Jerace, Francesco

Francesco Jerace [Polistena (Reggio Calabria), 26 luglio 1853 – Napoli, 18 gennaio 1937]

Episodicamente pittore (si ricorda L’Ultima Cena per la chiesa madre di Polistena), Francesco Jerace è riconosciuto come lo scultore calabrese più importante tra Otto e Novecento. Fratello degli altri due artisti, Gaetano e Vincenzo, era figlio di Fortunato e di Mariarosa Morani, e nipote di Francesco Morani, tecnico sapiente di architettura e scultura, che avviò il nipote quando aveva appena sette anni negli studi preferiti. Ebbe un figlio maschio, Nicola Ottone e due femmine, Nina e Maria Rosa; quest’ultima fece donazione di molte opere al Marca di Catanzaro e al Museo d’ arte sacra di Vibo Valentia. Una sorella, Maria Stella, sposò lo scultore Raffaele Longo di San Giorgio Morgeto (Reggio Calabria).
All’età di sedici anni si trasferì a Napoli, sperando di incontrarsi con lo zio Vincenzo Morani, che aveva già eseguito gli Affreschi della Trinità in Cava dei Tirreni. L’incontro non avvenne, per cui il giovane si trovò solo e senza mezzi, obbligato a vivere con un modesto assegno inviatogli dalla famiglia. Nello stesso 1869 si iscrisse all’ Istituto di Belle Arti e partecipò al concorso annuale  per la modellazione di una testa, risultandone vincitore, acquistando così la benevola protezione dei suoi maestri Tito Angelini e Tommaso Solari, e stringendo rapporti d’amicizia con Gabriele Smargiassi, Filippo Palizzi e Domenico Morelli. Un grande affetto legò Jerace a Francesco Saverio Altamura, il quale gli consentì di entrare nel cenacolo di Edoardo Dalbono a Mergellina, dove conobbe  Andrea Cefaly. Nel 1871 si presentò al concorso del premio annuale di Roma, risultando quarto su quattordici concorrenti. L’anno dopo vinse il concorso, primo fra diciotto altri giovani scultori, dei «Virtuosi del Pantheon» a Roma.
In oltre 60 anni di lavoro ha prodotto oltre un centinaio di opere monumentali in marmo e in bronzo, gruppi e statue e circa duecento busti, fra ritratti (tre di Francesco Crispi, conservati a Roma, palazzo Madama, palazzo di Montecitorio e Banca d’Italia; e tra i tanti personaggi del tempo, di Paolo V, Mosè Bianchi, Giuseppe Martucci, Baronessa Barracco Balbi, Baronessa Letizia Savarese Ramolino, Marchesa Rossi del Barbazzale, Rubens Santoro) e figure idealizzate (Issionne, 1882; Era di maggio, 1886una versione della quale si trova nel Municipio di Reggio Calabria; Arianna, 1886;  Carmosinatratta dalla commedia di Alfred de Musset e ispirata a una novella del Decamerone di Giovanni Boccaccio), che si trovano sparse per il mondo, tra Napoli e Londra, Madrid, Bombay e Monaco di Baviera, Berlino e Varsavia, L’Aja e l’Irlanda, Odessa e Atene e la Calabria. Numerosissimi furono i lavori d’arte decorativa, anche in argento e in oro, le statue sacre (La Conversione di Sant’Agostino, di cui sono state eseguite ben diciotto esemplari, sparsi nei vari Musei d’ arte moderna;  La Testa di Gesù, 1899; Il Pergamo marmoreo, 1902, fatto costruire dal Card. Gennaro Portanova per la Cattedrale di Reggio Calabria); le statue lignee e ancora medaglie, targhe, pitture e disegni. 
Il suo primo lavoro fu un bassorilievo di gesso con una testa barbuta, conservato nel Municipio di Polistena (al cui comune furono donate nel 2001 diciassette opere dagli eredi), ma la sua prima importante committenza è del 1873, il Monumento funebre per la famiglia di Mary Somerville, nel cimitero di Napoli, anche se già due anni prima alla Promotrice napoletana aveva presentato il Ritratto di padre Girolamo Marafioti, cronista della Calabria, ora sistemato nel palazzo della Provincia di Napoli. All’Esposizione universale di Parigi del 1878 fu presente col gruppo Eva e Lucifero, ispirato al Caino di George Byron. Vengono poi le Decorazioni  della villa Meuricoffre, con altorilievi in gesso sul tema delle Quattro stagioni, con un camino monumentale in marmo in stile neorinascimentale e con un sovrapporta sul portale esterno, Amore e Psiche, e la partecipazione alla mostra nazionale di Torino del 1880 (che meritò l’ammirazione di Panzacchi Carducci Boito). 
