Gerace, Vincenzo

Vincenzo Gerace [Cittanova (Reggio Calabria), 29 giugno 1876 – Roma, 18 maggio 1930]

Primogenito di otto figli, nacque da Giovambattista e Maria Angiola Giovinazzo. Trascorse l’infanzia a Cittanova, dove il padre esercitava le funzioni di pretore e nel 1886, in seguito al trasferimento del padre, la famiglia si spostò a Nicosia, in Sicilia e quivi iniziò gli studi ginnasiali. Qualche anno dopo il padre venne trasferito al tribunale di Catania; nella città etnea frequentò il liceo classico e si iscrisse poi alla facoltà di lettere. Dopo due anni, in crisi intellettuale, interruppe gli studi e si ritirò a Sciacca, dove rimase dal 1898 al 1900, dedicandosi a letture disordinate e alle prime prove poetiche. Nel 1901, trasferitosi a Palermo, riprese gli studi universitari ed ebbe come maestro Giovanni Alfredo Cesareo. Ben presto abbandonò nuovamente gli studi, senza, però, rinunciare a partecipare attivamente alla vita culturale della città. Avviò, infatti, una collaborazione con il quotidiano «L’Ora», e nel 1901 pubblicò un poemetto, Il fonte della vita, e stabilì solidi contatti con intellettuali di rilievo quali Mario Rapisardi e Giovanni Gentile. Grazie a questi ebbe modo di conoscere e frequentare Benedetto Croce. Intorno al 1905 si avvicinò al movimento anarchico avviando una collaborazione con la rivista «Il Pensiero», diretta da Pietro Gori e Luigi Fabbri, ma spaventato dalle posizioni fortemente radicali assunte dagli anarchici, si allontanò schierandosi su una linea più moderata e tradizionalista.
Alla fine del 1909, spinto dall’esigenza di trovare un lavoro stabile, si trasferì a Roma. Qui portò a termine un romanzo a sfondo autobiografico, iniziato nel 1907, La grazia (poi pubblicato a Napoli nel 1911), che gli valse, ex aequo con Luigi Siciliani, il premio Rovetta per il biennio 1911-12.
Malgrado gli apprezzamenti e i riconoscimenti, dal punto di vista economico, la  sua situazione  non migliorò di molto, tanto che finì per cedere alle paterne insistenze di Croce e accettò l’impiego  presso la Biblioteca della Società napoletana di storia patria. Trasferitosi a Napoli, l’assidua frequentazione con Croce e l’intensificarsi degli studi filosofici, determinarono una sua iniziale e decisa adesione all’idealismo seguita da un altrettanto radicale distacco sancito dal saggio Storia ideale dell’Io, scritto nel 1913 ma pubblicato più tardi, con altre prose critiche e filosofiche, nella raccolta La tradizione e la moderna barbarie.
Nella primavera del 1913 conobbe Sibilla Aleramo, reduce dall’aver appena interrotto bruscamente una convivenza con Giovanni Cena che durava da oltre sette anni.  Con lei, nonostante la contrarietà di tutti i suoi amici, intrecciò subito una appassionata e tormentata relazione che si concluse in maniera tempestosa lasciando il giovane poeta turbato e prostrato.  
Nel 1915 morì il padre, e rientrò a Roma per assistere la madre. Non vi rimase a lungo, in quanto l’anno dopo fu richiamato alle armi e, dopo aver seguito il corso accelerato per allievi ufficiali a Torino, come Sottotenente d’Artiglieria, fu destinato in servizio territoriale a Venezia. Interventista convinto, ottenne di essere inviato alla milizia attiva nel 4° e 5° reggimento di artiglieria a Fortezza, in Alto Adige. Quindi, per l’aggravarsi di una malattia intestinale che lo ha tormentato fin dall’adolescenza, fu trasferito presso il forte di Mestre.
