Cinanni, Paolo

Paolo Cinanni [Gerace (Reggio Calabria), 25 gennaio 1916 –  Roma, 18 aprile 1988]

Nasce a Gerace quarto di cinque figli di Antonio e Pasqualina Pezzano. Dopo l’infanzia a Gerace e la morte del padre, nel 1929 emigra a Torino con la madre e le due sorelle Caterina e Concetta. Nel 1930, finito sotto le ruote di un tram mentre esegue una commissione per la calzoleria dove lavora, subisce l’amputazione di una gamba, che gli preclude l’ammissione all’Accademia Navale da lui molto desiderata. Un’azienda produttrice di apparecchi ortopedici gli dona, tramite il quotidiano torinese “La Stampa”, un arto artificiale. Nel 1932 contrae la tubercolosi, che lo costringe a venticinque mesi di sanatorio, dove finiscono poco dopo anche le sorelle, purtroppo entrambe morte di tisi. Nel 1936 matura le sue convinzioni antifasciste, che in quell’anno gli comportano il primo arresto, a cui seguono molti altri come oppositore del regime e militante comunista. È il periodo in cui si lega di amicizia a Cesare Pavese che, con Leone Ginzburg, Luigi Capriolo ed Elvira Pajetta, lo inizia alla vita politica e all’adesione al Partito comunista clandestino piemontese. Nella clandestinità ebbe le false generalità di Mario Siciliano e Antonio Ciccia.
Pavese, che ne apprezza le doti di umanità e intelligenza, lo aiuta nello studio dopo averlo inizialmente indirizzato a Leone Ginzburg, permettendogli di conseguire la maturità classica. La frequentazione con lo scrittore è talmente stretta che Pavese si ispira a lui nel disegnare la figura di Pablo, il protagonista de Il compagno.
Partecipa con compiti di responsabilità alla lotta partigiana in Piemonte, col nome in codice “Andrea”, unitamente alla sorella Anna, conosciuta come la staffetta “Cecilia”. Durante la Resistenza gli fu conferito il grado di ispettore delle Brigate Garibaldi e l’incarico di sostituire Eugenio Curiel nella direzione del Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e la libertà.   Questa esperienza è l’occasione per rinsaldare l’amicizia con Ludovico Geymonat, presentatogli anni prima da Pavese, e con il futuro regista Gillo Pontecorvo. 
Dopo la Liberazione, il Partito comunista gli assegna importanti incarichi in Piemonte e in Calabria, allo scopo di promuovere e organizzare le lotte per la terra nel cuneese e nell’area silana, dove si attende da lungo tempo una riforma agraria non più procrastinabile. Diventa membro della Segreteria nazionale della «Gioventù comunista» e dirigente nazionale del Pci, che lo destina dapprima in Piemonte (dove ritorna dal 1953 al 1956 mettendo in atto «passeggiate dimostrative» e «scioperi alla rovescia» grazie ai quali i contadini delle Langhe, dell’albese e dell’astigiano ottengono utili risultati sindacali guadagnando altresì la simpatia delle forze operaie), poi in Calabria dal 1946 al 1953, in qualità di segretario della Federazione comunista di Cosenza e dal 1962 al 1965 di quella di Catanzaro, nel cui Consiglio provinciale viene eletto. In Calabria esercita la sua attività politico-sindacale nella gestione delle lotte contadine nel latifondo silano, di Valle Crati e del crotonese. Episodi che, da pittore dilettante, fissa in alcune tele, frutto della sua disposizione artistica e della frequentazione di Renato Guttuso e Carlo Levi. Nel 1951 sposa Serafina Iaquinta di San Giovanni in Fiore, figlia di Domenico, responsabile di una cooperativa di braccianti e segretario della Federterra di San Giovanni in Fiore. Dal matrimonio nascono Caterina, Andrea e Giovanni.
La complessa vicenda delle lotte contadine in Calabria e i suoi antefatti storici vengono da lui ricostruiti in Lotte per la terra e comunisti in Calabria 1943/1953 (Feltrinelli, Milano 1977), riversandovi il contenuto di un opuscolo del 1949 seguito ai fatti di Melissa (Le occupazioni di terre in Calabria, De Rose, Cosenza) e in seguito in Lotte per la terra nel Mezzogiorno 1943-1953. “Terre pubbliche” e trasformazione agraria (Marsilio,Venezia 1979). Altrettanti contributi che ne danno la misura di storico e meridionalista, volto a dimostrare come le lotte per la terra di contadini e braccianti calabresi sia la rivendicazione di un diritto usurpato sulle «terre pubbliche», ossia sui cosiddetti «usi civici» o «terre demaniali».
Anche dopo l’emanazione dei «decreti Gullo» e l’avvio della riforma agraria egli continua a tenere alta l’attenzione sui nodi irrisolti della riforma con numerosi articoli su «Cronache meridionali», «Riforma agraria» e «Quaderni silani», impegnandosi, dal 1952 al 1962, anche sul terreno pratico con la carica di segretario dell’Associazione contadini del Mezzogiorno d’Italia, vicina al Pci e da questo soppressa negli anni del miracolo economico, dando per scontato che il boom avrebbe investito anche il Sud. 
