Jacomoni di San Savino, Francesco

Francesco Jacomoni (Reggio Calabria, 31 agosto 1893 – Roma, 17 febbraio 1973)

Nacque da Enrico e da Ernesta Donadio. Suo padre era un nobile, funzionario del Banco di Roma che, per conto dell’istituto di credito, ebbe un ruolo nella penetrazione del commercio italiano in Medio Oriente e che, per questa sua attività  era in stretto contatto con il ministro degli Esteri del tempo Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano.
Ancora studente, fin dal 1914 partecipò alla prima Guerra mondiale. Nel 1915 ottenne il grado di tenente. E mentre era ancora combattente, il 6 luglio 1916 si laureò in Giurisprudenza presso l’Università  di Roma
Alla fine della guerra lo Jacomoni (il predicato “di San Savino” fu autorizzato soltanto il 9 dicembre 1937 con Regio Decreto di concessione) entrò al Ministero degli esteri come “precario”, ma ancora giovanissimo nel 1919 era presente alla Conferenza di pace di Parigi. Come funzionario fu in seguito destinato a diverse ambasciate. Dopo brevi soggiorni a Vienna e a Budapest, nell’ottobre 1919 fu destinato a Bucarest come segretario della Legazione. Nella capitale ungherese approfondì la propria conoscenza degli affari balcanici e loro gestione. Ma anche questa fu un’esperienza alquanto breve, Perché nel 1920, era già  a Roma e a gennaio 1921 fece parte della delegazione italiana nella Commissione internazionale dell’Elba e nel giugno di quella di Portorose; a ottobre 1921 divenne segretario della sessione di Roma della conferenza dell’Istituto di diritto internazionale privato, a dicembre segretario della Commissione internazionale del Reno, a febbraio 1922 segretario della delegazione italiana alla conferenza di Roma tra gli Stati successori dell’Austria-Ungheria. Nell’aprile 1922, infine, divenne segretario della delegazione italiana alla conferenza di Genova e due mesi dopo di quella all’Aja.
Vinto il concorso nel 1923 ed entrato nei ruoli diplomatici, su sua richiesta fu riassegnato a Bucarest, ma a luglio dell’anno dopo, su nomina di Mussolini, si trasferì a Londra come segretario della delegazione italiana alla conferenza finanziaria.
Rientrato nel luglio 1924 a Roma, dal 1926 fu destinato in Albania. Qui fu stretto collaboratore del ministro plenipotenziario italiano a Durazzo Pompeo Aloisi, in assenza del quale più volte diresse la Legazione. In particolare fu lui a redigere il Trattato di amicizia e sicurezza italo-albanese che fu sottoscritto il 27 novembre 1926.
Dal 1927, rientrò a Roma e fu nominato capo dell’Ufficio storico-diplomatico e presto, con le funzioni di vicecapo di Gabinetto, fu preso sotto l’ala protettrice di Dino Grandi, sottosegretario della presidenza del consiglio per la gestione degli affari internazionali. Con Grandi, lavorò per il riequilibrio della posizione italiana nella Società  delle Nazioni. A Ginevra fu segretario della legazione italiana invitata a discutere del disarmo. Nel 1929 fu nominato membro della Commissione per il riordinamento e la pubblicazione dei documenti diplomatici italiani.
Il 1 ottobre 1932 sposò Maja Cavallero, figlia del conte Ugo, generale e poi Maresciallo d’Italia, dalla quale ebbe due figlie, Maria Consolata (1933) e Raimonda (1936).
L’Albania era tuttavia il suo destino. Galeazzo Ciano, ministro degli esteri, dal 9 settembre 1936 lo destinò a Tirana come ministro plenipotenziario di seconda classe. Ci andò a malincuore, ma rimase lì sino al 1943. Quando venne a sapere dei piani per l’annessione dell’Albania al Regno d’Italia, si limitò a criticare l’operazione solo nel proprio diario. Nel 1938 fece avere a Mussolini, che l’aveva sollecitato, un piano che prevedeva di mantenere re Zog I nella sua posizione, ma assoggettandolo all’influenza italiana. Quest’idea naufragò, quando re Zog respinse il nuovo trattato proposto da Roma. Fu lo stesso Mussolini a comunicarlo al diplomatico, al quale inviò anche una lettera-ultimatum per re Zog, il quale poco dopo fu defenestrato. Unita l’Albania all’Italia, sotto forma di “unione personale” dei due Regni con a capo re Vittorio Emanuele III,il 17 aprile 1939 Jacomoni fu nominato ambasciatore e cinque giorni dopo Luogotenente Generale del Regno d’Albania. Con tale ruolo, dal 1939 al 1943 de facto fu viceré d’Albania. Come Luogotenente, in ogni caso, si impegnò attivamente per sostenere la politica di governo italiano in Albania, promuovendo diverse opere pubbliche, oltre a istituzioni educative e assistenziali che avviarono un processo di modernizzazione del paese e della capitale, che cambiò aspetto, tanto che si parlò del «volto littorio della Tirana di Jacomoni ».
Incaricato anche di una missione diplomatica ad Atene col compito di sondare l’opinione pubblica locale circa una possibile invasione italiana, dal 1940, pur dicendosi contrario all’operazione limitata all’Epiro, dovette mobilitare l’opinione pubblica albanese per la partecipazione dei locali alla Campagna militare italiana di Grecia.
Quando la campagna ebbe inizio in diversi reparti albanesi iniziarono le defezioni, e il maresciallo Pietro Badoglio ritenne Jacomoni direttamente responsabile del mancato avvio favorevole dell’impresa avendo fornito informazioni imprecise sull’opinione pubblica in Albania e nell’Epiro e ne chiese la testa a Mussolini. Ma Jacomoni restò al suo posto e la sua posizione venne rafforzata quando Badoglio fu sostituito da Ugo Cavallero, suo suocero. La visita di Vittorio Emanuele III a Tirana nell’aprile del 1941, al termine delle operazioni belliche, significò una nuova fase dei rapporti italo-albanesi, fase segnata dall’annessione del Kossovo al Regno d’Albania e da importanti riforme locali. Jacomoni scelse l’esponente nazionalista Mustafa Merlika Kruja, come primo ministro. Agli inizi del 1942, però, per la peggiorata situazione soprattutto economica, nel tentativo di arginare il malcontento popolare fece sostituire Kruja con Eqrem Libohova, filo-italiano, proveniente dall’ex aristocrazia musulmana, il quale riportò i bey al governo. Tutto ciò perché convinto che per crescere il Paese avesse bisogno di una un’amministrazione propria. Era inviso per ciò a Galeazzo Ciano, secondo cui Jacomoni doveva essere sostituito per favorire l’insediamento di un governo militare. Cosa che spinse il Luogotenente a incontrare Mussolini – era febbraio 1943 – per un chiarimento e a offrire le proprie dimissioni, che vennero accettate in marzo, quando, il 18, fu sostituito dal generale Alberto Pariani.
Rientrato a Roma fu messo a riposo perché si rifiutò di andare a Salò. Lo tenne a riposo anche il governo Bonomi ma per motivi di servizio.
Assieme ad altri funzionari del regime, fu processato dall’Alta Corte di giustizia per la repressione dei crimini fascisti e il 12 marzo 1945 fu condannato a 5 anni di carcere. Liberato in seguito all’amnistia del giugno 1946, fu assolto con sentenza della Cassazione del 6 marzo 1948. Come diplomatico fu riammesso in servizio il 10 agosto 1953 in seguito a una decisione del Consiglio di Stato, ma l’anno dopo – il 3 novembre – fu collocato definitivamente a riposo.
Nel frattempo si era dedicato alla scrittura: le sue memorie dal titolo La politica dell’Italia in Albania, furono pubblicate nel 1965. Negli anni Cinquanta e Sessanta svolse anche un’attività  pubblicistica alquanto intensa.
Morì a Roma all’età  di 80 anni. (Leonilde Reda) © ICSAIC 2022 – 10

