Tajani, Diego

DiegoTajani [Cutro (Crotone), 8 giugno 1827 – Roma, 2 febbraio 1921]   

Nacque a Cutro, allora provincia di Catanzaro, e fu registrato col nome di Diego Antonio. Discendeva da antichissima e benestante famiglia di Vietri sul Mare. Suo padre era Giuseppe Maria Tajani, capitano dell’esercito francese che partecipò alle campagne d’Italia al seguito di Napoleone e di Murat. Per merito di quest’ultimo divenne generale e Capo di Stato maggiore e fu insignito della Legion d’onore. Dopo il ritorno di Ferdinando I sul trono di Napoli nel 1821 Giuseppe Tajani fu inviato nel Crotonese dove si stabilì a Cutro, in casa di Giuseppe Guarany, suo compagno d’armi e di esilio per la vicenda della Repubblica partenopea. Fece seguito il matrimonio di Tajani con la cognata di Guarany, donna Teresina Fattizza, da cui nacque Diego. 
Tradizione orale vuole che Diego abbia frequentato le scuole di base a Cutro e le scuole superiori a Catanzaro. Sicuramente egli si trasferì a Vietri nel 1846, in casa del fratello primogenito Domenico, per frequentare l’Università “Ferdinando II” di Napoli, Facoltà di Giurisprudenza, dove si laureò il 7 maggio 1850, all’età di 23 anni. Si iscrisse, poi, e completò anche studi di Filosofia e Belle Lettere, di Chirurgia, Patologia e Anatomia pratica. Si manifestarono allora i primi impegni a favore delle riforme liberali ed esternò i propri convincimenti politici e patriottici, pubblicando nel 1848 un Inno Nazionale. Nel periodo di Vietri, sposò in prime nozze Giuseppina Sevoulle, oriunda francese, di famiglia impegnata nella cospirazione antiborbonica, morta di parto dando alla luce la figlia Pina. Rimasto vedovo, sposò la di lei sorella Fanny, anche lei morta prematuramente dopo alcuni anni di matrimonio, lasciandogli il figlio Giovanni. A 40 anni, mentre era reggente la Procura Generale del Re presso la Corte d’Appello di Catanzaro, conobbe la nobildonna cutrese Teresina Foresta, figlia di Giovanni Vittorio e Chiara Giudicessa, che sposò in terze nozze. Dal matrimonio nacquero cinque figli: Vittorio, Anna, Alberto, Ida e Chiara, con quest’ultima che andrà in sposa a Ernesto dei principi Pacelli, cugino di Papa Pio XII. 
Nel 1850 iniziò l’attività di Avvocato a Salerno. Nel 1858 difese, tra gli altri, Giovanni Nicotera e i suoi compagni reduci della spedizione di Sapri di Carlo Pisacane. Subì per questo le persecuzioni del governo borbonico, in quanto fu a sua volta accusato di essere iscritto alla società segreta «Unione Italiana».
Una carriera ancora più importante fu quella nella Magistratura. Esule in Piemonte, nel 1859 entrò nella magistratura subalpina come Procuratore Regio, distinguendosi per la sua profonda conoscenza della dottrina giuridica. Nella capitale sabauda, studiò il sistema giudiziario del Regno di Sardegna scrivendo un commento al codice penale allora in vigore che fu ufficialmente raccomandato ai magistrati. Fu questo stesso anno che in piena sintonia con lo spirito risorgimentale rispose senza esitazione alcuna alla chiamata della patria e dimessa la toga, si arruolò volontario come semplice fante nell’11° fanteria di linea, nella divisione comandata dal generale Mezzacapo, dove, in seguito, con i gradi di colonnello e le funzioni di vice-uditore generale dell’esercito fu incaricato di organizzare il Tribunale militare. 
Nel 1860 fu nominato Prefetto di Polizia a Napoli, in occasione della spedizione dei Mille, quando Garibaldi entrò nella città partenopea. Incarico dal quale si dimise quando il Luogotenente Cialdini per «mantenere l’ordine» ripristinò le truppe malavitose organizzate da Liborio Romano che il Tajani aveva sciolto. Venne trasferito con decreto del Re Vittorio Emanuele presso la Corte di Appello di Ancona in qualità di Reggente presso la Procura Generale del Re. Fu poi Giudice di Gran Corte Criminale dell’Aquila. Nel 1865 fu nominato prima Reggente e poi Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Catanzaro. Ma fu a Palermo, dal 1868 al 1871, che egli diede il meglio di sé. Da procuratore generale emise mandato di cattura contro il Questore della città, Giuseppe Albanese, con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del pregiudicato Santi Termini e di utilizzare i mafiosi come collaboratori e alleati per la tutela dell’ordine pubblico! «I caporioni della mafia – segnalò al governo – stanno sotto la salvaguardia di senatori, deputati, ed altri influenti personaggi che li proteggono e li difendono per essere poi, alla lor volta, da essi protetti e difesi; fenomeno, questo, che mi asterrò dal qualificare ma che ho il dovere di segnalare ai miei superiori». Quando il Questore fu assolto, non esitò un attimo a dimettersi, rifiutando anche il trasferimento presso la Corte di Cassazione di Napoli e ritornando a esercitare la professione di avvocato. 
