Miceli, Gennaro

Gennaro Miceli [Caraffa di Catanzaro (Catanzaro), 13 ottobre 1901 – Roma 9 luglio 1976]

Nacque da Alessandro Miceli e Teresina Ciliberti, famiglia di proprietari terrieri e titolari del più grande mulino della enclave arbëresh di Caraffa di Catanzaro, situato nella località di Acqua Bianca-Vattindieri sotto il torrente Rimito. Nel 1918, conseguita la maturità classica a Catanzaro, si trasferì a Napoli dove frequentò i corsi d’ingegneria industriale al Politecnico. Nel periodo partenopeo intrecciò rapporti e relazioni con l’ambiente socialista e conobbe lo studente d’ingegneria Amadeo Bordiga, il quale contribuì al suo avvicinamento all’ideologia marxista. Nel 1918 s’iscrisse, dapprima al circolo universitario, poi al movimento giovanile socialista e, infine, al partito socialista italiano. Nel 1921 aderì al Partito comunista e organizzò i primi circoli giovanili comunisti nel napoletano. Nell’anno della scissione di Livorno conseguì il privilegium, la laurea dottorale, una conquista che gli avrebbe garantito l’ingresso nella borghesia catanzarese. 
Nel 1923, ritornato in Calabria, fu fra i protagonisti nell’organizzazione della federazione comunista catanzarese e insegnò tecnologia meccanica all’ITIS Ercolino Scalfaro di Catanzaro, ma nel 1925 fu privato della cattedra dal fascismo. Negli anni della dittatura svolse clandestinamente attività antifascista e fu arrestato dall’OVRA, la quale lo definì un “pericoloso antifascista”.
Nel 1936 si sposò con Concetta Sciumbata, dal cui matrimonio nacquero i figli Alessandro e Wanda Teresa.
Nel 1939 fu tra i fondatori della cooperativa agricola di produzione e trasformazione di Caraffa di Catanzaro. In quel periodo esercitò la libera professione, impiegando le sue conoscenze professionali in diversi studi sulle dighe della Sila e sui sistemi di bonifica. Si trattò di un periodo torbido, come lo definì nel 1946 il prefetto di Catanzaro, Federico Solimena, in una riunione nel suo Gabinetto con Luigi Silipo e Paolo Cinanni. Solimena mostrò ai presenti un fascicolo contente due lettere scritte nel 1933 da Miceli: nella prima egli espresse la sua esplicita abiura nei confronti del partito e del marxismo; nella seconda riconobbe le benemerenze del fascismo. Ciò gli permise l’ottenimento degli appalti richiesti per lavori di bonifica nella piana di S. Eufemia.
Nel 1944 assunse il ruolo di segretario della federazione di Catanzaro e nella riorganizzazione del partito si orientò per una smobilitazione dell’apparato federativo e al mantenimento solo del giornale provinciale «La Voce del Popolo», inteso come unico strumento di collegamento permanente. La sua proposta fu minoritaria e prevalse quella del quadro dirigente giovanile, propenso a un’organizzazione di classe permanente e articolata. Nel 1946 Paolo Cinanni trasmise alla direzione del Pci un rapporto, con il quale informò il partito del sequestro del libretto del Banco di Napoli in cui erano state depositate 300.000 lire dalla federazione, somma frutto della confisca di tutti i beni di proprietà di Miceli.
Sottoposto a misure di epurazione per illecito arricchimento sotto il regime fascista, beneficiò dell’amnistia Togliatti e poté assumere un ruolo cardine nel Pci calabrese e nazionale. Nel 1946 fu anche legato alla scissione del «gruppo dirigente libertario», come lo definì Sidney George Tarrow, di Francesco Maraca, il quale aveva richiesto alla direzione del partito di allontanare Miceli dalla federazione per i suoi trascorsi.
Nelle lotte contadino-bracciatile catanzaresi, comunque, svolse un ruolo protagonista e contribuì all’assegnazione di ventiduemila ettari di terra incolta alle cooperative catanzaresi. Tuttavia, in diverse occasioni, assunse un atteggiamento contradditorio, come nella mobilitazione del 17 settembre 1946. Infatti, dopo aver contribuito alla preparazione della manifestazione, nei giorni precedenti alla data fissata per l’occupazione delle terre, si oppose al proseguimento degli ultimi preparativi, proponendo un rinvio della data. In una riunione con Pasquale Poerio, Decimo Polacco, Franco Ammirato, Paolo Cinanni, Giovanni Lamanna e Luigi Silipo (non il costituente), dopo aver rifiutato di mettere per iscritto le ragioni delle sue posizioni, finì per associarsi alla maggioranza. 
Nel congresso di Reggio Emilia del 1947 partecipò alla ricostruzione della Lega nazionale delle cooperative e nel 1948, su indicazione del partito, assunse l’incarico di consigliere delegato dell’Alleanza delle cooperative agricole. Nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948 lasciò la segreteria federale di Catanzaro, ma in realtà già nel 1946 la direzione del partito, preoccupata dalle rivelazioni sul suo passato, aveva incaricato Paolo Cinanni di convincerlo a rinunciare alla segreteria provinciale, per assumere quella della Federterra o della Camera confederale del lavoro; decisione alla quale Miceli si oppose. Candidato nelle file del Fronte democratico popolare, con 29.721 preferenze risultò il secondo eletto nella Circoscrizione di Catanzaro-Cosenza-Reggio Calabria. Entrò nel gruppo comunista alla Camera e in diverse Commissioni: dal 1948-1953 nella IX Commissione agricoltura e foreste-alimentazione; dal 1951-1953 in quella per l’esame del disegno di legge n. 2511 sullo sviluppo dell’economia e dell’occupazione; dal 1951-1953 fu segretario in quella speciale per l’esame dei provvedimenti a favore zone e delle popolazioni colpite dall’alluvione.