Nel 1973, per la sua competenza sulla questione agraria meridionale, è chiamato alla Scuola di perfezionamento dell’Università di Urbino nell’ambito dell’insegnamento di Storia dei partiti e dei movimenti politici, quale cultore della materia, svolgendovi dei corsi fino al 1984. Inoltre è invitato a tenere seminari sulla questione meridionale nelle Università di Tubinga, Saarbrüken, Düsseldorf, Salerno. Nell’attività didattica insiste costantemente nella convinzione di un permanente rapporto partito/dirigenti/politica/masse contadine e bracciantili come nuclei di lotta imprescindibili alla radicale trasformazione dell’antiquato assetto agrario meridionale, il quale, oltre che un problema storico, era un problema sociale e politico con profonda, negativa incidenza sulla società meridionale. Principi impostati sul richiamo agli artt. 4, 35, 42 e 44 della Costituzione, la cui applicazione ritiene sia lo strumento risolutivo della vera emergenza del Sud soprattutto a partire dalla fine degli anni Cinquanta: l’emigrazione.
Argomento che egli affronta in due lucidi saggi: Emigrazione e imperialismo (Editori Riuniti, Roma 1968) e Emigrazione e unità operaia. Un problema rivoluzionario (Feltrinelli, Milano 1974), che attestano la sua convinzione dell’attualità del marxismo, tanto che negli anni Ottanta è invitato dall’Università di Berlino a redigere alcune voci per l’Enciclopedia critica del marxismo.
Emigrazione e imperialismo si impernia sull’assunto che l’imperialismo economico necessita di lavoratori immigrati come «esercito di riserva» da contrapporre alla classe operaia dei paesi di immigrazione, creando una divisione tra le due categorie, mantenute entrambe povere, sottomesse e sfruttate, perché le basse retribuzioni e l’assenza di tutela sindacale degli immigrati consentono al capitalismo di tenere sotto ricatto il mondo locale del lavoro. Nel saggio, analizza l’emigrazione italiana all’estero dal 1876 al 1965, rilevando i vantaggi per i paesi di immigrazione e gli svantaggi per gli immigrati. La risposta che suggerisce è la politica di solidarietà e di reciprocità dei diritti.
In Emigrazione e unità operaia, auspica un movimento operaio non sindacalmente cieco e corporativo, ma impegnato nell’estendere l’occupazione al maggior numero possibile di persone – facendosi in proposito fautore della riduzione della settimana lavorativa a 35 ore e del salario minimo – nonché nell’assicurare la giustizia sociale e l’uguaglianza, per una «società più giusta e umana». Obiettivo che non può prescindere dal mutamento «del modo di produzione capitalistico basato sul profitto e sull’accumulazione del capitale». Intendimento condiviso da Carlo Levi, che firma la prefazione al libro.
Con Levi si instaura una solida amicizia quando entrambi fondano nel 1967 la Filef (Federazione italiana lavoratori emigrati e famiglie, nata come risposta all’orientamento maggioritario nel Pci che giudicava l’emigrazione come esito incontrastabile del capitalismo), di cui Levi è designato presidente e Cinanni vice. Un quadro di Levi, I quattro di Cutrodel 1953, originato da un viaggio in Calabria nel 1951-’52 dello scrittore piemontese con Rocco Scotellaro, viene riprodotto sulla copertina del volume feltrinelliano del 1977, successivo di due anni alla scomparsa di Levi, di cui Cinanni tiene l’orazione funebre.
Dal 1982 alla morte dirige «L’antifascista», mensile dell’Anpia fondato da Umberto Terracini. Muore a Roma nel 1988 all’età di 72 anni. Per sua espressa volontà viene sepolto a San Giovanni in Fiore, paese di nascita della moglie e a cui lo legava il ricordo dell’attività sindacale e politica nelle lotte contadine degli anni Quaranta-Cinquanta. (Saverio Napolitano) © ICSAIC 2019

Nota bibliografica

  • Paolo Cinanni, Il passato presente (Una vita nel PCI), a cura di Giovanni Cinanni e Salvatore Oliverio, Marina di Belvedere (Cosenza) 1986.
  • Paolo Cinanni, Abitavamo vicino alla stazione. Storia, idee e lotte di un meridionalista contemporaneo, a cura di Giovanni Cinanni e Salvatore Oliverio, Soveria Mannelli 2005.
  • Saverio Napolitano, (a cura di), Campagne, cultura, emigrazione nel pensiero di Paolo Cinanni. Lettere e immagini 1944-1984, AGE, Ardore Marina 2010.
  • Rodolfo Ricci (a cura di), Che cos’è l’emigrazione. Scritti di Paolo Cinanni, Roma 2016 (volume pubblicato per volontà della Filef).

Nota archivistica

  • Archivio Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (Icsaic), Fondo Paolo Cinanni.
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