De Simone, Marco

Marco De Simone [Rossano, 20 aprile 1914 – Firenze, 26 luglio 1994]

Nacque da Luciano e Antonietta Otranto. Secondogenito di quattro figli, Maria, Francesco e Giovanni, fu chiamato con i nomi di Salvatore Marco. Poiché il padre era emigrato in Argentina, trascorse l’infanzia in campagna, dai nonni materni, contadini, piccoli proprietari terrieri. Suoi compagni di gioco furono i figli dei contadini, degli operai e degli artigiani, ragazzi costretti a lavorare per arrotondare le entrate in casa. Così da giovanissimo prese subito coscienza della dura realtà del lavoro nei campi e delle misere condizioni di vita post belliche, che si accompagnavano alle prepotenze dei signorotti locali.
Nel 1921, al rientro del padre dall’Argentina, la famiglia si trasferì a Rossano dove frequentò il Ginnasio Liceo cittadino. In paese si rese subito conto della forte stratificazione sociale esistente con i nobili e i grandi proprietari terrieri da un lato e la povera gente dall’altro. Iniziarono perciò a prendere forma in lui le prime riflessioni sulle ingiustizie sociali, accompagnate dall’ansia di trovare delle risposte. Risposte che non potevano arrivare dalla Chiesa dove in cattedrale perfino i posti erano ordinati secondo il censo. Quindi furono le letture la sua prima palestra intellettuale dove ricercare, confrontarsi e crescere: Tolstoi, Pascoli, Max Nordau con le sue Menzogne convenzionali, Gerolamo Lazzari con La scissione socialista: con un’appendice di documenti, Lenin Il partito e la rivoluzione, il Manifesto del Partito Comunista, Arturo Labriola In memoria del Manifesto dei Comunisti. Importante anche il confronto col professore di storia e filosofia, Giuseppe Granata, di Agrigento, antifascista e comunista, già segretario della sezione giovanile comunista di Palermo, che insegnava a Rossano e dove comunque manteneva un comportamento di assoluta riservatezza.
Sempre di più crebbero in lui atteggiamenti di contestazione del fascismo sul piano democratico, sociale e morale. Il rifiuto di indossare la divisa fascista durante i saggi ginnici gli costò l’obbligo di dove riparare a settembre in ginnastica, pur praticando con successo molti sport.
Conseguita la maturità classica nel 1934, l’esigenza di approfondire le problematiche politico-sociali, lo portò a iscriversi all’Istituto Superiore di Scienze Sociali e Politiche «Cesare Alfieri» di Firenze.
Nel 1936, dopo il primo anno d’università, a Rossano iniziò a stabilire i primi contatti con alcuni lavoratori che, dopo la scissione avvenuta nel partito socialista, si diceva fossero diventati comunisti. Insieme a loro costituì una cellula comunista che però non aveva nessun contatto con l’organizzazione clandestina del partito.
Successivamente a Firenze, dov’era tornato per continuare gli studi, maturò la convinzione di andare in Spagna per prendere parte alla guerra civile spagnola. Nel mentre preparava la documentazione per espatriare, il 7 novembre del 1937 rientrò a Rossano dove trovò la sorpresa della perquisizione effettuata dai carabinieri nell’abitazione di famiglia durante la quale avevano sequestrato suoi libri e corrispondenza.   Il giorno successivo tornarono per arrestarlo.
Ciò in quanto il 4 novembre, ricorrenza della vittoria della prima guerra mondiale, era stata trovato a Rossano un drappo rosso sul monumento ai caduti, dove quella mattina si sarebbe dovuto celebrare proprio una cerimonia fascista per festeggiare la vittoria. Uno smacco troppo forte per le autorità del luogo che si incattivirono nel ricercare a ogni costo i responsabili e fecero perciò una retata di antifascisti e di confinati presenti nel paese. 
Fu sottoposto a un interrogatorio molto duro in quanto la polizia voleva dimostrare che, anche se non era riuscita a evitare quel gesto, era stata però capace di individuare immediatamente i responsabili. E tra questi venne incluso anche lui che quando avvenne l’episodio non si trovava a Rossano ma a Firenze.
Nel dicembre del 1937 venne condannato a tre anni di confino a Melfi (Potenza) in quanto «pericoloso per la sicurezza nazionale, per manifestazioni di carattere sovversivo, propaganda antifascista e attività antinazionale».
A Melfi attivò una serie di contatti con giovani del posto, con gli altri confinati e con la popolazione e per tali circostanze la sua presenza nella cittadina lucana venne considerata pericolosa e quindi fu trasferito a Pignola, un paesino di montagna fuori dal mondo, a 900 metri di altitudine, che contava solo 1.500 abitanti. Da Pignola comunque gli venne consentito di andare a Firenze per sostenere gli esami universitari, sempre scortato da un poliziotto, anche di notte mentre dormiva.
Finalmente nell’agosto del 1938 venne prosciolto dall’accusa per i fatti del monumento ai caduti e, dopo un breve soggiorno a Rossano, partì per Firenze per completare gli studi e laurearsi. 
Escluso dal corso allievi ufficiali in quanto antifascista, prestò servizio militare in Friuli come soldato semplice. 
