Lazzaro, Pietro

Pietro Lazzaro [Limbadi (Vibo Valentia), 6 ottobre 1912 − Milano, 6 settembre 1969]

Pietro Lazzaro fu romanziere, traduttore e saggista. Nacque a Motta Filocastro, frazione del comune di Limbadi, allora in provincia di Catanzaro. Il nonno era un ricco proprietario terriero, poi rovinato dalla Prima Guerra Mondiale, dalla crisi del 1929 e dalla politica economica fascista. Il padre, Antonino, era un piccolo possidente; la madre, Domenica Lentini, una “donna di casa”.
Lazzaro trascorse la fanciullezza e l’adolescenza nei campi, immerso nella lettura di libri di ogni genere: dai classici agli anarchici, dai russi ai francesi fino a quelli degli autori di riferimento del secondo Ottocento italiano. Frequentò, insieme ad altri due fratelli, il ginnasio di Nicotera e il liceo classico a Vibo Valentia e a Catanzaro, dove conseguì la maturità nel 1931.
Nel 1932 lasciò la Calabria per studiare lettere a Roma (fino al giugno del 1935) e poi a Milano, dove si laureò nel 1936. Nel 1939, dopo tre anni di sacrifici materiali molto gravi, divenne professore di ruolo nei licei e iniziò a insegnare italiano e latino al Liceo Ginnasio Giovanni Berchet di Milano. L’8 febbraio 1943, a Milano, si sposò con Clara Merlatto; in seguito, trascorse un breve periodo in Francia, a Mentone, dove, con ogni evidenza, principiò il suo interesse per la cultura transalpina. A questo periodo risalgono frammenti e racconti inediti ambientati in Provenza e alcuni interessanti commenti sull’opera di Orwell. Nel 1944 e nel 1945 nacquero i suoi due figli: Enzo e Bruno.
Dalla fine degli anni Quaranta visse a Milano insegnando ancora presso il prestigioso Liceo Berchet. Fece parte dell’ambiente intellettuale più aperto della città, frequentando e coltivando amicizie con figure di primo piano del mondo letterario e artistico, come Elio Vittorini, Enzo Paci, Arnoldo e Alberto Mondadori, e poi Montale, Ungaretti, Contini, Sereni, Garboli, Ottieri, Migneco e Salvatore Messina.
Si interessava di narrativa, di poesia e di cinema e fu un critico attento e rigoroso (i suoi interventi vennero pubblicati su riviste di prestigio come «Belfagor», «Aut Aut» e «Uomini e Libri»). Per alcuni anni, dopo aver ottenuto il passaporto nel 1947, insegnò a Parigi. Fu anche saggista (negli anni Settanta curò, tra l’altro, l’introduzione e il commento all’edizione su LP del VII e dell’VIII canto dell’Infernodi Dante Alighieri e dei Cori dell’Adelchi e della Pentecoste di Alessandro Manzoni per la collana Calliope della BUM records di Milano) e autore, già negli anni Sessanta, di diverse traduzioni dal francese: oltre a quelle relative alle antologie edite da Fabbri dei testi più significativi di alcuni premi Nobel per la letteratura, ricordiamo la traduzione di uno scritto di Monique Nathan dedicato a Virginia Woolf (Mondadori, Milano 1962), quella di un volume di Louis Aragon e André Maurois sulla storia e la civiltà degli Stati Uniti (Mondadori, Milano 1963), delMattino dei maghi: introduzione al realismo fantasticodi Louis Pauwels e Jacques Bergier (Mondadori, Milano 1963) e degli Dei hanno setedi Anatole France (Fabbri, Milano 1970).
Compose il suo primo romanzo subito dopo la guerra: narrava le esperienze di un giovane che non ingrana e che viene definitivamente sconfitto. Il romanzo, intitolato Nebbia, piacque anche ad Alberto Mondadori che si propose di pubblicarlo. Tuttavia, Lazzaro vi riscontrò un eccessivo lirismo e lo lasciò da parte.
Nell’autunno del 1949 Lazzaro scrisse Mille anime,romanzo breve in forma di favola barocca che era stato giudicato in modo molto lusinghiero da illustri intenditori, quali Pancrazi, Flora (che giudicò l’autore “scrittore esperto e vigoroso, dalla vena genuina e tuttavia sorvegliata”, «Corriere di Napoli», 7-8 gennaio 1952) e Paci. Dopo averlo letto, Diego Valeri, in una cartolina postale del luglio 1950 ad Aldo Palazzeschi, lo propose per un premio. Anche a Vittorini e a Calvino erano piaciute le deformazioni espressioniste e grottesche della narrazione; eppure, ciò non era bastato per accordare all’opera, infine, dignità di stampa, in quanto “la cornice di storia paesana [soffocava] − a detta di Calvino − l’interesse delle pagine più vive”. Lo ha rivelato lo stesso Lazzaro in una nota del 1968, pubblicata poi in appendice all’edizione postuma della Stagione del basilisco(pp. 139-142); nella nota è inclusa una lettera di Calvino, datata 17 maggio 1957, dalla quale è desumibile il parere di lettura cui si fa riferimento. Questo difetto e altri convinsero Lazzaro a lasciare il manoscritto in un cassetto, fino a quando non venne pubblicato postumo, nel 1987, a diciotto anni dalla morte del suo autore. Pur tuttavia, a distanza di altri tre decenni, appaiono ancora evidenti quelle virtù intraviste dai lettori di allora.
Al centro della vicenda c’è la vita − tanto miserabile quanto grottesca, nella descrizione che ne fa lo stesso Lazzaro − di un indefinito villaggio del meridione d’Italia, avvinto in un mortale silenzio, i cui mille abitanti vengono sterminati da una misteriosa e fulminea epidemia. È servendosi delle armi dell’ironia e dell’allucinazione che lo scrittore di Motta Filocastro, quasi arriva a suggerire come le cause del tragico evento vadano fatte risalire all’attitudine di quegli uomini per superstizione e fatalità o, più sinteticamente, a una bestemmia o, meglio ancora, a una specie di eccesso di immaginazione.
Lazzaro racconta di una esistenza inerte, resa ancor più opprimente dall’immobilismo fascista e popolata da corpi senza vita, oltre che da fantasmi. Sogni, ombre e magàrie incombono sul villaggio, di volta in volta percepito come “un terribile e gigantesco ragno con volto umano che urla spesso di dolore”, come un “carcere della miseria”, “un morto lago da cui emergono grigi fantasmi senza epoca”, spesso colto in “un’immobile e vitrea luce lunare, e, lontano, il mare come un gran lago di mercurio chiuso dalle ombre azzurre delle isole e dominato da Mahammetta”, che non è che uno di quei fantasmi. Un quadro così interamente improntato sulla reificazione collettiva dell’immaginario presuppone, sul versante opposto, un’idea di letteratura che, ironicamente e in maniera acutamente canzonatoria, si ponga come osservazione razionale difficile da mettere nel sacco.
Nell’aprile del 1968 uscì, presso Mondadori, il suo primo romanzo, La stagione del basilisco, che ricevette il 21 luglio di quello stesso anno il Premio Villa S. Giovanni. Era frutto di annotazioni e appunti presi durante i suoi lunghi soggiorni a Parigi. Venne, però, scritto in Italia, a cavallo tra il 1966 e il 1967. Il titolo originario era Variazioni su un’antica canzone del basilisco, titolo che chiariva la sostanza del libro: si tratta di una specie di Chanson alla rovescia. La storia è ambientata nel Quartiere Latino di Parigi e lungo la Senna, negli anni della guerra d’Algeria, e trae origine dalla frizzante conversazione intrapresa da una serie variegata di personaggi: un oste, un cameriere, una droghiera, un ornitologo, qualche pittore, alcuni turisti, un erborista, uno zoppo e qualche ragazza. La scrittura di Lazzaro passa dal realismo più grossolano fino ad arrivare a risoluzioni e deformazioni grottesche (nella definizione di Calvino poi ripresa da Antonio Piromalli)e spesso umoristiche in una pantomima caleidoscopica che rivela una vacuità inerme e sfocia in un’anarchia di cui spesso sfugge il senso. Alfredo Barberis, discorrendo della Stagione del basilisco, ha accostato Lazzaro a Ionesco, Queneau e Chagall per la girandola di trovate disseminate nella trama e per la mescolanza di toni assurdi e surreali.
Dopo la pensione, Lazzaro è vissuto sempre a Milano, dove è scomparso nel 1969. Proprio dopo aver ricevuto il Premio Villa S. Giovanni, si manifestò seriamente la malattia che stava svillupandosi da un paio d’anni, non ben diagnosticata. Tale evenienza impedì l’immediato ritorno a Milano e lo costrinse a una degenza in casa di parenti in Calabria, proprio vicino a Motta Filocastro. Durante questo periodo, oltre alla presenza dei familiari, ebbe un ultimo gradito incontro con Giuseppe Berto, allora residente a Capo Vaticano, che aveva molto apprezzato La stagione del basilisco. Aggravandosi le sue condizioni, fu trasferito dai suoi familiari a Milano, dove le diagnosi e le terapie furono definite, ma inutilmente perché il 6 settembre 1969 morì. Il comune di nascita nel 2003 gli ha intestato la strada principale di Motta Filocastro e ha contribuito alla ristampa del romanzo La stagione del basilisco. Nel 2008 la Biblioteca Comunale di Limbadi ha ripubblicato Mille anime. (Alessandro Gaudio) © ICSAIC 2019

