Fuscaldo, si reca poi a visitare, con cinque suoi figli, le maggiori città italiane (compresa Torino, dov’è in corso l’Esposizione), Parigi e Londra, in un viaggio durato circa tre mesi.
Tornato a Rio de Janeiro, riprenderà la sua attività, nella quale emerge ora anche il ruolo del suo figliolo omonimo, Antonio filho (1880-1928), sia nella costruzione di case residenziali nei quartieri di Botafogo, Flamengo e Copacabana, che di case popolari nel quartiere di Tijuca. Nel 1919 è uno dei fondatori della Associação dos Constructores Civis, di cui sarà il presidente per 10 anni, fino al 1928. In questa veste rilancerà la sua storica battaglia per affrontare la questione delle abitazioni con la costruzione di case popolari, rivolgendo continui appelli ai presidenti della repubblica che si succedono negli anni Venti e pubblicando un’impegnativa monografia sull’argomento.
Nel frattempo, a partire dal 1908, aveva scelto come residenza estiva, assieme alla moglie Anna Kinster, la piccola città fazendeira di Valença, poi ricca anche di industrie tessili, dove aveva subito iniziato a costruire edifici civili, industriali e religiosi. Protagonista anche d’iniziative filantropiche, finirà con l’essere amatissimo dalla popolazione valenciana, che nel 1914 installerà in suo onore un busto in bronzo, posto in cima a una stele nella piazza principale della città (nel 2012 una replica del busto è stata posta a Rio de Janeiro sull’Avenida Rio Branco, il nome assunto dalla storica Avenida Central).
Nel 1922, in occasione del primo Centenario dell’Indipendenza del Brasile, si organizza a Rio de Janeiro una grande Esposizione Internazionale, che comporta il completamento dello sventramento del centro storico della città con lo spianamento del Morro do Castelo. In questa circostanza, Jannuzzi subisce l’esproprio dei terreni dove da decenni erano allocati i laboratori, le officine, i cantieri e i magazzini della sua impresa, ma ottiene in cambio l’incarico di progettare e costruire, assieme al fratello Francesco e al figlio Antonio, l’Hotel Sete de Setembro, un grande albergo di lusso, destinato ad accogliere molti ospiti dell’Esposizione
Antonio Jannuzzi continuerà ancora a lavorare, dando spazio al figlio omonimo. Nel 1928 gli giungerà dall’Italia un lusinghiero riconoscimento: la rivista del Touring Club Italiano gli dedicherà un ampio servizio illustrato, nel quale egli è descritto come l’«italiano che ha costruito mezza Rio de Janeiro». Ma a quel tempo è iniziata, dopo oltre mezzo secolo di lavoro, la parabola discendente della sua carriera professionale e imprenditoriale. Morirà, ultranovantenne, nel 1949, nella sua lussuosa residenza sulla collina di Santa Teresa, da cui si domina l’intera città che lo aveva accolto settantacinque anni prima. (Vittorio Cappelli) © ICSAIC 2020

Scritti

  • Il XX Settembre a Rio de Janeiro, «Il Bersagliere», Rio de Janeiro, I, 190, 21-22 settembre 1891;
  • Pelo povo. Monographia sobre as casas operarias, Typ. do «Jornal do Commercio» de Rodrigues & Companhia, Rio de Janeiro 1909;
  • Escorço historico do problema da construcção de casas populares na cidade do Rio de Janeiro. O progresso do Rio de Janeiro, Typ. do «Jornal do Commercio» de Rodrigues & Companhia, Rio de Janeiro 1927.

Nota bibliografica essenziale

  • Vittorio Cappelli, La belle époque italiana di Rio de Janeiro. Volti e storie dell’emigrazione meridionale nella modernità carioca, Rubbettino, Soveria Mannelli 2013 (ed. in portoghese: A belle époque italiana no Rio de Janeiro. Aspectos e histórias da emigração meridional na modernidade carioca, Eduff, Niterói 2015);
  • Vittorio Cappelli, Imigração italiana e empreendedorismo no Brasil: dois estudos de caso, in Imigrantes empreendedores na história do Brasil. Estudos de casos, a cura di C. Musa Fay e A. De Ruggiero, Edipucrs, Porto Alegre 2014, pp. 115-125;
  • Maria Izabel Mazini do Carmo, Do Mediterrâneo à Baía de Guanabara. Os italianos no Rio de Janeiro (1870-1920), Editora Prismas, Curitiba 2015;
  • Vittorio Cappelli, Antonio Jannuzzi e Filinto Santoro tra Rio de Janeiro e il nord del Brasile. Due percorsi migratori e due contributi italiani alla costruzione delle città brasiliane, in Storie di emigrazione: architetti e costruttori italiani in America Latina, a cura di F. Capocaccia, L. Pittarello, G. Rosso del Brenna, Termanini, Genova 2016, pp. 190-215.
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