De Fiore, Angelo

Angelo de Fiore [Rota Greca (Cosenza), 17 luglio 1895 – Roma, 18 febbraio 1969]

«Giusto tra le nazioni», nacque dal ricco latifondista Gaspare de Fiore e da Giulia Brunelli, una famiglia di notabili. Trascorse i primi tre anni di vita in modo agiato in un antico palazzo nel centro del paese costruito su quell’impianto della “gjitonia”, tipica dei paesi italo-albanesi. Quell’abitato che sembra così protettivo, divenne il luogo della cruenta morte del padre, ucciso da mano ignota proprio sotto un cunicolo in prossimità dell’abitazione. La vita di Angelo a soli tre anni fu tragicamente sconvolta. Un omicidio che rimase avvolto nel mistero in quanto non fu mai trovato l’assassino anche se i fatti furono collocati all’interno di un possibile delitto d’onore. Forse proprio per allontanarlo dal dramma famigliare, fu presto inviato dalla madre a Roma presso il Convitto Nazionale. A Roma conseguì la maturità classica nell’anno scolastico 1911-12 presso il Liceo Ennio Quirino Visconti. La madre nel frattempo si era risposata con il capitano dei carabinieri di Cosenza che aveva condotto l’inchiesta sull’omicidio del marito. 
Arruolatosi come ufficiale dei granatieri nella prima guerra mondiale combatté contro l’esercito austriaco riportando una ferita sul campo che gli valse la croce di guerra. Fu congedato nel 1917. Dopo la marcia su Roma aderì al fascismo e l’11 dicembre del 1922 prese la tessera del Partito. Riprese gli studi universitari in Giurisprudenza. Ritornò a vivere a Rota Greca dove rimase fino al 1924. Nel 1927 sposò Giulia Sprovieri, originaria di Montalto Uffugo, dalla quale ebbe cinque figli. 
Nel marzo 1928 vinse il concorso di Funzionario di Pubblica Sicurezza. Fu assegnato come commissario aggiunto all’Ufficio stranieri della Questura di Roma dove gli furono affidati compiti di rilievo. Da una lettera d’encomio inviata dal capo della polizia di allora, Arturo Bocchini, al prefetto di Roma il 20 settembre 1938, inoltre, si deduce che fu il responsabile del servizio d’ordine durante la visita di Hitler in Italia. E ancora nel 1941 scortò il ministro degli Esteri Ciano in missione in Austria e Ungheria e l’anno dopo in Germania e a Lisbona. Fatti, questi ultimi, che potevano far pensare a una sua convinta adesione al fascismo, mentre le vicende che seguirono rivelano che, proprio per la sua reputazione riesce a nascondere la propria opposizione al regime e ad agire con fermezza contro la dura repressione fascista.
Una opposizione che diviene pubblica solo quando, all’indomani della liberazione di Roma, fu costretto a difendersi dalle accuse che gli vennero mosse da Pietro Koch, violento squadrista a capo di una banda che tra gennaio e maggio 1944 compì azioni cruente contro gli antifascisti e la resistenza romana. Koch lo tirò in ballo in maniera ambigua, prima con l’accusa di collaborazionismo con la polizia nazista a partire dall’8 settembre 1943, e poi con l’accusa opposta di negligenza nell’effettuazione di un servizio repressivo da parte della Polizia della Questura di Roma il 21 dicembre 1943. In effetti, alla guida di 21 agenti, de Fiore fu incaricato dalla Questura di collaborare con Koch nella perquisizione eseguita dai componenti la banda agli Istituti Russicum, Orientale e Lombardo cooperando all’arresto di patrioti, ufficiali e renitenti di leva. Solo che quella di de Fiore, di fatto, fu una «non collaborazione». Confermata da diversi episodi. In occasione dell’arresto di 17 israeliti con falsi passaporti ungheresi, per esempio, non solo ritardò il loro trasferimento al nord ma li liberò. E così fece in altre occasioni (liberò, ancora, un francese arrestato nell’aprile 1944), con un atteggiamento benevolo che gli valse diverse attestazioni di riconoscenza.
Le vicende del processo contro la banda Koch istruito presso la Corte di Assise straordinaria di Milano dall’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, purtuttavia, furono particolarmente gravose. De Fiore produsse documenti che attestavano la sua affidabilità e correttezza e che, nello stesso tempo, facevano emergere un’attività sotterranea per sviare la ricerca degli ebrei con l’obiettivo di proteggere la vita di coloro che sono considerati dal regime nazifascista nemici da combattere e annientare. A molti di loro trovò rifugio in conventi o in case di amici, o fece loro passare il confine.
Instancabilmente, il commissario de Fiore, che si era circondato di fidati collaboratori e strinse una rete di conoscenze tra i partigiani, ogni giorno dovette inventare stratagemmi e scappatoie che gli consentissero azioni di depistaggio, manomissioni di documenti e di prove in modo tale da celare la propria responsabilità.
Il 3 luglio 1944 rilasciò davanti alla Corte di Assise straordinaria una dichiarazione spontanea con la quale spiegò com’era arrivato a prendere le distanze dalle scelte disumane del fascismo e le modalità rischiose, di ostruzionismo e di omissioni e ritardi in cui operava per salvare le persone che avrebbero dovuto essere schedate come ebree: Camuffò il nome di molti ebrei stranieri, regolarizzò decine di ebrei italiani come profughi dell’Africa settentrionale, concesse permessi di soggiorno, preparò false carte annonarie e vistò documenti falsi preparati da Luigi Charrier dell’Ufficio anagrafe del comune di Roma.