Il 10 giugno 1940, all’entrata in guerra dell’Italia, si trovava a Rossano ma decise di tornare a Firenze per trovare un impiego. Un suo professore gli fece avere un lavoro presso l’Archivio Francesco Datini di Prato ed ebbe anche una supplenza presso il liceo privato Domangé Rossi di Firenze. Questo periodo fiorentino fu importante perché finalmente, nella seconda metà del 1942, riuscì a stabilire un contatto stabile con l’organizzazione clandestina del Partito Comunista.
Il 25 luglio 1943, alla caduta del fascismo, si trovava a Firenze e prese parte al movimento popolare che si mobilitò in concomitanza con tale evento. Dal partito ebbe l’incarico sia di organizzare gli intellettuali che di rappresentarlo, insieme ad altri compagni, nel Comitato toscano del fronte dei partiti antifascisti, prima espressione organizzativa di quello che poi sarebbe diventato il C.L.N.T. Ebbe così modo di frequentare alcuni dei nomi più in vista dell’universo antifascista presenti allora a Firenze: Lelio Basso, Sandro Pertini, Piero Calamandrei, Carlo Levi, Tristano Codignola, Enzo Enriques Agnoletti, e di stringere un proficuo rapporto di reciproca stima con Giorgio La Pira.
Dopo l’8 settembre comunque ci fu un ritorno alla clandestinità per organizzare la lotta al nazifascismo. Fu in quel periodo che assunse quale nome di battaglia il suo secondo nome: Marco, nome che poi l’accompagnerà per tutta la vita.
Sfuggito alla cattura da parte della feroce banda Carità, fu inviato dal partito in Romagna col compito di dirigere due zone, quella di Bagnacavallo e di Lugo che comprendevano sette comuni. Sovrintendeva alla lotta partigiana sia sul terreno politico sia militare e operava insieme a Benigno Zaccagnini, medico delle formazioni partigiane e futuro segretario della DC.
Successivamente, sostituito da Giuseppe D’Alema, fece ritorno a Firenze dove festeggiò il 25 aprile e il 9 maggio1945, data della resa incondizionata della Germania nazista. 
Per l’attività partigiana il 24 maggio 1960 l’Esercito Italiano gli concesse la Croce al Merito di Guerra.
Tornato in Calabria iniziò a lavorare per il Partito che in quel periodo si stava riorganizzando. Primaa Catanzaro poi a Cosenza diresse i settori stampa e propaganda. Grazie al segretario della Camera del Lavoro di Cosenza, Gennaro Sarcone, dopo una breve esperienza al Ceim, trova un impiego alla Cgil. Dopo l’elezione della Costituente si trasferì a Roma come segretario particolare di Giuseppe Montalbano, sottosegretario alla Marina Mercantile nel II Governo De Gasperi.  Successivamente passò alla Direzione del Partito nella Sezione Enti Locali. Un giorno, a Roma, incontrò una sua concittadina Rita Orlando, lì per motivi di studio, che iniziò a frequentare e il 23 luglio 1951 sposò. Dal matrimonio nacquero i figli, Antonella e Sergio. Nel marzo del 1948, tornò in Calabria per lavorare nella segreteria regionale e nel 1952 iniziò a insegnare lingua francese presso la scuola media di Rossano.
Tanti gli incarichi istituzionali che ricoprì. Dal 1952 al 1983 Consigliere comunale di Rossano. Dal 1956 al 1970 Consigliere provinciale. Dal l96l al 1963 senatore della Repubblica, membro delle Commissioni Difesa e Pubblica Istruzione, dove prese parte attiva alla creazione della legge istitutiva dell’Università della Calabria sostenendo l’esigenza, di fronte a una situazione regionale di disgregazione e di degrado, di creare un polo universitario regionale quale centro di aggregazione di eccellenza intorno al quale far ruotare la cultura calabrese. Un tema, quello dell’università calabrese, che aveva iniziato ad affrontare già a Cosenza nel Consiglio Provinciale.
Dal settembre 1975 a giugno 1976 fu sindaco della sua città. Un lasso di tempo molto breve ma caratterizzato da alcuni fatti importanti e interventi significativi quali la difesa dei lavoratori licenziati dopo la costruzione della Centrale Enel, l’istituzione dei Consigli di Quartiere, il raccordo San Marco-Penta, la pianificazione di abitazioni in regime di edilizia convenzionata. Dopo dieci mesi lasciò l’incarico perché eletto in Consiglio Regionale della Calabria (dal 1976 al 1980) dove per due anni e mezzo svolse l’incarico di segretario dell’ufficio di presidenza.
Durante la sua vita fu il leader indiscusso, il politico più autorevole, ascoltato e affidabile, del Pci e del Pds di Rossano e del territorio. E anche fuori dal Partito fu un uomo stimato e apprezzato da tutti per la sua storia, la coerenza, la dirittura morale, l’umanità e la disponibilità di cui dava costante testimonianza nel suo agire quotidiano. (Martino Antonio Rizzo) © ICSAIC 2021 – 6 

Scritti principali

  • Salvatore Marco De Simone, Quale università per la Calabria? Discorso pronunciato al Senato il 10 novembre 1961, Ed. Eredi Dott. G. Bardi, Roma 1961.

Nota bibliografica

  • Senato della Repubblica, Resoconto della 489a seduta pubblica del 10.11.1961;
  • Isolo Sangineto, Intervista al Sen. Salvatore Marco De Simone. Bollettino ICSAIC, fasc. 10, 1991, pp. 41-61;
  • Fausto Cozzetto, Ottanta anni di vita amministrativa (1916-1996), in Fulvio Mazza, Rossano. Storia cultura, economia. Rubbettino, Soveria Mannelli 1996, pp. 226, 227;
  • Mario Massoni (coord.), Marco fra storia e ricordi, Grafosud, Rossano Calabro 2002.
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