Nicotera, Giovanni

Giovanni Nicotera [Sambiase (Calabria Ultra seconda), 9 settembre 1828 – Vico Equense (Napoli) 13 giugno 1894]

Figlio di Felice, proprietario terriero con ascendenze nobiliari (alla famiglia era stato conferito il titolo di barone), e di Giuseppina Musolino, appartenente a una famiglia di Pizzo, antiborbonica e di idee liberali: il padre Domenico aveva aderito alla Repubblica partenopea del 1799 e piantato l’albero della libertà; i fratelli Benedetto e Pasquale, entrambi patrioti di formazione illuministica e giacobina.
Ben presto, a 14 anni si associò alla setta dei Figliuoli della Giovane Italia, fondata nel 1832 dallo zio Benedetto, che, insieme a Luigi Settembrini, docente nel convitto di Catanzaro, inculcò nel giovane una nobile lezione di patriottismo.
Abbandonati gli studi di letteratura e giurisprudenza (si era iscritto all’Università di Napoli), si dedicò interamente alla predicazione della causa rivoluzionaria, evocata dai contemporanei «più vicina al martirio che tesa al conseguimento degli obiettivi prestabiliti». Cospirò durante la rivolta di Reggio Calabria nel 1847 e debuttò sulla scena politica nel corso della sommossa lametina del 1848, promossa dal barone Francesco Stocco e da Musolino.
Col grado di capitano della Guardia nazionale di Sambiase (ora Lamezia Terme), combatté all’Angitola contro i soldati borbonici del generale Nunziante. Costretto all’esilio, riparò a Corfù e, in un secondo momento, insieme con gli zii ad Ancona, dove sostò per poco tempo. Offrì, senza indugiare troppo, il suo braccio al contingente di Garibaldi per la difesa della Repubblica romana del 1849. A Roma conobbe Carlo Pisacane, già ufficiale dell’esercito napoletano, creando un’intesa perfetta. Dopo il fallimento mazziniano, a differenza di altri, gli fu concesso di rifugiarsi a Torino, nella cui città incontrò nuovamente Pisacane e Rosolino Pilo, patriota siciliano, che ne fecero un vero rivoluzionario. Frequentò il generale Raffaele Poerio di Catanzaro, ufficiale della Legione straniera francese, e la figlia Gaetanina (Nina) che sposò nel 1860. Nel 1857 prese parte alla spedizione di Sapri, organizzata da Pisacane, Nicola Fabrizi e Giuseppe Fanelli. Uscito vivo, subì una condanna a morte, ma la pena, associata ad un’ipotetica opera di delazione, gli fu commutata all’ergastolo.
Incarcerato a Castel Capuano a Napoli, scontò, poi, tre anni di carcere nell’isola di Favignana. Liberato dai Mille, si aggregò all’impresa e “nel bisogno” fu sempre vicino a Garibaldi.
Repubblicano più dello stesso Mazzini, che lo aveva nominato suo rappresentante e uomo di fiducia nel Mezzogiorno, si diede da fare nelle altre iniziative delle Camicie rosse: Aspromonte (1862), battaglia di Bezzecca (1866) e scontro di Mentana (1867). In Calabria, per dare un appoggio all’eroe dei due mondi, sbarcò a Sant’Eufemia ed assunse il comando delle forze organizzate nelle province di Cosenza e Catanzaro. Messo al corrente del ferimento di Garibaldi, si rese conto della fine dell’avventura calabrese. 
Rientrato definitivamente a Napoli ed ereditati i beni paterni si dedicò alla famiglia, alla sorella e ai figli di un fratello morto e anche alla mamma. Non trascurò di occuparsi della moglie di Pisacane, Enrichetta De Lorenzo, e della figlia Silvia (1853-1888), che, dopo la morte della madre nel 1871, adottò. Nel 1872 fece costruire una tomba nel cimitero di Napoli e vi tumulò i resti di Carlo e di Silvia. 
Con la proclamazione dello Stato italiano, ostentò apertamente la sua vocazione per la politica. Si schierò con i democratici e restò fedele, pur con qualche dubbio, al giuramento prestato nelle mani di Mazzini e finalizzato a ostacolare, addirittura con l’alternativa di un’azione insurrezionale (abbandonare la Camera per unirsi al popolo in armi sulle montagne della Calabria), la soluzione moderata e monarchica di casa Savoia. Di questa convinzione, vissuta come un’ipoteca, si liberò soltanto dopo la morte del genovese.
Candidatosi nel collegio di Campagna (Salerno), venne sconfitto dall’antagonista locale, molto noto in provincia, ma fu subito proposto per le elezioni suppletive della circoscrizione di Salerno, indette in seguito alla nomina del deputato D’Avossa a senatore del Regno. Designato in modo unitario e opposto al generale Pinelli, comandante della divisione militare di Salerno, ebbe la meglio al ballottaggio con uno scarto di 30 suffragi «grazie all’apporto di borbonici e clericali». Fino al 1894 fu sempre votato ininterrottamente per un trentennio (12 legislature).
