Bruno, Pietro

Pietro Bruno [Roggiano Gravina (Cosenza), 29 giugno 1893 – Roma, 1 aprile 1966]

Nacque in una famiglia modesta (il padre, Antonio, era un operaio), insieme al gemello Paolo e altri fratelli. Riuscì, tuttavia, a studiare e a laurearsi in lettere insegnando italiano nei Licei. Svolse attività  di docente in Romagna, dove fu anche membro del consiglio scolastico provinciale e conferenziere su temi artistici e letterari. Successivamente studiò Giurisprudenza e, come il fratello Paolo che esercitò a Cosenza, divenne uno stimato avvocato molto attivo in diverse città  del Nord Italia.  
Assieme ad altri tre fratelli era stato combattente nella Grande guerra, raggiungendo il grado di capitano e meritandosi una medaglia d’argento, la stessa assegnata anche a due fratelli.
Nell’inquieto dopoguerra aderì ai fasci di combattimento.  Diversamente da altri esponenti calabresi come Agostino Guerresi (sub voce), non svolse attività  politica nella regione di origine. In Romagna fu tra i più autorevoli sostenitori del movimento mussoliniano e, tra l’altro,  console della Milizia  e podestà  di Cervia.
Negli anni divenne sempre più ampia l’immissione di uomini del partito fascista nelle prefetture e negli uffici consolari, tanto che si parlò di “ventottisti”, volendosi riferire agli assunti nel 1928. Invece, furono pochi i tesserati immessi nella pubblica sicurezza, ritenendosi più utile “fascistizzare” la polizia ereditata dai governi pre-fascisti. Pietro Bruno, sebbene non avesse alcuna esperienza specifica, nel settembre 1927 fu nominato questore e destinato a Genova, dove rimase sino al luglio 1930.  
Nel capoluogo ligure s’occupò soprattutto di polizia politica: da un lato, colpì duramente l’organizzazione comunista ligure con ottanta arresti, meritando per questo anche un consistente premio in denaro; dall’altro, piegò l’estremismo fascista nostalgico dello squadrismo e disturbatore della “normalizzazione”, sino a proporre l’invio al confino degli elementi più irriducibili. Bruno usava interrogare personalmente gli arrestati, soprattutto comunisti, arrivando a usare intimidazioni e violenze per ottenere informazioni.
Trasferito a Milano, anche lì fu al centro di vicende delicate e riservate, di rilevante importanza per la sicurezza. Ebbe un ruolo nelle vicende della spia Carlo Del Re che, tradendo per denaro i compagni di Giustizia e Libertà , contribuì a fare sgominare il nucleo lombardo dell’organizzazione. Comunque, l’attività  di vigilanza e repressione della polizia continuò a essere rivolta innanzitutto contro il partito comunista.    
Di tutt’altro genere, le vicende coinvolgenti Arturo Toscanini. Il maestro, dopo l’aggressione subita il 14 maggio 1931 al teatro comunale di Bologna, per non avere voluto fare suonare gli inni fascisti, s’era ritirato nella casa di Milano. Alla Scala ci fu una manifestazione di solidarietà  nei suoi confronti e non mancarono disordini di piazza, in conseguenza dei quali la questura arrestò studenti liceali pro-Toscanini. In città  il questore Bruno fu criticato per le maniere forti usate nei confronti di rampolli della borghesia meneghina e si vide attribuiti epiteti di “megalomane” e “pazzo”. Secondo una diffusa opinione, i suoi atti danneggiavano l’immagine del regime ormai consolidato. Oltretutto, sul questore di Milano correvano voci poco commendevoli per la protezione concessa a certe case di tolleranza, dove si vociferava egli accompagnasse alti papaveri fascisti di passaggio in città . Infine, non erano facili i suoi rapporti col prefetto Fornaciari il quale, in un rapporto riservato, riferendosi a Bruno parlò di «mancanza di esperienza », in parte sopperita da «preparazione generale, unita a una notevole prontezza naturale ».
Nonostante tutto ciò, o a causa di tutto ciò, Bruno lasciò il servizio in questura e fu nominato prefetto, a Trapani (settembre 1933 – luglio 1935), Lecce (luglio 1935 – agosto 1939), Bari (agosto 1939 – giugno 1940). Seconda una regola consolidata, Mussolini copriva la condotta scandalosa dei suoi uomini, interessato solo alla loro fedeltà  politica, ricorrendo se necessario al  promoveatur ut amoveatur  (si pensi alle vicende di Antonio Le Pera,  sub voce).
Bruno per qualche tempo fu tenuto a disposizione presso il direttorio del Pnf, poi incaricato di funzioni ispettive, nel gennaio 1941 nominato presidente della commissione di vigilanza per l’alimentazione presso il ministero dell’Agricoltura e Foreste. A quel tempo iniziò a collaborare con la divisione polizia politica del ministero dell’Interno, con l’ufficio cioè che “gestiva” gli informatori. Bruno ebbe ruolo di capogruppo e per i fiduciari da lui coordinati ebbe a disposizione la bella cifra di 30 mila lire al mese.
Anche il successivo e ultimo incarico da lui svolto non fu di quelli appariscenti: commissario per gli affari civili presso il comando militare della Sardegna (incarico analogo fu assegnato anche per la Sicilia). Gli uffici diretti da Bruno avevano sede a Ozieri e dipendevano dal comandante del XIII corpo d’Armata, generale Antonio Basso. Possiamo ritenere che Mussolini non lo ritenesse più adatto per ruoli di primissima fila, come quelli svolti sino al giugno 1940, tenuto conto degli aspetti caratteriali e dei “si dice” sulla condotta dell’ex-professore di italiano.
Subito dopo la caduta del fascismo, nell’agosto 1943 fu collocato a riposo dal governo Badoglio, su proposta del ministro dell’Interno, che era quel Fornaciari ricordato in precedenza. Ma il 25 settembre Badoglio lo confermava commissario civile con una scelta sgradita agli alleati americani.
Stante la confusione del momento, l’iter burocratico del provvedimento di collocamento a riposo fu perfezionato solo un anno dopo. Nel 1944 anche il governo della Repubblica sociale italiana adottò analogo decreto di collocamento a riposo e fu grazie a ciò che Bruno poté evitare l’accusa di collaborazionismo. Non ebbe seguito un procedimento giudiziario avviato nei suoi confronti a Milano, per fatti accaduti quand’era questore.  
Non rientrò più sulla scena pubblica e morì dimenticato negli anni Sessanta all’età  di 73 anni.
Era molto legato alla famiglia e al paese d’origine. Molto devoto alla Madonna della Strada, venerata in un piccolo Santuario appena fuori Roggiano, a sue spese nel 1943 offrì una statua mobile che fece modellare appositamente.
Era insignito delle onorificenze di Grand’Ufficiale della Corona d’Italia e di Commendatore dell’Ordine Mauriziano. (Donato D’Urso) © ICSAIC 2022 – 9