L’armistizio lo sorprese, ancora convalescente, a Murano, e congedato tornò a Roma. Nel  gennaio del 1919 Croce e Gentile, conoscendo le sue precarie condizioni economiche, lo segnalarono a Giustino Fortunato perché intercedesse con i senatori Fabrizio Colonna Avella e Carlo Leone Reynaudi per un posto alla Biblioteca del Senato. La cosa non andò a buon fine per una serie di equivoci e malintesi. Qualche settimana dopo ottenne l’incarico di docente di italiano a Bari presso Istituto Tecnico, finché nel 1921, proprio la legge Croce, che impediva l’esercizio dell’insegnamento a chi non possedesse un titolo accademico, lo costrinse a rientrare a Roma.
In questo periodo, grazie anche al sostegno di Adriano Tilgher e Antonino Anile, riprese intensamente l’attività letteraria, pubblicando, novelle e poesie su «Il Tempo», «La Rivista di Milano» e la «Nuova Antologia» e collaborando, come critico letterario, a diversi quotidiani («Il Popolo», «Il Giornale d’Italia», «La Stampa», «La Sera»). Di questi anni sono anche alcune accese polemiche letterarie: con Croce, a proposito del saggio su Leopardi, cui contrappose vari interventi su «Cronache letterarie» (confluiti poi con il titolo Contro Croce a proposito del suo saggio sul Leopardi, in La tradizione e la moderna barbarie); con lo stesso Tilgher, intorno all’originalità dell’arte; con Ettore Cozzani su Giovanni Pascoli.
Nell’agosto del 1923 sposò Giulia Becciani, dalla quale ebbe due figli, Giovan Battista e Leonetta.
Nel 1926 arrivò anche un importante riconoscimento per la sua attività poetica, grazie al premio di poesia dell’Accademia Mondadori, cui aveva partecipato su sollecitazione di Borgese. Anche se  molti contrasti e incomprensioni ritardarono la pubblicazione della raccolta che aveva ottenuto il premio – La fontana nella foresta  – l’opera apparve finalmente nel 1928, a due anni di distanza.
Nonostante il successo ottenuto al concorso, l’attenzione nei confronti della sua opera, giudicata troppo tradizionale e démodée, comincia scemare ben presto. L’amarezza che ne seguì contribuì probabilmente all’aggravarsi di quell’ulcera duodenale di cui soffriva da tempo. Sottoposto a intervento chirurgico, morì a Roma all’età di 54 anni. 
Solenni onoranze gli vennero tributate in Calabria e a Cittanova da un Comitato voluto dall’on. Antonino Anile e presieduto dall’avv. Giuseppe Casalinuovo, che comprendeva politici, giornalisti, scrittori, poeti, intellettuali e professionisti, che conclusero le manifestazioni in suo onore, apponendo sulla casa natale, nel luglio del 1932, una lapide il cui testo fu personalmente scritto da Anile.
A lui, a Cittanova, sono dedicati una via del centro storico e il locale Liceo Classico, oggi Istituto comprensivo, nel cui atrio troneggia il busto scolpito dallo scultore Fortunato Longo. Presso la Biblioteca Universitaria di Pisa è stato istituito, in virtù della donazione dei materiali d’archivio fatta dalla nuora, prof.ssa Maria Bruna Baldacci, «il Fondo Gerace» che contiene, oltre alle opere pubblicate, i manoscritti, i dattiloscritti, i quaderni, i taccuini e la corrispondenza del poeta e scrittore calabrese. Nella sezione Manoscritti della Biblioteca nazionale di Roma sono, invece, conservati gli epistolari con Francesco De Cristo (A.156.31), Alfred Mortier (29 agosto 1927 – 4 aprile 1930: A.154.5-20), Arturo Onofri (lettera del Gerace del 6 maggio 1911: ARC.2 A.22.49), Adriano Tilgher (1914-22: ARC.9 A.978-982), Emile Vitta (lettera del Gerace del 12 maggio 1930: A.154.21). (Antonio Orlando) © ICSAIC 2020