Nel 1865, prescelto per il collegio di Nicastro, sconfisse per poche preferenze (237 contro 222) il generale Francesco Stocco, primo governatore garibaldino della Calabria ultra seconda. Estraneo ormai ai problemi della sua terra natia (mancava dal 1848), e privo di una base di potere, lasciò cadere, tuttavia, la possibilità di un avvicendamento e optò per Salerno. Il capoluogo del Principato superiore, al quale rimase legato per le manifestazioni di simpatia esternate nei giorni più duri, diventò così una zona congeniale ai suoi progetti. In virtù della sua autorevolezza, riuscì a creare una vasta rete clientelare che gli garantiva una sistematica presenza sul territorio. Nel corso degli anni, nel 1886, acclamato in Calabria, fu eletto anche a Reggio Calabria con 5.194 voti, ma preferì rinunciare al mandato, cedendo il posto a Saverio Vollaro, un filonicoterino “di ferro”.
Affiliato alla Sinistra storica, per il suo passato di sovversivo, con la sconfitta nel 1876 della Destra,ottenne l’incarico di Ministro degli Affari interni nei due governi De Pretis, dal 15 marzo 1876 al 26 dicembre del 1877, una data, quest’ultima, che segnò il principio di un lungo esilio dalla ribalta governativa.
Oltre al suo comportamento umorale e imprevedibile, abile a creare un clima di discordia all’interno della compagine ministeriale (la baruffa con Zanardelli a proposito degli appalti ferroviari), si deve addebitare una marcata involuzione autoritaria tale da esasperare il De Pretis. Dovettero trascorrere molti anni prima di entrare, con lo stesso dicastero, nel governo del marchese Di Rudinì dal 6 febbraio 1891 al 15 maggio 1892, nell’agitato decennio di fine secolo, cominciato con la repressione dei Fasci siciliani e terminato col regicidio di Umberto I a Monza. Questa ulteriore esperienza fu, oltremodo, improntata da incomprensioni e dall’assunzione di una posizione di assoluta autonomia nei confronti dei colleghi.
Dalla morte di Mazzini, le filippiche dell’apostolo parvero solo un ricordo e la sua strategia politica fu quella di assumere il ruolo dell’uomo in grado di controllare, con la copertura degli ordinamenti costituzionali, le maggioranze parlamentari e stipulare inedite alleanze. Strinse rapporti cordiali con Quintino Sella, tra i maggiori esponenti della Destra storica che lo stimava e gli era sincero amico. Dai banchi dell’opposizione dette il via alla cosiddetta «rivoluzione parlamentare» del 1876, avendo il merito di tirare fuori dall’isolamento il raggruppamento meridionale della Camera. Creò la Pentarchia, una eterogenea coalizione con Crispi, Cairoli, Zanardelli e Baccarini in opposizione a Depretis, rendendo le divergenze con la Destra più formali e meno sostanziali. Instaurò un nuovo approccio verso le regioni meridionali nell’intento di inserirle nel contesto del paese e fare del Mezzogiorno non un’appendice della nuova nazione bensì un protagonista.
Un tema di grande interesse, con un coinvolgimento diretto, sono da annoverare la costruzione della ferrovia Eboli-Reggio Calabria e il rafforzamento di alcune infrastrutture importanti, gli approdi di Paola e di Pizzo. La finalità era quella di riequilibrare la distribuzione delle risorse tra Nord e Sud, destinando una maggiore quota delle spese ai lavori pubblici a favore delle aree più disastrate. Per realizzarla la pose al centro dei suoi rapporti con i gruppi emergenti, toscani e piemontesi, e servendosi molto della stampa locale. Non c’era un centro di una provincia meridionale sprovvisto di un giornale (a Cosenza per es. L’Avanguardia, a Reggio Il Calopinace, a Vibo L’Avvenire vibonese), che non appoggiasse la sua linea politica.
L’implicazione nello scandalo della Banca romana e la relazione della commissione parlamentare che, nel dicembre 1893, pronunciò una forte critica nei suoi confronti, furono un duro colpo per Nicotera. Non visse molto. Morì l’anno dopo a Vico Equense all’età di 66 anni e fu sepolto a Napoli. Ancora in vita, nel 1882, la Società operaia e il Comune di Sambiase gli eressero un monumento. Altri due gli furono dedicati a Salerno (1897) e a Napoli (1900). (Giuseppe Masi) © ICSAIC 2022 – 6

