Zappone, Domenico

Domenico Zappone [Palmi (Reggio Calabria), 19 giugno 1911- 5 novembre 1976]

Primogenito di quattro figli, nasce da Francesco, amministratore dei beni della marchesa Colarusso di Palmi, e da Marianna Brancia, appartenente a una antica famiglia di farmacisti di Nicotera. I quattro fratelli (due maschi e due femmine) frequentano le scuole primarie, e solo Domenico proseguirà negli studi fino al conseguimento della Maturità classica a Reggio Calabria. S’iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza a Messina, ma le precarie finanze familiari lo costringono a ripiegare sulla Facoltà di Lettere. Nelle more degli studi universitari, consegue il diploma magistrale e intraprende l’insegnamento nelle scuole elementari della provincia di Reggio. Si laurea a Catania, nel 1934, con una tesi su Pirro Schettini, poeta calabrese del ’600, e autorevole membro dell’Accademia cosentina.
Il 10 novembre 1935, sposa Rosa Isola; dalla loro unione nascerà un solo figlio, Elio, (scomparso nel 2016) che sarà redattore della De Agostini a Milano. Esordisce nel giornalismo grazie a Giuseppe Longo, un coetaneo, figlio d’arte, che sarà scrittore, poeta, critico letterario e, lasciata la Sicilia, diventerà redattore al «Messaggero», al «Tempo» e al «Giornale d’Italia», e poi direttore del «Resto del Carlino», del «Gazzettino di Venezia» e fondatore de L’Osservatorio politico letterario. Longo aprirà a Zappone le porte della «Gazzetta di Messina» sulla cui Terza pagina, il 6 giugno 1934, appare il primo elzeviro: «Fine dell’adolescenza»; l’ultimo, «Struggente malia di Praga, città di alchimisti e di maghi», un resoconto di viaggio, apparirà sulla «Gazzetta del Mezzogiorno»  il 12 ottobre 1976: venti giorni più tardi Zappone, che era andato in pensione un mese prima, si toglierà la vita ingerendo una mistura di barbiturici e alcool. Aveva sessantacinque anni. 
Tra il primo pezzo e l’ultimo, quarant’anni di onesta scrittura e una miriade di articoli apparsi su vari quotidiani:«Giornale d’Italia», «Tempo», «Gazzettino di Venezia», «Gazzetta del Sud», «Tribuna del Mezzogiorno», «Giornale dell’Emilia», «Resto del Carlino», «Nuovo Corriere» e su periodici e riviste: «Gazzettino del Jonio», «Il Ponte», «La Fiera letteraria», «Piccolissimo», «L’Eco» e «Galleria», riviste, quest’ultime, dirette da Leonardo Sciascia che Zappone conobbe tramite Mario La Cava. Collabora anche con la sede regionale della Rai.
Lo scrittore siciliano lo apprezza e ripetutamente lo sollecita a intensificare la collaborazione, manifestandogli sentimenti di stima e di amicizia. «Caro Zappone, – gli scrive da Recalmuto il 21 novembre del 1952 – forse questa mia ti giungerà che sarai in giro per la Calabria. Vorrei essere con te e non in questa plumbea noia in cui mi muovo tra casa e scuola. Anche per me l’inverno è fatale: sempre infreddato, spesso febbricitante, e con emicranie che raramente mi lasciano … E non ho un solo amico con cui parlare delle cose che amo … Ti ringrazio del consiglio che mi dai relativamente all'”Eco”. Si, ho visto il pezzo di La Cava su “La Fiera”. Ottimo amico, La Cava. Salutalo tanto per me. Un abbraccio. Tuo Leonardo Sciascia. Per il pezzo sul realismo lirico hai tempo fino a tutto dicembre e per quant’altro vorrai mandarmi».
E il 16 dicembre dello stesso anno scrive ancora da Recalmuto: “Caro Zappone, ho già avuto il tuo primo articolo del viaggio in Calabria. Bello: e ho ritrovato immagini dei miei lunghi soggiorni messinesi. Aspetto gli altri. E aspetto qualche tua cosa per “Galleria”… Grazie e con molti auguri un abbraccio dal tuo Leonardo Sciascia».
Non meno lusinghiere e incoraggianti le parole che in una lettera del 10 settembre 1952 gli scrive da Roma il direttore del «Giornale d’Italia», Aldo Borrelli: «Caro Zappone, l’articolo è eccellente e lo pubblicherò tra pochissimi giorni. Mandi sempre almeno due o tre articoli al mese di questo genere e sarò lietissimo di pubblicarli. Cordiali saluto dal suo Aldo Borrelli».  
Zappone non ha il fiato lungo del narratore e il suo respiro si esaurisce nello spazio breve di un elzeviro, di un racconto, di una cronaca. La sua scrittura svaria manifestando qua e là qualche debito di onesta assimilazione da Pavese, da Hemingway, da Steinbeck e dal primo Giuseppe Berto, ma è Corrado Alvaro che lo seduce fino ad assimilarne gli stilemi i registri narrativi ma, soprattutto, facendo proprio il culto alvariano della memoria e delle memorie, del tempo innocente e perduto «in cui l’uomo credeva alle favole e aveva altro cuore». 
Chi lo ha conosciuto, conserva il ricordo di una persona aperta e solare, allegra e perfino simpaticamente chiassosa, imprevedibilmente aduso ad arditezze o estrosità verbali. Modalità usuali del suo modo di essere e di comunicare. Ma i suoi atteggiamenti istrioneschi, il suo sarcasmo, la sua eccentricità erano solo elementi della maschera sociale che esibiva, dietro i quali celava il subdolo e corrosivo male di vivere che si annidava nel suo animo.
Ecco, dunque, che il suicidio, restituisce un’immagine ben diversa e illumina la parte più autentica, ma rimasta in ombra della sua personalità. 
Aveva corteggiato la gloria e coltivato sogni spavaldi, ma ha dovuto fare i conti con il destino. Per una banale ferita riportata a seguito di una caduta durante il servizio militare, il 14 marzo 1941, rischiò la cancrena e l’amputazione della gamba sinistra. Tra un intervento chirurgico e l’altro si arriva a metà degli anni Quaranta quando per una sopraggiunta setticemia arriva in pericolo di vita. Si salverà grazie a cinque costosissime e rarissime fiale di penicillina miracolosamente e misteriosamente reperite dalla giovane moglie in una Napoli popolata ancora dalle truppe anglo americane. Negli anni a venire, e fino alla soglia dei Sessanta, subirà otto interventi chirurgici con lunghissimi periodi di immobilità, che non gli restituiranno la salute e la primitiva la validità fisica. Resterà vistosamente claudicante e soggetto all’uso del bastone. Questo evento costituisce il punto di cesura che separa nettamente il prima e il dopo nella parabola della vita di Domenico Zappone; mentre il suicidio, invece, è l’asse attorno al quale va ricostruita la sua personalità, quella vera, di uomo tormentato dal doloroso marasma esistenziale e dalla conseguente sopravvenuta incapacità di stare al mondo.
Alla fine degli anni Cinquanta, cede alla lusinga del successo giornalistico e letterario e tenta l’assalto alla città, trasferendosi a Roma. Qui, scriverà pochi pezzi di cronaca e di costume e finirà per insegnare in una scuola elementare di una borgata popolata da compaesani con i quali passerà parte del suo tempo. Resterà ai margini dell’ ambiente culturale romano, l’Urbe lo renderà anonimo ed egli, deluso e smarrito, tornerà precipitosamente a Palmi. 
Il ritorno in provincia lo restituisce al ruolo di “personaggio” ai rapporti e alle frequentazioni con gli amici di sempre: incontra e scambia visite con Giuseppe Malara, Mario La Cava, Fortunato Seminara, Gilda Trisolini, Raffaele Lombardi Satriani, Sharo Gambino, Totò Delfino, Giuseppe Berto, Antonio Capua, il giovane Pasquino Crupi. Dalla città di provincia, accogliente e amica, continuerà le collaborazioni con giornali e riviste; la parte più consistente dei suoi articoli è costituita dai reportage dai Paesi europei e dalle regioni italiane. E, ovviamente, gran parte di essi riguarda la Calabria, dal Pollino all’estrema punta meridionale.
Soggetto fortemente umorale e facilmente influenzabile da fatti esterni, da fattori fisici, da sensazioni improvvise, ha stati d’animo in cui le ombre si alternano a slanci di felicità per addensarsi di nuovo via via che la noia o il male di vivere gli precipitano addosso. I suoi scritti costituiscono un patrimonio di grande valore offertoci dall’osservazione attenta e dalla penna di uno scrittore unanimemente riconosciuto come una delle più autorevoli voci della Calabria del ‘900. Lo comprovano i numerosi e prestigiosi riconoscimenti che gli sono stati assegnati per il giornalismo: finalista per l’opera prima al Viareggio 1952;  premio «Clio» di Napoli, 1955; nello stesso anno segnalazione al premio «Conca d’Oro» di Palermo; nel 1956 il premio «Museo Nazionale» di Taranto; nel 1957, il 2° premio «Cinzano» (il 1° premio venne assegnato alla memoria a Umberto Saba); nel 1959 il premio «Villa san Giovanni»; nel 1960, l’«Agosto messinese» e nel 1967 il premio «Sila».  
Il figlio Elio ha donato la sua produzione al comune di Palmi ed è oggi conservata nella locale Casa della Cultura.

