Mele, Francesco

Francesco Mele (Dipignano (Cosenza), 6 febbraio 1854 – 24 ottobre 1919).

Nacque da Salvatore, farmacista, e da Prudenza Valentini. Fece gli studi ginnasiali a Scigliano e quelli liceali al Liceo Telesio di Cosenza; nel 1879 si laureò in Giurisprudenza presso la Regia Università di Napoli.
Dotato di una vivace intelligenza, trascorse gli anni giovanili a Napoli per portare a termine gli studi universitari durante i quali fu impegnato in un’intensa attività culturale, frutto del suo animo sensibile; studiò Marx ed Engels analizzando la genesi delle società borghesi occidentali e della sperequazione sociale conseguente al capitalismo senza regole. Egli avvertiva l’esigenza di un nuovo corso storico per l’Italia che avrebbe dovuto portare alla soluzione dei gravi problemi emersi dopo l’Unità e che, se superati, avrebbero contribuito a elevare il paese a grande potenza politico militare.
Forte del dono della sintesi da un punto di vista politologico, che riversava con notevole profitto nel giornalismo, ebbe la capacità straordinaria di fotografare plasticamente situazioni e circostanze in modo brillante ed esaustivo. Grazie a questa dote fu fagocitato ben presto dall’interesse per la politica attraverso le redazioni dei giornali che frequentò assiduamente, seguendo le diverse battaglie politiche, anche perché ebbe sempre coscienza della sua provenienza da una regione fortemente svantaggiata rispetto le altre. In questa attività di pubblicista incontrò Rocco De Zerbi, giornalista reggino fondatore e direttore de «Il Piccolo» tra i giornali più letti nel Mezzogiorno, noto soprattutto per i suoi articoli rivolti a polemizzare contro determinati conformismi; la redazione fu il luogo in cui Francesco Mele maturò l’habitus da meridionalista, commentando e interpretando fatti sia di cronaca che di politica con intuito e straordinaria sagacia. De Zerbi, che in Parlamento non ebbe mai una precisa collocazione, in ciò gli fu maestro: attaccava sia i rappresentanti della sinistra che quelli della stessa destra da cui proveniva politicamente. Mele maturò la capacità di non entrare nei conflitti, scegliendo spesso la via di mezzo dell’osservatore critico, assumendo di volta in volta un atteggiamento imparziale tra le diverse opinioni politiche.
Tornato a Cosenza esercitò con profitto la professione di avvocato, divenendo noto nel foro cosentino per la sua energica e fluente oratoria. Fu eletto consigliere comunale nel 1887; il suo impegno politico gli portò ulteriore notorietà per l’acume delle sue battaglie, per la competenza e l’onestà d’intenti. Scrisse in questi anni per «La Lotta», «Lotta Civile», «L’Avvenire», «Cronaca di Calabriav, e lo fece spesso rimanendo anonimo alla stessa maniera di quando il suo maestro De Zerbi firmava alcuni pezzi con una zeta. Malgrado l’anonimato, alcuni articoli lo trascinarono al centro dell’agone politico. Profondo conoscitore dei problemi del paese che attendeva riforme sociali che non arrivarono mai. Egli evidenziò, in particolare, come il Mezzogiorno aveva attraversato due date nefaste: il 1860 e il 1887; denunciò la politica protezionistica del 1887 e la mancata redistribuzione della ricchezza secondo giustizia: «È l’indifferenza del governo che ci umilia. Noi siamo pronti a rendere al Governo tanta gratitudine, in compenso del sacrificio che avrà fatto ricordandosi che l’Italia non deve essere matrigna solo per noi». Una sperequazione che l’Unità d’Italia aveva avviato con il «drenaggio continuo di capitali dal Sud al Nord», attraverso la vendita dei beni ecclesiastici, demaniali e la rendita pubblica.
Consigliere provinciale nel mandamento di Dipignano, nel 1891 fu eletto vice presidente del Consiglio provinciale della Calabria citeriore e dal 1895 ne divenne presidente, sino al 1912. Fu inoltre presidente del Consiglio di disciplina dei Procuratori e del Consiglio dell’Ordine degli avvocati. Nel 1908 fu nominato Senatore del Regno facendosi apprezzare da subito per l’umiltà e la cultura; fu relatore di due disegni di legge, riguardanti provvedimenti urgenti per le zone colpite dal terremoto del 1908.
Dal 1910 resse a Cosenza la Lega nazionale contro la malaria e si attivò per istituire ambulatori medici specialistici e per promuovere un’attività di informazione e divulgazione tra la popolazione. Nello stesso anno nacque la colonia climatica Silana a 37 km da Cosenza, nel territorio di Spezzano Grande, in contrada Federici, a circa 1200 metri sul livello del mare, in un bosco di tre ettari, ceduto dal Comune di Cosenza per interessamento del professor Bartolomeo Gosio, scienziato di fama mondiale ed esperto di malaria, e per volontà del sindaco Francesco Cundari e di Francesco Mele che, insieme ad altre personalità del tempo e istituzioni come la Croce Rossa Americana e la Fondazione Carnegie, operarono per rendere la struttura idonea ad accogliere un buon numero di piccoli pazienti.      
Negli anni successivi le sue interrogazioni divennero il simbolo delle requisitorie del meridionalismo calabrese contro il disimpegno del governo italiano per la Calabria. Mele fu relatore di numerosi progetti di legge, fra i quali l’istituzione del Fondo Silano e quello per la creazione del piano regolatore della città di Cosenza. La sua posizione sull’ingresso in guerra dell’Italia contro l’Austria e la Germania e il conseguente disimpegno dalla Triplice Alleanza, lo impegnò con un interventismopubblico, che lo portò ad aderire alla posizione politica guidata dai conservatori Antonio Salandra, al tempo Presidente del Consiglio, e da Sidney Sonnino, Ministro degli Esteri. In Senato egli votò la legge dei pieni poteri al governo e si distinse per un’attività senza sosta. Dopo la fine della Grande Guerra si spese nuovamente con forza per l’annosa questione meridionale.
Fu membro della Commissione per le petizioni dal 1° maggio 1913 al 29 settembre 1919, e della Commissione per l’esame dei decreti registrati con riserva dalla Corte dei conti dal 17 dicembre 1917 al 29 settembre 1919. Gli ultimi anni della sua vita furono un continuo pellegrinaggio da un Ospedale all’altro per curare il male che lo attanagliava; nel 1916 venne ricoverato al Mauriziano di Torino ma, malgrado le cure premurose dell’amico e senatore Carli, la malattia continuò ad avanzare. Il 16 ottobre 1916 scrisse all’amico senatore Cefaly di sperare di poter rientrare presto in Senato e di voler fare la volontà di Dio; rientrato a Cosenza, nel 1918 si ammalò di spagnola che finì con indebolirlo ancor di più. Scrisse un’ultima lettera al collega on. Torrigiani: «La mia assenza dal Senato (…) è definitiva. Da cinque mesi sono gravemente infermo, martoriato, straziato da un epitelioma al collo, che lentamente e crudelmente mi trascina alla tomba (…) Non ci vedremo, dunque, più in questo mondo, io che sono un fervido credente, mi lascio vincere dalla speranza che troverò in un mondo migliore tante persone a me care e tante altre mi raggiungeranno, alle quali, di gran cuore, auguro lunga e felice vita (…) Possano essi, cui auguro fortuna, ricordare (…) il mio povero nome, la mia modesta persona. Addio, per sempre, caro Luigi. Iddio ti renda felice».
La fede contraddistinse il suo impegno verso il bene comune ed il prossimo e alimentò la sua lotta, anche se impari, verso la questione meridionale, che cercò con fiducia e speranza di poter limitare, senza cadere tuttavia in facili entusiasmi. Un uomo che fece della sua battaglia politica non un grimaldello per scardinare le posizioni degli avversari, ma il luogo dove invitare al confronto ed al ragionamento come servizio alla comunità politica, in cui si intersecano i diritti di tutti.
Le sue ultime volontà scritte nel testamento manifestano l’animo mite ed umile: «Desidero essere seppellito nel modesto Camposanto di Dipignano, accanto ai miei vecchi e adorati genitori. Il pensiero che possa, per la grazia di Dio, essere a loro ricongiunto, mi rende meno amara la morte. Non voglio accompagnamenti, non musiche. non corone, non discorsi, non commemorazioni (…). Il mio cadavere sarà messo in una cassa comune e accompagnato da due preti, possibilmente amici, e preganti per l’anima mia. Quando sonerà la mia ultima ora – e molto non può tardare – io lascerò questo mondo con grande dolore, ma senza rancori per alcuno o per alcuna cosa. Spero, pertanto, che Dio mi accoglierà. generoso e clemente, sotto le grandi ali del suo perdono».
Si spense a 65 anni nella sua Dipignano. La città di Cosenza gli ha intitolato una via, mentre la sua città natale una piazza. (Fabio Arichetta) @ ICSAIC 2020

