Tarsitano, Fausto

Fausto Tarsitano [Roggiano Gravina (Cosenza), 18 dicembre 1927 – Roma, 21 febbraio 2009]

I genitori erano Francesco, sarto, che fu anche socialista irredentista, e Amalia Santoro, casalinga, di Rende. Primo di cinque figli (gli altri erano Elio, Antonio, Luigi e Clara), conseguì il diploma magistrale a Cosenza e quindi la maturità classica in Emilia e si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma, ma frequentò poco, essendo già impegnato nelle battaglie politiche come segretario della sezione del Pci di Roggiano Gravina. Partecipò all’occupazione dei latifondi per dare corpo al Decreto Gullo del 1944 sulla concessione delle terre incolte ai contadini. Venne ferito in uno scontro a fuoco con la polizia. Nel 1949 fu condannato, come sobillatore, a un mese di reclusione dal Pretore di San Marco Argentano. Di quella condanna, specie quando negli anni successivi calcò le aule dei tribunali da avvocato, andò sempre fiero. 
Fu tra i fondatori di una cooperativa agricola nata per coltivare un territorio vasto 350 ettari e per due anni segretario della Federazione Giovanile del Pci di Cosenza. Della sua famiglia si occuparono di politica anche i fratelli Elio e Antonio, entrambi sindaci di Roggiano Gravina (Elio anche consigliere provinciale), mentre Luigi fu consigliere a Rossano, consigliere regionale degli anni Ottanta e membro dell’Unla (Unione nazionale per la lotta all’analfabetismo).
Fausto tornò poi a Roma per riprendere gli studi e si laureò nel 1955, all’età di 28 anni. Il praticantato per l’attività forense lo svolse presso lo studio di Giuseppe Berlingieri, noto avvocato romano ma calabrese di nascita, militante comunista, che fece avvicinare Tarsitano al movimento Solidarietà Democratica, fondato da Umberto Terracini nel 1948 per fornire assistenza legale ai detenuti per motivi politici e alle loro famiglie, soprattutto agli ex partigiani accusati nel dopoguerra di atti di violenza sommaria nei confronti di fascisti e avversari politici. Nel movimento Tarsitano vi incontrò, tra gli altri, eminenti giuristi, tra i quali Casali, Vassalli e Basso. Superato l’esame di Stato, aprì il suo primo studio nella capitale, in via San Giovanni in Laterano.
La sua storia professionale è profondamente legata a quella del Partito Comunista. Condivise la passione per la politica con Maria Marafioti, dipendente del Comune di Roma e funzionaria del Pci, anch’essa di origini calabresi, che sposò nel 1960 con rito civile. Dal loro matrimonio nacque un figlio, Massimiliano.
Difese Danilo Dolci nel 1956 che per uno sciopero a rovescio fu accusato di occupazione di suolo pubblico, e dieci anni dopo dalle querele di Bernardo Mattarella e Calogero Volpe accusati di essere collusi con la mafia,
Fu anche membro dell’Associazione internazionale dei giuristi democratici e assieme ai colleghi Gavin Freeman e Charles Ledermann assistette l’imputato Julian Grinau, dirigente del Partido comunista español, fucilato nel 1963 per «ribellione armata», esecrando fortemente la dittatura franchista in Spagna.
Fu difensore e assistente delle parti civili in molti tra i più importanti processi celebrati in Italia nel secondo dopoguerra del XX secolo, a partire da quelli contro ex partigiani (i gappisti Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo) per i quali rifiutò l’amnistia, ottenendo nel 1999 in Cassazione il riconoscimento dell’atto di guerra nell’azione di Via Rasella oggetto delle accuse, passando poi per i processi politici, di mafia, del terrorismo, della libertà di stampa.
Nel 1968 difese  Franco Piperno, esponente di Potere Operaio nel processo per l’attentato alla sede romana della Boston Chemical e il direttore dell’omonima rivista, Francesco Tolin, accusato di apologia di reato. Nel 1973, però, non intese difendere Adele Cambria, direttrice responsabile di «Lotta Continua», accusata anch’essa di apologia di reato riguardo a un articolo sulla morte del commissario Luigi Calabresi. Difese, invece, Carlo Ricchini, assolto nel 1978, direttore de «L’Unità»querelato per diffamazione da Giorgio Almirante, segretario del Msi.
Sempre nel 1973, in un delicato periodo di effervescenze politiche e sociali, difese in Corte di Assise, assieme ai colleghi Giovanni Conso e Guido Calvi, i magistrati Mario Barone (presidente della Associazione Nazionale Magistrati), Marco Ramat e altri, accusati di vilipendio alla magistratura per aver avallato le denunce da parte del giudice Franco Marrone sull’asservimento di magistrati ai poteri politici ed economici.
Guidò il collegio difensivo dell’anarchico Pietro Valpreda nel processo di Catanzaro del 1976 per la strage di Piazza Fontana. Con lui, tra gli altri, i colleghi Alberto Malagugini, Giuseppe Zupo (anch’egli calabrese e nell’orbita del Pci) e Nadia Alecci.
Il suo nome venne legato anche a processi che ebbero grande impatto mediatico e rilevanza per i diritti dei minori e dei più deboli. Fu legale di parte civile, negli anni 1975-’1976, assieme a Tina Lagostena Bassi, per Donatella Colasanti e familiari al processo per il delitto del Circeo, opponendosi alla perizia psichiatrica richiesta dalla difesa, come pure della famiglia della studentessa Giorgiana Masi, uccisa nel maggio del 1977 a Roma durante gli scontri con la polizia.
L’avvocato Tarsitano venne preso di mira dalla destra neofascista romana, ritenuta responsabile dell’incendio del proprio studio nel gennaio del 1978, dove andarono distrutti o sottratti importanti documenti del Centro democrazia e diritto. Continuando l’attività, fu legale di parte civile nel processo in Corte d’Assise per l’omicidio del militante comunista Luigi Di Rosa dopo un comizio a Sezze Romano, nel 1976, del missino Sandro Saccucci. Stessa funzione nell’assistere la famiglia del giudice Emilio Alessandrini nel processo a Prima Linea del 1983, e i congiunti di Raffaele Iozzino e di Giulio Rivera, agenti della scorta di Aldo Moro, uccisi il 16 marzo del 1978 in Via Fani, nonché dei parenti del giudice Riccardo Palma, dirigente del Ministero della Giustizia, ucciso anch’egli dalle Brigate Rosse. 
Il processo Moro venne riaperto nel 1984 a fronte di una richiesta del 1981 avviata da Tarsitano e altri legali, quali portavoce del Pci dopo gli arresti del 7 aprile del 1979, per indagare di nuovo su Toni Negri, Franco Piperno e Lanfranco Pace. Venne chiesta e ottenuta la condanna di Negri, sia pure in contumacia, per concorso nell’omicidio del brigadiere dei Carabinieri Andrea Lombardini nel corso di una tentata rapina per finanziare un partito armato.
«L’Unità» si avvalse del suo patrocinio anche per la difesa dell’ex direttore Claudio Petruccioli, accusato di diffamazione per la pubblicazione di alcuni documenti nel 1981, ai tempi del rapimento dell’assessore ai Lavori Pubblici della Regione Campania Ciro Cirillo da parte delle Brigate Rosse. Gli omicidi, nel 1980, da parte della ‘ndrangheta, di due esponenti di rilievo del Pci lo avevano riportato anche nei palazzi di giustizia calabresi. Tarsitano fu determinato nell’avanzare ricorso, sia per i familiari di Giuseppe Valarioti, segretario della sezione di Rosarno, che del Pci contro l’ordinanza del Giudice istruttore di non luogo a procedere nei confronti di Antonio Pesce, ritenuto il mandante dell’omicidio. Anche nel caso dell’omicidio di Giovanni Losardo, assessore e già sindaco del Comune di Cetraro, nonché segretario capo della Procura della Repubblica di Paola, l’avv. Tarsitano puntò senza indugi l’indice contro il mandante, Francesco Muto, seguendo le varie fasi processuali, trasferite poi alla Corte d’Assise di Bari.
Assistette anche Massimo D’Alema nel 1989, quando dirigeva «L’Unità», nella querela sporta da Ciriaco De Mita, allora segretario della Dc, sulla ricostruzione dopo il terremoto in Irpinia. Rappresentò le parti civili ai processi contro i Nuclei Armati Rivoluzionari nel 1984 e in molti altri processi legati all’eversione nera e alle stragi neofasciste. Fu anche legale dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage del treno Italicus del 1974 e di quelle alla stazione di Bologna del 1980.
Dopo lo scioglimento del Pci Tarsitano continuò a dedicarsi all’impegno politico e professionale. Tra i vari casi l’assistenza al dirigente del Pdci Armando Cossutta per la diffamazione nei confronti di Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, ottenendo la ritrattazione finale e il pagamento di risarcimento simbolico di un euro, e la difesa di Giovanni Donigaglia, presidente della Coop Costruttori di Ferrara, dall’accusa di corruzione per l’appalto di lavori autostradali. Fu solidale con il sociologo Danilo Dolci per la fondazione, nel 1991, dell’Associazione per l’identificazione e lo sviluppo nonviolento della Calabria.
Vissuto a Roma, ha sempre mantenuto però un rapporto privilegiato con il suo luogo d’origine, nel quale tornava appena poteva. In ambito giudiziario viene ricordato per le sue autorevoli arringhe. Scomparve all’età di 81 anni, dopo una breve malattia, e la cerimonia funebre venne officiata nell’aula Occorsio del Tribunale di Roma in Piazzale Clodio. Riposa nel cimitero di Roggiano Gravina. (Letterio Licordari) © ICSAIC 2022 – 2 

