La Cava, Francesco

Francesco La Cava [Careri (Reggio Calabria), 26 maggio 1876 – Roma, 25 maggio 1958]

Medico e letterato, primo di 6 figli, nacque dal “massaro” Giuseppe e da Giuseppina Colacresiuna famiglia di piccoli proprietari terrieri di Careri in provincia di Reggio Calabria. In questo piccolo centro del Reggino, fu affidato alle cure di uno zio paterno, l’arciprete Rocco La Cava, che ne curò l’istruzione elementare. Continuò gli studi al Seminario Vescovile di Gerace.Avendo mostrato notevoli attitudini per gli studi classici, il giovane fu inviato a frequentare il liceo «Francesco Maurolico» di Messina, che accoglieva i giovani più promettenti delle provincie dell’area dello Stretto.
Esperto conoscitore del greco e latino, conseguita la maturità classica nel 1895, si iscrisse alla Facoltà di medicina dell’Università di Napoli, dove conobbe strinse amicizia con Antonino Anile e Giuseppe Moscato, canonizzato nel 1987. Nel 1902 si laureò brillantemente e divenne discepolo del prof. Antonio Cardarelli ma solo per un breve periodo perché le condizioni economiche non gli permisero, anche se era brillante, di seguire il noto docente napoletano. Subito dopo prestò servizio militare a Firenze come ufficiale medico del corpo dei Bersaglieri facendosi apprezzare per la preparazione.
Tornato nel 1904 in Calabria, accettò l’incarico di medico condotto rurale a Bovalino Marina per dare una mano alla famiglia. Qui conobbe la giovane Concettina Morisciano, appartenente a una nobile famiglia del paese. I due si sposarono il 30 giugno 1907, un matrimonio che risultò essere dei più felici: da quella unione nacquero dieci figli (Giuseppe, Teresa, Maria, Rocco, Carmela, Dioretta, Michelangelo, Pasquale, Virgilio e Luisa). Sulla loro vita coniugale, lo scrittore Francesco Perri, amico e figlioccio di cui La Cava avrebbe in parte finanziato gli studi, scrisse: «Fu l’unione di due vite che si concludono come una splendida giornata di sole con un sereno e luminoso tramonto». Della loro casa fecero un salotto culturale molto frequentato.
Con Vincenzo De Angelis e Tiberio Evoli, medici ed esponenti socialisti, condivise l’impegno dell’assistenza alle popolazioni locali dopo il disastroso terremoto del 1908.
A Bovalino, tuttavia, continuò le sue ricerche e riuscì a scoprire e a studiare un ceppo di malattie tropicali, pubblicando un lavoro intitolato Le Malattie tropicali a Bovalino, presentato nel 1910 al Congresso di Medicina Interna di Messina. Riferì le sue esperienze su riviste e in congressi. Nello stesso anno seguirono vari articoli pubblicati in collaborazione con il professor Umberto Gabbi, docente di malattie esotiche all’università di Roma: Nuovi esempi clinici di Bottone d’orienteIl primo caso di Bottone d’OrienteStudio istologico del bottone d’oriente e dell’adenite sintomatica
Nel 1911 una sua pubblicazione dal titolo Sulla presenza di leishmanie nel liquido cefalo-rachidiano di un bambino affetto da Kala-azar, fu presentata all’Accademia dei Lincei dal prof. Giovanni Battista Grassi, direttore dell’Istituto di Anatomia Comparata dell’università di Roma che lo propose per la libera docenza ad honorem all’Università di Roma. Un caso di febbre Dengue fu presentato sul n. 21 della «Gazzetta Medica».
Nel 1914 fu richiamato alle armi. Dopo alcuni mesi passati a Gerace, nel maggio 1915 partì per il fronte. Promosso maggiore, alla fine del 1917 fu trasferito a Roma come direttore dell’ospedale di riserva «Aurelio Saffi». La famiglia lo raggiunse nella capitale dove si stabilì in una piccola casa di via Po, nelle vicinanze di piazza Buenos Aires. Finito il periodo di servizio all’ospedale fece parte della Commissione delle pensioni. Alla docenza univeristaria affiancò un’attività privata e iniziò a guadagnarsi una vasta clientela (tra i suoi pazienti c’erano i musicisti Pietro Mascagni e Francesco Cilea, lo scultore Vincenzo Gemito e lo storico Ernesto Buonaiuti. Tra il 1917 e il 1918, durante la terribile epidemia di Spagnola, spesso senza compenso, si prodigò nella cura dei malati. 
Dotato di un ottimo senso critico fece parlare di sé anche in capo artistico. Fu lui che nel maggio del 1923, durante una sua visita alla Cappella Sistina scoprì il volto di Michelangelo nel Giudizio Finale. Per un paio anni, sebbene impegnato con corsi sulle malattie tropicali presso la Scuola Missionaria dell’Ordine di Malta, e come perito della Sacra Rota, si dedicò allo studio dell’artista. Di idee liberali da sempre, si avvicinò alla religione e scrisse saggi sull’interpretazione teologica di passi di controversa lettura delle Scritture. Iniziò anche studi relativi alla morte per crocifissione da cui nacque la pubblicazione Era Gesù Cristo affetto da pleurite? Meccanismo della morte per crocifissione, in cui analizza il colpo di lancia che causò la fuoriuscita di sangue e di acqua, a cui seguirono Ut videntes non Videant (1934) e Ne quando convertantur (1935), Sulla Comunione eucaristica attraverso la fistola gastrica. Considerazioni fisiologiche-esegetiche di un medico cattolico (1944) e Il reperto necroscopico di Longino sul costato di Gesù Cristo (1946).
Nel 1952 perse la moglie che da sei anni combatteva contro un mare incurabile e per lui fu un duro colpo. Anche se l’anno successivo pubblicò 
La morte lo colse all’improvviso all’età ottantadue anni l’ultima domenica di maggio del 1958. Accompagnato dal figlio Virgilio, si era recato a votare nel seggio del suo quartiere a Roma, quando, colpito da un collasso cardiaco, cessò di vivere sotto gli occhi del figlio e dei soccorritori. La sua scomparsa ebbe eco su molti i giornali che ne ricordarono la figura e le opere. Dal mese di novembre successivo le sue spoglie riposano nel piccolo cimitero di Careri insieme a quelle della moglie.
Era zio dello scrittore Mario La Cava, figlio del fratello Rocco.
Careri lo ricorda con la piazza più importante e la scuola intestate a suo nome. Roma ne ha celebrato il centenario della nascita, così come Bovalino che gli ha intitolato un viale.
In un convegno tenutosi nel luglio 2001 a Bovalino, il relatore Paolo Pozzilli, endocrinologo del Campus Biomedico di Roma, affermò che La Cava «era un medico con caratteristiche tipiche del suo tempo che oggi devono essere rivalutate» e che «l’esempio di medici come La Cava, che hanno dedicato all’aspetto umano grande attenzione, va riletto alla luce dell’esperienza attuale». (Pantaleone Andria) @ICSAIC 2020