Scritti

  • Relazione sull’andamento dei servizi dipendenti dal Ministero dell’Interno dal febbraio al settembre 1891, s.n., Roma, 1891

Nota bibliografica  

  • Leopoldo Cassese, La prigionia di Giovanni Nicotera (Da Sanza alla Vicaria), in Omaggio degli Archivi provinciali di Stato al Comm. Antonio Tripepi, Casa Editrice Tip. Teramana, Teramo 1938, pp. 31-61;
  • Domenico De Giorgio, Giovanni Nicotera e la sinistra e al governo, «Historica», 4-5, 1949, pp. 119-22 e n. 6, 1949, pp.147-51;
  • Domenico De Giorgio, Giovanni Nicotera e la spedizione di Sapri, «Historica», 4-5, 1950, pp. 127-132;
  • Domenico De Giorgio, La prigionia di Giovanni Nicotera, «Historica», 3, 1956, pp. 78-85;
  • Domenico De Giorgio, Nicotera, Mazzini, Garibaldi nel 1860, «Historica», 2, 1957, pp. 49-61;
  • Domenico De Giorgio, Giovanni Nicotera e le sue prime battaglie politiche, «Historica», 4, 1958, pp. 97-106; 6, 1959, pp. 196- 205;
  • Alfredo Capone, Giovanni Nicotera e la caduta della Destra, «Clio», 1. 1965, pp. 238-274;
  • Jole Giugni Lattari, I parlamentari della Calabria dal 1861 al 1967, Casa Editrice L. Morara, Roma 1967, pp. 358-359;
  • Alfonso Scirocco, Democrazia e socialismo a Napoli dopo l’Unità, Libreria Scientifica editrice, Napoli 1973, ad indicem;
  • Enrico Borrello, Sambiase, Temesa Editrice, Lamezia Terme 1988 (ristampa);
  • Diomede Ivone, Giovanni Nicotera deputato del collegio di Salerno, in Giovanni Nicoteranella storia italiana dell’Ottocento, Rubbettino, Soveria Mannelli 1999;
  • Francesco C. Volpe, Luci e ombre di Giovanni Nicotera, «Nuova Antologia», 2244, 2007, pp. 339-346;
  • Lucio Leone e Filomena Stancati, Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi, Gigliotti Editore, Lamezia Terme 2011;

Per un quadro particolareggiato della bibliografia si rinvia a

  • Marco De Nicolò, Giovanni Nicotera, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. 78, Roma 2013.
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