Opere

La politica dell’Italia in Albania, Cappelli, Bologna 1965.

Nota bibliografica

  • Emanuele Grazzi, Il principio della fine (L’impresa di Grecia), Faro, Roma 1945, passim;
  • Mario Donosti [Mario Luciolli], Mussolini e l’Europa: la politica estera fascista, Ed. Leonardo, Roma 1945, passim;
  • Luigi Mondini, Prologo del conflitto italo-greco, Ed. F.lli Treves, Roma 1945, passim;
  • Sebastiano Visconti Prasca, Io ho aggredito la Grecia, Rizzoli, Milano 1946, passim;
  • Ugo Cavallero, Comando supremo. Diario 1940-43 del capo di S. M. G., a cura di C. Cavallero – G. Bucciante, Cappelli, Bologna 1948, ad indicem;
  • Giuseppe Bottai, Vent’anni e un giorno: 24 luglio 1943, Garzanti, Milano 1949 (2 ª ed. 1977), ad ind.;
  • Emilio Faldella, L’Italia nella prima guerra mondiale, Cappelli, Bologna 1959, ad indicem;
  • Mario Luciolli, Palazzo Chigi, anni roventi. Ricordi di vita diplomatica italiana dal 1933 al 1948, Milano 1976, passim;
  • Mario Montanari (a cura di), La campagna di Grecia, I-IV, Ufficio storico SME, Roma 1980-85, ad indicem;
  • Galeazzo Ciano, Diario (1937-1943), a cura di R. De Felice, Milano 1980, ad indicem;
  • Philip V. Cannistraro (editor in chief), Historical Dictionary of fascist Italy, Greenwood Press, Westport (Connecticut) 1982, sub voce.
  • Alessandro Roselli, Italia e Albania. Relazioni finanziarie nel ventennio fascista, Bologna 1986, ad indicem;
  • Renzo De Felice, Mussolini, l’alleato, I, t. 1, Einaudi, Torino 1990, ad indicem;
  • Fabio Grassi Orsini, La diplomazia, in Il regime fascista, a cura di A. Del Boca – M. Legnani – M.G. Rossi, Bari 1995, ad indicem;
  • Vincenzo Pellegrini (a cura di), Archivio storico diplomatico, MAE, Roma 1999, sub voce.
  • Piero Pieri, Giorgio Rochat, Badoglio, maresciallo d’Italia, Mondadori, Milano 2002, ad indicem;
  • Federico Eichberg, Il fascio littorio e l’aquila di Skanderbeg. Italia e Albania, 1939-1945, Editrice Apes, Roma 1997;
  • Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Bollati Boringhieri, Torino 2003, ad indicem;
  • Fabio Grassi Orsini, Jacomoni, Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 62, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2004.