Questa vicenda procurò a Tajani grande fama e ammirazione. Tant’è che la sinistra storica, nonostante le sue idee liberali, lo candidò alla Camera dei Deputati nel Collegio di Amalfi dove vinse con un plebiscito (fu riconfermato due volte ancora ad Amalfi e altre 4 nel Collegio di Salerno). Da qui comincia la terza fase della vita di Tajani, quella politica e parlamentare (1874-1921). In questo ruolo si distinse per la sua oratoria efficace e forbita, ma soprattutto per il mirabile discorso che pronunciò contro la mafia l’11 giugno del 1875. Un’analisi tra le più acute mai pronunciate. La prima in assoluto in un’aula parlamentare dove, anche qui per la prima volta, Tajani mise in evidenza la collusione tra settori della politica e dello Stato e le organizzazioni criminali. 
Per capire la portata del suo discorso basta leggere alcune parti del suo intervento. «Che cosa è questa maffia? Che cosa sono i maffiosi? Abbiamo viste delle definizioni che hanno dell’idillio; io ve lo dico in poche parole: sono oziosi i quali non hanno mestiere di sorta, ed intendono di vivere, e talora anche di arricchire, per mezzo del delitto». Il secondo passaggio è il più importante, il più attuale, perché riguarda il caso del Questore Albanese, quindi il rapporto tra mafia e settori dello Stato, a cui fanno seguito le sue dimissioni da Procuratore di Palermo: «Prima di iniziare il processo, che poi nel suo sviluppo coinvolse anche il Questore, processo col quale io intendeva, più che una persona, colpire un sistema, ne feci cenno vagamente al Ministero, al fine di esplorare le intenzioni. E il guardasigilli mi ha risposto in tono agrodolce […] quando il processo venne iniziato io mi accorsi che il Governo mi aveva abbandonato, e allora fu che io diedi le mie dimissioni». Garibaldi, in una lettera, lo definì il «ministro antimafia».
Nella XIII e XIV legislatura fu vicepresidente della Camera (29 marzo-19 dicembre 1878; 18 febbraio-2 maggio 1880; 24 novembre 1882-29 giugno 1885) e con la Sinistra al potere nel dicembre 1878, nel terzo e nel quinto Gabinetto Depretis fu nominato ministro di Grazia Giustizia e Culti, portando avanti riforme radicali, che non ebbero seguito per l’interruzione della legislatura, con un nuovo ordinamento giudiziario che prevedeva, tra l’altro, la riforma del procedimento sommario delle cause civili, il gratuito patrocinio. Sui problemi della laicità dello Stato, s’impegnò a definire un ruolo di reciproca autonomia tra Stato e Chiesa e sancendo la procedura secondo la quale il matrimonio religioso doveva essere preceduto da quello civile.
La sua fama crebbe anche perché, anche da parlamentare, fu protagonista in alcune vicende giudiziarie che ebbero grande risonanza nel paese, dalla difesa del giornalista e politico Raffaele Sonzogno (1875), a quella di Francesco Crispi imputato per bigamia (1878), alla grazia ottenuta per Giovanni Passannante che attentò alla vita di Umberto I (1879), all’annullamento del matrimonio di Garibaldi con la marchesina Giuseppina Raimondi.
Nel 1896 fu nominato Senatore del Regno con decreto di Umberto I del 25 ottobre 1896 e prestò giuramento il primo dicembre successivo. Fu relatore fra l’altro della legge sui manicomi e promotore di alcune modifiche al regolamento giudiziario del Senato. Fece parte di numerose commissioni parlamentari. Dapprima alla Commissione di finanze, venne presto assegnato alla Commissione Permanente d’accusa dell’Alta Corte di Giustizia: una prima volta dal 26 gennaio 1901 al 6 febbraio 1902, e una seconda dal 9 dicembre 1904 al 29 settembre 1913. Tra le sue cariche vi fu anche quella di Regio commissario straordinario di Napoli nel 1896. Dal 25 gennaio 1901 all’8 febbraio 1909 fu Commissario di vigilanza all’Amministrazione del Fondo per il culto.
Con l’avanzare dell’età e agli acciacchi, partecipò sempre di meno ai lavori parlamentari. Ma alla vigilia della Grande Guerra, il 21 maggio 1915 – aveva 88 anni ed era ammalato – volle prendere parte ai lavori dell’Assemblea di Palazzo Madama per votare la legge dei pieni poteri al Governo di Salandra.
Morì sei anni dopo, alla veneranda età di 93 anni, nella sua casa romana e lo stesso giorno fu commemorato in Senato dal presidente Tommaso Tittoni, che ricordò «la elevatezza dei suoi ideali, il fervido amore per il Paese, la fermezza di carattere [che] sono peculiari doti dinnanzi alle quali i suoi avversari politici si inchinavano». 
In vita ebbe importanti onorificenze: Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro; Gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia 1879; Gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.
A Cutro l’amministrazione comunale gli ha intitolato la scuola elementare e la via dove era ubicata la casa in cui nacque e trascorse i suoi anni giovanili. Sempre a Cutro è stata fondata un’associazione che porta il suo nome. Vietri gli ha dedicato una strada. (Maurizio Mesoraca) © ICSAIC 2020

