La Camera, Fortunato (Natino)

Fortunato (Natino) La Camera [Cosenza, 4 marzo 1898 – 6 settembre 1972]

Nato in una famiglia originaria di Bagaladi (Reggio Calabria), visse nel quartiere popolare cosentino della “Massa” e conseguì il diploma di ragioneria (Maccari, 1985). Frequentò per un breve periodo la Scuola Militare di Caserta e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale fu chiamato alle armi con il grado di Ufficiale di Fanteria. In trincea fu gravemente colpito dai gas asfissianti e, a causa di ciò, rimase per un lungo periodo in cura. Fece ritorno a Cosenza per l’ultima fase della convalescenza, dopodiché fu richiamato al fronte nel 1918, ma oppose un netto rifiuto. Fu deferito al Tribunale Militare del 2° Corpo d’Armata che lo condannò come disertore a due anni di carcere e alla destituzione. Nel 1919 beneficiò dell’amnistia (Maccari, 1985; Sole, 1980). 
Entrato nel Partito Socialista, La Camera si pose però in una posizione critica rispetto al prevalente intellettualismo e all’inazione (Sole, 1980). Il 27 febbraio del 1921 insieme a un gruppo di socialisti rivoluzionari fra cui Salvatore Martire, Antonio De Maddis, Luigi Prato, Alberto Talarico e Fausto Gullo fondò a Cosenza il Partito Comunista d’Italia, Sezione dell’Internazionale Comunista, di cui fu eletto Segretario di Federazione nel 1922. Il 16 gennaio del 1922 venne aperto a suo nome un fascicolo nel Casellario Politico Centrale, al cui «cenno biografico» si legge: «Di scarsissima cultura ed intelligenza; andare impulsivo, ha sempre militato nei partiti sovversivi […] spiega grandissima attività e propaganda. Vive di espedienti e di sfruttamento specie in danno di prostitute […] legge e riceve giornali, riviste sovversive. Sempre avanti in ogni manifestazione» (Archivio Centrale dello Stato, CPC, b. 2690). 
Il 3 febbraio del 1923 venne arrestato a Roma Amedeo Bordiga e, nei giorni successivi, molti altri esponenti della direzione del partito comunista a causa della scoperta di un manifesto dell’Internazionale Comunista dei Sindacati Rossi contro il fascismo. Nell’abitazione di La Camera a Cosenza furono trovati «documenti scottanti» e, a causa di ciò, il 6 febbraio, fu interrogato, tratto in arresto insieme al responsabile della federazione giovanile del partito, Salvatore Martire, e rinchiuso in carcere in attesa di processo (Sole, 1980; Massara, 2007). Nella corrispondenza clandestina intercettata, destinata a “Loris” (Bruno Fortichiari) della direzione del partito, lo pseudonimo di La Camera era “Ardito”. Il processo, iniziato a Roma il 18 ottobre del 1923 e protrattosi fino al 26 ottobre, si concluse con l’assoluzione di tutti gli imputati, tra cui La Camera, dall’accusa di complotto contro i poteri dello stato e di associazione a delinquere. Nel periodo del processo, La Camera rafforzò i suoi legami con Amedeo Bordiga (Sole, 1980).
Dopo essersi imbarcato alla fine di maggio del 1924, da Genova, su un cargo diretto in un porto sul Mar Nero con destinazione Mosca, insieme a una delegazione di 12 comunisti italiani partecipò al V Congresso dell’Internazionale Comunista, dal 17 giugno all’8 luglio. Ritornato a Cosenza fondò insieme a Fausto Gullo «L’Operaio», organo della federazione comunista cosentina e del Comitato d’Intesa, dalle cui colonne denunciò le violenze della squadraccia fascista «La Disperata»: «Da più di un anno detta pattuglia a tarda ora, con fare provocatorio e ingiurioso, va girando nei quartieri popolari della città, in special modo alla Massa, bastonando e ingiuriando tutti gli operai che incontra» («L’Operaio», 16 settembre 1924). Nel settembre del 1924 fu chiamato alla direzione del suddetto periodico, soggetto a frequenti sequestri da parte del prefetto Agostino Guerresi. Accusato di turbare l’ordine pubblico e di incitare all’odio tra le classi, venne più volte diffidato (Sole, 1980; Maccari, 1985). Sempre sulle pagine de «L’Operaio» protestò con vigore contro il divieto di tenere discorsi commemorativi in occasione dei funerali del muratore socialista Paolo Cappello, ferito e ucciso da piombo fascista. 