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Personale pubblica sicurezza, versamento 1957, b. 58-bis, f. Bruno Pietro
  • Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale affari generali e del personale, versamento 1952, fascicoli ordinari, b. 6, f. Bruno Pietro

Nota bibliografica

  • Annuario scolastico: piccola enciclopedia della scuola elementare e popolare, XII (1923), p. 69;
  • L’avv. Prof. Pietro Bruno nominato Prefetto del Regno,   «Cronaca di Calabria », giugno 1933;
  • Edoardo Savino,  La nazione operante: albo d’oro del fascismo, Istituto geografico De Agostini, Novara 1937, p. 191;
  • Una spia del regime, a cura di Ernesto Rossi, Feltrinelli, Milano 1968, pp. 42-43;
  • Mario Missori,  Governi, alte cariche dello Stato, alti magistrati e prefetti del regno d’Italia, Ministero per i beni culturali e ambientali, Roma 1989, pp. 416, 501, 609;
  • Luciano Bergonzini,  Lo schiaffo a Toscanini, il Mulino, Bologna 1991, pp. 175-177;
  • Storia di Lecce: dall’Unità  al secondo dopoguerra, a cura di Maria Marcella Rizzo, Laterza, Roma-Bari 1992, p. 428;
  • Alberto Cifelli,  I Prefetti del regno nel ventennio fascista, Scuola superiore dell’Amministrazione dell’Interno, Roma 1999, p. 56;
  • Saturno Carnoli-Paolo Cavassini,  Nero Ravenna: la vera storia dell’attentato a Muty, Edizioni del girasole, Ravenna 2002, pp. 32, 44;
  • Mauro Canali,  Le spie del regime, il Mulino, Bologna 2004, pp. 84-85, 696;
  • Giovanna Tosatti,  I prefetti del periodo fascista, in  Storia, archivi, amministrazione: atti delle giornate di studio in onore di Isabella Zanni Rosiello, a cura di Carmela Binchi e Tiziana Di Zio, Ministero per i beni e le attività  culturali, Roma 2004, pp. 94-95;
  • Ivano Granata,  La guerra, la crisi del dopoguerra e l’epoca fascista, in  Palazzo Diotti a Milano, a cura di Nicola Raponi-Aurora Scotti Tosini, Fondazione Cariplo, Milano 2005, pp. 408-409;
  • Laura Francesca Sudati,  Tutti i dialetti in un cortile: immigrazione a Sesto San Giovanni nella prima metà  del ‘900, Fondazione ISEC, Milano 2008, p. 279;
  • Giovanni Rapelli,  Giuseppe Rapelli e «Il Lavoratore », Effatà  Editrice, Cantalupa 2011, p. 109;
  • Andrea Ricciardi,  Paolo Treves: biografia di un socialista diffidente, FrancoAngeli, Milano 2018, p. 89;
  • Matteo Millan,  Squadrismo e squadristi nella dittatura fascista, Viella, Roma 2014, p. p. 205;
  • La Sardegna e la guerra di liberazione: studi di storia militare, a cura di Daniele Sanna, FrancoAngeli, Milano 2018, p. 38.