Tra i suoi lavori funerari bisogna citare L’ Angelo della tomba Compagna, 1885, al sacrario della Schiavonea di Corigliano Calabro e gli Angeli della tomba Greco, 1900, di Cosenza. 
Ma la fama di Jerace è dovuta soprattutto alle opere monumentali.
Nel 1880 lo scultore partecipò all’Esposizione nazionale di Torino con sette opere, tra cui il gruppo I Romani, conosciuto come Trionfo di Germanico, attualmente all’esterno della Galleria nazionale d’arte moderna di Roma. La scultura, che ebbe un premio condiviso con le opere di Eugenio Maccagnani, Ettore Ferrari e Ettore Ximenes, rappresenta il generale Giulio Cesare Germanico mentre esegue un’incisione sulla roccia, affiancato da due legionari romani, uno dei quali suona la tromba della vittoria, l’altro innalza il vessillo di Roma. 
Un grande lavoro in bronzo, del 1910, è il Frontone del palazzo dell’università di Napoli, «Ad Scientiarum Haustum et Seminarium Doctrinarum», con Federico II che ordina di leggere l’atto di fondazione dell’università, circondato dalla sua corte, amici, saggi, poeti. 
La Victa, allegoria della Polonia invasa e divisa fra Russia, Prussia e Austria, suo capolavoro conclusivo della fase ispirata alla bellezza ellenistica, fu esposta a Torino nell’80 e acquistata dal Senatore Susani di Milano. Successivamente lo scultore ne realizzò addirittura diciotto repliche, inviate a Bruxelles, a Milano, all’Aja, al Museo Filangieri di Napoli, a Reggio nel Palazzo Provinciale.  
Molti i monumenti realizzati: a Bergamo in piazza Cavour si trova il Monumento a Gaetano Donizetti (1897),; nella capitale il Monumento all’Azione (1911), alla base del Vittoriano; sulla facciata del  Palazzo Reale di Napoli il Monumento a Vittorio Emanuele II; a Campobasso al patriota Gabriele Pepe (1913); a Capua a Martucci (1915). 
Per Catanzaro realizzò diversi busti collocati a Villa Trieste: Francesco Fiorentino (1889); Andrea Cefaly (1920), E. Seta (1920), Bernardino Grimaldi (1920); per Napoli le statue di Nicola Amore, sindaco della città tra il 1883 e il 1887 e di Giovanni Nicotera, politico e patriota italiano e altre per il parco della villa comunale, tra cui G. Arcoleo (1918) e G. Toma (1922).  Anche a Reggio Calabria sono sistemate molte sue opere: tra le quali il Monumento ai caduti di tutte le guerre, e le sculture di San Paolo Santo Stefano di Nicea presso il Duomo.
Alfonso Frangipane, lo invitò alle Mostre calabresi d’arte moderna di Reggio Calabria, dove egli presentò nel 1920 il busto della poetessa Nosside di Locrie e nel 1924 il marmo Eroica (entrambi nella stessa città, il primo in municipio, l’altro nella sede della provincia) e il Busto di G. De Nava, di cui realizzò il monumento nel 1936.
