Bellantoni, Gina

Gina Bellantoni [Scilla (Reggio Calabria), 2 novembre 1927 – Roma, 24 agosto 2014]

Nacque da Rocco e Grazia Pizzarello ed ebbe due sorelle. Il padre, appena laureato in medicina a Napoli era emigrato negli Usa e al suo rientro a Scilla svolse l’attività di medico condotto. La madre, dotata di solida cultura letteraria, collaborò attivamente nella redazione della rivista «Scilla» (1923-1926) fondata dal marito che in quegli anni era consigliere di opposizione e non si compromise mai col fascismo, tanto che nel 1943 fu nominato commissario al Comune (morì un anno dopo e per lei fu un duro colpo). 
Fece gli studi di base a Scilla e fin da bambina diede prova della sua vocazione artistica realizzando, tra l’altro, un ritratto del nonno dormiente. Fu il padre, appassionato d’arte, a intuire le sue potenzialità, e per tale motivo la sostenne nei suoi studi presso l’Istituto d’Arte di Reggio Calabria, dove ebbe maestri come Alfonso Frangipane e, soprattutto, lo scultore Francesco Jerace che fu la sua prima guida. Scultrice, pittrice, grafica, la sua formazione sulle diverse tecniche per le quali aveva mostrato attitudine fu completata all’Accademia di Belle Arti di Napoli dove conseguì il diploma nell’anno 1945-46.
Iniziò subito a insegnare materie artistiche nelle scuole pubbliche in varie località della Calabria, spostandosi quotidianamente in treno. Durante questi viaggi incontrò il suo futuro marito, Antonino Restuccia (Nicotera, 4 gennaio 1914 – Roma, 8 marzo 1998) laureato in economia marittima nel 1938 a Napoli, il quale all’epoca insegnava tecnica amministrativa aziendale ma era stato già incaricato della direzione di Istituti tecnico-professionali in via di ricostituzione dopo la temperie dell’ultimo conflitto mondiale. Si sposarono nel 1950 ed ebbero due figli: Sirio nel 1951 ed Elio nel 1954. Successivamente Antonino fu preside di Istituto Professionale per il Commercio prima a Reggio Calabria e in seguito a Roma dove l’intera famiglia si trasferì nel 1973. Lei ha insegnato, imvece, in numerosissime scuole medie di primo grado tra le quali, le scuole Mazzini, Klearchos e Spanò Bolani di Reggio Calabria e, negli ultimi anni fino al 1978, le scuole Fanelli di Ostia Antica e Omero di Casalpalocco Roma.
Donna di grande raffinatezza, è stata capace di coniugare gli affetti familiari con l’attività didattica senza ostacolare quella artistica, condotta con mostre, rassegne e varie esposizioni di successo. 
Secondo i critici era una pittrice sensibile alle linee ondulate e leggere dello stile floreale di Jerace, per cui le sue creazioni plastiche hanno assorbito i caratteri del maestro. Anna Iozzino, scrivendo dopo la sua scomparsa, ne ha fatto un ritratto umano e artistico molto efficace: «Nel suo percorso ha realizzato opere di grafica, pittura e scultura che hanno una propria originalità, svincolate dalle assonanze e ricorrenze che sono presenti in molti degli artisti del dopoguerra, perché ha sempre lavorato attingendo direttamente alle radici della propria individualità. Proprio per la sua coerenza artistica ed umana oggi posso riaffermare che forza e spontaneità, realismo e stile sono i punti chiave delle sue opere, che scandiscono I momenti più significativi del suo racconto autobiografico».