Opere principali

  • La stagione del basilisco, Mondadori, Milano 1968; ora anche Jaca Book, Milano 2003.
  • Mille anime, Jaca Book, Milano 1987; ora anche Biblioteca Comunale, Limbadi 2008.

Bibliografia critica essenziale

  • Antonio Piromalli, La letteratura calabrese [1965], vol. II, Pellegrini, Cosenza 1996, p. 303.
  • Josephine de Boer, La stagione del basilisco, «Books Abroad», vol. 43, 3 (summer 1969), pp. 393-394.
  • Massimo Romano, Prefazione, in Pietro Lazzaro, Mille anime, Jaca Book, Milano 1987, pp. V-VIII.
  • Vito Teti, Il senso dei luoghi: memoria e storia dei paesi abbandonati, Donzelli, Roma 2004, pp. 364-370.
  • Aldo Palazzeschi, Diego Valeri, Carteggio 1934-1972, a cura di Gloria Manghetti, Ed. di Storia e Letteratura, Roma 2004, passim.
  • Alessandro Gaudio, Morremo tutti qui, «Myrrha. Il dono del Sud», III, 8, luglio 2017,on linesu http://www.myrrha.it/morremo-tutti-alessandro-gaudio-numero-8/.

Riferimenti archivistici

  • Comune di Limbadi, Registro degli atti di nascita, anno 1912, atto n. 132.

Nota

  • Questa biografia è stata redatta grazie anche alla collaborazione del figlio Enzo.
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