Nel corso della sua carriera partecipò, oltre alle Mostre della Salvator Rosa di Napoli, alle più importanti rassegne nazionali e internazionali. Tra le prime: a Napoli, 1877; Torino, 1880; Milano, 1881 e 1894; Bologna 1888; Palermo 1891; Roma, 1893. A Venezia prese parte a ben otto Biennali: nel 1895, la I Biennale, con tre sculture, tra cui  Beethoven, ora al Conservatorio di S. Pietro a Majella di Napoli; e poi negli anni 1897, 1899, 1903, 1905, 1909  con mostra personale, 1920, 1926. Tra le seconde alle Esposizioni universali di Anversa nel 1894, di Barcellona nel 1896, di Monaco nel 1900; al Salon di Parigi del 1897 col busto in marmo La baronessa di S. Didiée; all’Esposizione italiana di San Pietroburgo del 1902; a Londra nel 1888 (dove  ottenne un diploma d’onore e S. M. il Re Umberto I acquistò un busto in marmo); a Saint Louis nel 1904; a Bruxelles, Buenos Aires, Santiago del Cile nel 1910; e a Barcellona nel 1911, dove fu premiato con medaglia d’oro. 
Si interessò anche alla vita politica e ricoprì l’incarico di consigliere comunale di Napoli.
Trascorse la sua esistenza al Rione Amedeo, in un villino casa-studio a via Crispi, dove lavorò praticamente senza aiuto alcuno e dove suoi ospiti erano spesso don Pedro, imperatore del Brasile, quando veniva a Napoli, Francesco Crispi, Giosue Carducci e Gaetano Filangieri.
Viaggiò in Europa e, invitato dal suo grande amico Conte De Billandt, si recò in Olanda, ove modellò vari busti ed ebbe modo di incontrare i pittori sir Lawrence Alma-Tadema e Jozef Israëls.
Molte le onorificenze che gli furono attribuite.
Morì a Napoli all’età di 84 anni. (Enzo Le Pera) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Angelo De Gubernatis, Dizionario degli artisti italiani viventi, Le Monnier, Firenze 1889; 
  • M. A. Pincitore, Nello studio dei fratelli Jerace, «Natura e arte», 15 aprile 1893;
  • Lorenzo Salazar, Francesco Jerace scultore, Pierro e Varaldi, Napoli 1900;
  • Enrico Giannelli, Artisti napoletani viventi, Melfi & Joele, Napoli 1916;
  • Silvio Vigezzi, La scultura italiana dell’Ottocento, Ceschina, Milano 1932;
  • Carlo Martinez, Francesco Jerace, s.n., Napoli 1964;
  • Salvatore Santagata (a cura di),  Francesco Jerace (1853-1937), Amministrazione Provinciale, Catanzaro 1987; 
  • C. Nostro, Francesco Jerace, in Eliva Natoli e Francesco Palmieri (a cura di), Figurazione del sacro. Otto scultori del territorio reggino tra ‘800 e ‘900, Laruffa, Reggio Calabria 1988;
  • Mario De Micheli, La scultura dell’Ottocento, Utet, Torino 1992;
  • Franco Carmelo Greco, Mariantonietta Picone Petrusa, Isabella Valente, La pittura napoletana dell’Ottocento, Napoli 1993; Isabella Valente, in Franco Carmelo Greco, La scena illustrata. Teatro, pittura e città a Napoli nell’Ottocento, Pironti, Napoli 1995;
  • Isabella Valente, Il primo percorso di Francesco Jerace: dalla ‘Nidia Cieca’ alla ‘Victa’. L’alternativa a Gemito nella scultura napoletana di secondo Ottocento, «Dialoghi di Storia dell’Arte», 3, 1996; 
  • Francesco Jerace, La donazione Jerace a Castel Nuovo, Elio De Rosa, Pozzuoli 1999;
  • Erminia Corace (a cura di), Francesco Jerace scultore, Edizioni d’Arte,  Roma-Trieste, 2001;
  • Giovanni Russo (a cura di), Francesco Jerace scultore (1853-1937), E.d.E., Roma 2002;
  • Alfonso Panzetta, Nuovo dizionario degli scultori italiani dell’Ottocento e del primo Novecento, AdArte, Torino 2003;
  • Carolina Brook, Jerace, Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 62, Roma 2004;
  • Isabella Valente (a cura di), La donazione Jerace al Comune di Polistena, Kore, Reggio Calabria 2006; 
  • Tonino Sicoli, Il Guappetiello impenitente, «Il Quotidiano della Calabria», 5 luglio 2009;
  • Isabella Valente, La collezione di opere di Francesco Jerace donata al Comune di Napoli. Preludio dell’ultimo atto, «Studi di scultira, dall’età dei lumi al ventunesimo secolo», 1, 2015, p. 11-39.
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