Barbieri, Francesco

Francesco Barbieri [Briatico (Vibo Valentia), 14 dicembre 1895 – Barcellona (Spagna) 5 (6) maggio 1937]

Figlio di Giovanni e Domenica Arena, di famiglia benestante, frequenta regolarmente le scuole elementari; all’età di dieci anni perde la madre e va a vivere con il nonno materno, mentre il padre si trasferisce a Zambrone. Il nonno lo incoraggia proseguire gli studi  e nel 1913 ottiene il diploma di agrimensore. L’anno dopo emigra in Argentina alla ricerca di lavoro. Il suo progetto è di recarsi in Patagonia presso una fattoria e lavorare come tecnico agrario. Difficoltà burocratiche e ritardi nella concessione delle autorizzazioni gli impediscono di realizzare il progetto ed è costretto ad esercitare lavori occasionali e precari.
Allo scoppio della Grande Guerra, si arruola come volontario e ritorna in Italia. Nel luglio del 1915 è assegnato al 19° Reggimento Fanteria di Cosenza e poi inviato al fronte con il 92° Reggimento; in seguito passa nei gruppi di assalto, combatte valorosamente e  viene ferito due volte; alla fine della guerra riceve tre onorificenze al valor militare.
Rientra in Calabria nei primi giorni del 1919 e si sistema a Zambrone, comune vicino Briatico, e qui sposa Rosanna Scrugli, una giovane del luogo. Professa idee socialiste e anarchiche, decisamente antifasciste; partecipa alla costituzione di una cooperativa agricola della quale diviene dirigente e contabile, ma a seguito di dissidi con alcuni soci, fomentati anche dai fascisti locali, decide di abbandonare e accetta il posto di magazziniere in una cooperativa di consumo denominata “Principessa Mafalda”.  Per poter lavorare i dirigenti della cooperativa gli impongono di iscriversi al partito fascista, che, però, gli rifiuta l’iscrizione. Allora, approfittando delle disposizioni a favore dei riservisti, ritorna, nell’aprile del 1922, in Argentina con l’intenzione di partire per la Patagonia. Anche questa volta il progetto è destinato ad andare in fumo, infatti in quella regione, da qualche mese, sono scoppiati violenti tumulti che rischiano di sfociare in una vera e propria rivolta.
Si avvicina ai circoli politici italiani ed entra in contatto  prima con i gruppi socialisti e poi con gli anarchici, in particolare con il gruppo L’Impulsoguidato da Nicola Recchi e Aldo Aguzzi. Grazie all’aiuto di alcuni connazionali, tra cui i corregionali del cosiddetto «Gruppo anarchico Cetrarese», riesce a trovare lavoro come manovale, poi come scaricatore al porto e infine in una tipografia come apprendista. Nel 1924 è tra gli organizzatori della contestazione contro la crociera della motonave «Italia» che, guidata dal gerarca fascista Giovanni Giuriati, attraccata nel porto di Buenos Aires svolge una sfacciata propaganda a favore del regime fascista. La polizia argentina esegue numerosi arresti tra i manifestanti e identifica parecchi italiani. Barbieri riesce a sfuggire alla cattura e, grazie al fatto, che non è iscritto nel registro degli immigrati, inizia una vita da clandestino.
Nello stesso anno conosce Severino Di Giovanni e, attraverso questi, i fratelli Alejandro e Paulino Scarfò, oriundi calabresi di Tropea, Silvio Astolfi, Umberto Lanciotti e il cileno Miguel Arcangel Roscigna, insieme ai quali forma un gruppo deciso a condurre con ogni mezzo la lotta contro il fascismo. Le prime azioni organizzate sono di natura dimostrativa, come la protesta inscenata al teatro Colon in occasione dei festeggiamenti per i 25 anni di regno di Vittorio Emanuele III, poi, durante la campagna a favore di Sacco e Vanzetti, si passa ad attentati dinamitardi contro obiettivi americani. Barbieri, mettendo a frutto le conoscenze acquisite durante la guerra, si incarica di confezionare le bombe per gli attentati.
Nel 1926, Di Giovanni e Barbieri, collaborano attivamente con Buenaventura Durruti e Francisco Ascaso, dirigenti anarchici spagnoli, insieme ai quali compiono una serie di rapine ai danni di banche e industrie anglo-argentine per finanziare l’attività del movimento. Il 3 maggio 1928 Di Giovanni porta una valigetta contenente una bomba nei locali del Consolato italiano e l’esplosione provoca 9 morti e 34 feriti. La repressione che si scatena contro gli anarchici italiani a seguito dell’attentato costringe Barbieri a rifugiarsi a Montevideo; da qui, grazie all’aiuto dei compagni italiani, ripara in Brasile, prima a Rio de Janeiro e poi a Belo Horizonte. Qui viene arrestato a seguito di una improvvisa irruzione della polizia brasiliana nelle pensione in cui alloggia; privo di documenti e di permesso di soggiorno viene immediatamente rimpatriato.