Dal 1950 al 1965 ricoprì l’incarico di presidente dell’Associazione nazionale cooperativa agricola e con Rodolfo Morandi fu uno dei principali dirigenti dell’ItalCoop, l’ente per i rapporti intercooperativi all’estero. Entrò così in tutti i centri decisionali delle associazioni collateralistiche del partito, dalla Lega nazionale delle cooperative all’Alleanza contadina. Nelle elezioni politiche del 7 giungo 1953, con 36.764 risultò il terzo eletto e riconfermò il suo seggio alla Camera e per tutta la II legislatura continuò a essere membro della IX Commissione agricoltura e foreste-alimentazione, entrò nella Giunta per i trattati di commercio e la legislazione doganale e in quella delle elezioni, nonché in diverse Commissioni speciali: quella per l’esame del disegno di legge n. 72, la quale istituì l’ammasso per contingente del frumento; dal 1955 al 1958 in quelle per l’esame del disegno di legge n. 501, 1738, 1147 e 2837 per far fronte alle alluvioni che avevano colpito la Calabria. Partecipò, come delegato della federazione catanzarese, all’VIII congresso nazionale del Pci del 1956, al termine del quale entrò nel Comitato centrale del partito, incarico che mantenne sino alla morte.
Nelle elezioni del 25 maggio 1958, con 33.841 voti risultò il terzo eletto e per tutta la legislatura fu membro dell’XI Commissione agricoltura e foreste e della Giunta delle elezioni. Dal 1961 al 1963 entrò nella Commissione per il parere sul piano quinquennale per l’agricoltura. Nel 1962 esercitò la sua autorità di notabile e si oppose alla decisione del segretario regionale, Giovanni Di Stefano, di escludere il senatore Luca De Luca dalla lista dei canditati alle elezioni del 28 aprile 1963. In quell’elezione, con 33.365 risultò il secondo eletto nelle file del Pci calabrese e riconfermò la sua presenza a Montecitorio.
Nella IV legislatura sostituì Fausto Gullo alla vicepresidenza del gruppo comunista alla Camera, fu membro dell’XI Commissione agricoltura e foreste e entrò in quella sui limiti posti alla concorrenza in campo economico. Dal 1965 al 1968 in quella per il parere al governo sulle norme delegate nelle materie previste dai trattati della Comunità economica europea e della Comunità europea dell’energia atomica e in quella speciale per l’esame del disegno di legge n. 2017 per interventi a favore del Mezzogiorno. Dal 1966 al 1967 entrò a fare parte di quella per il parere al governo sull’emanazione di un testo unico delle disposizioni di legge sulla disciplina degli interventi nel Mezzogiorno. 
Dal 1960 al 1965 ricoprì l’incarico di consigliere provinciale a Catanzaro. Nel corso degli anni Sessanta fu implicato nello scandalo dell’Ispettorato compartimentale agrario di Catanzaro per avere ottenuto illecitamente dei contributi economici per miglioramenti agrari nelle sue proprietà, eseguiti alcuni anni prima, senza essere mai processato o condannato. Nello stesso periodo affrontò con Renzo Laconi la questione dello scandalo dei mille miliardi alla federconsorzi e quello Trabucchi. Nelle elezioni politiche del 19 maggio 1968, le ultime cui partecipò, con 23.336 voti si posizionò quinto nella Circoscrizione calabrese. Nella sua ultima esperienza da deputato ricoprì la vicepresidenza dell’XI Commissione agricoltura e foreste. Nel 1972 si ritirò dalla scena politica nazionale e non si ricandidò alle elezioni politiche. Nella sua attività di deputato firmò duecentoventuno progetti di legge, ottocentosettantanove interrogazioni, interpellanze e mozioni e intervenne trecentosettantasette volte alla Camera, con particolare interesse sulle tematiche agrarie e sulla questione meridionale.
Morì a Roma a 75 anni d’età. (Prospero Francesco Mazza) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Sidney George Tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno, Einaudi, Torino 1972.
  • Paolo Cinanni, Lotte per la terra e comunisti in Calabria (1943/1953), Feltrinelli, Milano 1977;
  • Enzo Ciconte, All’assalto delle terre del latifondo: comunisti e movimento contadino in Calabria (1943-1949), Franco Angeli, Milano 1981;
  • Giovanni Mottura, Umberto Ursetta, Il diritto alla terra: partito di massa e lotte agrarie (1943-1950), Milano, Feltrinelli, 1981;
  • Bruno Gemelli, Il Grande Otto: storie dimenticate di Calabria, Città del Sole, Reggio Calabria 2013;
  • Gregorio Colistra, Giovanni Giardiano, Gennaro Miceli: difensore dei contadini, s.l., s.n., 2015.
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