Cinanni, Anna

Anna Cinanni [Gerace Superiore (RC) 12 febbraio 1919 – Torino 26 gennaio 2001]

Figlia di Antonio e Pasqualina Pezzano, piccoli agricoltori, è sorella del più noto Paolo, esponente del Partito comunista italiano nonché protagonista nel 1943-1953 delle lotte per la terra in Calabria e Piemonte, regione dove la famiglia si trasferisce tra la fine del 1928 e l’inizio del 1929 dopo la morte di Antonio, che, rientrato dall’America, aveva aperto nel paese natale un piccolo esercizio commerciale di prodotti alimentari. A Torino, la madre vedova con quattro figli minorenni può contare sull’aiuto di una sorella e della prima figlia colà già emigrate.
A 13 anni Anna entra in fabbrica nel biscottificio Wamar, rinunciando al posto dopo tre anni a causa del lavoro troppo pesante per la sua età. Frequenta le scuole serali «Michele Lessona» di Torino di dattilografia e computisteria. Il diploma le permette l’assunzione nel 1936 alla Venchi-Unica come comptometrista addetta al controllo dei bilanci. Vi rimane fino al settembre 1943. Il lavoro in fabbrica sviluppa ulteriormente la sua coscienza sindacale e politica, che il fratello Paolo, di tre anni maggiore di lei, aveva già cominciato a formare.
È lo stesso Paolo, dal 1935 collegato ai comunisti torinesi, ad avviarla all’attività politica nel Partito comunista prestando il proprio impegno nel «Soccorso rosso». Esperienza che le permette nel 1938 di conoscere Elvira Pajetta, antifascista e madre del futuro dirigente nazionale e deputato del Pci, Giancarlo. Questo è anche il periodo in cui si lega di amicizia con alcuni importanti oppositori piemontesi del regime fascista: Leo Lanfranco, Giovanni Guaita, Ludovico Geymonat e Cesare Pavese, per qualche tempo insegnante privato del fratello nella preparazione alla licenza liceale.
Sollecitata da Ludovico Gymonat ad aderire ufficialmente al Partito comunista, vi milita dal dicembre 1943, entrando di lì a poco nella Resistenza col nome di battaglia «Cecilia». Entra nella lotta armata avendo in mente il monito del fratello Paolo che le disse: «Ricordati che non sei una donna: sei una comunista, e stai combattendo nella Resistenza».
Come staffetta partigiana, operativa soprattutto nel Cuneese, è incaricata dei collegamenti tra gli antifascisti torinesi e cuneesi, poi di quelli di Asti, Alessandria, Vercelli, Novara, nonché dei rapporti di questi gruppi con il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia a Milano, impegno che permette l’amicizia con Eugenio Curiel e Gillo Pontecorvo. Organizza, inoltre, le formazioni garibaldine del Fronte della Gioventù.
È arrestata a Vercelli il 5 marzo 1945, dopo che la polizia aveva scoperto materiale clandestino nel doppio fondo della sua borsa, tra cui un suo documento d’identità con il nome di Ciccia Carmela. Chiusa insieme ad altri giovani nella caserma della 7ª Brigata Nera per dieci giorni,  senza mai tradirsi r ripetendo sempre la stessa versione dei fatti, subisce interrogatori e sevizie prima della traduzione nel carcere di Vercelli, da dove doveva essere condotta a Torino per essere giudicata dal Tribunale speciale e dove trova quattro compagne di Biella che le danno un amichevole sostegno, quando una guardia vorrebbe approfittarsi di lei. Il Cnl ne ottiene la liberazione in uno scambio con prigionieri tedeschi fissato per il 30 aprile. La Liberazione del capoluogo piemontese le consente di uscire dal carcere il 26 aprile. 
Con la fine della guerra, riprende la militanza nel Pci e il lavoro in fabbrica alla Viberti. Per le elezioni del 2 giugno 1946 organizza in Piemonte l’associazione «Ragazze d’Italia»; nel gennaio 1947 è eletta responsabile delle donne alla 4ª Sezione «Luigi Capriolo», operativa nel quartiere torinese di Borgo San Paolo; nel luglio 1949 il partito la induce alla frequenza del 5° Corso della scuola nazionale femminile, al termine del quale è nominata funzionaria organizzativa e politica dell’Udi (Unione donne italiane), compito per il quale lascia l’impiego alla Viberti. Poco tempo dopo è responsabile del settore donne alla Mirafiori e al 7° Congresso del Pci del 1951 è eletta nel Comitato federale, sezione problemi femminili. Nel 1953 è incaricata della direzione della Commissione femminile federale e successivamente è assegnata all’Udi come responsabile dell’organizzazione provinciale torinese. È rieletta nel Comitato federale all’8° congresso.
Si sposa nel 1950 affrontando una difficile gravidanza che la rende madre di una figlia l’anno seguente. Nel 1955 sostiene gli esami per l’abilitazione a consulente del lavoro. Per l’attività svolta nella Brigata Garibaldi «Curiel» è stata insignita della Croce al merito dell’Esercito italiano col riconoscimento del grado di soldato semplice.
Muore a Torino il 26 gennaio 2001. (Saverio Napolitano© ICSAIC 2020

Scritti autobiografici

  • Cronache di lotta antifascista, «Bollettino Icsaic», IX, 1-2, 1996, pp. 84-89;
  • Testimonianza personale, in Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, La Pietra, Milano 1976 (II edizione, Bollati Boringhieri, Torino 2016, pp. 98-125).

Nota bibliografica

  • Paola di Cori, Le donne armate come problema storiografico, in Gabriele Ranzato (a cura di), Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, Bollate Boringhieri, Torino 1994, p. 123;
  • Rocco Lentini e Nuccia Guerrisi, I partigiani calabresi nell’Appennino ligure-piemontese, Rubbettino, Soveria Mannelli 1996.

Nota archivistica

  • Archivio Istituto Piemontese “Antonio Gramsci, Carte di militanti e dirigenti del movimento operaio, fasc. e bb. 151 (1911-1988), Anna Cinanni, fasc. I, 1945;
  • Archivio Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea, Fondo Anna Cinanni.

Sitografia

  • Giuseppe Ferraro, Profilo biografico: Anna Cinanni, in Archos – Archivi della Resistenza e del ’900 [IT-BP1273], www.metarchivi.it/biografie/p_bio_vis.asp?id=1273.
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