Non essendoci a suo carico nessun tipo di precedente né provvedimenti giudiziari, può rientrare a Zambrone. Nel marzo del 1931, dopo una condanna inflittagli dalla Pretura di Tropea, sentendosi perseguitato, decide di espatriare clandestinamente a Marsiglia e raggiunge poi Tolone, dove prende subito contatto con i fuoriusciti italiani. Nel febbraio del 1932 sconta una condanna a otto mesi inflittagli dal Tribunale di Tolone per uso di passaporto falso e false generalità; uscito dal carcere  si reca a Ginevra dove conosce Fosca Corsinovi, con la quale intreccia una relazione; conosce anche il prof. Andrè Oltremare, deputato socialista, e il prof. Silvio Trentin,  La polizia fascista, che lo segue molto da vicino, gli attribuisce la partecipazione a una serie di attentati in Costa Azzurra e a Lione. Si sposta continuamente tra Ginevra e il Sud della Francia, ma tutto questo continuo andirivieni è attentamente controllato dai fascisti, che lo segnalano alla polizia elvetica. Sempre nl 1932 conosce Camillo Berneri che lo reputa un compagno coraggioso, indispensabile nella lotta armata. 
In una Nota del giugno 1935, indirizzata ai Consolati italiani di Francia, Svizzera, Belgio, Spagna, Olanda e Germania, il Direttore della Polizia Politica Di Stefano, sospetta che Barbieri sia una sorta di «consulente militare» degli anarchici e che nei suoi continui spostamenti assista i suoi compagni nella preparazione di esplosivi. 
Le continue pressioni sulla polizia svizzera sortiscono l’effetto desiderato: nell’ottobre del 1935 viene espulso dal paese e si reca a Parigi da Berneri in cerca di appoggi. Per evitare di bruciare un militante come Barbieri, Berneri gli consiglia di rifugiarsi in Spagna dove può contare sull’aiuto del gruppo italiano dell’Ufficio di Corrispondenza Libertario e sulle sue amicizie del periodo argentino.
Si sistema a Palma di Majorca  con l’obiettivo di avviare un’attività di import/export di frutta e verdura. Durante uno dei suoi frequenti viaggi a Barcellona, su segnalazione degli agenti fascisti, nel febbraio del 1936, viene arrestato e incarcerato. Il Ministero degli Esteri italiano ne chiede subito l’estradizione o, in alternativa, l’espulsione verso il Portogallo da dove sarà più facile estradarlo in Italia. Dopo oltre due mesi di carcere duro, grazie a un’amnistia del Presidente Azana, Barbieri viene liberato e rientra clandestinamente in Svizzera. Alla fine di luglio parte per la Spagna insieme con un gruppo di anarchici svizzeri e a Barcellona ritrova Berneri e tutti i compagni italiani esuli in Francia. Entra a far parte della Colonna italiana alle dirette dipendenze di Berneri, che è il Commissario politico, il quale, completamente digiuno di tecniche militari, ne fa il suo «aiutante di campo».
Dopo la battaglia di Monte Pelato, si trasferisce a Barcellona con Berneri e mentre questi con il giornale «Guerra di classe» diventa la voce degli anarchici italiani, Barbieri costruisce la rete di sussistenza per i miliziani. Procura fondi, armi, medicinali, ambulanze e quanto altro possa servire; tiene i contatti con i i dirigenti spagnoli; fa il portaordini e l’ufficiale di collegamento.
Allorquando il Comitato Anarchico di Difesa, presieduto da Virgilio Gozzoli, decide di ripartire gli incarichi al suo interno, a Barbieri, formalmente, non viene affidato alcun incarico, diviene un “battitore libero” senza compiti specifici. 
Secondo una serie di rapporti di polizia egli sarebbe una sorta di capo di una polizia politica anarchica – «Investigation Anarquista» – il corrispondente della CEKA dei comunisti sovietici, mentre, in altri documenti, è indicato come il capo della polizia di Barcellona, senza, però, particolari specificazioni o altre precisazioni. 
Nelle giornate di maggio 1937 l’appartamento abitato da Berneri, Barbieri, Tosca Tantini e Fosca Corsinovi viene, più volte, visitato e perquisito da miliziani comunisti e della UGT. Nel pomeriggio del 5 maggio, verso l’imbrunire, un manipolo, formato da una quindicina di persone, tutti militanti del PSUC, fa irruzione, pistola in pugno, nell’appartamento e dopo un violento alterco, preleva i due anarchici e, sotto gli occhi atterriti, delle due donne, li conduce verso la centralissima piazza de Cataluna. 
L’indomani, 6 maggio 1937, il corpo di Berneri viene trovato in un vicolo di Piazza de Cataluna, mentre quello di Barbieri, pressoché irriconoscibile per le ferite al volto, viene trovato sulle Ramblas. (Antonio Orlando) © ICSAIC 2019

Nota bibliografica

  • Osvaldo Bayer Severino Di Giovanni, el idealista de la violencia, Planeta, Buenos Ayres 1998;
  • Antonio Orlando e Angelo Pagliaro, “Chico” il professore. Vita e morte di Francesco Barbieri, l’anarchico dei due mondi, Zero in condotta-La fiaccola, Milano-Ragusa 2013;
  • Antonio Orlando, La sciarada di Barcellona. Ad 80 anni dall’uccisione di Camillo Berneri e Francesco Barbieri, «Giornale di Storia contemporanea», a. XX, n.s. n. 2, 2017.

Riferimenti archivistici

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale,  DGPS, fasc. 20389,  b. 3218. 
RSS
Twitter
Visit Us
Follow Me
YouTube
Instagram