Gullo, Luigi

Luigi Gullo (Cosenza, 9 marzo 1917 – 28 settembre 1998)

Primo di sei figli (Paolo, Pietro, Eugenio e due sorelline di nome Clotilde scomparse prematuramente nel 1929 e nel 1933), nacque da Dora Abbruzzini e da Fausto, che fu penalista di fama, deputato e dirigente del Partito comunista italiano, ministro dell’Agricoltura e poi della Giustizia nei primi governi unitari del dopoguerra. Trascorse la sua gioventù negli anni del fascismo senza cedere mai alle posizioni del regime. Fin da quando era bambino, infatti, il padre gli inculcò i valori della libertà e del comunismo: l’antifascismo, avrebbe risposto anni dopo a un collega senatore, «quando si è figli di Fausto Gullo lo si è succhiato col latte materno» (Cavalcanti).
Studiò a Cosenza e si diplomò al liceo classico Bernardino Telesio. Si iscrisse, quindi, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano e nel 1939 si laureò con una tesi sulle attenuanti previste dall’articolo 62 del codice penale, argomento che nel 1941, sarebbe diventato la sua prima pubblicazione scientifica. Si iscrisse, in seguito, alla facoltà di filosofia dell’Università di Napoli, e conseguì la laurea in un paio d’anni. Scrisse allora commedie e studiò la letteratura russa e francese.
Una volta tornato a Cosenza dopo lo sbarco alleato in Calabria, l’avvocatura divenne la sua trincea: lavorando nello studio del padre, decise di non occuparsi di cause civili e di intraprendere quindi l’attività di penalista. Sua guida furono il prof. Carnelutti e giureconsulti come il magistrato calabrese Antonio Amantea, e gli avvocati Bentini e Gonzales. 
Nell’estate del 1943, sei giorni dopo «la fine della tirannia», come ebbe a ricordare in una intervista, sposò Franca Misasi, figlia del noto pediatra Mario, dalla quale ebbe due figli Faustino e Doclì.
Caduto il regime, con il proliferare di giornali finalmente liberi, collaborò a diverse testate. Ancora molto giovane, dopo avere difeso alcuni imputati davanti al Tribunale militare alleato di Cosenza presieduto dal capitano Little (nel libro di memorie Conversazioni a Macchia ricorda un processo «all’americana» svoltosi il primo gennaio 1944, contro alcuni commercianti di contrabbando che furono condannati a dieci giorni di carcere), e nel corso della sua prestigiosa carriera durata oltre mezzo secolo, partecipò a importantissimi processi che hanno segnato la storia d’Italia. A incominciare da quello per la strage di Villalba che si tenne a Cosenza, in cui, come parte civile, assieme al padre e a Pietro Mancini, difese il comunista Girolamo Li Causi, che si era schierato in difesa dei braccianti e dei contadini della Sicilia, contro il capomafia Calogero Vizzini. Nel corso della sua prestigiosa carriera, partecipò a oltre tremila processi, alcuni dei quali, senza dubbio, definibili storici; tra questi si possono ricordare quello per la strage di piazza Fontana, in cui assunse la difesa del generale del Sid (il servizio segreto della Difesa), Gianadelio Maletti e del capitano Antonio Labruna, e quello per il rapimento del giovane Paul Ghetty jr davanti al Tribunale di Lagonegro. Fu anche difensore di grandi mafiosi come Girolamo Piromalli.
Sulla scia del padre, si impegnò anche in politica. Iscritto al Pci fu consigliere comunale di Cosenza dal 1946 al 1960, eletto dapprima nella lista «Sveglia» , e consigliere provinciale poi (dal 1956 al 1960). Il 28 aprile 1963 fu eletto senatore comunista nel Collegio di Cosenza, ottenendo un successo personale e facendo, così, conseguire al Pci il quarto collegio in Calabria. Componente della commissione giustizia, rimase a palazzo Madama una sola legislatura facendo parte della Commissione permanente Giustizia e autorizzazioni a procedere. Il Pci, che si stava assestando su posizioni più moderate di quelle del giovane senatore e di suo padre, decise di non ricandidarlo.
“Libero pensatore”, così, nel 1975 si dimise dal Pci, e in seguito si avvicinò al Psi e successivamente al Partito Radicale. Fu candidato anche con una lista libertaria locale, costituita da elementi provenienti dal Pci e dalla sinistra marxista, ma senza alcuna fortuna elettorale. Nel 1976 fu candidato al Csm. Ma Bettino Craxi neosegretario del Psi, d’accordo con il vice Claudio Signorile, lo bocciò in quanto amico di Giacomo Mancini, facendo mancare il quorum sul suo nome, e poi fece nominare Vincenzo Balzamo, presidente del gruppo parlamentare che, per ottenere quell’incarico, abbandonò la corrente manciniana.
Ma tutte queste attività (nel 1956 divenne libero docente di diritto penale nell’Università «La Sapienza» di Roma e 15 anni dopo, ministro della Pubblica istruzione Riccardo Misasi, fu nominato membro della Commissione universitaria per la libera docenza) non lo indussero certo a trascurare la libera professione e la ricerca scientifica. Intellettuale colto e raffinato, amante dei libri e della lettura – la sua biblioteca contava oltre 14.000 volumi – per la sua grande cultura e specchiata personalità, già nel 1963 divenne socio ordinario dell’Accademia cosentina della quale nel 1977 fu eletto presidente, succedendo al suocero prof. Mario Misasi. La sua gestione è considerata una delle più dinamiche della storia dell’Accademia. Più volte riconfermato alla presidenza, mantenne tale carica fino alla morte, sopraggiunta nel settembre 1998. A un anno dalla sua scomparsa si svolse un convegno in suo onore che registrò gli interventi di giuristi come Giovanni Conso e Giuliano Vassalli
Ha avuto anche una intensa attività pubblicistica, iniziata subito dopo la caduta del regime fascista e la reintrodotta libertà di stampa. Cominciò, allora, a collaborare con moltissimi giornali e riviste, sia di diritto sia di letteratura e filosofia. Nel 1955 avviò le pubblicazioni di «Chiarezza», mensile di politica e cultura che, avvalendosi di prestigiosissime firme, tra cui Francesco Valentini, Domenico Rea, Concetto Marchesi, Jean Paul Sartre, Arturo Labriola, Tommaso Fiore, Arturo Arcomano e Renato Guttuso, divenne una autorevole voce fuori dal coro combattendo importanti battaglie. Teneva moltissimo a questo periodico, per il quale spese tutte le sue forze: dopo un’interruzione di un quinquennio tra il 1958 e il 1963,e un’interruzione nel 1973, riprese le pubblicazioni e l’ultimo numero della terza serie uscì nel luglio del 1998, pochi mesi prima della sua morte. Negli anni Settanta è stato anche uno dei commentatori più acuti del quotidiano «Il Giornale di Calabria» diretto da Piero Ardenti.
Fondata l’Università della Calabria, agli inizi degli anni Settanta, venne rifiutato come docente di diritto penale. Dopo una rovente polemica, con il professore Paolo Sylos Labini che chiamò in causa assieme al prof. Beniamino Andreatta perché facevano parte del Comitato ordinatore del neonato Ateneo, seguì un ricorso prima vinto e poi rigettato.
Negli ultimi anni della sua vita videro la luce il romanzo autobiografico Conversazione a Macchia, un altro romanzo, La famiglia Grande, e tre libricini su importanti questioni penalistiche. Il primo, dal titolo Delitto pena e storicismo, tratta, in un’ottica ispirata all’opera di Beccaria, il problema della carcerazione, cui Gullo era fermamente contrario. Il secondo volumetto, dal titolo Il pentitismo, è una lucida teoria contro il vergognoso uso che, in questi anni, si sta facendo dei collaboratori di giustizia. Vi è, infine, il terzo scritto, La prova penale, attraverso il quale Gullo si scaglia contro i processi indiziari, mediante i quali, senza una solida base di riscontri, troppo spesso innocenti vengono privanti della libertà. Sono anche da ricordare numerosi scritti di argomento giuridico, tra cui quello sull’articolo 62 del codice penale, uno sulla Corte costituzionale, uno sul delitto di calunnia, uno sulla libertà di stampa e il pamphlet Questioni penalistiche, ultimato poco prima di morire. Infine, ha curato una raccolta di sue arringhe (Arringhe, appunto, edito sempre da Periferia). L’uomo del mese, dal nome del corsivo che per 50 anni tenne sulla rivista «Chiarezza», invece, è la raccolta, uscita postuma, di alcuni di questi scritti, scelti da lui stesso nei mesi precedenti la sua scomparsa.
Morì nel settembre 1998, all’età di 81 anni. Alla sua morte fu proclamato il lutto cittadino. Per sua espressa volontà riposa nella tomba di famiglia del cimitero di Macchia di Spezzano Piccolo, ora comune di Casali del Manco. Al suo nome e a quello del padre, la città di Cosenza ha intitolato la piazza antistante il Palazzo di Giustizia. (Aldo Lamberti) © ICSAIC 2020