Opere

  • La fonte della vita, Sandron, Palermo 1901;
  • La grazia, s.n., Napoli 1911;
  • Storia ideale dell’Io, s.n., , s.l.1913;
  • Versi, Nuova Antologia, Roma 1921;
  • Versi, Bestetti e Tumminelli, Roma 1926;
  • La tradizione e la moderna barbarie. Prose critiche e filosofiche, Campitelli, Foligno, 1927;
  • La fontana nella foresta, s.n., Milano, 1928
  • Scherzi ed epigrammi, Bestetti e Tumminelli, Roma 1928.
  • Variazioni musicali (a cura di Giuseppe Gerace), s.n., Milano, 1934.

Presenze in antologie

  • Le più belle pagine dei poeti d’oggi, a cura di Olindo Giacobbe, 2ª edizione, vol. 3, Carabba, Lanciano 1928;
  • L’Adunata della poesia, a cura di Arnolfo Santelli, 2ª edizione, Editoriale Italiana Contemporanea, Arezzo 1929;
  • Antologia della lirica contemporanea dal Carducci al 1940, a cura di Enrico M. Fusco, SEI, Torino 1947;
  • Antologia della lirica italiana. Ottocento e Novecento, n. e., a cura di Carlo Culcasi, Garzanti, Milano 1947;
  • La lirica moderna, a cura di Francesco Pedrina, Trevisini, Milano 1951;
    Antologia della Poesia Italiana Cattolica del Novecento, a cura di Mario Nanteli, UPSCI, Roma 1959.

Nota bibliografica

  • Carlo Baccari, Vincenzo Gerace, «Le Fonti», VIII,  10-12, 1926; 
  • Mario Puccini, Gerace, «L’Ambrosiano», 8 dicembre 1927; 
  • Giovanni Titta Rosa, Il poeta dell’Accademia Mondadori, «La Fiera letteraria», III, 1927; 
  • Clelia De Francesco, La fontana nella foresta di Vincenzo Gerace, D’Amico, Messina 1928; 
  • L. Fiumi, Punti sugli i, «Giornale di Genova», 7 novembre 1928;
  • Pietro Gorgolini, Italica. Prose e poesie della terza Italia (1870-1928), vol. II, Sacen, Torino 1928;
  • Eugenio Montale, Poeti del Novecento, «La Fiera letteraria», IV, 1928;
  • Natalino Sapegno, Neoclassicismo romantico, «Il Baretti», V, 2, 1928; 
  • Benedetto Migliore, Bilanci e sbilanci del dopoguerra letterario, Optima, Roma 1929;
  • Guseppe Antonio Borgese, Gerace, «Corriere della sera», 24 giugno 1930;
  • Alfred Mortier, Études italiennes, Albert Messein, Paris 1930;
  • Nicola Giunta, Vincenzo Gerace. Commemorazione nel primo anniversario della morte del poeta, Napoli 1931;
  • Antonio Piromalli, La letteratura calabrese, Cosenza 1965,
  • Vito G. Galati, La poesia di Vincenzo Gerace e la polemica sulla tradizione, Cosenza 1967;
  • Antonio Piromalli, “Calabresità” e cultura popolare, «Problemi», 64, 1982;
  • Valentina Tinacci, Alcune note sul carteggio Croce-Aleramo con una divagazione su Vincenzo Gerace, «Critica letteraria», XX, 76, 1992;
  • Luigi Aliquò Lenzi e Filippo Aliquò Taverriti, Gli scrittori calabresi, II,  Ed. Corriere di Reggio, Reggio Calabria 1955;
  • Giuseppe Casalinuovo, Orazione in memoria di Vincenzo Gerace, in Arturo Zito de Leonardis, Cittanova di Curtuladi, Mit, Cosenza, 1986;
  • Carlo D’Alessio, GeraceVincenzo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 53, Enciclopedia Treccani, Roma 2000.
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