La Camera fu il principale organizzatore del Congresso della Federazione Provinciale Comunista di Cosenza che si svolse clandestinamente in una casa colonica di Pedace (Cosenza), al quale partecipò anche Umberto Terracini della direzione nazionale. La Camera non si dichiarò d’accordo con la relazione di Terracini, schierandosi apertamente con Bordiga (Sole, 1980). Il vertice del partito alla fine piegò il dissenso della federazione cosentina, estromettendo La Camera dalla segreteria provinciale alla fine del 1925 (Maccari, 1985). Nel gennaio del 1926 con un passaporto falso riuscì a partecipare, come unico rappresentate calabrese, al congresso di Lione, appoggiando ancora una volta Bordiga nella lotta contro la direzione «ordinovista» del partito, appoggiata dai russi. Il Comintern riuscì a ottenere lo scioglimento del Comitato d’Intesa; Bordiga venne allontanato in favore del gruppo dirigente gramsciano (Sole, 1980). 
Entrate in vigore le leggi speciali fasciste, La Camera venne arrestato il 6 novembre del 1926 quale «pericoloso comunista e propagandista di idee sovversive e per essere stato direttore responsabile del giornale L’Operaio». Fu assegnato al confino per cinque anni e inviato a Lampedusa. Nel 1927 fu trasferito a Ustica ma in ottobre, sospettato per un tentativo di evasione, fu arrestato e condotto a Palermo dove venne scarcerato solo il 1 agosto del 1928. Condotto a Ponza, si rivelò essere un punto di riferimento per gli altri confinati denunciando le violenze subite e subendo a sua volta minacce di morte (Sole, 1980). Il 17 ottobre dello stesso anno fu trasferito a Lipari e arrestato più volte per la propria condotta e per contravvenzione agli obblighi. Di nuovo a Ponza nel 1930 fu arrestato perché promotore di una protesta per la riduzione del sussidio giornaliero. Uscito dal carcere di Poggioreale il 23 maggio del 1931 fece ritorno a Ponza e, finalmente, a Cosenza nel 1932, dove riprese l’attività cospirativa e dunque spesso fermato e diffidato. 
Il 14 agosto del 1932 venne espulso dal partito per frazionismo continuato, al pari di Bordiga. Accusato e condannato per reati comuni nel 1942, uscito dal carcere, fu internato nel campo di Muro Lucano. Tornato a Cosenza dopo l’8 settembre del 1943, ottenne la riammissione al partito comunista ma, alla fine del 1944 fu espulso nuovamente per frazionismo (Sole, 1980; Maccari, 1980; Massara, 2007) Rimasto bordighiano, formò allora una sezione della Frazione di sinistra dei comunisti e dei socialisti poi confluito nel Partito comunista internazionalista, presente alle elezioni del 1946 e del 1948 riscuotendo scarsi consensi e poi soggetto a scissioni.  
La Camera rimase fedele alla linea di Bordiga e Maffi («Il programma comunista») fino alla morte, venuta a Cosenza il 6 settembre del 1972. Fausto Gullo lo ricordò come un combattente «che tutto diede e mai nulla chiese al partito e che si mantenne fedele all’ideale della prima giovinezza fino all’ultima ora della sua vita» (Gullo, 1972). (Matteo Dalena) © ICSAIC

Nota bibliografica

  • Ferdinando Cordova, Alle origini del PCI in Calabria, Bulzoni, Roma 1977.
  • Fausto Gullo, in «Chiarezza», Cosenza, luglio-agosto 1972.
  • Mino Maccari, Visita al confino (A Ponza e a Lipari nel 1929), (a cura di Giuseppe Grisolia), Cultura Calabrese Editrice, Marina di Belvedere Marittimo (Cs) 1985.
  • Katia Massara, Fascisti e Antifascisti Cosentini nelle fonti di polizia, in Giuseppe Masi (a cura di), Tra Calabria e Mezzogiorno. Studi storici in memoria di Tobia Cornacchioli, Pellegrini, Cosenza 2007, pp. 309-344.
  • Giovanni Sole, Appunti per una biografia su Natino La Camera, Fasano Editore, Cosenza 1980.
  • Francesco Spezzano, Fascismo e Antifascismo in Calabria, Lacaita, Manduria 1975.

Nota archivistica

  • Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, b. 2690.

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