Nota bibliografica 

  • Raffaele Liberti, Attualità di Rocco de’ Zerbi. Pellegrini, Cosenza 1973;
  • Enrico Stancati. Cosenza e la sua provincia dall’Unita al fascismo. Pellegrini, Cosenza 1988;
  • Atti Parlamentari. Senato del RegnoLegislatura XXII – I Sessione 1904-08Discussioni. Tornata del 25 giugno 1908, Tipografia del senato, Roma 1908. 
  • Mario Mancini e Ugo Galeotti, Norme ed usi del Parlamento italiano, Tipografia della Camera dei Deputati, Roma 1887.
  • Gallo Cabrini, Le colonie scolastiche in Italia 1925-1926, Sai Industrie Grafiche, Roma 1927, p. 70.
  • Giustino Fortunato (a cura di Emilio Gentile), Carteggio 1865-1911, Editori Laterza, Bari 1978, p. 395.
  • Franco Michele Greco, Francesco Mele un illustre senatore calabrese, «Calabria Letteraria», marzo 1991. 
  • Giuliano Procacci, Le elezioni del 1874 e l’opposizione meridionale, Feltrinelli, Milano 1956, pp. 83-89.
  • Atti parlamentari dello Senato, Vol. II Italia, Parlamento, Tipografia E. Botta, Roma 1909, p. 95.
  • Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla questione meridionale. Inchiesta sulle condizioni dei contadini in Basilicata e in Calabria, 1910, II Vol., Laterza, Bari 1968.  

Nota archivistica 

  • Archivio storico del Senato della Repubblica italiana. Carteggio Senatore Antonio Cefaly e On. Torrigiani.  
  • Archivio domestico del magistrato Francesco Mele, Dipignano. Testamento olografo del 22 aprile 1919. 
RSS
Twitter
Visit Us
Follow Me
YouTube
Instagram