Opere

  • Le cinque fiale, (racconti) ed. CEM, Reggio Calabria 1952.  
  • Scherza con i fanti, (racconti), 1957.
  • Calabria nostra, (antologia per le Scuole medie), Bietti, Milano 1969.

Opere postume

  • Il mio amico Emingway e altri racconti, (a cura di Sharo Gambino), Frama Sud, Chiaravalle.  
  • Terra e memoria, (a cura di Mario Idà), Gangemi, Roma-Reggio Calabria 1985. 
  • Inviato speciale in Puglia e Basilicata. Scritti 1955-1970, (a cura di Santino Salerno), Adda, 2000.
  • Il Cavallo Ungaretti, (a cura di Santino Salerno), Ilisso – Rubbettino, Soveria Mannelli 2006.
  • Il Pane della Sibilla. Viaggio nei luoghi di Corrado Alvaro, (a cura di Santino Salerno), Rubbettino, Soveria Mannelli 2011.
  • Le maschere del saracino, (a cura di Santino Salerno), Rubbettino, Soveria Mannelli 2014;
  • Cinquanta lettere a Mario La Cava, (a cura di Santino Salerno), Città del Sole, Reggio Calabria 2019.

Nota bibliografica

  • Gianni Mazzei, Mimmo Zappone, giornalista, Rubbettino, Soveria Mannelli 1985. 
  • Giuseppe Josca, C’era una volta il Sud. Sogni, streghe, eroi, miracoli nell’Italia che voleva cambiare, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, pp. 65-67.
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