Bendicenti, Donato

Donato Bendicenti [Rogliano (Cosenza) il 18 ottobre 1907 – Roma, 24 marzo 1944]

Registrato allo Stato Civile il giorno dopo la sua nascita con i nomi di Donato Federico Maria, testimoni il padre Giacinto e il nonno Donato.  Crebbe in un ambiente familiare molto unito, di agiato livello economico-sociale, sensibile alla cultura e alla politica. Il padre, nativo di Serra Pedace, era farmacista, ma anche un provetto letterato: ne sono testimonianza le pubblicazioni di alcune sue raccolte di poesie (spesso umoristiche e in vernacolo) così come di alcuni articoli sui giornali cosentini dei primi anni del Novecento, spesso con lo pseudonimo Bergerac.
Sin da giovane, con la premurosa guida del padre, peraltro impegnato nell’agone politico-amministrativo locale, “Natino” – come veniva chiamato in famiglia e tra gli amici – maturò ben presto idee di democrazia e di libertà che neppure l’università fascistizzata poté infirmare.
Laureatosi in Legge all’Università di Roma, scelse di rimanere nella Capitale (dove l’8 maggio sposò Elisa Tedeschi) per esercitarvi la professione di avvocato, ma non abbandonò Rogliano dove tornava spesso per trascorrervi il periodo estivo e dove sotto forma di amichevoli chiacchierate nella farmacia del padre incontrava clandestinamente gli antifascisti locali, mettendoli al corrente della situazione romana e di quella nazionale.
Sempre a Roma aderì al Partito comunista di cui divenne qualificato e stimato dirigente clandestino, al punto che non poche riunioni della Direzione nazionale del partito si tenevano nella sua abitazione di via dei Gracchi. Subito dopo l’8 settembre1943 Donato Bendicenti partecipò attivamente alla Resistenza romana facendo parte della “Banda del Trionfale”, comandata dal suo compaesano, il colonnello Stanislao Vetere, e nella quale combatterono alcuni altri roglianesi. Il 3 marzo 1944 fu arrestato dalla Banda Caruso nella sua abitazione dove fino ad alcuni minuti prima si era tenuta una riunione della Direzione nazionale del Partito comunista. Fu tradotto a Regina Coeli dove fu interrogato e torturato. Prelevato dal carcere, il 24 marzo 1944 fu trucidato dai tedeschi alle Fosse Ardeatine insieme ad altre 334 persone, come rappresaglia per l’attentato di via Rasella. 
Giorgio Amendola, dirigente nazionale del Partito comunista italiano, così ricordò l’antifascista roglianese e le fasi del suo arresto: «E poi il compagno Bendicenti, fucilato alle Fosse Ardeatine anche lui. La sua abitazione in via dei Gracchi, era stata scelta, nella nuova riorganizzazione del lavoro del centro, come sede di incontri per la direzione. Bendicenti aveva ricevuto l’ordine di spezzare i contati con i membri del comitato di agitazione antifascista organizzato tra gli avvocati di Roma, a palazzo di giustizia. Così ci trovammo, il giorno 3 marzo 1944 nella sua abitazione Scoccimarro, Pellegrini ed io. Dovevano venire anche Novella e Negarville, che non arrivarono per un disguido della convocazione. Trascorso un breve periodo, proposi di uscire (…). Un po’ bruscamente interruppi Scocci e lo persuasi ad uscire. Dieci minuti dopo tornò a casa Bendicenti. Egli si era incontrato al Palazzo di giustizia, malgrado le direttive di cautela che gli avevamo dato, con altri avvocati, e specialmente con un compagno del Pd’A, che era sotto stretta sorveglianza. Così, dopo poco, seguendo Bendicenti, arrivarono le SS e lo arrestarono».
Fu decorato con medaglia d’argento con la seguente motivazione: «Subito dopo l’armistizio, con fedeltà e con decisione si prodigava nella lotta di liberazione distinguendosi come protagonista attivo e ardimentoso. Caduto in mani nemiche e lungamente interrogato, nulla rilevava. Sacrificato alla rappresaglia tedesca, cadeva per gli ideali di libertà di Patria che aveva sempre nobilmente servito».
Il dolore, la costernazione e lo smarrimento per l’arresto e il massacro di Donato Bendicenti furono enormi, sia nella Capitale che nel Cosentino, specialmente a Rogliano.