Nota bibliografica

  • Senato del Regno, Atti parlamentari, Discussioni, 2 febbraio 1921;
  • Camera dei deputati, Atti parlamentari, Discussioni, 3 febbraio 1921;
  • Tajani, Diego, in Enciclopedia Italiana, I Appendice, Roma 1938;
  • Enrico Capotorti, Diego Tajani Avvocato, Magistrato, Statista, Tip. Roma-Ingraro, Roma 1957;
  • Aniello Tesauro, Informazioni bibliografiche. Angelo Tajani, Tajani. Un casato di Vietri sul Mare e della Costa d’Amalfi, «Rassegna storica di Cultura e Storia Amalfitana», N. S., XIX, 37, 2009, pp. 204-205;
  • Aniello Tesauro, I Taiani di Vietri imprenditori ed ingegneri, «Rassegna storica di Cultura e Storia Amalfitana», N. S., XX, 39/40, 2010, pp. 213-230;
  • Maurizio Mesoraca, Diego Tajani. Un cambiamento atteso un secolo e i nodi irrisolti dell’Italia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2019;
  • Isaia Sales, La lotta dello Stato alle mafie e la lezione di Tajani «Il Mattino», 28 agosto 2019.

Nota

  • L’Autore ringrazia Luigi Camposano e Peppino Guarany per i documenti forniti.
RSS
Twitter
Visit Us
Follow Me
YouTube
Instagram