Scritti scelti

  • Processo Valpreda: la competenza rubata, La Nuova Italia Editrice, Milano 1972;
  • Processo Valpreda: la congiura contro Valpreda, La Nuova Italia Editrice, Milano 1979;
  • Garanzie violate e disavventure di un cooperatore: in difesa di Donigaglia e della Coopcostruttori: Tribunale di Verona 15 aprile 1997, Legacoop Stampa, Ferrara 1997.

Nota bibliografica

  • Orazio Barrese, I complici: gli anni dell’Antimafia, Feltrinelli, Milano 1973, p. 134;
  • Danilo Dolci, Chissà se i pesci piangono. Documentazione di un’esperienza educativa, Einaudi, Torino 1973;
  • Giacinto Spagnoletti (a cura di), Conversazioni con Danilo Dolci, Mesogea, Milano 1977, p. 92;
  • Enzo Ciconte, All’assalto delle terre del latifondo. Comunisti e movimento contadino in Calabria 1943-1949, Franco Angeli, Milano 1981;
  • Giuseppe De Lutiis (a cura di), Caso Moro. Un approfondimento necessario. Intervista a Fausto Tarsitano, in «L’Astrolabio», 21 giugno 1981, pp. 15 s.;
  • Gianni Cipriani, Giudici contro. Le schedature dei servizi segreti, Editori Riuniti, Roma 1994;
  • Umberto Ursetta, Magistratura e conflitto sociale nella Calabria del dopoguerra, Pellegrini, Cosenza 1997;
  • Adele Cambria, Nove dimissioni e mezzo. Le guerre quotidiane di una giornalista ribelle, Donzelli, Roma 2010.
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