I suoi compagni di partito – ricorda Antonio Guarasci – così lasciarono scritto: «Onorò la toga con la luce dell’ideale per il quale lottò e si spense. / Ebbe il culto sacro dell’amicizia. /Amò la famiglia. /Con affetto vigile e premuroso di padre e di sposo indimenticabile. / Cadde alle Fosse Ardeatine Vittima degli oppressori nazi-fascisti. / Eroe di quella fede. / per la quale oggi gli amici / Ne ravvisano orgogliosi / Il Ricordo».
Dopo la morte del figlio, Giacinto Bendicenti si rinchiuse sempre più in sé stesso e nell’ambito familiare. Poche furono le sue uscite pubbliche, come nel seguente caso in cui su un giornale cosentino:  ringraziò gli amici del Partito d’Azione di Cosenza per aver ricordato il suo figliuolo: «Gentile Direttore, il triste momento che il mio spirito attraversa non mi consentirebbe di scrivere; faccio sforzo di volontà e, col cuore straziato da un dolore cupo e profondo, non posso esimermi, come non possono la vedova, gli orfanelli, i congiunti, di ringraziare commossi il Comitato per la Commemorazione dei Martiri del ’44, per le dimostrazioni di simpatia usateci e per aver voluto associare il nome di mio figlio Donato, bestialmente trucidato il 24 marzo dai nazi-fascisti nelle grotte Ardeatine, a quelli dei Fratelli Bandiera, che per lo istesso ideale lasciarono la vita in questa nostra Cosenza. Ringraziamo altresì la numerosa folla che, senza distinzione di classe, con una spontaneità poche volte vista, dolente e piangente, ha sostato sotto la nostra povera casa e reclamato l’orfanello per meglio esprimere il suo cordoglio e più intensamente tributare al padre suo quella somma di affetti che tumultuava nei cuori e che solo la popolazione di questa nostra città sa mostrare nel momento in cui si toccano le sensibilissime corde della sua anima buona. Io avevo cresciuto il mio Donato al culto della Patria, della Libertà, dell’onestà; egli non mi aveva deluso; e i numerosissimi amici, la moltitudine di conoscenti, lo stimava e lo amava per la sincerità con cui professava questi suoi culti e non aveva nemici. Egli era un puro e le ombre dei Fratelli Bandiera, io credo, l’abbiano accolto ed abbracciato con caldo amore fraterno, in quel Vallone di Rovito, dove egli, fanciullo, spesso, con i compagni, andava a giuocare. Io suppongo gli abbiano detto: “Anche tu, come noi, hai avuto il tuo Pietro Boccheciampe, che ti poteva salvare e non lo fece; perché ebbe paura di perdere l’epa e quel carcame di carne infrollita che la brodaglia fascista gli aveva messo sulle ossa; ma, come noi, sarai, a suo tempo, vendicato, dal disprezzo e dall’esecrazione dei buoni”. Io credo, Natino mio bello, che i Fratelli Bandiera ti tengano a loro accanto come uno dei loro più cari e più buoni e questa mia illusione mi conforta un pochino e mi inorgoglisce. Sia così. Cosenza, 29 agosto 1944». (Leonardo Falbo) © ICSAIC

Nota bibliogtrafica

  • Giorgio Amendola, Lettere a Milano. Ricordi e documenti1939-1945, Editori Riuniti, Roma 1973. 
  • Leonardo Falbo, Fascismo e antifascismo in Calabria. Il caso di Rogliano, Icsaic- Edizioni Orizzonti Meridionali, Cosenza 1995.
  • Antonio Guarasci, Politica e società in Calabria dal Risorgimento alla Repubblica, vol. I, Il collegio di Rogliano, Edizioni Frama ‘s, Chiaravalle Centrale 1973.
  • Isolo Sangineto, I calabresi nella guerra di liberazione. 1° – I partigiani della provincia di Cosenza,  Icsaic- Pellegrini, Cosenza 1992.
  • Armando Troisio, Roma sotto il terrore nazi-fascista, Editore Francesco Mondini, Roma 1944.
  • «Emancipazione». Organo Provinciale del Partito d’Azione, a. II. n. 23, Cosenza 9 settembre 1944.

Nota archivistica

  • Archivio Comune di Rogliano, Registro Atti di nascita, a. 1907;
  • Archivio Istituto calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea.
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