Le opere del periodo giovanile sono legate ai suoi affetti (i ritratti del padre e della madre, di “Padre Saverio”, uno dei monaci professori al Collegio delle Immacolatine di Napoli, e ancora il ritratto del padre morente), e al suo percorso di vita (“L’amore”, “Maternità”, “l’Addio”, “Scilla”, “Roma” e altsre ancora). Un’attività, quella della pittura ad olio, che dovette sospendere negli anni Ottanta per una fastidiosa allergia agli occhi. Continuò tuttavia con altre tecniche e altri materiali a realizzare opere impegnative, come «Maria della Carità», altorilievo realizzato con oltre due quintali e mezzo di gesso, o ancora «La spirale della vita», terracotta ad alto rilievo «dove il movimento rotatorio delle figure suggerisce l’idea del tempo che passa, ritmato dalla nascita, dalla crescita, dalla bellezza della giovinezza, dalla piena maturità, dal disfacimento della vecchiaia».
Per la sua attività, è stata nominata senatrice dell’Accademia dei Micenei, e ha ottenuto molti riconoscimenti. Tra i tanti, dopo il trasferimento a Roma, ricevette il premio «Gattopardo d’oro» (1979, il primo premio «Le Cariti» per la scultura dall’Accademia Tiberina (1982), il «Cesare d’oro» (1982), il I Premio internazionale «Tiziano» (1983) e il «Trastevere» della critica e della ricerca. Tra gli altri premi
Molto intensa è stata la sua carriera espositiva. Vanno ricordate, tra tante, la mostra Isola verde(Casalpalocco, Roma, 1978), Galleria «le Terrazze» (Roma 1979), Galleria Bruzia (Reggio Calabria, 1980), Castello di Giulio II (Ostia Antica, 1981), Palazzo dei Congressi (Roma Eur, 1982).
Quasi presagendo la prossima fine, l’ultima sua mostra per suo espresso desiderio, è stata allestita nell’agosto 2013 nella sala consiliare del Municipio di Scilla, suo paese di nascita, cui rimase sempre fortemente legata. Ricoverata in ospedale, infatti, un anno dopo si è spenta all’età di 86 anni: un lutto che ha colpito la comunità di Casalpalocco dove era molto conosciuta e stimata (una sua opera, una «Madonna col Bambino» in bassorilievo, è stata esposta per molti anni nella chiesa parrocchiale da lei frequentata). 
Sulla sua opera hanno scritto diversi critici e personalità diverse che hanno avuto modo di apprezzarne le capacità. Tra questo l’attore Leopoldo Trieste, reggino, il quale scrive: «I suoi vecchi hanno dei segni arcaici, possono avere incontrato Ulisse sulle rocce spumose di Chianalea o sulla sabbia di Marina grande; le sue fanciulle sono dotate di tanta grazia e gravità che potrebbero essere discese da un frontone ateniese. Serietà, concezione profonda della vita, anche senso del dolore…».
Nei versi della poesia «A Gina» dedicatale da Alba Florio, grande poetessa anche lei di Scilla e sua amica, c’è forse la più suggestiva descrizione della sua attività in cui la memoria dell’arte greca si intrecciava spesso con spunti rinascimentali o realistici: «Forme e colori vivono nella primavera / delle tue mani, / che la materia trasformano, / docile nelle sue creazioni: / bellezza e dolore della vita, / eternità di sentimenti umani». (Leonilde Reda) © ICSAIC 2021 – 03 

Nota bibliografica

  • Clara De Franco, Il suo cuore è radicato qui, «La Strada» (Scilla), III, 6, 1982, p. 4;
  • Maestri d’arte nel Secolo, in «Annuario Comed», «Il Quadrato», n. 10, 1983;
  • Giorgio Falossi, Pittori e scultori italiani del 900, vol. 2, Il Quadrato, Roma,1988 p. 59, (1991, p. 124);
  • La scomparsa di Gina Bellantoni Restuccia, «La Gazzetta di Casalpalocco», a. 47, n. 405, settembre 2014.
  • Anna Iozzino, Gina Bellantoni Restuccia: una vita per la scultura, «La Gazzetta del Litorale», 20-26 settembre 2014;
  • Antonietta De Fazio, La Calabria e i suoi artisti. Dizionario dei pittori (1700-1930), Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp. 47-48.
  • Anna Iozzino, Gina Bellantoni Restuccia: l’arte come veicolo di riscatto dal dolore e come dimensione di vita, sn., Roma s.d. 

Nota

L’A. ringrazia Elio Restuccia, figlio della biografata, senza il cui aiuto questa scheda non sarebbe stata possibile.

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