Per riuscire a nascondere persone perseguitate dalle «leggi razziali», collaborò con la Delasem, l’organizzazione ebraica di assistenza, e la rete assitenziale di mons. Hugh O’ Flaherty, ed entrò in contatto con la resistenza romana affiliandosi alla formazione del Fronte militare clandestino comandato da Giuseppe Sprovieri. Proprio a lui, che si rivelò un appoggio di fondamentale importanza nella rete di clandestinità che egli sostenne con il suo operato dagli uffici della questura, de Fiore inviò nel luglio del 1944 un memoriale autografo dal quale si ricava che il suo distacco dal regime risale all’anno delle «leggi razziali».
D’altra parte, spiegò, pur aderendo fin dagli inizi al fascismo, non ebbe benemerenze per azioni politiche o per aver fatto parte di organizzazioni politiche fasciste. Il suo avanzamento di carriera non era contrassegnato da promozioni lampo.
Nel febbraio del 1946 la Corte di Milano lo prosciolse da ogni accusa in quanto estraneo ai fatti e concluse l’istruttoria con l’archiviazione. Un mese dopo la Commissione di 1° grado per l’epurazione del personale della pubblica amministrazione che nel frattempo aveva avviato un proprio procedimento contro il commissario, riconobbe il valore del suo operato e delle sue scelte morali, confermando il verdetto milanese. A suo favore anche il fatto che, dopo l’attentato di via Resella, il questore Pietro Caruso (fucilato dopo la Liberazione), gli sollecitò un elenco di nomi di  ebrei contro i quali effettuare la rappresaglia, rispose di «non avere alcun nome di ebreo da offrire» perché nel suo ufficio, per sua colpa, regnava il disordine.
Nel giugno del 1946 fu promosso commissario capo e in seguito vice questore. Responsabile dell’Ufficio stranieri della Questura romana fin dal 1944, nel 1953 fu promosso questore e trasferito a Forlì e successivamente, nel 1955, a Pisa. Rientrò a Roma l’anno dopo con la nomina di ispettore generale con incarichi speciali per essere poi trasferito a dirigere la Questura di La Spezia. Il pensionamento arrivò il 1° agosto 1960, qualche mese dopo aver fatto ritorno a Roma, al Ministero dell’Interno. Come riportato nello stato di servizio, a quella data, era «stimato da tutti».
Superata la fase critica del procedimento di epurazione, iniziò a ricevere numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali legati alla sua carriera. Tra essi la Legione d’Onore francese nel 1954. I più significativi, però, a testimonianza del coraggio e dell’intraprendenza mostrate nel portare a termine iniziative contro la persecuzione degli ebrei durante l’occupazione nazista di Roma, gli arrivarono dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane, che gli assegnò la Medaglia d’oro, e dalla Holocaust Martyrs and Heroes Remembrance Authority dello Yad Vashem che il 5 agosto 1969, poco dopo la sua morte, lo riconobbe «Giusto tra le nazioni». Nelle motivazioni che accompagnavano la consegna della Medaglia d’oro troviamo scritto: «Commissario di Pubblica Sicurezza addetto all’Ufficio stranieri della Questura di Roma, durante tutto il periodo delle leggi denominate “razziali” e dell’occupazione tedesca della capitale, col suo fermo atteggiamento riuscì a salvare centinaia di ebrei, interpretando le inique disposizioni con nobile e umana sensibilità, e collaborando con le organizzazioni ebraiche, noncurante delle conseguenze che tale atteggiamento addensava sulla sua posizione e sulla sua stessa vita».
Per questa sua attività il generale Alexander gli rilasciò il certificato di “Patriota”. Una lapide lo ricorda presso la Questura di Forlì. A Roma il Comune ha posto una targa in suo ricordo sulla facciata del palazzo di via Clitumno dove abitava. Il suo comune di nascita gli ha dedicato un monumento e la manifestazione annuale «Una Vita per la Vita». (Francesca Rennis) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Fausto Nardi, De Fiore, l’eroe calabrese, «il Quotidiano della Calabria», 3 settembre 2009;
  • Liliana Picciotto, Angelo De Fiore, in I Giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei. 1943-1945, Mondadori, Milano 2006, p. 116;
  • Franca Tagliacozzo, Gli ebrei romani raccontano la «propria» Shoah, Giuntina, Firenze 2010, p. 159;
  • Angelo de Fiore, I valori di un Ufficiale Italiano, «UNUCI», LXII, 1-2, 2011;
  • Andrea Riccardi L’inverno più lungo. 1943-44: Pio XII, gli ebrei e i nazisti a Roma, Laterza, Roma-Bari 2012, ad indicem;
  • Andrea Ventura, Agire da Giusto nella Roma Tedesca. La storia di Angelo de Fiore, commissario di polizia dal volto umano, Tesi al Master di II livello in «Didattica della Shoah», Università di Roma Tre, a. a. 2019-2020.

Nota archivistica

  • Archivio di Stato di Milano, Corte d’Assise straordinaria, Atti del processo contro la banda Koch, cartella 6, vol. 35, 1945.
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