Opere principali

  • Il volto di Michelangelo scoperto nel Giudizio Finale. Un dramma psicologico in un ritratto simbolico, Zanichelli, Bologna 1925
  • Era Gesù Cristo affetto da pleurite? Meccanismo della morte per crocifissione, «Rinascenza medica», 1930;
  • Un medico alla ricerca della verità. Dal Bottone d’Oriente al volto di Michelangelo e alle parabole del Vangelo, Edizioni Minerva medica, 1977 
  • Era Gesù Cristo affetto da pleurite? Meccanismo della morte per crocifissione, 1930;
  • La passione e la morte di N.S. Gesù Cristo illustrate dalla scienza medica, M. D’Auria editore pontificio, Napoli 1953.

Nota bibliografica

  • Francesco Perri, Emigranti, Mondadori, Milano 1928;
  • Mario La Cava, Un medico d’altri tempi, in Caratteri, Einaudi, Torino 1953;
  • Deoclesio Regid De Campos, Il giudizio universale di Michelangelo, Aldo Martello, Firenze 1964;
  • M. Girolami, Scienza, cultura, personalità di un medico d’eccezione, «Orizzonte Medico», 5/6, 1977;
  • Piero Leone, Francesco La Cava. La dimensione/uomo di uno scienziato umanista calabrese del primo Novecento, Centro servizi culturali, Bovalino 1978 (www.sbti.it/bovalino-LaCava-Francesco.htm);
  • Giuseppe Italiano, La forza della semplicità – Francesco La Cava tra scienza e fede,), Arti Grafiche Edizioni, Ardore Marina 2002;
  • Antonio Pileggi, Francesco La Cava, medico ed umanista reggino del primo Novecento, «Storicittà», 2007, p. 188;
  • Alfredo Focà, Storia di un eminente medico calabrese, Francesco La Cava, «Bollettino dell’Ordine dei Medici Chirurghi di Reggio Calabria» n. 2, 2012, p. 20-21;
  • Francesco Gallo, I grandi medici calabresi da Alcmeone a Dulbecco, Padova 2013, pp. 205-207.
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