Opere principali

  • L’articolo 62 del codice penale: circostanze attenuanti comuni, La Toga, Napoli 1941;
  • Il delitto di calunnia, Giuffrè, Milano 1946;
  • Saggi di diritto penale. Calunnia-tentativo, Giuffrè, Milano 1955;
  • Sull’indipendenza della magistratura, Tip. Di Giuseppe, Cosenza 1982;
  • La peste, gli untori e il processo penale, «Idea», gennaio-febbraio 1987;
  • Conversazione a Macchia, Periferia, Cosenza 1991;
  • Arringhe, Periferia, Cosenza 1993;
  • Delitto, pena e storicismo. Una teoria contro la carcerazione, a cura di Costantino Marco, Marco, Lungro 1994;
  • La prova penale. Per la garanzia degli innocenti, Marco, Lungro 1995;
  • Il pentitismo, Marco, Lungro 1996
  • La famiglia Grande, Periferia, Cosenza

Nota bibliografica

  • Oloferne Carpino, Non è stato solo un voto di scontenti, «L’Unità», 8 maggio 1963;
  • Eletti nove membri del CSM, manca il quorum per Gullo, «Il Giornale di Calabria», 8 ottobre 1976;
  • Lucia Serino, «Quella estate del ’43 la più bella vacanza», «il Quotidiano», 12 agosto 1995.
  • Piero Carbone, Ricordo di Luigi Gullo, «Letteratura & Società», I, 2, 1999, p. 100;
  • Paride Leporace, Luigi Gullo, in Luca Addante,  Cosenza e i cosentini, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001;
  • Ottavio Cavalcanti, Dalle sponde de «Il Quotidiano», Rubbettino, Soveria Mannelli 2002;
  • Riccardo Giraldi, Il popolo cosentino e il suo territorio: da ieri a oggi, Pellegrini, Cosenza 2003, pp. 339 ssg.

RSS
Twitter
Visit Us
Follow Me
YouTube
Instagram